Scrittura della differenza – lettura della differenza. L’identità frammentata e la (ri)composizione dei frammenti.

Convegno Donne e scrittura del 1988 a Palermo  (Gli Atti del Convegno sono del 1990)

Anni fa abbiamo aperto il discorso sul bisogno di recupero della memoria e dell’identità femminile, ai fini di ricostruire una “storia” che non ci facesse sentire orfane di tradizione e di cultura. Abbiamo riscoperto la nozione di “differenza”, che per alcune di noi non appariva nuova in sé (anzi su di essa, da secoli, era stata costruita la cultura e l’identità maschile, attraverso le più svariate ideologie e strutture filosofico-religiose), ma era nuovo il senso che noi le affidavamo. E cioè il termine “differenza”, negando la gerarchia che sulle differenze viene sempre costruita, afferma una completezza che esclude il secon­do termine (differente da…) e si presenta semplicemente come “gene­re (altro)”.

Ritenersi “differenti” è sottrarsi al metro di giudizio, alla scala di valori tradizionale (maschile) e porre invece se stesse come dato da cui partire.

Naturalmente ciò ha significato affrontare problemi grossi, non ancora risolti, come il rapporto tra natura storica e natura originaria, insomma la definizione di “donna” e di “femminile”, una volta eliminati (quando si elimineranno) gli stereotipi. Ma certo è che “partire da sé” e “donna è bello” significava allora affermare il proprio desiderio e viversi né come “uomini mancati”, e neanche come “alterità rispetto a…”. In questo modo la marginalità tende alla centralità. L’oggetto (che sottraendosi al suo soggetto storico, lo ha reso più solo e ha messo in crisi la sua identità — che appunto si reggeva sull’ordine precedente —) diviene soggetto.

A noi resta il problema se sia inevitabile che ogni sog­getto presupponga un oggetto, e ancora di più resta il problema (in questa sede) di come riuscire a intendere, a cogliere e a costruire la “differen­za”, badando a non “fissare” ulteriormente stereotipi tramandati o di crearne di nuovi.

Si potrebbe dire che la “differenza”, quella che mi interessa, si costruisce, forse, attraverso un continuo entrare ed uscire tra “principio di realtà, mettersi allo specchio, partire da sé” e “utopia, progetto, ricerca delle possibilità”. Ciò che mi sembra indispensabile — una volta capita la povertà dei ruoli a cui ci avevano condannato (donne e uomini, e ai quali evi­dentemente non tutte/i si sono adeguate/i, perché altrimenti ora non staremmo qui a discutere) — è non solo distruggere le caratteristiche dei ruoli, e gli stereotipi ad esse legati, ma soprattutto lavorare a riscoprire la gamma vastissima di possibilità di ciò che si definisce, nel nostro caso, “femminile”. L’energia, la combattività, non è detto siano elementi maschili, come la dolcezza etc…elementi femminili. E dunque la capacità di comprensione, le pro­blematiche profonde, la complessità, la capacità stilistica, la finezza d’e­spressione etc…non è detto siano prerogative della “scrittura maschile” come la leggerezza, la superficialità, il sentimentalismo etc… di quella femminile.

Ho dovuto fare questa specie di preambolo perché il problema del­la differenza della scrittura è appunto all’interno di quanto ho detto sopra. Diversamente da altre io non ho mai sentito totalmente estranea la scrittura. È vero che all’università mi dicevano: «brava! scrivi come un uomo». E infatti scrivevo saggi di critica letteraria o articoli politici che potevano anche essere di un uomo (anche se…). Ma le mie poesie, i miei racconti, non parliamo del diario, erano cose private, erano me. Il resto aderiva ad un genere, a quello maschile, che evidentemente in li­nea di massima mi appariva maestro e vincente. E soprattutto, mi appa­riva unico (nel senso di neutro). In seguito, ho sbattuto la testa e continuo a sbatterla per far sì che la scrittura sia mia, non come una cosa definita che io devo giungere a possedere, ma qualcosa, come la voce o il pennello, che ha in sé tante possibilità: la storia può insegnarmene alcune, le altre sta a me inventarle, per fortuna! Dipende da che cosa voglio scrive­re e dipende da come. Cioè io credo, per esempio, che una donna che racconti dal suo punto di vista (e che sia don­na che possiede un suo punto di vista da donna), ciò che dal suo pro­fondo vuole essere raccontato, ciò che le fa sentire la necessità di raccontare, questa donna scriverà cose come un uomo non potrà fare mai. (E così anche il contrario).

La bellezza degli autentici scrittori sta nel fatto che essi hanno rappresentato il mondo così come lo vedevano, dopo aver evi­dentemente sofferto, amato, gioito, eccetera… E di averlo rappresenta­to grazie all’unica possibile scrittura che consentisse all’opera di essere quella che è. Tutto ciò lo fanno anche le grandi scrittrici: rap­presentano il mondo dal proprio punto di vista e a seconda del proprio punto di vista. Se guardo un film so se è americano o italiano. L’arte è segnata dalla nazionalità, può non esserlo dal sesso? Ma attenzione: questo non c’entra con il senso dell’opera, dell’o­perazione creativa. Il problema a quel punto è lo stesso sia che al lavo­ro ci sia un uomo sia una donna, ma, ripeto, ovviamente, ciascuno a suo modo. Su questo tornerò tra poco. Per ora ripeto che se la scrittura mette in gioco il suo autore/la sua autrice sul serio, se è frutto di scavo interno e di elaborazione di strumenti linguistici ed è in grado quindi di compiere degli “scarti”, alla fine l’autore c’è tutto nella scrittu­ra e dunque c’è anche il suo essere uomo o donna. E quale uomo e quale donna.

Questa era la mia ipotesi di lavoro dalla quale sono partita quando ho deciso di studiare la produzione letteraria italiana femminile, e, con­siderando quanto poco si conoscesse della scrittura femminile italiana, avviai un Catalogo delle opere a stampa di scrittrici italiane presenti nella Biblioteca Nazionale di Napoli’.

Scelsi, cioè, un “luogo” preciso, la Biblioteca, per reperire mate­riale altrimenti condannato per sempre all’oblio (visto che la produzio­ne femminile italiana è raramente in circolazione e dunque mai citata), inventando una precisa metodologia di ricerca che, a sua volta, già faceva emergere problemi che oggi si vanno affrontando2.

Da questo lavoro sistematico emersero dati di grande interesse che dimostravano intanto la presenza di scrittrici in Italia, e poi la loro cul­tura, la creatività, la curiosità, insomma la ricchezza, ma anche ovvia­mente i debiti dei loro scritti nei confronti della cultura ufficiale. E intendo con questo l’accettazione, anzi la convinzione da parte di alcune scrittri­ci, della necessità di aderire, di normalizzare la propria mentalità e la propria scrittura a quella dominante (maschile).

A me non apparvero interessanti e utili solo gli scritti dettati dalla coscienza e dalla intelligenza di alcune. Era lo scrivere in sé che mi appariva eversivo in ogni caso, perché la donna che scriveva inventava la scrittura, ora impadronendosi — per ciò che le era possibile — di quella dei padri, ora rimanendo impacciata nei loro confronti. In ogni caso, al di là pure della convenzio­nalità di certi aspetti, emergeva comunque, a ben guardare, una “dif­ferenza”. Per cercare di afferrarla, a parte alcune ricerche sulla condizione socio-economica delle scrittrici, o sulla formazione della mentalità del­le scrittrici (e dunque delle donne in generale), ho lavorato su una serie di scrittrici dell’Ottocento, momento delicato per la storia delle donne, partendo dalla nozione che a scrivere fosse una donna, in un tempo, un luogo: per il resto ero pronta a verificare, a prendere atto anzi, delle tematiche, e dei modi della scrittura.

In questo modo autrici come Ca­rolina Cosenza, o Caterina Franceschi Ferrucci, o Fanny Salazar, o Em­ma Parodi, o le undici narratrici presentate e antologizzate nel mio ultimo libro (e cioè Caterina Percoto, Rosalia Piatti, Luisa Saredo, Maria Sa­vi Lopez, Cettina Natoli Grifeo, Matilde Gioii, Elda Giannelli, Grazia Mancini Pierantoni, Anna Zuccari Radius, Maria Antonietta Torriani, Eva Cattermole Mancini) finivano per mostrare delle affinità nelle tematiche che, essendo trattate da donne (e solo da donne), io ho definito “tematiche di scrittura femminile”, e cioè l’amore, la famiglia, il matrimonio, il danaro, l’emancipazione, la guerra, la carità. Ma so­prattutto dai loro scritti viene fuori il punto di vista della donna, con le sue contraddizioni e mediazioni, ma certo l’io narrante è donna, la protagonista è donna, è lei che pensa, sogna, ama, scrive.

E scoprii che, specialmente a partire dall’Ottocento, le scrittrici italiane cercano sempre una “ragione” del loro scrivere.

Voglio dire che se nei primi secoli della letteratura italiana le don­ne che fanno poesia (le aristocratiche) hanno lo stesso pubblico dei poeti maschi e a spingerle è, al di là dei “temi”, l’ozio, inteso in senso letterario, se nel Settecento le donne che scrivono sono spinte dalla curiosità, dall’amore per l’arte, dall’ambizione, nell’Otto­cento, nel momento della edificazione di una nazione unitaria, nordica, borghese e, maschilista, alla donna viene incul­cata la necessità di una “ragione” (e che sia “nobile”) al suo scrivere: quella educativa. Così quasi tutti gli scritti di donna, nell’Ottocento, soprattutto nella seconda parte, hanno questa vocazione e finalità. Ma, si badi bene, ciò fu possibile perché la donna, avvertendo sempre e co­munque la scrittura “pubblica” come atto trasgressivo, appro­fittò in certo senso di questo compito affidatole (ipocritamente), per pronunciarsi effettivamente sulla realtà circostante e su se stessa. E sebbene le scrittrici tesero a rendere il discorso, quando più quando meno, accettabile perché potesse divenire, appunto, pubblico, di fatto, svelarono tanti aspetti della condizione della donna.

Ma avviene anche altro: la coscienza della diversità delle cose che si volevano dire, lasciava al secondo posto il problema della diversità del come dirle. Questo è accaduto ancora dieci, quindici anni fa e solo in questi ultimissimi anni, mi pare, stiamo cercando di mettere a fuoco il problema.

A me interessa la storia delle donne e dunque la storia della presa di coscienza, dell’autonomia, dell’identità, ma interessa anche, e mol­to, la storia del linguaggio e della capacità creativa delle donne. Così se è da capovolgere il luogo comune della “mancanza” o della presenza “secondaria” delle scrittrici (mi riferisco sempre alla letteratura ita­liana), è certo da affinare ancora di più la nostra capacità analitica di lettura dei testi.

A me interessa studiare se e in che misura il mondo di un’autrice sia divenuto linguaggio, se e in che misura il linguaggio delle scrittrici rappresenti il mondo e se in questo ci sia la differenza. In molti casi verifico concretamente come la dilatazione della coscien­za produca una dilatazione del linguaggio, come la coscienza di sé e del mondo, pienamente arricchita di diversa sensibilità, crei parole nuove, come la visione “plastica”, direbbe Maxie Wonder, esiga, e di fatto pro­curi, un nuovo linguaggio. E credo che a questo lavoro oggi siamo im­pegnate noi che proveniamo da esperienze politiche e femministe e che inevitabilmente (e credo giustamente, per noi) abbiamo messo al cen­tro del nostro scrivere i temi, giusto perché essi facevano parte di noi in modo profondo.

Ma il panorama è vasto, le possibilità sono tante. Ormai non si può non riconoscere la ricchezza e la maturità anche nella let­teratura italiana della presenza femminile, e ciò fa apparire più che al­tro noiosa la sua collocazione “laterale”, che invece troppo spesso continua ad essere riproposta. Molte scrittrici contemporanee hanno una tradizionale visio­ne del mondo, eppure, se autentiche scrittrici, av­viene il miracolo che nella loro scrittura trapelino motivi ed elementi nuovi che servono alla identificazione della “differenza”.

È facendo cultura che si fa cultura, è esercitando la soggettività che la soggettività diventa sempre più autentica anche attraverso la continua presenza delle contraddizioni, che in un certo senso sono aumentate.

Le scrittrici di oggi non vogliono più educare: vogliono essere scrittrici. E essere scrittrici significa avere grandi re­sponsabilità: nel proporre una visione del mondo e riguardo la scrittura. La scrittrice ha responsabilità verso le parole, che non servano per ingannare o per ripetere banalità, ma che siano gustose e piene e prendano vita da se stesse.

Sta alla scrittrice decidere cosa fare della scrittura e penso che le possibilità fortunatamente siano tante e che sia bene che ognuna sviluppi le sue.

Personalmente, come autrice di poesia e di narrativa, mi sento im­pegnata a cercare il più profondamente dentro e fuori di me (e dunque anche ad inventarle) le parole che significhino ciò che effettivamente voglio dire. (Spesso però, soprattutto in poesia, sono loro che dicono quasi senza che io lo sap­pia). E poiché io sono donna, napoletana, intellettuale, con un certo percorso, certe scelte, certe esperienze, è certo che da tutto ciò è se­gnata la mia maniera di vivere e di far cultura, cioè di scrivere. Altra questione, successiva, è se quella poesia, o quel romanzo, funzioni o no, e non ha più impor­tanza l’esperienza, la coscienza eccetera.

In effetti si aprono ora, si sono aperti per noi, tutti i problemi che ha una persona che scrive, che vuol fare poesia, narrare, rappresenta­re. Se attraverso le parole esprimeremo la differenza, significherà che avremo conquistato fino in fondo la nostra soggettività.

 

NOTE

‘ Il primo volume del Catalogo, dalle origini al 1860, è uscito nel 1984, il secondo, dal 1861 al 1900, nel 1989.

1 Cfr. Perleparole, Convegno organizzalo a Milano, dal 3 al 5 giugno 1988, dal Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna.