INTRODUZIONE (a Narratrici italiane dell’800….)

«Argomento di questo libro sono le grandi scrittrici, quelle che
leggiamo e leggeremo sempre, ci interessi o no il loro essere anche, incidentalmente, donne. (…) Sono partita da una questione sempre insoluta: che importanza ha avuto il fatto che tanti grandi scrittori dell’età moderna siano state donne » ‘.
Così inizia la Prefazione di Ellen Moers al suo libro Grandi scrittrici, grandi narratrici. La Moers più sotto precisa: «E’ l’unico settore intellettuale (la letteratura) al quale le donne, per centinaia di anni, hanno dato un contributo indispensabile: non si può parlare razionalmente del romanzo inglese, del romanticismo francese o della novellistica e della poesia moderna americana, senza prendere in esame le scrittrici. (…). La maggior parte delle scrittrici prese in esame sono inglesi, americane e francesi; per generale ammissione sono le scrittrici che possiamo veramente considerare le maggiori figure letterarie del tardo Settecento e di tutto l’Ottocento »2.
Ciò che colpisce in queste affermazioni è il capovolgimento che opera la Moers nei confronti della vecchia questione circa la scarsa partecipazione delle donne alla letteratura: la Moers (che insegna nella Università del Connecticut) anziché dimostrarne la presenza, dà tran­quillamente per scontato il grande contributo che le scrittrici appor­tano alla storia letteraria.
Ma anche un’altra cosa ci colpisce in queste parole: l’assenza di una, per quanto riduttiva, citazione della produzione femminile ita­liana. La Moers ragiona su dati, e i dati, quelli cioè che si ricavano dai cataloghi delle case editrici italiane, dagli studi critici, dalle storie letterarie italiane, e così via, sono perentori: in Italia nei secoli scorsi non esiste quasi produzione di donne nella letteratura. A parte qualche poetessa del ‘500 (Colonna, Stampa, Gambara…) e qualche scrittrice tardo Ottocento-primi del Novecento (Serao, Negri, Deledda…), nelle nostre storie letterarie non troviamo, generalmente, nessun’altra cita­zione. E si badi: anche le “citate” sono nominate appena o liquidate in una paginetta e, in ogni caso, classificate come minori. Perfino studiose italiane di letteratura femminile generalmente si riferiscono a scrittrici straniere (americane, inglesi, francesi) e danno per scontato l’enorme buco, che sarebbe il risultato di una esclusione storica, particolare dunque della società italiana, delle donne dalla letteratura’. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni studi interessanti4 ma a scuola continua a studiare gli scrittori.
Così questa Introduzione non può iniziare come quella della Moers, perché nel nostro paese la produzione femminile è ancora non solo da dimostrare ma da reperire. Ma in comune con quella della Moers, essa afferma la necessità di leggere la produzione femminile appunto come produzione femminile (come quella maschile è letta, ovviamente senza che sia sottolineato, come maschile) e di assumere come dato di partenza la differenza che c’è tra i generi.
Ciò ovviamente non vuole escludere che successivamente ci siano anche giudizi, analisi, critiche, ma è giusto dichiarare che il primo momento dell’analisi critica è quello della connotazione di chi scrive, esattamente del resto per come avviene studiando un autore, del quale si rintraccia l’itinerario intellettuale segnato dalle tappe della vita che incisero sul suo pensiero e sulla sua scrittura. Se per uno scrittore ciò che dà il taglio, ciò che è misura di tutte le esperienze (pubbliche e private) è di fatto il suo essere uomo, per una scrittrice lo è il suo essere donna. Ma con questo non voglio dare per risolta la questione circa la natura della differenza: se essa cioè sia storica, legata alle esperienze, all’educazione, al sociale e alla mentalità comune, e quindi tenda a diminuire con le trasformazioni in atto nella nostra società, o se al di là di questa differenza, ve ne sia un’altra che col tempo, liberata dalle sovrastrutture, possa limpidamente affermarsi o inventarsi da capo. Certo è che fin quando l’esperienza della donna, dal punto di vista sociale, politico, culturale, sarà comunque tanto diversa da quella degli uomini, anche la sua produzione recherà, in ogni modo, i segni di tale diversità.
La scrittura, diversamente da quanto credono alcuni, è stata molto praticata dalle donne in Italia (ovviamente da quelle che sapevano scrivere: quindi il campo si delimita) anche nei secoli passati. Ma in tutti i secoli, va detto per inciso anche se è cosa da tener ben presente, scrivere è cosa diversa dal pubblicare, così noi in genere facciamo i conti non con la scrittura femminile ma con la produzione femminile (e quindi il campo si restringe ulteriormente), cioè con quello che le donne riuscirono a rendere pubblico, a pubblicare. Questo, ripeto, è importante da tener presente (anche perché molti studi si riferiscono erroneamente in questo senso alla scrittura femminile) ma non è su questo discorso che ora puntiamo5. In realtà per affrontare questo grosso problema della presenza-assenza di scrittrici nella nostra storia letteraria bisogna muoversi in più direzioni: bisogna cioè andare a verificare se, quanto e cosa hanno scritto le donne in Italia, quali donne (cioè appartenenti a quali classi, a quali settori, a quali ambienti, a quali gruppi sociali) hanno scritto, come hanno scritto, e i motivi dei modi della loro produzione, interro­garsi infine sui motivi del silenzio sulla loro produzione e, eventual­mente, anche della loro produzione.
Da anni, convinta che (al di là della effettiva presenza di ragioni storiche e sociali che spiegassero i motivi dell’assenza — assenza reale o assenza di memoria — nella letteratura italiana di una produzione femminile) bisognasse esplorare per raccogliere dati sufficienti a impo­stare per lo meno il problema del rapporto donna-scrittura-produ­zione, ho avviato una ricerca sistematica tesa a rintracciare ciò che dalle donne è stato scritto in Italia. E nato così il Catalogo della scrittura femminile italiana presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli6 e sono nati così una serie di interventi7, la maggior parte dei quali fanno riferimento appunto al materiale letteralmente emerso dai polverosi scanni della Nazionale di Napoli.
Il lavoro che qui presentiamo è uno degli approdi, ovviamente provvisorio anche questo, a cui sono giunta. Esso vuol segnalare e presentare undici narratrici dell’Ottocento, alcune vagamente conosciute, altre sconosciute.
L’Ottocento è un secolo molto ambiguo riguardo la condizioni della donna ed è un secolo (e questo non solo riguardo le donne) dall’andamento diseguale e discontinuo. L’intreccio tra i fattori economici, sociali, culturali in questo secolo è strettissimo, più ancora forse che in altri secoli.
Lungo l’arco dell’Ottocento, non in modo lineare ovviamene (come forse può apparire da questa breve nota), il ruolo della donna e il suo rapporto con la cultura vive un lungo periodo di crisi e di crescita allo stesso momento. Se da una parte in questo secolo avviene la radicalizzazione del ruolo borghese della donna nella famiglia etc… troviamo anche una fioritura della produzione femminile e della presenza femminile nella cultura e nel pubblico. Così, ci sono moltissimi salotti tenuti da donne8, le artiste sono amate e acclamate (e intendo le cantanti, le attrici, le danzatrici), e anche le poetesse trovano accoglienza9. Nascono giornali: Un Comitato di donne, La donna italiana, La donna, La donna e la famiglia, La Missione della donna e tanti altri, naturalmente molto diversi l’uno dall’altro e con diversi destini. Vengono tradotti libri di scrittrici straniere: tra le quali Elisabeth Barrett, Harriet Beecher Stowe e naturalmente George Sand, la quale specialmente è molto popolare in Italia dal ’35 al ’59 con una influenza maggiore di ogni altro scrittore straniero: con lei si affermano i diritti della passione contro le leggi civili, l’attenzione alla condizione delle donne e, dopo il ’40, ai grandi temi sociali. Nel 1870, a Napoli, con la traduzione di Giustiniano Novelli e poi a Milano, con la traduzione di Annamaria Mozzoni, esce La soggezione della donna di J. Stuart Mill (che è del 1869).
Eppure nello stesso arco di tempo sussiste e in certi casi si intensifica la discriminazione e lo sfruttamento nei riguardi delle donne nella vita sociale, politica e culturale, senza contare quella davvero spaventosa riguardo il lavoro e l’istruzione. In effetti, in Italia, più che altrove, le donne che aspirano ad un posto incisivo e ad un riconoscimento delle proprie attività culturali devono muoversi su un terreno molto difficile, mediando spesso perfino l’uso di termini « pericolosi ». Per esempio, se nel Discorso di fine anno scolastico 188810 Maria Antonietta Riccelli, al suo primo anno di insegnamento in una scuola di Cotrone, ha il coraggio di pronunciare apertamente la parola emancipazione nei riguardi delle fanciulle a lei affidate, suscitando un prevedibile scandalo, personalità come la Fanny Salazar o la Marchesa Colombi si premurano, certo per motivi diplomatici, di precisare (la prima in una pubblica conferenza, dopo essere stata attaccata perché, lei donna, osava parlare in pubblico, la seconda sulle pagine de La Margherita giornale calabrese diretto alle donne) la non accettazione di quel termine (e di quel con­cetto) così negativamente famoso12. Oppure può accadere, ancora nell’ ’86, che a Torino, a una donna laureatasi in legge, venga impedito di esercitare in tribunale, perché “poco decoroso”13.
Così, anche per le narratrici il discorso è molto complesso.
Questo lavoro restituisce alla luce, o sottolinea, nomi e prese dimenticate. E mi è accaduto, devo dire, come è accaduto anni fa a scienziati studiosi dell’atomo che prima si stupivano di quanto esso fosse piccolo e poi di quanto fosse grande. Sono infatti tante le scrittrici, alcune di tale statura che è davvero incredibile (ma non inspiegabile) come si sia riusciti a spingerle nel silenzio. Certo, ci sono state ristampe di Neera, della Marchesa Colombi, di C. Invernizio, ma, lo sappiamo, queste sono eccezioni che confermano la regola.
Le prime effettive narratrici compaiono intorno agli anni ’50 e tra 1880 e il 1900 la narrativa si conquista una buona percentuale sulla produzione letteraria femminile, che continua a vedere comunque, al primo posto, i libri di poesia. (Ma poi ci sono anche traduzioni, scritti impegnati politicamente, scritti sulla educazione, sulla carità, etc…).
Scrittrici di un certo rilievo, molto lodate dai contemporanei e che però non trovano posto nella nostra scelta, sono: Giovanna De Nobili u, Luisa Amalia Paladini15, Laura Tardy (Sara)l6, Fanny Specked Testa (Mercedes)17, Virginia Fornari18, Rosalia Lucchesi Palli (19 e altre…
Fisionomie molto diverse l’una dall’altra, queste scrittrici (assieme a quelle che abbiamo scelto e ovviamente anche ad altre) introducono nella narrativa italiana una grossa novità, e cioè che la voce narrante è quella di una donna. Semplicemente. Portano esse la loro scrittura come portano il volto, il corpo, che è corpo e volto di donna. Oggi forse si tende a problematizzare, per intenderlo meglio, lo scrivere donna . Mi sembra che un secolo fa ci fosse minore autonomia ma maggiore identità nel senso di interezza. Ed è inutile che qui stia a precisare che non c’è alcuna rispondenza tra identità e liberazione, o tra autonomia e coscienza di sé. Oggi si può essere donna in tanti modi e ciò significa indubbiamente, come è chiaro, che è la stessa padronanza del problema, la stessa autonomia che rende possibile l’articolazione, i distinguo. Che vanno fatti anche per il secolo scorso, ovviamente, ma che a quei tempi vanno riferiti ad altro.
Ciò che rende interessante Il seduttore del villaggio (1846), “novella morale”, della De Nobili, è la ricerca stilistica che traspare. La soffe­renza, l’impaccio di tale ricerca a tratti ha esiti affascinanti per il gioco del cambio dei tempi verbali, per l’alternanza racconto (resoconto) — rappresentazione. La De Nobili scrive cose interessanti sulle donne, contro la mentalità che crea il rapporto uomo cacciatore — donna preda. E sebbene la soluzione, la difesa di una fanciulla, sia ancora in seno alla famiglia e alla religione, questo assunto scontato nulla toglie all’autenti­cità della descrizione della realtà corrente e alla pietà che l’accompagna.
Con La famiglia del soldato (1859), di Luisa Amalia Paladini, ci troviamo di fronte un prodotto spesso urtante per l’acriticità con cui l’autrice racconta la storia edificante della famiglia di un ufficiale di Casa Savoia. La prima parte del romanzo, informa la stessa autrice, è stata pubblicata a puntate su un giornale dieci anni prima, e infatti ha il taglio del romanzo d’appendice, lo stile è discontinuo, l’esaltazione risorgi­mentale decisamente retorica. La seconda parte invece è stata scritta tutta insieme, in vista della pubblicazione integrale, da una Paladini più matura nelle convinzioni e nelle capacità narrative. Ed è in effetti più accettabile. Complessivamente sembra la brutta copia di Piccole donne (1868), senza la figura di Jò a bilanciare il ruolo tradizionale della madre e delle sorelle.
Ancora ambientato a Torino, ancora sul tema della guerra e della pietà femminile è Una madre (1857) di Laura Tardy. Qui però troviamo, accanto al concetto dei “sacrifici sublimi”, anche l’inizio del discorso sul matrimonio di costrizione, sui tradimenti degli uomini, sulle pas­sioni che prendono anche le « donne oneste ». In qualche modo ci sono anche anticipazioni del genere romanzo psicologico.
Compiutamente romanzo storico è invece Un vero amore o I Beati Paoli (1876) di Rosalia Lucchesi Palli. Ambientato nella Sicilia del 1700, il romanzo, attraverso lunghe digressioni di tipo descrittivo (del momento storico, dei monumenti, dei balli e dei vestiti, delle corridoi dei palazzi…) narra una storia d’amore ma soprattutto narra una intricata vicenda di passioni politiche. La Lucchesi Palli usa il tempo storico per pronunciarsi sulla contemporaneità: la finzione narrativa è ancora più scoperta che in Manzoni che le è certo maestro. Al centro della vicenda è la cospirazione portata avanti dai Beati Paoli, associazione segreta di ambigua connotazione, tra il carbonaro, il massonico, e il mafioso.
Con la raccolta di racconti Oasi nel deserto (1894), di Fanny T Specked (Mercedes), siamo in altra situazione. La scrittura è ormai sicura, le donne sono presentate coscienti di se stesse, dei loro desideri anche delle loro dipendenze. L’amore è una scelta anche se è ami infelice, ed è amore totale: si parla finalmente della sensualità e desiderio fisico da parte di una donna. Anche la scrittura diviene corposa e possiede un che di sensuale.
Anche Che io ti vegga (1898), di Virginia Fornari, è un romanzo interessante: soprattutto per quel che riguarda la struttura narrativa, infatti l’autrice sperimenta un doppio registro di memoria, cosi da presentare una verità a due facce. La finzione narrativa è data dal ritrovamento di due diari (appartenenti ai due protagonisti), uno ispirato alla scuola materialista e scientifica, con frequenti citazioni di Darwin, l’altro invece assertore dello spiritualismo. Nel romanzo si avverte, a più livelli, l’influenza del Fogazzaro e la conclusione della storia è decisamente deludente per il forte conservatorismo che la pervade. Così, l’intuizione riguardo la duplicità della realtà si perde e si rivela semplice espediente narrativo.
Accanto a queste scrittrici molte altre scrivono racconti o romanzi di scarso interesse letterario, ma anche questi scritti, come ad es. Ricordi e rimpianti (confidenze muliebri) di Enrica Barzilai Gentilli del 1897, mostrano la realtà dell’educazione femminile e la mentalità alla quale esse cercano di conformarsi.
Discorso a parte meriterebbero autrici di racconti per l’infanzia e per la gioventù: basti citare Anna Vertua Gentile21, Ida Baccini22, e Emma Perodi23. Di quest’ultima è da sottolineare la bellissima raccolta di fiabe fantastiche, Le novelle della nonna, pubblicata in volumetti nel 1892 dal Perino24.
Infine mi piace segnalare qui la scrittrice napoletana Fanny Salazar Zampini25, esclusa dalla presente antologia perché prevalentemente non fu narratrice ma svolse un’attività densissima fondando giornali, partecipando a Convegni anche fuori d’Italia, compiendo giri di Confe­renze, scrivendo libri di vario tipo. Su di lei spero di tornare in altra sede, come in altra sede si dovrà tornare su autrici che ho dovuto qui sacrificare perché conosciute e comunque operanti prevalentemente anche nel 900, come la Serao, la Invernizio o tante altre ancora poco conosciute.
Le undici scrittrici che abbiamo scelto, escluso la Percoto, operano nate soprattutto nel ventennio ’80-‘900, provengono da varie parti d’Italia, sono di differente estrazione sociale, ma non tanto dissimile. Ciò che le accomuna è che sono donne corag­giose: scrivono cioè (e pubblicano) anche perché viaggiano, stringono relazioni con ambienti culturali, insomma hanno una conoscenza del mondo più allargata di quella delle loro sorelle 26.
Ma c’è altro che le accomuna: al centro del loro scrivere che è (in un modo o in un altro come già notavamo prima) scrivere dal punto di vista di donna, c’è, contrariamente a quanto ci si può aspettare (visto che trattano e svelano la condizione delle donne che, si sa non è rosea), quasi sempre presente l’ironia, sottile, garbata, sorriderai o amara. Non tutte hanno la chiarezza di un’Aleramo o la coscienza del cosa effettivamente ci sia in gioco, così, forse anche per questo, trepidamente e sorridentemente, scherzandoci su, si pronunciano per esempio sull’amore e (mentre si cerca di confinarle, ancora oggi, nel “rosa”, nel “sentimentale”) di fatto affrontano e quasi sempre denunciano una serie di nodi esistenziali che sono alla base del vivere e della storia del civiltà di un paese. L’amore, il matrimonio, la condizione della donna e anche dell’uomo (lo vedremo nei Profili dedicati a ciascuna di loro) vengono affrontati, nei loro scritti, anche quando sono ingenui, con una sincerità e con una capacità inquisitiva e rappresentativa, rare. La resa certo è diversa tra l’una e l’altra e se sono decisamente delle novità nella nostra letteratura personaggi come Teresa o come certe figurine create dalla Gianelli, dalla Marchesa Colombi o dalla Contessa Lara, rimangono comunque esemplari di questo discorso anche alcune pagine delle altre autrici. E inoltre, poiché la loro scrittura, lo vedremo, è motivata da una schietta volontà di pronunciarsi sulla realtà circostante, essa ci presenta anche lo scorrere del tempo, degli usi sociali, delle mode letterarie, delle ideologie.
In questi scritti i personaggi femminili sono quasi sempre donne attive, propositive (tranne quando si tratti, come nel caso di Donnina della Pierantoni, di sottolineare lo stato di passività creato dagli usi sociali) perché tutto sommato donne attive e propositive furono le loro creatrici. Eppure, si badi, non ci troviamo mai, in queste autrici, fronte ad una totale identificazione tra autrice e personaggio: c’è l’esperienza propria e il proprio esempio, ma l’attenzione è presa dalle cose che accadono attorno.
Nella Percoto, questa centralità del femminile si spiega anche perché la scrittrice friulana racconta una realtà contadina dove la donna, pur oppressa materialmente e da convenzioni, di fatto possiede una capacità produttiva e organizzativa di lavoro che nessuno ha mai pensato di negarle. Eppure la Percoto ironizza garbatamente non solo sulla “zia Gran dama della Croce Stellata”, sulle maldicenze dei salotti aristocratici, ma anche, seppure con amorevolezza, sugli usi e costumi reazionari dei contadini nei confronti delle loro donne. E la descrizione esteriore della contessa Ardemia, nel Licof, ricorda il look George Sand (sigaro, capelli lunghi sciolti sulle spalle, pantaloni: simboli della “emancipazione” femminile) rispetto alla quale il Tommaseo, nella Prefazione ai Racconti della Percoto, tra le lodi alla scrittrice italiana, aveva badato a fissare precise distanze.
Anche dalla Piatti e dalla Saredo i personaggi femminili sono i con attenzione particolare e anche nelle loro pagine riscontriamo continuamente questa capacità amabilmente ironica di guardare cose di questo mondo. Ma se si pensasse che questo, come altri elementi, è un’eredità manzoniana, va fatto notare che queste scrittrici giocano su se stesse, riflettono su abitudini e modi di pensare che le coinvolgono, certamente più di quanto l’irruente giovanotto Renzo o la contadinella spaurita Lucia coinvolgessero lo scrittore milanese. Ora attenzione: per la Piatti e per la Saredo qualità essenziale della donna è la sensibilità, intesa come squisitezza d’animo, capacità intuitiva, ecc…, con la Natoli ci troviamo di fronte a personaggi femminili dei quali ancora la sensibilità è la caratteristica dominante, ma è ora intesa come malattia di nervi. Sono passati pochi anni, quasi la contemporaneità, eppure le nevrotiche donne dannunziane hanno fatto scuola. Termine usato a profusione è temperamento, tra poco sarà lo spleen a indicare fiacchezza, senso di vuoto, apatia. Saranno donne come la Salazar ad attaccare con veemenza le “donnine isteriche”, malate di spleen, di temperamento nervoso, etc… ma già le nostre autrici hanno identificato l’immagine che si vuole applicare alla donna moderna. Insomma in questi anni si acuisce il divario tra ciò le donne vorrebbero essere (cioè tra come alcune di loro vorrebbero che fossero le donne) e l’immagine che la pubblicistica e la mentalità comune (ma anche le intellettualità famose) vorrebbero applicare alle donne.
Con la Natoli cogliamo anche il momento culminante dell’identi­ficazione amore-gelosia (che comunque ritroveremo spesso), e soprattutto del trionfo della passione, non però alla maniera della Sand, ma piuttosto come accettazione di sudditanza da parte della donna nei riguardi dell’uomo.
A questo proposito si tenga presente che il dibattito sulla passione amorosa e sulla libertà sessuale era stato molto vivo nel 700 e lo era nell’800. In filosofia si vengono stabilizzando tre idee base, fondamenti di tre posizioni: quella conservatrice, quella liberal-progressista, quella socialista. Tralasciando la tematica sulla natura femminile, portata avanti dalla prima fazione, e cioè l’asserzione della naturale debolezza, dolcezza, mitezza, sprovvedutezza etc… della donna, dotata di irresistibile e immutevole vocazione alla sottomissione, vorrei qui notare che lo stesso Mill, che pure demistifica il concetto della «natura» come dato immobile e astorico, reputa ecce­zionali quelle donne che in linea di parità sceglierebbero la “produzione” e non la “conservazione”, la libertà e non la famiglia. E persino il Fourier, grande assertore della autonomia femminile, esalta la libertà sessuale delle donne, ma finisce col creare tre improbabili categorie di donne emancipate: le Spose, le Damigelle, le Galanti… E si ricordi quanti personaggi femminili nella letteratura (maschile) rivestono le sembianze di donne sole e affascinanti, che per amore si giocano famiglia e posizione sociale e poi… si uccidono 27.
Così si va affermando l’idea dell’amore come sofferenza e estasi, con personaggi fissi, preludio dell’area decadente italiana: l’uomo ci­nico, smagato e deluso, la donna vampira, mangiatrice d’uomini, an­ch’essa delusa e fredda o in alternativa la fanciulla inesperta, (sogno proibito dell’uomo di cui sopra o tramite ad elevazioni spirituali) che però a volte è malata di nervi. Il copione dunque è fisso e non c’è | meraviglia se qualcosa penetri anche nelle opere di alcune scrittrici. Ma sono proprio altre scrittrici che portando avanti, forse senza la piena coscienza di tutte le implicazioni che ciò comporta, non solo personaggi femminili più aderenti al vero, ma anche dei punti di vista comples­sivi, inevitabilmente si muoveranno tre recupero e rottura.
Così con la Savy Lopez si rompe la concezione dell’amore eterno, con la Gioli l’amore non è passione ma lenta maturazione (eppure anche lei ha letto la Sand), con la Gianelli ci troviamo alla presenza di una coscienza complessiva che rompe con i luoghi comuni, perfino con quello tanto caro della malvagità delle matrigne. E a questo proposito si badi bene che in molte di queste scrittrici appare un’operazione molto interessante che è quella della citazione capovolta delle favole.
Se la Gioli capovolge il mito dei bambini buoni e delle matrigne cattive, la Pierantoni narra in fondo una
Cenerentola dove mancano però fate e Principi azzurri.
Con la Pierantoni e con le scrittrici che seguono, comunque, entriamo in una dimensione nuova e netta. Non è un caso che la conclusione di Donnina è la nascita del figlio maschio attorno al quale si riuniscono estasiati i personaggi del racconto mentre Memma muore: è questo il tocco finale a sancire la rappresentazione di una società (fatta di uomini e donne) rosa nel profondo dalle difficoltà materiali, dall’educazione sbagliata, dalla mentalità contorta.
Nella Marchesa Colombi e nella Contessa Lara, in misura molto diversa, l’ironia, la dissacrazione, non risparmia nulla: dal dogmatismo della Chiesa e della dottrina Cristiana, alle credenze-superstizioni, alla confessione, alle ipocrite convenzioni sociali che (sottolinea la Contessa Lara) arrivano a capovolgere il rapporto matrimonio-libero amore, assegnando al secondo il pieno diritto di manifestazione e al primo un malinconico breviario di riti ripetitivi. E infine Neera, scrittrice forse non ancora capita fino in fondo, con il suo potente bisogno d’amore (come in altro modo anche la Contessa Lara) e dell’uomo e nel contempo con la definitiva, mi pare, sottrazione alle sue leggi, che va ben al di là dei suoi gesti.
Oltre l’ironia, il rovesciamento di luoghi comuni, la demistifica­zione di istituzioni, altro elemento notevole in queste scrittrici (e per alcune di loro lo abbiamo segnalato nei brevi profili che precedono i testi) è quello dell’attenzione alla realtà economica, al suo mutarsi.
Ma ora vanno fatte altre considerazioni: se lungo lo svolgersi dell’800 il numero delle scrittrici aumenta avviene anche che ad esse, in certo modo, viene chiesto di giustificare la loro scrittura, e cioè in ogni caso di assegnare ad essa una ragione educativa. E ovvio che ciò dipende in parte dal clima culturale generale, ma per le donne gioca­rono in più precisi elementi.
All’inizio del secolo per Carolina Cosenza vale ancora il concetto dell’”educar dilettando”28, di illuministica memoria, perno della pro­duzione soprattutto teatrale degli intellettuali giacobini (e non) che è quindi segno di adesione, da parte della scrittrice, alla cultura contem­poranea. Ma dopo l’Unità la maggior parte della produzione letteraria femminile ha intenti pedagogici non solo perché la nuova classe diri­gente ha improntato di sé tutta la cultura del tempo e questa prevede appunto un ammaestramento generale alla nuova ideologia ma per­ché alle donne specificamente (che nel frattempo erano con veemenza uscite dal privato) viene assegnato un luogo letterario e una precisa missione che è quella dell’educazione, secondo la solita pratica di inca­nalare le forze eversive29. E la donna, sentendoselo ripetere, finisce per crederci (anche perché è intimamente convinta della sua superiorità, in certi campi intendo), e ci crede tanto da impegnare seriamente le sue forze per “cambiare il mondo”.
Insomma le donne credono che punto essenziale e decisivo per l’andamento di tutta la società nel periodo unitario e postrisorgimentale sia quello dell’educazione e credono a quanto viene ripetuto da scrittori e ministri riguardo il ruolo fonda­mentale che viene assegnato alla donna come educatrice. Così non c’è scritto di donna, in questa fase, che non abbia volontà di educazione, da quelli dichiaratamente pedagogici ai romanzi, ai racconti che hanno sempre ben presente una morale da dimostrare.
Questa voca­zione della donna all’educazione appare dunque indotta, in parte attra­verso il discorso ideologico riferito al ruolo al quale, specie nell’800, sono destinate le donne già nella famiglia, in parte da fattori direi materiali: ad es. la scuola postunitaria, soprattutto quella elementare, si fonda prevalentemente sul lavoro delle maestre e sul loro sfrutta­mento 30.
Eppure, si badi, sarebbe un errore non valutare l’effettiva disposi­zione femminile a pronunciarsi sulla realtà circostante e la volontà, sempre presente in coloro che in vari modi sono oppressi, a cambiare le cose. Voglio dire insomma che su una reale questione di senti­menti, avvertiti dalle donne, si sovrapposero, in maggiore o minore misura a seconda dei casi, una direzione e un uso di tali sentimenti. Sta di fatto, scrivevo prima, che la nozione educativa (non solo dunque il tema dell’educazione) è praticamente sempre presente in questi scritti.
Altro tema diffuso (che è comunque legato al precedente): quello della carità. Oggi è facile, ovvio e giusto, analizzare e criticare le ragioni intimamente impietose e utilitaristiche che spinsero tanti nell’800 ad esaltare la carità, eppure, leggendo le opere di queste autrici (e anche di altre), viene fatto di pensare che le loro parole erano autentiche, che la loro ricerca di un mezzo di trasformazione del mondo era genuino, e che comunque anche da queste posizioni (che non vanno ovviamente confuse con quelle delle odierne « dame di carità »), venne operata una trasformazione delle coscienze. Certamente l’uso della carità è lo strumento per liberarsi dai sensi di colpa, per calmierare le tensioni sociali, per mantenere l’ordine esistente assegnando compiti di mediazione a ruoli e classi inamovibili. Eppure, in tante di queste scrittrici e in tante donne che praticarono la carità (in tempi in cui non era così chiaro a tutti ciò che abbiamo ora scritto), a destare il sentimento della carità (e non la pratica come abitudine sociale di classe) è una reale emozione che individualmente prende e spinge le più pensose e scontente della propria vita a darsi da fare. A riprova di ciò, nelle pagine riportate, si badi ai personaggi femminili: essi non esercitano mai la carità come dovere sociale, ma come scelta dettata dal sentimento. Voglio dire che a livello individuale, quando la pietà è autentica, al di là del giudizio politico complessivo che si deve dare di questo comportamento, bisogna anche valutare che la spinta alla carità può essere inteso come primo barlume di coscienza dell’infelicità del mondo e quindi come creatore di coscienza di fatti sociali di grossa portata.
La donna borghese (o aristo­cratica) che finalmente esce di casa e si guarda intorno e ha orrore della vita oziosa e stupida alla quale vogliono abituarla, avverte una reale emozione e cerca strumenti di trasformazione, quelli più immediati e comprensibili per lei.
Altri temi che ritornano con maggiore frequenza sono quello del processo economico e sociale in atto in quegli anni, colto e dichiarato dai personaggi in modo chiaro, quello della guerra, e quello centrale e sempre presente: vale a dire, il tema dell’amore, trattato secondo diversi tagli e prospettive, spesso illuminanti di reali trasformazioni in seno alla civiltà e alla cultura nel giro di pochi anni.
Così, sull’amore ci sono raffigurazioni romantiche ma troviamo anche un evento di grandissimo interesse: il concetto dell’eternità dell’a­more, pilastro della concezione romantica, concezione consolatoria e rassicurante dell’esistenza (facendosi essa eternità dell’amore tramite del concetto di eternità dell’anima), qui viene messo in discussione da più di una scrittrice, nella sua produzione e nella vita.
Dunque, potremmo dire “scrittura impegnata”, in ogni caso: è il tono e il modo che cambia, fino a perdersi come programma e a sciogliersi nella rappresentazione della realtà, della condizione della donna, dell’amore, della guerra etc… fino al gioco e all’ironia e alla dissacrazione. Insomma un motivo per la donna che scrive romanzi c’è sempre.
Eppure, assieme a ciò, la donna impara a scrivere per se stessa.
Queste undici donne, infatti, sono delle scrittrici: sono tutte interessanti, oltre che per una storia della memoria femminile, per cogliere meglio la realtà della cultura e della società italiana di quegli anni, e alcune meritano un posto nella storia letteraria, anche grazie alla finezza, all’intelligenza, alla tecnica del loro linguaggio. Certe pagine o certe frasi, certe finezze interpretative, certe parole connotative di gesti, di stati d’animo, di ambiente, sono di un livello raramente raggiunto. Queste narratrici sono in fondo meno legate degli scrittori alle etichette delle varie correnti. Così c’è sempre un po’ di tutto: Manzoni, Verga, l’ambiente e lo scavo psicologico, la rappresentazione e il racconto… e ci sono le influenze dei narratori stranieri. Questo potrebbe significare che queste scrittrici sono meno impegnate su posizioni di avanguardia, ma anche che sono meno interessate a stabilire gerarchie e a schierarsi per principio.
In effetti, è difficile trovare in queste opere una reale sperimentazione o rottura a livello del linguaggio o delle tecniche narrative. Ma a dir il vero (mi si conceda la notazione difensiva), non è facile neanche trovarne tra scrittori, fatti salvi quelli arcinoti. Eppure c’è la sperimentazione, se così si può chiamare: è il tentativo continuo che fa la scrittrice di coniugare sentimento e tecnica, di tenere presente se stessa e di usare (o di inventare) un linguaggio, il cui tragitto formale essa si è conquistato faticosamente. La scrittura asciutta della Marchesa Colombi o della Gianelli o di Neera in Teresa, l’ironia e la grazia delle prime due e di altre, sono una novità nella letteratura di questi anni. Cosi risulta pertinente affermare che “rintracciare e recuperare opere e autrici che sono state emarginate… significa contribuire da una parte alai ricostruzione della storia della produzione letteraria femminile in Italia e dall’altra ad una più ampia lettura della Storia letteraria in Italia”31.
Così, se prima notavamo il posto centrale dell’intento educativo, va anche detto che in molte di loro avviene il superamento grazie alla qualità della scrittura. Non solo in Neera si può annotare32 una divaricazione tra ciò che la scrittrice vorrebbe dimostrare e ciò che di fatto mostra. Molte altre, teoricamente o nei finalimi moralistici vestono l’abito della tradizione, ma l’arte, la rappresentazione, tradisce le loro intenzioni e ne fa delle autentiche scrittrici.

1 Fllen Moers, Grandi scrittrici, grandi narratrici Milano 1979, pag. 9.
2 id pag. 9-10
3 Cfr. anche Elisabetta Rasy, Le dorme e la letteratura, Roma 1984; o Nadia Fusini, fto«J Milano, 1987 (lavoro per altri versi molto affascinante).
4 Rimando alla Bibliografia, ma qui segnalo particolarmente: Ginevra Conti Odous Donna e società nel Seicento, Roma 1979; Giuliana Morandini, La voce che è in lei, Milano 1″ Anna Nozzou, Tabù e coscienza. La condizione femminile italiana del Novecento. Firenze 1971. si veda anche la bella Prefazione di Dacia Maraini al suo La bionda, la bruna e l’asino, 1987.
5 Va insomma tenuto presente che non sempre gli interessi di mercato coincisero con gli interessi delle scrittrici, le opinioni degli editori o della censura non sempre collimarono con quelle delle donne. Si potrà obiettare che anche per gli scrittori funzionava e funziona la censura: siamo d’accordo. Ma la proporzione è certo sproporzionata.
6 Anna Santoro-Francesca Veglione, Catalogo della scrittura femminile italiana a stampa presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Parte prima (dalle origini al 1860). Napoli, 1984. La seconda parte (1861-1900) è in fase di ultima revisione e sarà stampata nel corso del presente anno.
7 Anna Santoro, Per un’analisi dello stato socio-economico delle scrittrici italiane (dalle origini al 1860): appunti su produzione femminile, stampa e mercato, in Prospettive Settanta, 1984, n. 1, 22-34; id., Caterina Franceschi Ferrucci e Le Lezioni di Letteratura Italiana, in Esperienze Leu 1984, n. 3, pp. 41-92; id., Letteratura femminile e mentalità nella Calabria dell’800, in Atti Convegno Ottocento Calabrese, Cosenza, 1987. È invece precedente: id., « Gli amori di letterata » della Sig. D, in Esperienze Letterarie, 1980, n.2,pp. 39-51.
8 Cfr. l’ancor utile G. Mazzoni, L’Ottocento, Milano, 1934.
9 Ma si ricordi che all’atto di giudizi più significativi, vengono fuori posizioni come quelle de Sanctis riguardo la Mancini Oliva e la Guacci.
10Cfr. Maria Antonietta Riccelli, Discorso letto nel dì 12 luglio 1888…, Gerace 1888.
11Cfr. La Margherita, giornale per le donne, Cosenza 1877-79, 1885-86. Su La Margherita,
cfr.: Anna Santoro, Letteratura femminile e mentalità… op. cit.
12Per esempio, nel 1878, si inasprisce la polemica riguardo la richiesta del voto alle donne, l’emancipazione e le rivendicazioni sostenute al Congresso di Parigi da donne provenienti da tutto il mondo. Particolarmente indicativo, a questo proposito, è, su La Margherita, l’articolo di O. Musso nel n. 35, del 4-11-78, che, prendendo spunto dal Convegno, attacca il concetto di emancipazione perché essa è “la via per distruggere la famiglia”. Leggiamo tra varie amenità: ”.. (le donne emancipate sono) sdraiate su eleganti ottomane con un cigarito in bocca ed un romanzo tra le mani… ». Poi il discorso si fa subdolo e di pessimo gusto quando, riportando la notizia del suicidio di una signora di Bergamo, ”strenua sostenitrice dell’emancipazione della donna», si sostiene che questo è segno della “infelicità” delle emancipate.
13Incredibile e inqualificabile è il tipo di intervento che fa, su La Margherita, Carlo Guici
nel n. 9 del 20-30-86. Commentando il fatto, il Guici scrive: “anziché accontentarsi di trattar le cause civili nello studio di qualche avvocato… volle ottener il diritto di andarle a patrocinare davanti ai Tribunali…”(!!!). Naturalmente, prosegue il Guici, i « Consiglieri dell’Ordine respingono la domanda perché una donna in toga « toglieva quella serietà nel giudizio…” che solo un uomo assicura: lei ricorre in Cassazione, perde la causa e deve pagare anche le spese di giudizio. Ma il Guici non è pago di aver liquidato a quel modo una questione di tale importanza, così continua: “Da qualche tempo spira una certa aura di indipendenza che tende a sconvolgere l’ordine delle cose”, e racconta, sotto forma di dialoghetto teatrale ciò che, a suo avviso, succederà di lì a pochi anni. Mette in scena una donna avvocato scarmigliata e arruffona, immersa tra le carte, in preda al panico perché non è riuscita mai a vincere una causa, per di più
incinta e col marito sempre presso la villa della antica fidanzata. Va in Tribunale, le
vengono le doglie (l’ideologismo reazionario non risparmia cattivo gusto), perde la causa e, colpita dal ridicolo, non potendo insegnare perché non ha fatto studi adatti, “consacra la penna a tenere i conti di un negoziante di gramaglie all’ingrosso”!!!
‘* Giovanna De Nobili (Catanzaro 1776-id. 1847) partecipò a varie Accademie (Arca Roma, Florimontana di Monteleone, Affaticati di Tropea…). Pubblica Poesie nel 1837 e con nella Collezione di poetesse italiane… del Camerini del 1855. A Napoli, nel 1846, stampai seduttore del villaggio, novelle.
15Luisa Amalia Paladini (Milano o Lucca 1810-Firenze 1872) poetessa nota già a 20
direttrice di scuole e fondatrice di un giornale patriottico per le giovanette. Per motivi politici fu sospesa dall’insegnamento che riprese nel 1860. Nel 1863 fonda il periodico didattico L’educatrice italiana. Ha scritto moltissimo: poesie, scritti per il teatro, libri di educazione, traduzioni, romanzi. Nel 1857 entra in polemica col Guerrazzi sulla donna italiana. Amica di Capponi,di Tommaseo, di Lambruschini, fu lodata dal Cattaneo per La famiglia del soldato. (Firenze 1859).
16Laura Tardy (Sara) visse nell’Ottocento e scrisse molti romanzi, tra i quali: Una madre,
Torino 1857, I peccati degli avi, Milano 1859, La spettatrice, Milano 1862, Un marito pur che sia, Milano 1863, Le due fidanzate, Torino 1864…
17Fanny Specked Testa, nata a Milano nel 1857, pubblicò un gran numero di racconti e
romanzi, tra i quali: Noemi, Milano 1891, Il quaderno di Luciano, Milano 1894, Oasi nel deserto, Milano 1894, Gilberto, Napoli 1895, Ricordi di una bambola, Torino 1897, Cuor di monello, Milano 1903, Prima di morire, Milano 1904…
18Virginia Fornari, nacque a Trani e studiò a Napoli. Scrisse molto di pedagogia ci
critica letteraria, pubblicando su varie riviste o in volume. Partecipò all’Esposizione Beatrice di Firenze, dove ottenne la medaglia d’oro con Le sante italiane. Pubblicò anche racconti e romanzi tra i quali: Racconti, Napoli 1891, Berta di Savoia, Napoli 1894, Che io ti vegga, Torino 1898.
” Di Rosalia Lucchesi Palli ricordiamo il romanzo Un vero amore o I Beati paoli, 1876.
20 Enrica Barzilai Gentili (Trieste 1859) scrisse molti libri educativi, specie per baml Scrisse anche di teatro e le sue commedie furono rappresentate da attori famosi.
21Anna Vertua Gentile (Dongo, 1850-Lodi 1925). Autrice di numerosi romanzi, racconti e commedie. Basterà ricordare: Nora (1888), L’odio di Rita (1894), La festa della fanciullezza (1898), Il piccolo sportman (1900), Giocondità (1908), Un anno di vagabondaggio (1909), Coraggio e avanti! (1910)
22Ida Baccini (Firenze 1850-1911) insegnante, scrisse molti testi scolastici, libri di pedagogia e racconti per ragazzi. Diresse La Gioventù, Cordelia, e collaborò a molti giornali, tra i quali:Piccolo italiano, I diritti della scuola. Vedetta, Rivista Europea, Gazzetta d’Italia, Cenerentola (fondato dal Capuana nel 1893) e Giornale per bambini (di F. Martini: ma poi fondò il suo Giornale per bambini, che nel 1906 confluirà ne Il giornalino della Domenica di Vamba).Scrisse anche romanzi per adulti: Vita borghese, Bologna 1884, Storia di Firenze, Firenze 1887, Storia di una donna, Firenze 1888, Scintille nell’ombra. Rocca S. Casciano 1910…).
23Emma Perodi (Firenze 1850-Palermo 1918), collaborò a vari giornali e diresse La Rivista della moda e IL giornale dei bambini di F. Martini. Trasferitasi a Palermo diresse la casa editrice Biondo..
24Fiabe fantastiche è stato riedito a Torino nel 1974.
25Fanny Salazar Zampini (1853-1914), scrittrice napoletana, cominciò a scrivere novelle sul Cerniere del Mattino di Napoli. Diresse poi la rivista Gli interessi femminili, fondò l’Italian Review, tenne Conferenze in Italia c all’estero. Rappresentò l’Italia al Congresso femminista di Parigi del 1897. Ha tradotto autori stranieri (Elisabeth Barrett, Robert Browning), ha scritto libri di economia domestica, libri per i ragazzi, libri sulla condizione delle donne, romanzi e racconti.
26Solo in questo senso è vero che sono eccezioni: perché eccezionalmente riuscirono a vivere al di fuori delle mura domestiche.
27 Per l’immobilità dei ruoli ancora oggi assegnati ai personaggi, cfr. M. Sovente, La donna nella letteratura oggi, Fossano 1979, e A. Nozzoli, Tabù e coscienza… Firenze 1978.
28 Carolina Cosenza, scrittrice napoletana, scrisse di critica letteraria, di filosofia e di teatro.
E’ lei l’anonima Sig. D., autrice de Gli amori di una letterata, così cfr. a. Santoro, Gli amori…,
op. cit.
29 La scrittura e la presenza delle donne nel pubblico è comunque un dato eversivo rispetto
al ruolo (produttivo) privato a lei assegnato dalla società borghese, nell’800.
30 Alla condizione delle maestre bisognerebbe dedicare un lavoro approfondito: ipocritamente idealizzate, queste donne vengono sfruttate economicamente, messe spesso in condizioni assai difficili senza la necessaria preparazione, guardate con sospetto se straniere e sole. Negli anni ’80 la maestra era pagata L. 560 all’anno (una cameriera L. 100 al mese). Restano indimenticabili, a questo proposito, le pagine di Ada Negri.
30 A. Santoro, Gli amori…, op. cit., pag. 39.
30 Cfr. L. Baldacci, Nota introduttiva a Teresa di Neera, Torino 1976.