Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi 2015

 

Il sentimento più forte che ho avvertito leggendo Gli anni al contrario, primo romanzo di Nadia Terranova (già autrice di libri per bambine e bambini), è stato quello della malinconia.

Questa scrittura asciutta, veloce, quasi piatta, da resoconto per un archivio, racconta e smonta la storia di Aurora e Giovanni, entrambi belli, giovani, intelligenti, ribelli alle regole sociali e familiari, con la testa piena di visioni, che piano piano, attraversando gli anni settanta e poi inoltrandosi nei successivi, e dunque andando incontro a disillusioni, sconfitte, amarezze, entrano nella vita e, pur non accettandola, alla fine l’accolgono per ciò che è, con le sue mediocrità, le sconfitte, i rimpianti.

Sono due ragazzi diversissimi, Aurora e Giovani, per tradizione familiare, per aspettative nei confronti della vita, ma c’è un momento, quello dell’incontro e dell’inizio del loro amore, in cui si sentono padroni del mondo e del proprio destino, identificando la trasformazione della propria vita con la trasformazione del mondo stesso.

Ma Giovanni è superficiale, vanitoso, alla ricerca del gesto rivoluzionario che gli dia fiducia in se stesso, nei compagni, nel futuro, e Aurora è allo stesso tempo riflessiva, cocciuta e riluttante. La ribellione alla famiglia, alla scuola, alle convenzioni, è tutto sommato semplice, ma poi bisogna costruire, realizzare quei sogni inespressi, e solo immaginati. Nasce Mara, la figlia, che, dopo l’inevitabile ma mai definitiva separazione dei due, per Aurora sarà compagna di un vivere affannoso, alla ricerca di soldi e nello stesso tempo del recupero degli interessi e delle proprie capacità intellettuali, per Giovanni un peso e un’ancora di salvataggio. La bambina ha occhi neri, seri, e osserva il mondo, la madre, il padre, gli amici, la casa, le amichette, le famiglie “regolari” (non come la sua di “separati”), conservando in sé sensazioni, paure, dolori, piccole felicità  e l’amore, oltre che per la madre, soprattutto per il padre, idolo da proteggere e ammirare.

Giovanni è un drogato, lo diviene un poco alla volta, per la facilità con cui a quei tempi ci si avvicinava allo “sballo”, e, al fondo, per la frustrazione di non essere nessuno, di non essere capace di niente, di non servire a nessuno: non alla moglie, da cui non si sente stimato, né tantomeno dal padre, e nemmeno dai compagni, stropicciati estremisti pasticcioni. Tra promesse di rinascita e ricadute improvvise, questo tenerissimo Giovanni segue un percorso autodistruttivo quasi ineluttabile, che lo porta alla malattia, l’aids, e alla morte.

L’ultima parte del romanzo la scrittura cambia. Pur rimanendo ferma e lontana da ogni sia pure vago accenno di sentimentalismo, assume un ritmo incalzante, appassionato, sembra quasi cerchi il miracolo: il trionfo di quell’amore sbandato ma sempre presente, un vivere meno determinato da eventi occasionali, una ribellione che sia consapevolezza e che si faccia discorso, che si dia forma.

Ho vissuto gli anni che Nadia Terranova (di 30 anni più giovane di me) racconta e ho riconosciuto caratteri, ambienti, follie e passioni, disperazioni, dolori, personaggi cialtroni, tenerezze ingenue, e confesso che questo romanzo mi ha quasi disturbato.

Poi ho capito che invece mi turbava. E che esigeva da parte mia un’ennesima rivisitazione dei tempi vissuti, io sì, in presenza.

E’ vero, le persone che ho conosciuto (a cominciare da me stessa) erano (eravamo) più rigide, sicure di sé e della necessità della “rivoluzione”, decise a cambiare il mondo e le relazioni, i rapporti affettivi, il sesso, a rinnegare la famiglia dì origine, le vecchie amicizie, e negli anni vissero delusioni, ridimensionamenti, eppure, qui è il punto, il ricordo che rimane è in ogni caso quello di un tempo eroico, di rifiuto dell’oppressione, del perbenismo, delle ipocrisie di un mondo invivibile, e dunque di abnegazione, generosità, magari di eccessivo sentimento di onnipotenza, e anche di autoreferenza. E la ribellione delle ragazze era veemente, allegra, ostinata, non vedeva ostacoli, trasformava i rapporti, e così via. E a tanti compagni e compagne perse/i per strada di tanto in tanto va un rimpianto affettuoso.

Qui, Nadia Terranova, grazie alla storia di Giovanni e Aurora, racconta i dimenticati, quella parte cospicua della generazione, poco rappresentata, dimenticata, nascosta, quella che pagò il prezzo più alto, quella dei fragili, di coloro che mai diventeranno grandi, mai scriveranno libri, insegneranno all’università, faranno i giornalisti, di coloro insomma che vissero quegli anni al contrario.

E invece, facevano parte del nostro mondo anche questo Giovanni e questa Aurora, e questi occhi seri di Mara, e loro tre insieme, con infinita malinconia ci ammoniscono.

 

Anna Santoro