Delle scrittrici calabresi dell’800 se ne sa pochissimo. Qualche nome si trova nel Dizionario di Aliquò (1), qualcuno viene ricordato occasionalmente in lavori riguardanti altre tematiche. Un certo nu­mero di autrici viene segnalato dal Catalogo della scrittura femminile italiana a stampa presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli (2). L’elenco presenta alcuni nomi interessanti.

Nell’800 opera Giovanna De Nobili, (Catanzaro 1776-id. 1847), che partecipò a varie Accademie, all’Arcadia di Roma, alla Florimontana di Monteleone, a quella degli Affaticati di Tropea, a quella del Crotalo, emanazione della Carboneria. Aliquò (3) ci dà notizia di molte sue opere, poesie di argomento politico o religioso, novelle, articoli sull’origine di Ca­tanzaro e sull’assedio della città del 1528, studi su Montaigne…, ma egli stesso ammette che di molti se n’è perduta traccia. A Napoli la De Nobili stampa, nel 1846, Il seduttore del villaggio, novella lunga.

Anche Mariannina Giannone (Acri 1856-Seminara 1894) pubblicò versi a Napoli, spesso di intonazione patriottica. E anche Teresa Notarianni, (Cosenza 1828-Napoli 1897) — che fu anche pittrice — stampò a Napoli le Rime. Edwige Albani (Crotone 1851-Catanzaro 1905) pub­blicò versi e prose (4).

Abbiamo inoltre notizia di raccolte di poesie manoscritte di suor Lucrezia Giannuzzi Savelli, di suor Maria Clarice, al secolo Beatrice Selvaggi e di Vittoria Cefaly anche essa suora, che muore nel 1880: di quest’ultima indicativa è l’affermazione: “una suora non può pubblicare”.

Manoscritti sono anche i versi di Silva Di Francia, poetessa di nobile famiglia che visse nella prima metà dell’800 e di Maria Poerio (5).

Certamente una ricerca lunga e attenta porterebbe altri nomi alla luce: soprattutto i giornali locali offrono materiale interessante e inoltre permettono di esaminare il processo di formazione della mentalità della — e riguardo alla — donna, che avviene nell’800.

La ricerca sulla formazione della mentalità e dunque sulla pressio­ne che essa esercita nei riguardi della scrittrice, oltre ad essere parti­colarmente interessante e sulla linea di altri studi da me condotti, tanto sulla formazione della mentalità (6), che sulle scrittrici italiane (7), mi sembra in questo caso indispensabile per cercare di chiarire almeno un aspetto di un fenomeno che altrimenti parrebbe sconcertante: quello cioè della presunta convenzionalità di tanti scritti di donne, che invece presen­tano scarti e contraddizioni che bisogna saper riconoscere, pena la completa incomprensione non solo di un’opera o di un gruppo di opere, ma di un settore assai vasto della letteratura e della stessa società italiana (8). Anche per questi motivi ho esaminato un giornale, “La Mar­gherita” (9) che ci offre materiale estremamente stimolante.

“La Margherita” nasce a Cosenza il 10 Maggio 1877. Si qualifica come “giornale per le donne”. Direttore e fondatore Pasquale Martire (10), giovane poeta e narratore. La linea del giornale inizialmente è quella riformatrice-moderata, propria dei tempi, con spiccata propensione a tutto normalizzare in funzione della nuova era borghese e unitaria. Così, all’inizio, La Margherita esibisce un grosso numero di collaboratrici, la maggior parte calabresi, molte di Cosenza. In questo modo veniamo a conoscenza di nomi, alcuni assai interessanti, spesso sconosciuti e destinati a rimanere tali, la maggior parte di maestre: Adele Antonini, Carolina Arnone, Felicita Lanzillo, Raffaelina Morelli, Ulderica Giannini, Trudy Giorgetti, e molte altre. Collaboratrici non calabresi sono invece Adele Woena, Anna Bencivenni, Savina Nuti Bertini, Carolina Faccio, Francesca Zambusi del Lago, Maria Narda, Elda Gianelli e addirittura, nel ’79, la Marchesa Colombi (11) e, saltuariamente Grazia Pierantoni Man­cini e Matilde Serao, tutti nomi che, in diversa misura, dovrebbero avere la funzione di dare lustro al giornale e di avallarne la serietà: per noi sono il segno della scelta politica del giornale. Alcune di queste scrittrici -la Nuti Bertini per esempio-  che continuativamente vi collaborarono e che quindi formavano l’ossatura della linea culturale de La Margherita costituiscono  la linea conservatrice del movimento delle donne in quegli anni, e proprio per questo, credo, furono invitate al giornale. Al contrario, ridottissima è la partecipazio­ne della Marchesa Colombi, di Grazia Pierantoni Mancini e di Matilde Serao.

Tra i collaboratori, sono nominati Salvatore Farina e Federico Verdinois, che in realtà non scriveranno mai, mentre saranno molto attivi una serie di scrittori locali e non, che, spesso, con i loro raccontini melensi e la boria propria del mediocre, renderanno questo giornale insopportabile alla lettura e pure tanto interessante per noi come do­cumento. Tanto i collaboratori che le collaboratrici cambieranno con­tinuamente, tranne alcuni stabili, e sarebbe utile seguire questi muta­menti che spiegherebbero meglio l’evoluzione della linea culturale del giornale, ma non solo: aiuterebbero a comprendere fenomeni di più larga portata come quello del rapporto Nord-Sud, centro-periferia, etc..

Va notato comunque che, se all’inizio la proporzione collaboratrici-col­laboratori è di 11 a 9, già l’anno dopo è di 25 a 14. Certo è che la linea del giornale, seguendo da vicino gli avvenimenti generali politici e, per quel che qui interessa, il movimento delle donne che intanto in Italia va creandosi, si ammorbidisce o si irrigidisce di conseguenza. Così, a periodi nei quali si scrive solo di moda, di bar­zellette stupidissime (dove, sia detto per inciso, il personaggio sciocco è o un servo o una donna), di raccontini infantili, si alternano momenti in cui si attaccano con volgarità e durezza avvenimenti, pubblicazioni, convegni che riguardano l’emancipazione della donna (I2). Lo spazio dato alle donne calabresi, col passar del tempo, va diminuendo, perché in fondo esse, pur nella ritrosia, nella timidezza e nella moderazione, sollevano i problemi reali della donna, mentre va dato spazio alle «firme» del nord che, nel migliore dei casi, quando si tratta per esempio della Marchesa Colombi (13), trattano temi importanti , ma in qualche modo lontani dalla problematica locale (14), e dunque da ciò che le lettrici potessero verificare nel quotidiano.

Comunque nel settembre del 79 “La Margherita” si trasferisce a Roma, ma solo per un mese. Nell’ottobre P. Martire annuncia che il giornale entra ne “La missione della donna” (1S). Rinascerà, per poco più di un anno, di nuovo a Cosenza nel 1885.

La sostanza del giornale, attraverso editoriali, racconti, poesie, trattatelli di filosofia, recensioni, storielle, cronaca etc… è il martellamento ideologico sul ruolo della donna, e sulle virtù che le sarebbero proprie. Anche in questo il giornale è un esempio chiarissimo della linea dei tempi (16).

E’ infatti nell’800, soprattutto nella seconda parte, che, col processo unitario, con il trionfo degli elementi più conservatori dell’ideologia borghese, col tardo romanticismo (17), con il positivismo, con una — di fatto — accresciuta influenza della Chiesa etc…, si codifica ipocrita­mente per la donna, fino in fondo, l’immagine della vocazione al ma­terno, al dolce, ai fini della stabilità dell’assetto sociale, cioè della famiglia, pilastro di tale assetto. E dico ipocritamente, perché tale discorso, posto come generale, sarà di fatto rivolto alle donne della «nuova Italia» lasciando fuori quelle dello strato popolare che intanto lavorano nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche, nelle scuole… (18). E dunque tralasciando del tutto la condizione di quelle che lavoravano nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere, per strada, tanto funzionali al “sistema” economico e politico, alle donne, termine generico usato in senso astratto e ideo­logico, viene detto che, in quanto donne, devono essere tutte dedite alla famiglia, Così le prime libere professioniste vengono boicottate e additate al ridicolo generale (19), i romanzi moderni accusati di creare mostruose eroine, vittime o peccatrici, comunque destinate alla sconfitta (20), le libere pensatrici e le “emancipate” vengono attaccate con una durezza impressionante (21), le scrittrici del 500 chiamate cortigiane con un sen­so ben preciso, e intanto la maggioranza delle donne lavora…

Insomma, su “La Margherita” troviamo “detto e stampato” che una donna che non cuce, non accudisce alla casa, non cresce i figli, in effetti non è una donna, che la “donna di servizio” è un pericolo perché prende il posto della donna nella casa, svolgendo i compiti che competono alla donna-padrona, e dunque finisce per attirare l’attenzione del “padrone”, per la «ovvia, naturale, legittima», propensione maschile alla violenza sulle domestiche (22). Sono continui, almeno un paio per numero, i racconti che mostrano, sempre, la mamma canuta e buona, simbolo del sacrificio, e due figlie a simboleggiare il positivo e il negativo, e il positivo è la fanciulla che lavora (23), in casa ovviamente, ubbidisce ed è felice, la cattiva è quella che sogna i balli, l’amore, e che risponde all’occhiata del seduttore. Quest’ultima o si pente e giura di lavorare e ubbidire o finisce male. L’ignoranza è virtù: per tutte le classi, si badi, solo che per le donne del popolo è virtù obbligata. Ci sono alcuni banali raccontini di argomento pseudoscientifico, narrati con il tono che si usa, e sbagliando, con i ritardati mentali (24). Il matrimonio è sempre e comunque deciso da genitori o da tutori, ed è normale che sia così (25). Gli uomini sono ingannatori e non biso­gna ascoltarli: anche questo è normale. La politica non è per le donne. Si citano continui suicidi di donne, e in genere si offre di continuo l’immagine della donna come perdente. Si arriva a indire dei concorsi per novelle e i temi proposti sono “E la fanciulla, innamorata aspetta, dicendo: tornerà…”, oppure: “Una fanciulla, cui non sorride più alcu­na speranza, si rassegna a morire…”. Si rispolverano autrici del pas­sato, come Vittoria Colonna, M. Gaetana Agnesi, ed altre, per lodare, non tanto l’ingegno, ma la pietà religiosa, la virtù domestica, il fatto che, pur scrivendo, esse furono innanzi tutto donne, e cioè madri, mogli, etc.. Si esalta la carità verso i poveri che farebbe parte del bagaglio caratteriale della donna, della sua missione, e inoltre essa carità viene esaltata più come strumento di perfezionamento per il ricco che la esercita, che come risposta ai bisogni del povero. Accanto alla fissità del ruolo femminile, si ribadisce la inesorabilità del destino sociale, dell’appartenenza alla classe. La ragazza povera, contrariamente a quanto è affermato per la medio-ricca, deve lavorare anche fuori casa: per lei non vale famiglia, focolare, virtù domestica. Certo, deve essere onesta, ma soprattutto non deve aspirare alla promozione sociale, così leggiamo articoli contro le maestre, definite donne ignoranti che avreb­bero fatto bene a fare le operaie e non a cercare inutilmente di elevarsi (26). La nozione romantico-idealistica della guerra e dell’amore vie­ne inculcata (2T) in un modo che davvero lascia perplessi e fa riflettere sulla capacità di uniformare la mentalità, ben prima dell’avvento della televisione.

Tutto questo è scritto da uomini, senza l’ombra di attenzione al fatto letterario (28), al testo. Si usa il racconto pedagogico-morale, portando alle estreme conseguenze una pratica nata nel ‘700 e ripresa dal primo romanticismo (29). E, sulla Margherita, nell’85, si userà lo stile verista-naturalista per raccontare di uomini che uccidono le mogli per (giusta) gelosia, di vendette di padri offesi: anche la “verità”, dun­que, serve a narrare i guai delle donne, e dunque ad ammonirle. Tutto ciò crea mentalità, abitua a pensare in certo modo, a non stupirsi, a radicalizzare i luoghi comuni. Per di più si sosterrà da più parti, in pie­no verismo, che non possono esistere buone scrittrici perché la donna onesta non conosce le brutture della vita e quindi non può descriverle. (30).

Quale meraviglia se i raccontini delle donne pubblicati si uniformano a questi modelli di comportamento? Se, ad esempio, quando scappa di scrivere ad una di loro che la guerra è carneficina, è sterminio di figli, di mariti, subito la scrittrice si riprende, quasi vergo­gnosa di aver ammesso una debolezza femminile e di non capire i sacri doveri dell’uomo?

Quale meraviglia se le poesie sono banali, se gli stereotipi sono sempre uguali? La donna mostra se stessa uniformandosi al modello già fissato. Del resto, cose diverse non sarebbero state pubblicate.

Eppure tra le donne, sul giornale, sottile avviene un dibattito che va annotato: abbiamo segnalato come alcune scrittrici saranno chia­mate a portare avanti la linea tradizionale del giornale. Ma sulla Mar­gherita partecipano, sia pure in posizione di subalternità, le modeste maestre calabresi e, sia pure saltuariamente, firme di grossi personaggi, come la Marchesa Colombi, vicina alla Mozzoni, o la Pierantoni Man­cini, autrice di studi sulle donne, le quali però, in questa sede, non riescono a portare un discorso di rottura. Il punto è che la volontà da parte della donna di istruirsi, di educarsi, a volte di emanciparsi, viene affrontato in tutta Italia con schieramenti non tanto netti come potrebbe apparire: sul giornale alcune, e sono le «Affermate», molte del Nord (appartenenti però alla linea conservatrice), sostengono, ripetendo quan­to scrivono continuamente gli scrittori, che primo dovere è essere donna, che spesso l’istruzione è negativa perché monta la testa etc. etc.. Oppure, ed è la linea di maggioranza, a livello nazionale, che l’istruzione serve per svolgere meglio i propri doveri, così che la questione diverrebbe: come creare un servizio più utile. Infine ci sono quelle, e sono in massima parte le (maestre) calabresi, che con grande umiltà e sor­prendente onestà, affermano che l’istruzione serve, punto. E poi si interrogano sui problemi che vedono crescere: l’alternativa sembra essere quella tra donna-schiava e donna-maschio, possibile non ci sia una terza via? E’ una domanda in fondo ancora oggi, in certo senso, attuale. Le loro risposte, di mediazione e non di utopia, sono interes­santi, e francamente spiace che, per lo meno apparentemente, si siano spente senza seguito (3I). In realtà, nello stesso momento in cui la società borghese fissa i ruoli della donna, circoscrivendoli, fa anche sì che in qualche modo se ne prenda coscienza, li si metta in discussione.

Vorrei si riflettesse su quanto le trasformazioni sociali e politiche avvenute lungo il corso dell’800, abbiano influito sulla scrittura femminile. Dal 500 al 700 a scrivere sono essenzialmente donne appartenenti all’aristocrazia, o che perlomeno gravitano attorno ai circuiti culturali privilegiati (cor­te, salotti): esse dunque usufruiscono di tali luoghi culturali, dei circuiti maschili, diciamo, e, in quanto nobili, vengono, tutto sommato accettate, anche perché la discriminazione, pesante, nei riguardi delle donne, av­viene, frattanto, nel resto delle categorie sociali. Con l’800, invece, con l’avvento della società borghese, l’aristocra­zia perde gran parte dei suoi privilegi, i luoghi culturali si trasformano, le leggi di mercato acquistano peso nella nuova editoria. L’uditorio e lo «spazio» della corte non c’è più. Ora subentra il lettore sconosciuto, lontano, anonimo, molto più difficilmente raggiungibile e individuabile.

Se la produzione maschile, tutto sommato, si avvantaggia di questa situazione, una volta pagati amari scotti comunque, la produzione fem­minile ne è compromessa seriamente. Inedita, rimarrà sepolta e sco­nosciuta. Per poter circolare, per poter essere stampata, dovrà sotto­stare alle leggi di un mercato non solo imprenditoriale, ma ideologico. Aumenta la produzione a stampa, ma ai patti e sotto il controllo di una classe dirigente che nel frattempo sta edificando il «sacro ruolo» della donna (madre, sposa) e sta fissando le «virtù» che a lei competono (riservatezza, ingenuità nel senso di ignoranza etc…). Queste considerazioni possono spiegare l’assenza di una compiuta letteratura femminile in Italia nell’800, a differenza di quanto avviene in quella inglese o americana, o in misura diversa, francese. Il discorso rimane, però, aperto grazie alla continua scoperta e/o rivalutazione di personaggi (si pensi alla Fanny Salazar, alla Cettina Grifeo…) e di attività, assenti nella Storia della letteratura italiana perché dimenti­cati o negati e non perché inesistenti.

 

ANNA SANTORO

 

NOTE

1) Luigi Aliquò Lenzi-Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi – Dizio­nario bio-bibliografico, Reggio Calabria 1955.

2) Anna Santoro-Francesca Veglione, Catalogo della scrittura femminile ita­liana a stampa presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli, a cura e con prefazione di A. Santoro, Napoli 1984.

3) Aliquò, op. cit..

4) Va notato che, stando al Catalogo su citato, non una sola opera in questi anni, viene stampata in Calabria, tranne qualche raccoltina s.n.t. pubblicata in occasione di mostre, o comunque di eventi locali. L’unica in tutto il Catalogo a stampare in Calabria, e precisamente a Crotone è Antonietta Riccelli, insegnante. Di lei ho per ora scarsissime notizie. In quanto alla «qualità» di questa produzione, non è mia intenzione soffer­marmi in questa sede: va però notata la conoscenza, da parte di queste poetesse, della letteratura contemporanea, la predilezione per la poesia manzoniana, la puntigliosità per la ricerca linguistica e il fascino che su alcune di esse esercitò Byron.

5) Prima dell’800 abbiamo notizia di Annamaria Edwige Pittarelli (1485-1556), di Elisabetta Beacuti, di Elisabetta e Lucrezia Della Valle tutte poetesse del ‘500, note ai loro tempi, tutte di nobile famiglia, eppure oggi completamente sconosciute. Ed è da notare che non figurano neanche nelle Raccolte del Bulifon o della Bergalli, che pure riescono a darci notizia di un numero molto elevato di poetesse anche sconosciute. Evidentemente l’isolamento del paese, la condizione soffocata tradizionale della donna hanno sottratto notizia di queste scrittrici perfino a ricercatori volenterosi come questi citati. Abbiamo infine notizia di Mariannina Coppa o Coffa, poetessa del 600.

6) Cfr. ad esempio: A. Santoro, La mentalità trasformata: il Pulcinella da Quacquero di Antonio Jerocades, in Settecento Calabrese, Cosenza 1985, pp. 403-412.

7) Cfr.: «Gli amori di una letterata» della Sig. D, in Esperienze letterarie, 1980, n. 2, pp. 39-51; Per un’analisi dello stato socio-economico delle scrittrici ita­liane (dalle origini della stampa al 1860): appunti su produzione femminile, stampa e mercato, in Prospettive Settanta, 1984, n. 1, pp. 22-34; Caterina Francesci Ferrucci e Le lezioni di letteratura italiana, in Esperienze Letterarie, 1984, n. 3, pp. 41-92.

8) E’ in fase di preparazione un mio lavoro sulle scrittrici dell’800 che cerca appunto di affrontare tale problematica.

9) La Margherita, giornale per le donne, Cosenza 1877-79, 1885-86. Il titolo è evidentemente un omaggio alla regina Margherita di Savoia. Si pensi alla enorme differenza tra un giornale per le donne e un giornale di donne, e si pensi che, per esempio, già nel ’48, a Napoli, ha vita, uno splendido giornale di donne: Un Comitato di donne.

(10) Pasquale Martire (Cosenza 1852 – Roma 1929), narratore, poeta, e anche buon musicista dilettante, pubblicò un buon numero di racconti e poesie e alcuni romanzi.

(11) Pseudonimo, come tutti sanno, di Maria Antonietta Torriani, (1846-1920), amica della Mozzoni e moglie, per brevissimo tempo, di Eugenio Torelli Viollier, fondatore del “Corriere della sera”. Autrice di Un matrimonio in provincia (1885) e di Prima morire (1887), oltre che di racconti, interventi su vari giornali e di La gente per bene (1877), ironico e godibilissimo galateo.

12) Per esempio, nell’ottobre del -878, si inasprisce il tono contro la richiesta del voto alle donne, contro l’emancipazione delle donne, rivendicazioni sostenute al Congresso di Parigi da donne provenienti da tutto il mondo. Particolarmente indicativo, a questo proposito, è l’articolo di O. Musso nel n. 35, del 4-11-78, che, prendendo spunto dal Convegno, attacca il concetto di «emancipazione» perché essa è «la via per distruggere la famiglia». Leggiamo tra varie amenità”. «… (le donne emancipate sono) sdraiate su eleganti ottomane con un cigarito in bocca ed un romanzo tra le mani…». Ma poi il discorso si fa effettivamente subdolo e di pes­simo gusto quando, riportando la notizia del suicidio di una signora di Bergamo, «strenua sostenitrice dell’emancipazione della donna», si sostiene che questo è segno della «infelicità» delle emancipate. Quando poi “La Margherita”, nel ’79, si trasferisce a Roma, l’editoriale è chia­rissimo: cfr. n. 53 del 22-8-79.

13) La collaborazione inizia il 20-11-78 e termina nell’agosto del ’79, con la sospensione della pubblicazione.

14) E c’è anche un altro discorso da fare, molto complesso. In Calabria certamente ancora a metà 800 esiste l’egemonia della campagna sulla città: con l’Unità, la borghesia urbana tende a capovolgere il rapporto e usa le proprie rela­zioni con il «Nord» per cercare un avallo alle attività locali. Questa ipotesi, tutta da verificare sul riguardo l’economia, può comunque servire anche a spiegare, oltre l’ovvio, il desiderio di Martire di avere collaboratrici «famose».

15) Direttrice è Olimpia Saccati-Mencato.

16) Naturalmente le differenze tra regione e regione e anche tra città e città sono tantissime. Così non è possibile fare un discorso generale riferito all’Italia e neanche al Sud: se mi permetto delle generalizzazioni, esse sono del tutto momentanee (in attesa di approfondimento) e dovute in parte al fatto che lo studio sulle scrittrici italiane è ancora all’inizio.

17) Il tardo romanticismo è, tra l’altro, il modello culturale al quale, in Calabria, si ricorre, mi sembra, per motivi sociali e politici.

18) Sulla condizione delle maestre bisognerebbe dedicare un lavoro appro­fondito: ipocritamente idealizzate, queste donne, in realtà vengono sfruttate eco­nomicamente, messe spesso in condizioni assai difficili senza la necessaria prepa­razione, guardate con sospetto se «straniere» e sole. Il 30 giugno dell’86, a firma Pierod, troviamo, stranamente, nel n. 16, un articolo molto interessante. Partendo dal suicidio di una maestra (ancora!), insidiata dal sindaco e sconvolta dalla mal­dicenza del paese, il giornalista si sofferma sulla condizione della donna che lavora, sulla sua — negata — dignità riferendosi, in particolare, alle maestre (si badi: alle maestre). La maestra è pagata L. 560 all’anno, una cameriera L. 100 al mese. Si ricordi che qui si parla di scuole non ancora statalizzate. Ma questo è l’unico caso in cui il problema viene posto in questi termini. Sarebbe interminabile il numero di citazioni riguardanti affermazioni contro la figura della maestra. Valga per tutte quanto scrive a più riprese la Nuti Bertini nei suoi troppi interventi del 77.

19) Incredibile e inqualificabile è il tipo di intervento che fa Carlo Guici nel n. 9 del 20-3-86. Inizia commentando un fatto vero, accaduto a Torino, dove una donna, laureata con lode in giurisprudenza, «anziché accontentarsi di trattar le cause civili nello studio di qualche avvocato… volle ottener il diritto di andarle a patrocinare davanti ai Tribunali…» (! ! !). Naturalmente, prosegue il Guici, i «Consiglieri dell’Ordine» respingono la domanda perché una donna in toga «toglieva quella serietà nel giudizio…» che solo un uomo assicura: lei ricorre in Cassazione, perde la causa e deve pagare anche le spese di giudizio. Ma il Guici non è pago di aver liquidato a quel modo una questione di tale importanza, così continua: «Da qualche tempo spira una certa aura di indipendenza che tende a sconvolgere l’or­dine delle cose», e racconta, sotto forma di dialoghetto teatrale ciò che, a suo avviso, succederà di lì a pochi anni. «Mette in scena» una donna avvocato scarmi­gliata e arruffona, immersa tra le carte, in preda al panico perché non è riuscita mai a vincere una causa, per di più incinta e col marito sempre presso la villa dell’antica e «brava» fidanzata. Va in Tribunale, le vengono le doglie (l’ideologismo reazionario non risparmia cattivo gusto), perde la causa e dunque, «colpita dal ridicolo», non potendo insegnare perché non ha fatto studi adatti, «consacra la penna a tenere i conti di un negoziante di gramaglie all’ingrosso»! ! ! Si pensi, invece, per quel che riguarda la condizione della maestra, per lo meno agli scritti di Ada Negri.

20) Tutti i raccontini presentano donne vittime, perdenti: risparmio le cita­zioni che sarebbero troppe.

21) Anche qui le citazioni prenderebbero troppo spazio e tempo, essendo pieno il giornale di puntate contro l’emancipazione e il concetto di donna eman­cipata. Unica eccezione è un breve raccontino di N. Misasi, del gennaio 78, n. 19, dove viene presentata una quarantenne, bella, emancipata e felice.

22) Questa continua riduzione del femminile a lavoro di casa, accudimento di bambini, servizio insomma, fa intendere, senza ombra di equivoco, quale con­cezione separata e strumentale del femminile si tende a inculcare.

23) Al n. 6, del 4 Agosto 1977, troviamo una poesiola di B. Lupinacci, dal titolo: «Lavora, lavora», dove appunto il ritornello è: «lavora, lavora, sei bella di più». II brav’uomo cerca di dimostrare ad una ipotetica fanciulla che lei è bella se canta e si agghinda, ma lo è molto di più se lavora (in casa, naturalmente).

24) A curare la rubrica, decisamente pessima, è in genere G. Renieri. Solo nel numero 25 dell’1-8-78 si mettono al bando i bamboleggiamenti e si cerca di fare un discorso minimamente dignitoso: l’articolista è Maria Celano. Indicativo è comunque l’intervento di B. Lupinacci, al quale è stata affidata una rubrica di «educazione della donna»: nel numero 10, del 77, confessa candidamente che non sa cosa scrivere, perché il suo compito, gli hanno detto, è quello di educare la donna «a sentimenti nobili, generosi, ma casalinghi sempre». Si chiede: cioè? come fare nobilmente rammendi e faccende? E sbotta: «Educate la donna, e in fondo in fondo vogliono dire: educate il cuore della donna e lasciate stare la mente».

25) Sulla normalità del matrimonio forzato le citazioni sarebbero moltissime. Negli stessi anni tante scrittrici affrontano questo problema in modo ovviamente completamente capovolto, basti pensare a Sibilla Aleramo, a Fanny Salazar… E si ricordi che attorno agli anni ’80 si discute del divorzio.

26) Si rifletta su quanto fosse pesante in Calabria il problema dell’analfabe­tismo, in quegli anni, e della trasmissione culturale.   La condizione delle maestre, spesso provenienti dalla campagna, riflette insieme varie questioni: quella già segnalata riguardo la donna che lavora, quella del rapporto città-campagna, Nord-Sud, e indirettamente dunque il problema delle «classi». Scrive ad esempio la Nuti Bandini: «E’ già reso palese il danno portato alla classe operaia (dal) troppo generoso incoraggiamento ed aiuto dato dal governo e dai Municipii al conseguimento di un diploma magistrale…» (n. 16 del 16-1-78).

27) Sulla guerra, nell’800, alcune scrittrici hanno scritto pagine davvero indi­menticabili. Si pensi alla Percoto che nei suoi Racconti definisce i soldati «carne da cannoni», o anche, sebbene la coscienza e la qualità della scrittura siano altre, a Laura Tardy di Una madre.

28) Siamo negli anni 77-86, ma ancora il modello culturale è il tardo Romanti­cismo di maniera, in arretrato rispetto al resto d’Italia. E questo sebbene il Posi­tivismo ebbe un punto di forza nel Mezzogiorno.

29) Si pensi al Conciliatore.

30) Questo leggiamo alla recensione al romanzo Teresa di Neera, fatta da Niccolò Pinsanti nel n. 19 del 15-8-86.

31) Certa coscienza latente e chiara insoddisfazione trapela limpida nella rubrica «Album degli abbonati», dove leggiamo tra l’altro: «E’ orribile, spietata questa lotta tra il cuore e il cuore, tra il pensiero e il pensiero, tra l’io e l’io, è superiore alle mie forze questo conflitto dell’amore col sacrifizio, del desiderio con l’abnegazione, del dovere col sentimento. M’hanno detto, però, che son fisime d’un cervellino infermo…» (n. 11-12, del 30-4-86); oppure alla domanda posta da La Margherita agli abbonati: «che cosa è l’uomo, che cosa è la donna?», le lettrici rispondono: «L’uomo, generalmente parlando, ò un essere non guasto, ma viziato dalle carezze che gli prodiga la mamma società…», e, riguardo al suo rapporto con la donna: «Egli ha tanta umiltà da porsi talvolta al di sotto di lei, non tanta da farla pari a sé», oppure: «L’uomo c un bipede grazioso e intelligente che cerca sempre il suo meglio». I lettori invece: «L’uomo è l’emblema del forte, del grande, del nobile. E’ un angelo di Dio.», oppure: «La donna è un angelo e nello stesso tempo e un demonio. L’uomo è l’essere più perfetto perché creato a somiglianza di Dio.» (n. 17 del 15-7-86).