Nei testi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, delle donne si parla poco. Anche nelle elementari, dove si abbonda di citazioni del materno, dove ancora in modo perentorio e persuasivo si stracitano le funzioni della mamma (ben diverse da quelle del papà) di donne si parla poco. Al massimo una mamma può anche lavorare, per necessità beninteso, ma i bambini, di ritorno da scuola, la troveranno sorridente con la pappa pronta. Nelle migliori antologie delle scuole medie, inferiori e superiori, sono entrate problematiche di ogni tipo, dunque anche quella riguardo “la questione femminile” ma quasi del tutto assenti risultano le donne come autrici; in quanto alle storie letterarie, le scrittrici citate (e citate prevalentemente in modo occasionale) sono ancora pochissime, e le donne per lo più compaiono come personaggi (strettamente aderenti ai modelli convenzio­nali dell’epoca) nelle opere di autori, o anche, nelle biografie di illustri scrittori, come madri (tenere o posses­sive), spose (fedeli e pazienti o bizzarre), compagne (ap­passionate e ispiratrici).

E’ attraverso queste immagini che la scuola continua a riproporre gli stereotipi della figura femminile, confermando negli studenti la cognizione dell’assenza – o della presenza episodica e marginale – della donna nella vita letteraria italiana.

Ora è certamente vera l’oppressione culturale – e non solo- che ha subito e in gran parte subisce la donna, è vero dunque che non è frequente rinvenire capolavori sepolti scritti da donne, ma grazie alle attente ri cognizio­ni che si vanno facendo da qualche anno, anche nella letteratura italiana emerge un tessuto, un gran numero di presenze significative, una ricchezza di relazioni, una capacità e una disposizione artistica diffusa nelle scrittri­ci italiane; il tutto, prima ancora di un giudizio “estetico”, merita oggi un sicuro riconoscimento come testimonian­za ineguagliabile rispetto alla nostra civiltà, non solo nei confronti della condizione delle donne.

L’assenza delle donne nei testi scolastici la si deve a più fattori: uno interno alla ricerca letteraria, uno invece, come risultato, e a sua volta come causa, del ruolo della donna nella società, ruolo che prevede le eventuali attività culturali femminili appunto marginali e non sostanziali. Naturalmente in questa sede non posso neanche sfiorare la problematica complessiva, determi­nata da fattori di carattere sociale, politico, filosofico, oltre che strettamente culturale. Tanto più che a mio avviso questo problema investe tutta la società e non è assolutamente un problema circoscritto; dunque imme­diatamente dico che, il ruolo intellettuale non è stato mai assegnato alle donne (1), eppure ci sono epoche, alcune più alcune meno, che hanno usufruito della loro attività culturale e artistica, plaudendo anche molto alle donne che la portavano avanti, per poi dimenticarle, perché dato poco utile all’insieme della struttura sociale che si an-dava costruendo. Strettamente legato a questo piano, è il piano della critica letteraria vera e propria, che, dopo alterne vicende, cioè dopo periodi di silenzio (da parte degli studiosi ma a volte anche delle stesse autrici – ed è certo interessante andare a studiare le cause di questa intermittenza-) alternati a periodi di grandi lodi alle poetesse, alle scrittrici, alle filosofie, alle “operatrici cul­turali” (ma tutto questo con un metro di giudizio, e con finalità che, lo vedremo, noi vogliamo capovolgere), si è attestato su un piano di ignoranza riguardo la produ­zione letteraria femminile. Di autentica ignoranza intendo, così tranne rari autori di letterature 0 di antologie scola­stiche che, grazie ai propri studi, alle proprie ricerche, riconoscono un piano di grande dignità e di parità ad alcune autrici, tutti continuano ad escludere le “donne che scrivono” dal panorama della storia letteraria italia­na. Per chiarire meglio quanto vado affermando, sempre restando sul piano dell’esercizio letterario e avvertendo una volta per tutte quanto esso sia legato al piano sociale e politico, devo compiere una brevissima digressione.

E’ ormai ampiamente riconosciuto che la Storia della Letteratura Italiana del De Santis, che ancora oggi fornisce lo schema alle nostre Storie letterarie, sia la Storia che serviva – e nella quale si credeva – negli anni immediatamente successivi all’Unità. Una Storia dun­que che desse l’idea del progresso dell’uomo e della cultura attraverso i tempi, e in particolare una Storia che sottolineasse come dalla frammentarietà politica e cultu­rale si fosse arrivati all’Unità, appunto politica e cultura­le. Tuttavia, lo stesso De Sanctis in fondo ebbe a ricono­scere che una organica Storia della letteratura italiana non la si sarebbe potuta fare che dopo un lungo lavoro di ricostruzione documentaria, quando si fossero esaurite (!) le ricerche e gli approfondimenti, le scoperte e le letture di tutta la produzione letteraria. Ma intanto forniva uno schema (certamente importantissimo e che avrebbe in­fluito in varia misura su tutta la ricerca letteraria poste­riore), schema di una storia, inevitabile classista, nordica e maschilista.

Ormai non c’è quasi più nessuno che non convenga con i primi due termini che ho usato perché, giustamen­te, sono stati sdrammatizzati: non li si usa più come giudizio di valore o moralistico, ma come epiteto scienti­ficamente provato. A me piacerebbe che allo stesso modo venisse accettato anche il terzo, perché solo così si può sgombrare il campo da posizioni competitive e fuorvianti, e si può cercare di modificare la situazione e comunque ora di proseguire il discorso.

Il problema è che anche nei testi non scolastici di critica letteraria, le scrittrici italiane figurano pochissi­mo, eppure ormai da più di dieci anni il dibattito attorno la scrittura femminile italiana è vivissimo. E se è vero che, per quello che riguarda le scrittrici straniere, special­mente inglesi, francesi, americane, esiste in quei paesi, ma ormai anche nel nostro, una tradizione di ricerca e di attenzione, ed esiste un gran numero di scrittrici giudi­cate ormai classici della letteratura, è anche vero che oggi anche da noi esistono non solo le ricerche, ma i nomi, i tessuti, i tagli critici, che permettono delle prime rico­gnizioni in questo campo inesplorato che è la scrittura femminile italiana. (2)

Naturalmente, per quel che riguarda soprattutto la circolazione nella scuola, il progresso di questi studi e dei risultati è condizionato, come in ogni tempo, dall’inevita­bile spirito di conservazione (e dal progetto politico) della cultura ufficiale e dalla diffidenza per il nuovo anche da parte di che avverte il problema ma non può accettare, a causa della propria formazione e anche a causa della scarsa e in qualche modo circoscritta circolazione di queste ricerche, di riesaminare criticamente tanti rassi­curanti punti fermi. Mi riferisco, per esempio, a tante insegnanti intelligenti e volenterose che però (anche per motivi che esulano da! presente discorso) continuano a sostenere che di scrittrici italiane, fino ad oggi, non ce ne sono state.

E’ invece ormai tempo che anche nel panorama scolastico della letteratura italiana entrino di diritto ricerche, testi, analisi che si vanno facendo sulla scrittura femminile (3).

Ma attenzione: serve certamente, da parte di chi insegna, articolare il discorso sulla letteratura italiana, introducendo anche nomi e opere di scrittrici, ma biso­gna avere chiaro che in questo modo si apre una serie di grossi problemi: primo fra tutti, e che gli altri comprende, è che in qualche modo salta completamente quello sche­ma al quale prima si accennava (molto di più di quanto saltino analisi circoscritte quando vengano scoperti dei “minori”). La letteratura è infatti un sistema, nell’accezio­ne propria di Lévi-Strauss, dove se cambia qualcosa cambia tutto. Ora, introdurre nella letteratura certe opere che sono testimonianze di un filone sotterraneo di cultura altra, di discorsi e di visioni completamente “altre” da quelle tradizionali, è cosa ben diversa dallo scoprire un singolo autore: significa rendersi conto di una “differenza” fatta scrittura. Questo vuol dire anche che le scrittrici vanno lette come “scrittrici” (come del resto, senza neanche dirlo, gli scrittori sono da sempre stati letti come “scrittori”), e che ricostruire il tessuto della produzione femminile non significa aggiungere nuovi nomi, ma essere disposti a rivedere schemi e analisi tradizionali, assolutamente non più praticabili.

Per esempio, sapere oggi (4) che nel Cinquecento operano centinaia di poetesse (quando comunemente non si citano – e spesso male – che i nomi di Vittoria Colonna, Vittoria Gambara, Tullia D’Aragona, Gaspara Stampa e pochissime altre), molte di sicuro valore ma praticamente mai studiate, le quali, accanto ai temi consueti dell’epoca presentano per esempio capacità ironica, coscienza del proprio valore, critica al “centralismo” come Leonora della Genga, Giustina Levi Perotti, Laura Terracina, Laudamia da San Gallo, Lucrezia di Raimondo, Modesta Pozzo (Moderata Fonte) e tantissi­me altre, porta inevitabilmente a porsi domande sulla cultura di corte del Cinquecento (5), e anche sul ruolo culturale della donna (aristocratica naturalmente, in questo caso). E fa pensare anche il fatto che molti di questi nomi (unitamente ai testi poetici) ci sono stati conservati grazie all’opera di un’altra scrittrice, questa del 1700, Luisa Bergalli, Autrice di melodrammi e tragedie, impresaria e pittrice, Luisa Bergalli è citata qualche volta unicamente come moglie bisbetica di Gaspare Gozzi: in realtà lei lo mantenne per anni, grazie alla sua produzione teatrale inevitabilmente frettolosa, permettendogli di fare il genio sregolato.

Ancora, trovare una Isabella Cortese, che nel 1500 scrive un fascinoso ricettario (6) ai limiti tra l’erboristeria, la stregoneria, la chimica, in un’epoca in cui circa un milione di donne in tutto il mondo sono state massacrate come streghe, non significa trovare un libro divertente e un pò misterioso che ha dei precedenti e degli imitatori in libri scritti da uomini, ma significa leggere il testo come una favolosa e coraggiosissima beffa, che in più testimonia una coscienza, una cultura, una padronanza, per molti inimmaginabile per quei tempi. In più, verificare che nel giro di pochi decenni, di quei decenni, dell’opera si fanno per lo meno dodici ristampe, non è aggiungere un in più a ciò che sapevamo, ma mutare ciò che sapevamo.

Come, magari per diversi motivi, fanno mutare convinzioni radicate, rassicuranti parametri, figure del peso di Lucrezia Marinelli, Arcangela Tarabotti, la già citata Moderata Fonte (7), Orsola Benincasa, Isabella Andreini, Laura Battiferri, e, più avanti, Eleonora Barbapiccola, la stessa Bergalli. Maria Gaetana Agnesi, Eleonora Pimentel Fonseca, e tante altre.

Se una Caterina Franceschi Ferrucci (8) scrive, nell’ ‘800, una Storia della letteratura italiana, di gran lunga superiore a tante altre citate nelle bibliografie degli studiosi di storie letterarie, e inoltre prima di accettare il matrimonio mette la condizione di continuare a possede­re spazio e tempo per il proprio lavoro di scrittura, di lettura, non registriamo semplicemente che anche le donne scrivono, ma leggiamo ciò come qualcosa che rivoluziona quanto sapevamo prima: che cioè una donna seppe intervenire criticamente sui massimi autori e momenti della nostra letteratura, seppe leggere alcuni fatti essenziali che ad altri erano rimasti ignoti, seppe stampare quei libri, vederli, guadagnare, eccetera. Ciò significa che non è possibile continuare a pensare che le donne fossero assenti. Che si facesse di tutto per condi­zionarle certo, che fosse per loro complesso, difficile, trovare una dimensione fino in fondo autentica, propria, certo, ma che, quasi inspiegabilmente, sentissero questo amore per la scrittura è evidente, e che riuscissero, alcune di loro a rappresentare, a loro modo, il proprio mondo, pieno di contraddizioni ovviamente, è provato dalla presenza di numerose opere.

Per esempio, il tardo Ottocento-primo Novecento (epoca negli ultimi decenni fatta oggetto di larghe ricogni­zioni, non solo riguardo ai padri Manzoni, Verga, ma riguardo a scrittori “minori”, fino ai più insignificanti, che vengono studiati, giustamente, scoperti, chiosati) è ricco di scrittrici estremamente interessanti. E non mi riferisco solo alla Deledda, alla Negri, alla Aleramo, alla Serao, ma a scrittrici totalmente sconosciute (tranne qualche ecce­zione) come Caterina Percoto, Rosalia Piatti, Luisa Saredo, Maria Savi Lopez, Cettina Natoli, Matilde Gioii, Elda Giannelli, Grazia Pierantoni Mancini, Neera, la Marchesa Colombi, la Contessa Lara, Giuseppina Guacci, Rosina Muzio, Cristina Trivulzio, Elisabetta Caracciolo, Emma, Bruno Sperani, Anna Franchi, Clarice Tartufari, Leda Rafanelli, Annie Vivanti, Carola Prosperi, Amalia Guglielminetti, e ancora Carolina Cosenza, Cecilia De Luna Folliero, Giustina Renier, – insomma l’elenco (9) sarebbe davvero lunghissimo-, sepolte, mai (o mal) cita­te, e solo grazie al lavoro di scavo di questi ultimi anni, riportate alla luce, lette o rilette criticamente.

Ma il punto è, voglio ricordarlo, non quello di aggiungere nomi di donne alla produzione letteraria italiana, e non è certo neanche quello di misurare le loro opere con i metri già codificati su una scrittura tanto distante come è quella maschile, ma saper leggere che esse ci danno informazioni che altrimenti non avremo, che ci svelano la condizione della donna – ma anche dell’uomo – da un punto di vista inedito, che ci testimonia­no, in prima persona e attraverso i loro scritti, una realtà culturale e sociale inedita.

Per esempio, a mio avviso (10), tante di queste scrittrici esattamente rivoluzionano la scrittura del romanzo, affrontano tematiche inedite o in modo inedito, operano insomma una diversità totale riguardo il prece­dente: esse, con tutte le mediazioni, le incertezze di alcune, le ingenuità di altre, portano una nuova “visione” (nel senso Jakobsoniano e no) nel romanzo. Per esempio, nell’ultimo Ottocento, mentre i fratelli scrittori si avvili­scono nelle delusioni post-unitarie e inventano il perso­naggio dell’intellettuale decadente (personaggio che tro­viamo, ahimè!, riproposto in tanti romanzi ancora oggi), le scrittrici parlano di soldi, di economia che muta, di problemi reali che hanno voglia di affrontare. E lo fanno spesso con ironia, che è filone costante in tanta scrittura femminile, benché, come si sa, le donne hanno poco da ridere. La grande differenza è che chi guarda è donna. Chi scrive è una mano di donna che è riuscita a collegarsi a quello sguardo silenzioso e un pò appartato, che ha però osservato, è riuscita ad osservare dal sé il mondo e a rappresentarlo. La donna che scrive, sempre, in ogni caso, si scontra con la mentalità corrente.

E arriviamo così ad altre due questioni per me fondamentali: la prima è che da tutto ciò che è stato affermato finora emerge con chiarezza che chi legge deve essere idoneo alla lettura di questa differenza: essere insomma una lettrice.

E’ la lettura che fa l’opera, afferma Todorov. E afferma anche che la descrizione di un’opera non può mai essere oggettiva, cioè – aggiungo io – neutra. Il critico, il lettore o la lettrice, a seconda del proprio punto di vista, a seconda del proprio corpo che le/gli manda differenti messaggi riguardo il mondo, a secondo della propria cultura, dei punti di riferimento, o delle citazioni che sa rintracciare, “legge”, cioè rifà l’opera (alla quale beninteso chiederei di esistere comunque), anche se apparentemente si limita a descriverle. Come accade quanto rac­contiamo un film, un viaggio, una persona…

Dunque, dopo il reperimento dei testi, dopo la loro assunzione in quanto Testi scritti da donne, bisogna anche, a mio avviso, nel tempo della scoperta sottolineo, e quindi in special modo quando si tratti di testi ed autrici del passato, che chi di essi offre una lettura sia donna, e sia donna che abbia assunto questa problematica nella sua coscienza. La critica (la donna che esercita il mestiere di critica della letteratura, ma anche la insegnante) gioca un ruolo molto diffìcile: deve continuamente entrare ed uscire dalla tradizione scientifica, dalla visione della letteratura che in tanti anni si è fatta, dagli strumenti critici che ha imparato ad usare. Deve entrare ed uscire insomma dalla propria capacità critica, apparentemente neutra, e ritornare al suo essere donna. Se infatti abbia­mo detto che è il lettore che fa l’opera, il lettore dei testi di donna deve essere una lettrice, una lettrice giusta. E ciò non deve apparire né particolaristico né difensivo: è necessario oggi soprattutto, in un momento in cui non è per tutti chiaro il concetto del “genere” nell’opera lettera­ria. In un momento in cui è molto difficile trovare critici che abbiano fino in fondo coscienza della problematica di cui stiamo discutendo e che abbiano effettivamente fatto proprio tutto ciò che c’è alle spalle della singola produ­zione di una scrittrice, come invece hanno fatto per gli scrittori, e come anche le critiche hanno dovuto fare per gli scrittori.

Allora: il concetto della differenza per quel che riguarda la produzione letteraria va applicato tanto a chi scrive tanto a chi legge. E’ diversa la scrittura che prendiamo in esame, siamo diverse noi che leggiamo. La critica deve riuscire ad esercitare nello stesso tempo la passione della differenza e la distanza dell’at­tenzione critica proprio per poter ritrovare una esatta dimensione, pienamente soggettiva, autonoma e che però non tema di tener presente tutto ciò che sa, che ha imparato. (Va da sé che questa “differenza” della critica può essere usata profittevolmente anche applicandola al testo di uno scrittore).

Se il problema principale di un/una insegnante di letteratura italiana è quello di comunicare agli studenti il piacere della lettura, gli strumenti per entrare nel testo, gustarlo di più e comprenderne i modi di esecuzione, il senso di quel testo nella biografia di un autore e, più in generale nella cultura del periodo, il valore insomma della scrittura, che è rappresentazione di pensieri e creatrice di pensieri, e – si spera – di civiltà, come può non partire non dalla biografia dell’autore studiato, ma dal suo sesso, che è l’elemento più categorico nella vita di una persona?

Entrare in un testo e gustarlo, leggerlo, significa innanzi tutto, prima o poi, inevitabilmente porlo in un contesto: bene, il primo contesto è se a scriverlo sia stato uno scrittore o una scrittrice. Solo dopo (o forse, ” a naso”, prima) c’è il problema del giudizio del valore estetico: anche questo non può non partire dalla differenza. Poi­ché, se è vero che esiste in noi una stratificazione culturale che ci aiuta a cogliere l’abilità dei poeti, dei grandi narratori, a usare le parole in modo inimitabile, a forzare il linguaggio, a rendere e a rappresentare senti­menti e situazioni, ai quali appunto siamo in certo senso abituati, il mondo poetico delle scrittrici è tutto ancora da cogliere. Le analisi che si vanno facendo sul linguaggio femminile, sul rapporto parola-corpo, sulle strutture narrative delle grandi scrittrici sono preziose schegge di un mosaico appunto da costruire. Il nostro sguardo si sta appena esercitando a cogliere tutto il nuovo del lessico femminile, e delle soluzioni strutturali che sono state adottate di volta in volta.

Tutto questo lavoro sulla scrittura femminile credo vada mostrato ai giovani, e ai ragazzi vada sottolinea­to che il rispetto a una donna è dovuto non perché lei sia debole, ma perché è una persona, e che alle ragazze sia dimostrato che esse non devono scegliere tra i ruoli tradizionalmente assegnati alle donne (le famose “putta­ne o madonne”) e il nuovo ruolo che la televisione e i giornali spesso reclamizzano di ” rampante maschilizzata”, ma che ciascuna di loro ha la sua propria dimensione e anche la sua propria cultura, perché ha una storia alle spalle che le può offrire sicurezza, oltre che rabbia. Insomma, si insegna la letteratura perché si spera che la letteratura insegni qualcosa. Altrimenti, perché insegnare la letteratura? E si badi: la scuola inevitabil­mente deve scegliere, sceglie cosa insegnare: in questo caso sceglie quale letteratura, a seconda del progetto educativo e politico che possiede.

Lo studio delle letteratura “femminile” serve a dare un quadro complesso e complessivo della storia della civiltà e serve a far comprendere a pieno il valore della scrittura che è strumento tanto insostituibile che anche chi, come le donne, ne era programmaticamente escluso. ha voluto e dovuto conquistare e da ciò ha ricevuto diletto e dignità.

Oggi a scuola pare che si inizi a comunicare la critica di certi atteggiamenti maschili e il rispetto verso la donna: quale sistema migliore (oltre a quello di sottoporre a critica la produzione degli scrittori, facendo cogliere agli studenti il carico di misogina e di ostilità feroce che c’è in alcuni di essi anche illustri nei riguardi della donna) che quello di mostrare le donne anche esse soggetti della nostra civiltà? Creatrici insomma di una cultura che in parte si è anche rivelata, si va rivelando, nella scrittura?

Omettere questo e condannare genericamente la “violenza sulle donne” è un po’ come continuare a far leggere ai ragazzi romanzi dove “i negri” compaiono sempre come quei grossi baccalà “sì badrone” che il cinema americano ci ha fatto conoscere, mentre, in astratto, si parla di razzismo dilagante.

 

Anna Santoro

 

Note

  1. Anna Santoro, Per un’analisi dello stato socio-economico delle scrittrici italiane (dalle origini della stampa al 1860): appunti su produzione femminile, stampa, mercato. In “Pro­spettive Settanta”, 1984, n. 1. Ora in parte ripubblicato nella Guida al Catalogo delle scrittrici italiane…, Napoli, 1990.
  2. Sulle scrittrici straniere, cfr. perlomeno Ellen Moers, Grandi scrittrici, grandi letterate, Milano, 1979; Nadia Fusino, Nomi, Milano, 1987. Per una ricognizione delle scrittrici italiane non contemporanefee, cfr. Antonia Arslan (a cura di). Dame, droga e galline, Milano, 1986; Antonia Arslan e Anna Folli (a cura di), Neera, Monastero e altri racconti, Milano, 1988; Angela Bianchini, Voce donna, Torino, 1979; Ginevra Conti Odorisio, Donna e società nel Seicento, Roma, 1978; Bruna Conti e Alba Morino (a cura di), Sibilla Aleramo e il suo tempo, Milano, 1981; Franco Contorbia, Lea Melandri, Alba Morino (a cura di), Coscienza e scrittura, Milano, 1986; Daniela Corona (a cura di), Donne e scrittura, Palermo, 1990; Giuliana Morandini, La voce che è in lei. Antologia della narrativa femminile italiana tra ‘800 e ‘900, Milano, 1984; Anna Nozzoli, Tabù e coscienzafemminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze, 1978; Anna Santoro (a cura di). Catalogo della scritturafemminile italiana a stampa presente nei fondi librari della Biblioteca Nazoionale di Napoli (dalle origini al 1860), Napoli, 1984; id., Prefazione al Catalogo… (dalle origini al 1900), Napoli, 1990; id., (a cura di), Guida al Catalogo…, Napoli, 1990, specialmente l’Introduzione e il saggio La letteratura non è neutra; id., “Gli amori di una letterata” dellaSig. D. in Esperienze letterarie, 1980, n. 2; id. Per un’analisi…, op. cit.; id. Caterina Franceschi Ferrucci, Le Le­zioni di letteratura italiana, in Esperienze letterarie, 1984, n. 3; id. Letteratura femminile e mentalità nella Calabria dell’800, in Atti del Convegno dell’Ottocento calabrese, Cosenza, 1987; id. Narratrici italiane dell’Ottocento, Napoli. 1987; id. Ricerca e lettura delle scritture delle donne in Italia, in Esperienze Lette­rarie, III, Napoli, 1990; Patrizia Zambon, Novelle d’autrice tra Ottocento e Novecento, Padova, 1987.
  3. Il mio Narratrici Italiane dell’Ottocento, cit., per esempio, è edito nella collana “Strumenti didattici.
  4. Anna Santoro (a cura di). Catalogo…, op. cit.
  5. Anna Santoro, Per un’analisi…, op. cit.
  6. Presto a stampa, a cura della sottoscritta.
  7. G. Conti Odorisio, op. cit.
  8. Anna Santoro, Caterina Franceschi Ferrucci.., op. cit.
  9. Le prime 11 scrittrici sono presentate nel mio Narratrici italiane…, cit., le successive 12 in G. Morandini, op. cit.. In quanto a Carolina Cosenza, cfr. il mio Gli amori di una lettera­ta…, op. cit.
  10. È il tema di fondo affrontato nella Prefazione al mio  Narratrici italiane… op. cit.