Prefazione Catalogo 1990

Il Catalogo alfabetico che qui presentiamo, assieme all’ Indice dei soggetti, all’Indice cronologico, e ad alcuni Tabulati, registra la produzione femminile a stampa (in lingua italiana, tranne alcune necessarie eccezioni in latino e in francese), dalle origini al 1900, presente oggi nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
Ci è sembrato utile stampare questo Catalogo (in dotazione ora dell’Istituto di Filologia Moderna della Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli) frutto di una ricerca (compiuta da Francesca Veglione e dalla sottoscritta anche grazie ad un contributo del CNR ottenuto su richiesta del Prof. Giancarlo Mazzacurati), che, attraverso gli anni, è andata approfondendo e chiarendo il suo percorso.
Sono passati dieci anni da quando iniziammo questo lavoro e sei dalla stampa di un primo Catalogo (che andava dalle origini al 1860) rivisto e integrato nella presente edizione. La motivazione che allora mi spinse ad ideare questo lavoro, e che era fortemente legata alla metodologia del lavoro stesso(1), fu essenzialmente il preciso intuito che anche in Italia ci fosse un gran numero di opere scritte da donne, che non erano conosciute perché non citate e che in questo modo la maggior parte di esse era scomparsa senza, apparentemente, lasciar traccia. Prova ne era, di questa cancellazione, il fatto che non solo la critica “ufficiale”, quella delle “storie letterarie” e anche delle riscoperte e indagini su tanta letteratura fino ad allora reputata “minore”, non vi faceva mai menzione, ma perfino gli studi di critica femminista o comunque attenti alle vicende della cultura femminile, rivolgevano la loro attenzione, quando affrontavano il tema della scrittura femminile, alle scrittrici inglesi, americane, francesi e acconsentivano che, per quello che riguardava la produzione femminile italiana, di scrittrici ve ne fossero realmente poche. Insomma veniva accettato questo “buco” e magari si auspicavano studi sulle ragioni di tale assenza, data dunque per scontata.
A me invece capitava spesso, nello svolgimento di altre ricerche, di trovare scritti di donne, romanzi, trattati, composizioni poetiche, ma mi rendevo conto di come fosse fuorviante affidarsi alla casualità dei ritrovamenti. Ciò che mi convinceva era invece una esplorazione a tappeto, partendo da un luogo preciso, la Biblioteca Nazionale di Napoli, e allargando l’esplorazione nelle Biblioteche delle grandi città e insieme nelle piccole Biblioteche, nei fondi manoscritti, eccetera. Solo in questo modo, a mio parere, potevano essere sottratte al silenzio quelle opere che, ne ero sicura, esistevano anche nella letteratura italiana. Il primo problema insomma che avvertivo, per chi si ponesse a studiare la scrittura femminile italiana, era la difficoltà del reperimento dei testi, la lettura dei testi.
Le Biblioteche mi apparivano dunque il punto di partenza privilegiato, il luogo di presenza della produzione letteraria. Ovviamente cosciente della parzialità dei ritrovamenti, ritenevo che questa operazione non fosse altro che l’impostazione (appunto: la metodologia) per affrontare un problema ben più vasto. E mi riferisco al problema dell’esistenza o meno di una “scrittura femminile” e dunque anche di una “cultura femminile”, e del reciproco influenzamento con quella definita tradizionale.
Compilare un Catalogo della scrittura femminile, certamente significa alludere ad una “cultura femminile”, ma non identificarla unicamente con la scrittura stessa e ovviamente non identificare tutta la scrittura delle donne con la “cultura femminile”. Ma certo ciascun linguaggio, che è composto da segni, ha in sé delle tracce, degli indizi che riportano al proprietario/produttore. Dunque semmai ritenere che attraverso l’analisi dei testi, come di ogni altra produzione femminile, si possa arrivare a identificare dei primi elementi. Perché, tra l’altro, va tenuto presente che molta parte della scrittura femminile non è andata a stampa, e che inoltre, pur possedendo la scrittura femminile una “diversità”, su cui tornerò dopo, essa ha sempre dovuto fare i conti con la scrittura maschile che era (ed è) egemone. Ma attenzione: con questo intendo non solo l’inevitabile egemonia quantitativa e dunque anche qualitativa (ma misurata questa qualità su un metro non neutro), ma soprattutto un fatto ben più importante e (de)formativo. E cioè che la scrittura maschile, la cultura maschile, non si è mai autodenunciata come tale (tranne che per sostenere che solo gli uomini sono “abili e abilitati a”) ed ha fatto sì che la si leggesse come interpretazione e rappresentazione o addirittura come specchio della civiltà, della storia, della cultura “generale”. Tale “punto di vista”, ormai da (quasi) tutti accettato invece come “punto di vista del genere maschile”, ha inevitabilmente pesato sulla coscienza di molte donne. Ma non di tutte.
Tra le scrittrici italiane di ogni tempo, spesso catturate in questa dimensione deformante, cioè tese ad una “normalizzazione” alla scrittura maschile o alla acquiescente mimesi di quella comunemente definita “femminile” (e che era -ed è- in realtà la proiezione dell’immaginario e del desiderio maschile) ce ne sono molte, più di quanto comunemente non si creda, che invece vissero e scrissero sforzandosi di chiarire il proprio “punto di vista”. O anche, ce ne sono molte, nel passato come oggi, che, senza forse interrogarsi sul proprio “essere donna” e quindi senza pensare ad un “punto di vista sessuato”, ma nei fatti riuscendo a raggiungere il profondo del loro “essere”, attraverso (certe volte unicamente grazie a) la scrittura della creatività o dell’indagine critica spregiudicata e autentica, hanno fornito e forniscono esempi eccezionali di “scrittura di genere”: nei confronti di tutto, non unicamente nei confronti dei “problemi delle donne”, come si ama a volte concedere con grande malizia.
Così, studiare il “porsi” delle donne, in questo caso delle scrittrici, le quali sono legate e sono interne (ripeto: dal proprio punto di vista) alla società in cui vivono, partecipano delle problematiche del proprio tempo e, quando ne sia il caso, di quelle più ampie e generali, significa acquistare una chiave di lettura della Storia e delle storie finora inedita e invece estremamente importante e certo indispensabile proprio per la corretta conoscenza della storia culturale “generale”. Certo, non significa trovare opere compiutamente appartenenti ad una cultura “altra”; eppure la scrittura delle donne, anche quando sia (poiché è) influenzata dalla cultura circostante, va comunque assunta, a mio avviso, come scrittura di genere, cioè va letta come “il modo in cui le donne vissero e restituirono l’incontro tra la propria cultura e quella dominante”.
Dunque, appunto ai fini della riappropriazione e della rivalutazione di un patrimonio culturale nazionale che, una volta dimenticato è difficile torni alla luce, il Catalogo parte da una situazione, in questo caso la Biblioteca Nazionale di Napoli, e invita a moltiplicare nelle altre città lo stesso tipo di indagine, perché enumerare delle presenze, sottolinearle, è già incidere in letture e analisi che ormai risultano gratuite e decisamente sbagliate. Così la proposta era ed è quella di andare alla compilazione di un “Catalogo Nazionale della scrittura femminile italiana”.
Sappiamo oggi che, grazie a quel primo lavoro, in alcune Università, compresa questa di Napoli, è stato più agevole portare avanti discorsi e ricerche sulla produzione femminile italiana. Sappiamo anche che studiose di tutta Italia hanno usato il nostro lavoro (come era nei nostri auspici) ahimè qualcuna dimenticando di citarlo. (E questo lo segnaliamo, non tanto per motivi di “proprietà” -il Catalogo, oltre ad essere frutto di ricerca e dunque lavoro scientifico di per sé, è soprattutto strumento di lavoro per altre/i- quanto perché in questo modo appare scienza magica e individuale -quella della singola studiosa- la conoscenza di testi poco conosciuti -perché non citati, non segnalati, non ripubblicati, eccetera-. Che invece proviene -non può che provenire- da un lavoro paziente e fervoroso, un tantino maniacale ma sicuramente anche divertente e soprattutto istruttivo perché fa toccare con mano -alla lettera- ciò di cui si parla). Dunque la metodologia proposta ha senso e seguito.
Naturalmente va detto che un discorso è quello di rintracciare il tessuto, le presenze, prendere atto delle attività, dei dati, dell’esistenza e delle motivazioni di una scrittura, un altro è quello del giudizio sull’opera, che ha valenze prevalentemente estetiche, strutturali. Su questo secondo piano molto è ancora da fare, perché, come ho sostenuto più volte, il problema è quello di stabilire il lettore o la lettrice di un’opera. Il discorso è lungo, e lo rimando in altra sede. Ma già nella Guida al Catalogo abbiamo cercato di fornire alcune utili indicazioni.
Certo va intanto detto che alcune scrittrici italiane, a mio avviso, nulla hanno da invidiare alle loro sorelle d’oltralpe, tranne il fatto che queste sono state studiate da sempre, con amore e competenza, e dunque fruiscono di più letture che sono servite a svelare progressivamente la bellezza e l’importanza della loro scrittura. In quanto al primo, questo Catalogo, e i lavori che grazie a lui sono stati possibili, è un modesto contributo. Ed è particolarmente utile per le scuole di ogni ordine e grado, dove si continua a proporre non solo una letteratura frutto del lavoro degli uomini, ma, su questa via, tutta una civiltà che in pratica registra l’assenza, senza stupirsene. E l’ironia è che spesso ormai, nelle scuole, ipocritamente o per lo meno astrattamente si depreca la violenza sulle donne, si insiste a definirle “uguali”, addirittura si danno temi in classe, o agli esami, sulla condizione della donna, sulla loro presenza nella letteratura, etc…
Torniamo al Catalogo. Abbiamo deciso di ristampare anche la parte edita nell’84, perché ciò aiuta a preservare il carattere unitario dell’opera che, tra l’altro, in questo modo, visualizza immediatamente la finalità e i modi della ricerca, le connessioni temporali e tematiche dei testi, insomma segue un filo in sviluppo di facile lettura. In realtà si tratta ora di un’opera del tutto nuova, perché più matura, nel senso che cambiando la prospettiva temporale, molti problemi sono stati affrontati e risolti in modo del tutto nuovo. Trattando dei singoli settori spiegherò meglio ciò che intendo.

 

Il Catalogo alfabetico è ricco di circa 650 nomi di scrittrici e conta 1185 schede (2). I nomi importanti sono davvero molti, e va annotato che, accanto a Tullia D’Aragona, Enrichett’a Caracciolo, Eva Cattermole Mancini (Contessa Lara), Rosalba Carriera, Vittoria Colonna, Eleonora Pimentel Fonseca, Veronica Gambara, Lucrezia Marinella, Anna Maria Mozzoni, Anna Radius Zuccari (Neera), Diodata Saluzzo, Matilde Serao, Caterina da Siena, Gaspara Stampa, Cristina Trivulzio, per citare alcune tra le note, troviamo anche Maria Gaetana Agnesi, Isabella Andreini, Teresa Bandettini, Eleonora Barbapiccola, Laura Battiterra, Orsola Benincasa, Luisa Bergalli, Elisabetta Caminer, Caterina Percoto, scrittrici poco note magari ma comunque ancora presenti nei Dizionari Biografici (ovviamente quelle dei primi secoli), o in alcune Storie Letterarie, o in studi specialistici. C’è poi tutto un altro gruppo, tra le quali Annie Besant, Carolina Coronedi Berti, Isabella Cortese, Carolina Cosenza, Margherita Costa, Teresa Filangieri, Marianna Florenzi Waddington, Aurelia Folliero, Caterina Franceschi Ferrucci, Anna Galiani, Elda Gianelli, Anna Charlotte Leffler, Paola Lombroso, Cecilia De Luna, Alessandra Macinghi Strozzi, Grazia Mancini Pierantoni, Cettina Natoli, Emma Perodi, Modesta Pozzo (Moderata Fonte), Fanny Salazar Zampini, Maria Savi Lopez, e tante altre, che sono autentiche scrittrici e/o donne di effettiva importanza nella storia culturale italiana, che invece sono ai più sconosciute (3).
E’ da notare che molte di queste ultime sono meridionali, e questo è un dato interessante, perché mostra come un’analisi anche parziale, quale è quella condotta in una singola biblioteca, fa venire alla luce personaggi e opere “locali” (ciò avviene – l’abbiamo verificato – anche nelle biblioteche di altre città) e infine perché può essere un’indicazione, da aggiungere ad altre, riguardo la politica culturale, in questo caso di Napoli, da confrontare, ad esempio, con quella di Venezia.
Il problema di fatto è più ampio: ciò che veramente stupisce è trovare non meno di 500 nomi, in così piccola campionatura, assolutamente ignorati dalle Enciclopedie, dalle Raccolte di “donne illustri”, per non parlare poi delle Storie Letterarie (e, peggio, dei manuali) che, dal De Sanctis in poi, tranne alcune eccezioni, hanno adottato un taglio finalizzato a fissare una “storia” della letteratura che non prevede elementi di disturbo.

 

L’Indice a soggetto conta 68 voci, ma va precisato che non sempre di tratta di “soggetti” in senso stretto. A volte abbiamo segnalato il “soggetto” reale (ad es. ANALISI MATEMATICA, PROSTITUZIONE, IGIENE…), a volte un genere letterario (ad es. SCRITTI FILOSOFICI, SCRITTI D’OCCASIONE, CRONACHE…), a volte un autore (ma si badi: LEOPARDI è un soggetto, perché sono catalogati sotto la voce corrispondente gli scritti su Leopardi, ma, ad es. SPENCER non è un soggetto se non indirettamente, nel senso che, evidenziando questa “voce”, abbiamo voluto sottolineare la conoscenza e la divulgazione delle sue opere grazie alla traduttrice e curatrice dei suoi scritti). In realtà non esistono regole ufficiali per la compilazione di qualsiasi Soggettario e noi ci siamo trovate di fronte problemi tali che alla fine consideriamo questa una proposta di Indice a soggetto, da modificare in futuro, andando avanti cronologicamente nella compilazione del Catalogo, e facendo tesoro degli studi che su questi testi si condurranno. Noi, coscienti di affrontare una materia del tutto nuova -e non solo per noi-, ci siamo mosse con molta libertà e creatività ma non con superficialità e cercherò ora, sia pure schematizzando, di spiegare ciò che intendo. Alcuni soggetti, credibili fino al 1860, non funzionano più per il 1900 e credo funzionerebbero ancora meno inoltrandoci nel nostro secolo. Ad esempio, se nella edizione del Catalogo del 1984 (con la prospettiva di unificare i soggetti possibili dalle origini della stampa al 1860), c’è la voce FESTE, a ‘800 inoltrato con la nascita e l’affermazione di discipline quali l’Antropologia, quella voce FESTE diviene una sottosezione della voce principale ANTROPOLOGIA CULTURALE; o anche, nascendo nella seconda metà dell’800 l’Antropologia criminale, abbiamo dovuto usare questa voce per quegli studi che appunto si autodefinivano di quell’ambito. Probabilmente a ‘900 avanzato anche questa dizione dovrà mutare. Dall’Indice a soggetto, infine, è stata esclusa la produzione di tipo “creativo” (narrativa, poesia, teatro).

 

L’Indice cronologico (dove ovviamente non sono segnalati i testi mancanti della data di edizione) vede come primo testo a stampa in possesso della Nazionale le Rime di Vittoria Colonna del 1539. Nel sec. XVI non ci sono sorprese grosse, trattandosi prevalentemente della produzione in versi di poetesse più o meno note. Va segnalato comunque che in questo periodo molte sono le poetesse che operano, ma le conosceremo a stampa nei secoli successivi, grazie prevalentemente alla Raccolta del Bulifon e a quella della Bergalli. A parte va segnalato il delizioso libretto di Isabella Cortese, I secreti…, stampato a Venezia.
Nel sec. XVII posto d’onore occupa la produzione di Lucrezia Marinella e di Isabella Andreini. Interessante anche la presenza delle Regole dì Orsola Benincasa e di alcuni scritti di “esercizi spirituali”, e ancora di un libretto, che in qualche modo fa il paio con quello della Cortese già citato, e cioè Giardino di vaghi fiori… di Teresa Perillo Lancilotti. Oltre la Raccolta del Bulifon, su menzionata, molti sono i testi di poesia. Tra questi, quelli di Laura Terracina, le cui opere vengono stampate a Napoli solo alla fine del ‘600 sempre dal Bulifon, mentre le edizioni del ‘500 sono tutte, tranne una, stampate a Venezia.
Il sec. XVIII è ricco di produzione interessante e ampia. Oltre le opere di poetesse, troviamo il libro di Analisi Matematica della Agnesi, la traduzione di Cartesio, fatta da Eleonora Barbapiccola, e quella di Stefano Hales, da Maria Angela Ardinghelli, poi libri di genealogia, geografia, regole spirituali, biografie come proposte di “exempla”. Troviamo pure un interessante libretto di Teresa Plojant, utilissimo ancora oggi per chi studia il rapporto donna-parto. Ci sono scritti sul teatro, e sulla “maniera della traduzione”. Ci sono gli scritti della Pimentel Fonseca e la Raccolta di composizioni teatrali della Caminer Turra. Un capitolo a parte meriterebbero gli “scritti d’occasione”, che in questo periodo si fanno frequenti: nozze, morti, incoronazioni, compleanni, vestizioni…sono tutti momenti di un sociale che trasporta il privato nel pubblico e fissa la lettura di tali avvenimenti. Molto interessante è il confronto tra la funzione di tali scritti e la realtà, in questo caso, della condizione femminile, e cioè la realtà delle monacazioni, dei matrimoni, etc… Nel 1780 troviamo le Lettere filosofiche di Anna Gentile Galiani, che aprono, per quel che qui possediamo, la produzione più propriamente “filosofica”: essa continuerà, nel sec. XIX, con le opere di Cecilia de Luna Folliero, di Carolina Cosenza, di Marianna Florenzi Waddington, a mio avviso molto interessanti e utili per più discorsi.
Il sec. XIX offre un ventaglio ancora più ampio dei secolo che lo ha preceduto: ci sono opere di storia, di critica letteraria e d’arte, produzioni teatrali e traduzioni. Le donne discutono sull’amore, sul ruolo della donna colta, sulle istituzioni, sul Romanticismo: la Renier scrive una pregevole storia delle feste veneziane, e Maria Raffaella Caracciolo traduce favole di autori francesi. Aumentano e si specificano gli scritti sui sistemi educativi, sui “precetti morali”. Possediamo anche un divertente giornale scritto, pare, da donne, “Un Comitato di donne”. Il libro di medicina ostetrica di Maddalena De Marinis riprende il discorso su un tema proprio dell’esperienza delle donne. Segnaliamo anche la presenza di racconti, della Percoto, della Paladini, della Rossellini, e di altre, oltre un numero sempre abbastanza ampio di produzione poetica. Anche la storia politica è presente: Afan de Rivera e Cristina Trivulzio, in modo diverso, partecipano alla realtà del loro mondo in trasformazione.
A metà ‘800 esplode la narrativa nella scrittura femminile e la sua presenza permette un approccio più sicuro riguardo la questione della “differenza” della scrittura femminile, a cominciare dalla differenza di tematiche, di struttura del racconto, di tono, di punto di vista (4). Differenza intesa, l’ho ripetuto più volte, non “differenza da” ma autonomia, soggettività. Di grandissimo interesse sono poi le Biografie e i Ritratti, dove, ora più ora meno, si ha modo di leggere questa tensione da parte dell’autrice di collegare in qualche modo, nella trattazione, pubblico e privato del personaggio illustrato. E non solo, mi pare, come era in voga in quegli anni, nel senso “storicistico”, ma appare una ricerca di colleganza tra l’autore e la motivazione dell’opera, che poi è affidata nel suo compiersi alla genialità (oggi diremmo alla sapienza linguistica) dello scrittore.
Negli ultimi decenni dell’800 figurano anche testi di critica letteraria, spesso impacciati, mentre interessantissime risultano le Fonti e le Cronache. E anche le opere filosofiche di Marianna Florenzi Waddington, il Journal di Rosalba Carriera, la traduzione di Stuart Mill della Mozzoni (e la sua Prefazione), il Vocabolario bolognese-italiano della Coronedi Berti e la sua Raccolta di Novelle popolari bolognesi, le opere della Franceschi Ferrucci(5), gli scritti di Jessie White Mario, quelli sulla carità di Teresa Filangieri, quelli interessantissimi della Salazar, le traduzioni di Spencer, Tolstoi, Zola, la Raccolta di canti tradizionali del popolo italiano di Eugenia Levi, gli scritti della Lombroso, eccetera eccetera. Abbondano i testi di letteratura per ragazzi, i testi scolastici, gli scritti d’occasione (come già nei secoli precedenti), che unitamente ad altri, difficilmente catalogabili riguardo il soggetto, e a giornali “per le donne”, come “La Margherita”(6), ci aiutano a capire il processo di formazione della mentalità femminile in quegli anni cruciali. Ma ci sono anche giornali fondati e diretti da donne, alcuni decisamente eccezionali, come “La Rassegna degli interessi femminili”, fondato e diretto da Fanny Zampini Salazar. La morale, la politica, l’economia, la struttura tutta della società borghese, infatti, va definendo nel frattempo il personaggio donna quale è durato fino ai giorni nostri, il suo ruolo, il suo lavoro, la sua utilità, la sua invisibilità, e di contro c’è l’esistere e il produrre di queste donne, ciascuna diversa dall’altra.

 

Il Catalogo in effetti, segnalando solo alcune presenze dell’intera produzione femminile, non offre certamente il quadro reale né della produzione napoletana (meridionale), né della circolazione delle opere di donne. (Per questo si auspica un collegamento con altre inchieste dello stesso tipo che potrebbe fornire dati sufficienti per avanzare analisi ed ipotesi più generali.)
Va notato che le assenze di opere sicuramente edite sono molte e le cause tante. Tra le più ovvie, è da considerare il particolare processo di formazione della Biblioteca stessa che, nata come Biblioteca Reale nell’ultimo ventennio del sec. XVIII, sulla base della raccolta Farnesiana e arricchitasi man mano grazie a confische di biblioteche appartenenti a monasteri (specie dei gesuiti, dopo la loro espulsione dal Regno) o a nobili (esempio: quella del principe Tiberio Carata) o anche ad acquisti isolati o di interi fondi (esempio: la biblioteca del principe di Tarsia), privilegiò particolarmente i classici, i manoscritti, i testi sacri, la ricerca delle “quattrocentine”, etc… I libri non ritenuti utili erano periodicamente venduti o ceduti ad altre biblioteche. E riguardo alla valutazione del patrimonio librario, si pensi che la Commissione eletta nel 1802 a dirigere la politica culturale della Biblioteca (e cioè anche gli acquisti e le vendite) era composta da “dotti” in storia naturale e numismatica, storia e fisica sperimentale, medici di anatomia, studiosi di lingue esotiche, dotti grecisti, teologi e abati. In quanto al “diritto di stampa”, esso era rispettato molto relativamente.
Nel 1860 la Biblioteca Reale Borbonica diviene Biblioteca Nazionale. La ristrutturazione che segue (allontanamento dei funzionari, riordinamento dell’organico, nuovo Regolamento) non muta di molto le modalità dell’incremento del patrimonio librario che, in questo periodo, si arricchisce soprattutto con doni da parte di privati (esempio: i manoscritti di Carlo Troya, o più tardi l’intera Biblioteca del conte Lucchesi Palli) o dello Stato (i fondi degli ordini religiosi soppressi), o grazie ad eventi particolari, come l’annessione della Biblioteca S.Giacomo. Oltre al processo di formazione della Biblioteca hanno certamente inciso le divisioni, le perdite durante gli spostamenti, le guerre, e i furti, di ieri e di oggi. Ovviamente qui ci stiamo chiedendo se e in che misura la produzione femminile a stampa ci sia stata conservata e non poniamo il problema, ovviamente a monte di questo, di quanto e di cosa non riuscisse neanche ad essere stampato, e perché.
Resta il fatto che mancano per esempio le opere di Colomba Amalia Acquaviva d’Aragona, poetessa napoletana del secolo XIX; di Elisabetta Ajutamicristo, poetessa palermitana del secolo XVI che dedicò molte delle sue Rime alla duchessa di Nocera;di Isabella D’Aragona Sforza (1470-1524), napoletana; di Adriana Basile, cantante e poetessa napoletana del secolo XVII; di Lucrezia Borgia D’Este, poetessa romana lodata da Ariosto e da Bembo, che ebbe come primo marito un nobile napoletano e come terzo Alfonso D’Aragona, figlio naturale di Alfonso II re di Napoli, e di altre, tutte scrittrici conosciute perlomeno a Napoli, alcune di esse citate dai contemporanei o da autori come il Tiraboschi.

 

Tutti questi nomi, presenti nel Catalogo, inevitabilmente rimettono in discussione il modo di leggere la presenza della scrittura femminile nella letteratura italiana e anche l’assenza. Certo negano la cristallizzazione del “femminile” come inesauribile “vocazione naturale” al materno, nel senso di “riproduzione” e aprono un discorso, certamente complesso, sulla capacità “produttiva” delle donne, e forse sul modo “femminile” della produttività. Queste scrittrici, inoltre, anche quando si fanno portavoce della cultura più tradizionale, danno modo di cogliere, attraverso i loro scritti, i processi culturali di una epoca e quindi confermano quanto la sovrastruttura sia non un fatto accessorio e secondario ma, pur essendo a sua volta la giustificazione e la normalizzazione ideologica di operazioni economiche e di potere, sia, dicevo, lo strumento primo di formazione di mentalità cioè di materialità di fattori successivamente catalogati come fisiologici (e mi riferisco, oltre che al sessismo, al razzismo, all’etaismo(?), e così via).
Oltre alla vastità di temi e di soggetti, alla presenza di testi curiosi e interessanti, ciò che ancora serve sottolineare è l’attenzione nei riguardi della “donna”, che rinveniamo in questi scritti, anche in quelli essi stessi normalizzanti del ruolo. Non solo nella narrativa, la donna e il suo destino sono al centro dell’interesse della narratrice, ma in tutti i numerosi interventi sulla condizione della donna nella letteratura, nella società italiana e straniera, nella cultura, nel suo rapporto con il compito educativo e formativo, nella sua capacità produttiva, nel suo rapporto con il lavoro, con la politica, con il concetto di “emancipazione”.
Testo esemplare di questo interesse è La donna italiana descritta da scrittrici italiane in una serie di conferenze tenute all’Esposizione Beatrice di Firenze, Firenze 1890. Qui troviamo di tutto: interventi interessanti, dati, presenze, eccetera. Ma soprattutto il testo è esemplare, e ne prendiamo nota, della manovra di recupero di questa forza, da parte del Potere culturale e sociale (oltre che politico ed economico), all’interno delle attività e dei disegni complessivi di una società in trasformazione, che non può più ignorare, e in un certo senso non vuole, l’apporto delle donne, ma si premunisce assegnando loro degli spazi controllati.
Chi studia la cultura delle donne, la storia delle donne, non può non incappare continuamente in questo nodo, che sta a confermare la complessità dell’esistenza, della cultura, dei disegni e degli svolgimenti politici. Lo stesso fenomeno, lo stesso avvenimento può essere inquadrato in modi totalmente differenti: come vittoria e trasformazione o come cristallizzazione e difesa dei confini. Ma questa complessità appartiene alla vita, e all’occhio di chi la guarda.

 

E’ infine opportuno aggiungere qualche parola sui criteri che abbiamo adottato per compilare il Catalogo alfabetico, e gli Indici.

Per quel che riguarda il Catalogo alfabetico, ci siamo attenute in linea di massima alle norme stabilite dal “Codice di regole per la compilazione del Catalogo alfabetico per autore”, secondo il decreto del 28-9-78 del Ministero peri Beni Culturali e ambientali. Abbiamo però dovuto “inventare” delle soluzioni delle quali diamo di seguito ragione:

  • i dati che forniamo sono: nome dell’autrice, titolo dell’opera, città, editore e/o tipografo, data della stampa, formato, numero delle pagine, qualche informazione accessoria (Es. illustrazioni), infine la collocazione del libro come è a tutto oggi nella Biblioteca Nazionale;
  • le opere anonime ovviamente non sono state schedate, tranne quando si può ragionevolmente ritenere che si tratti di opera di donna;
  • quando ci siamo trovate di fronte nomi di scrittrici che nei tempi passati (fino al ‘600 circa) erano, trattandosi di donne, al femminile (es. G. Albiosa, L. Aldobrandina, L. Marinella…) e solo più tardi sono stati “normalizzati” al maschile (Albiosi, Aldobrandini, Marinelli), abbiamo deciso di rispettare l’uso e i frontespizi contemporanei alle autrici, parendoci questo un fenomeno interessante del quale però non era possibile in questa sede occuparsi: abbiamo così schedato-Albiosa, Aldobrandina, Marinella…

– lì dove la presenza femminile non coincide con l’autore principale, abbiamo comunque fatto la scheda per autrice (con il rinvio all’autore principale), perché il nostro intento è quello appunto di segnalare la presenza femminile:

  • riguardo al problema del doppio cognome, in linea di principio, tranne in casi particolari, abbiamo mantenuto (o ripristinato) il cognome proprio;
  • abbiamo fatto schede secondarie di rinvio alla principale per pseudonimi o eventuali altri nomi con cui fossero conosciute le autrici;
  • abbiamo riportato tra parentesi quadre tutto ciò che non si ricava dal frontespizio:
  • qualche volta, quando risultava necessario ai fini della chiarezza dell’indicazione, abbiamo riportato in “pagine” le “colonne”, dandone comunque sempre comunicazione;
  • per segnalare l’intervento di un’autrice di una sola pagina, nelle Antologie poetiche o in qualche Rivista, siamo ricorse ad una soluzione non del tutto persuasiva (es: [pag. 1 a pag. 134]), che però ci è parsa l’unica;
  • nella vecchia edizione del Catalogo, compariva in Appendice un “Elenco della Lucchesi Palli” (il fondo rimasto chiuso fino a circa due anni fa) che qui non abbiamo riproposto, riservandoci in futuro un’esplorazione accurata:
  • in Appendice trovano posto alcuni Tabulati che visualizzano la produzione edita mettendo in relazione dati geografici e cronologici e in più forniscono, per quel che riguarda Napoli, anche informazioni su tipografie e case editrici che stampavano opere di donne.

 

Ringrazio il prof. Giancarlo Mazzacurati e il C.N.R. augurandomi che i risultati di questo lavoro confermino la necessità della continuazione del Catalogo. Ringrazio la Direttrice e tutto il personale della Biblioteca Nazionale di Napoli, in particolare Ciro Andreozzi e Giovanni Nicchio, per la competenza e la gentilezza dimostrate. E infine ringrazio il C.P.E.: in particolare Maria Fortuna Incostante che, promuovendo l’edizione del Catalogo, ha inteso dare concreto impulso al Progetto Donna, e Vittorio Aloia che, cogliendo con sensibilità il senso dell’operazione, l’ha sostenuta.

 

Anna Santoro

Napoli, Aprile 1990

 

Note

  1. La metodologia e le motivazioni furono già presentate e discusse nel 1984. in occasione della presentazione di quel primo Catalogo.
  2. A queste cifre si dovrebbero aggiungere per lo meno i dati della Lucchesi Palli e le centinaia di libri scomparsi.
  3. Per notizie su alcune di queste autrici e sugli studi compiuti sulle scrittrici italiane ctr. le Bibliografie nellaGuida al Catalogo.
  4. Anna Santoro, Narratrici italiane dell’800, Napoli, Federico e Ardia, 1987; e naturalmente la Guida al Catalogo.
  5. , Caterina Franceschi Ferrucci e le Lezioni di Letteratura Italiana, in “Esperienze Letterarie”, IX, n.3, Napoli, 1984.
  6. , Letteratura femminile e mentalità nella Calabria dell’Ottocento, in Cultura romantica e territorio nella Calabria dell’Ottocento, Cosenza, 1987; cfr.: id., La Margherita, giornale per le donne, nell’acclusa Guida al Catalogo.