Intellettuali sulla scena (Leggendaria 1994,7) Parte prima: essere meridionali

 

Per molte di noi la meridionalità è un punto di vista, un compor­tamento, una questione di differenza che, come la più nota “dif­ferenza sessuale”, non pone al centro l’altro/l’al­tra, ma appunto le differenze. Non crea gerarchie ma induce alla curio­sità verso l’altra e alla ricerca del­l’i­dentità, magari ripulita da scorie appiccicaticce. Molte di noi af­frontano il pro­blema come or­mai hanno imparato a fare: rileg­gendo la nostra sto­ria, la sto­ria del nostro territorio, investi­gando su ruoli impo­sti e ruoli ac­cettati, su valenze da recupera­re e riscattare e altre da supe­ra­re e verificare come secondarie. Molte di noi si in­terrogano su come liberare e ri/creare un nuovo immaginario nel quale ricono­scersi. Molte di noi sono impensierite da alcuni aspetti, da al­cune dege­nerazioni delle donne nel Sud, come da alcuni a­spetti, da alcune degenera­zioni del­le donne nel Nord. Certe volte addi­rittura a molte di noi scappa di pensare che certe mistifica­zioni del­l’oggi sul “femminile trion­fante” (quante donne ci sor­ridono dai roto­calchi o ci guardano con disapprovazione da tribu­ne poli­tiche, manage­riali, culturali, giudiziarie etc..!) si ap­poggino anche su politi­che am­bigue portate avanti da donne.

Abbiamo co­munque voglia di capire: se sono dege­nerazioni o semplici “aspetti”, e soprattutto in che modo e quanto ancora o di nuovo paghino le donne, nel Nord e nel Sud, le rela­zioni scel­te, subi­te, ricercate o che altro con i rispettivi uo­mini, con le rispet­tive strutture economiche e isti­tuzionali, con le rispetti­ve for­me di malaffare, e così via. E abbiamo voglia di recuperare tutta la nostra storia, tutto il nostro bagaglio cul­turale, per sentir­ci più forti, per fondare sul fatto di non es­sere le prime a cer­care nuove strade.

A molte di noi non piaccio­no proprio quelli che, certe volte nella stupi­dità della buona fede, certe volte nell’arroganza del progetto politico, affermano che “final­mente le donne nel Sud hanno comin­ciato a…denunciare, prendere co­scienza…” e simili, senza con­siderare assolutamente quanta Sto­ria importante ci sia alle no­stre spalle (oltre che sulle no­stre spalle).

 

Per contribuire alla ricostruzione della memoria e dell’immagina­rio riferito alle donne nel Sud, mi sarebbe piaciuto ri/nominare, sia pure velocemente, le presenze di tante che nel Sud han­no, relativamente ai loro tempi, reso visibile la propria presen­za e la propria opera, per rendere loro omaggio e per offrire a chi legge una sorta di genealogia. Ma esse sono molte, poco o per niente conosciute, e dunque serviranno molti libri, studi e ri­cerche per ricostruire questo pezzo così importante della Storia nostra, di meridionali, e di tutte le donne. Anche limitandomi all’800, i nomi che mi vengono in mente, a parte le pochissime note, sono davvero troppi: Maria Raffaella Caracciolo, Carolina Cosenza, Orsola Benincasa, Cecilia De Luna Folliero, Maria Giu­seppa Guacci, Giovanna De Nobili, Teresa Notarianni, Laura Bea­trice Oliva, Giannina Milli, Enrichetta Caracciolo, Rosalia Luc­chesi Palli, Teresa Filangieri, Marianna Giannone, Cettina Nato­li, Maria Antonietta Riccelli, Ida Fusco, Virginia Fornari, Maria Savy Lopez, e tante altre. Senza contare le collaboratrici di giornali come “La Margherita” o “Un Comitato di donne”. Certo è che a Napoli doveva esserci un certo fervore e una certa at­ten­zione da parte del pubblico, se nel 1870 viene stampata, poco prima della traduzione della Mozzoni, “La soggezione delle donne tradotta dall’inglese per Giustiniano Novelli. Con un’appendice contenente notizie de le donne illustri”.

Così ho pensato di restringere il campo privilegiando la profon­dità, e di presentare tre scrittrici, esemplari di quella sogget­tività femminile, propria delle grandi intellettuali.

Aurelia Folliero De Luna Cimino (1827-1895), Grazia Mancini Pie­rantoni (1843-1915), Fanny Salazar Zampini (1853-?) sono tre na­poletane che, pur essendo l’unità della nazione da poco compiuta (e in qualche punto ancora in svolgimento), vissero l’appartenen­za alla propria terra in modo, direi, interiorizzato, senza cade­re nel particolarismo e senza vivere la “questione meridionale” come specificità, pur riconoscendo e additando certe differenze tra le culture e i costumi dei differenti territori, a livello nazionale e internazionale. Esse semplicemente cercarono e riu­scirono a formalizzare, con la vita e con le opere, un “modo nuo­vo” di essere intellettuali, esattamente come fecero altre donne nel Nord d’Italia, in Francia, in Inghilterra, in America… Ho per questo completamente omesso di trattare, in questa sede, la loro produzione artistica (che pure fu di alto livello, specie per quanto riguarda Grazia), e ho privilegiato segnatamente il portato politico e culturale delle loro azioni, mostrando, per quanto possibile in questa sede, la profonda connessione tra per­corso biografico e percorso intellettuale.

Protagoniste asso­lute dei dibattiti che in quel tempo (ma anche oggi) si portavano avanti, tutte compiutamente coscienti della propria condizione di donne, di meridionali, di appartenenti a quella fascia tra ari­stocrazia illuminata e borghesia intellet­tuale che determinò i modi del processo di formazione dell’Italia (e vale a dire che al tempo stesso sottrasse spazio alle donne eppure comportò anche che esse se ne prendessero); tutte vissute in ambienti familiari e cultu­rali che influirono molto sulla loro formazione (la figura pater­na e soprattutto la materna crearono una genealogia che va tenuta ben presente); tutte viaggiatrici, attente ai fenomeni politici e culturali, al destino delle donne, alla loro vita, alla loro pro­duzione letteraria, tutte impegnate sui temi centra­li di quegli anni: il lavoro, la famiglia e il matrimonio, l’edu­cazione (spe­cialmente quella fem­mi­nile), l’impe­gno politico, la visibilizza­zione dei corpi, la guerra, eccetera. Tutte capaci (nel senso pieno di “idonee e attente” al­l’acco­glienza) di recepire i senti­menti e i bisogni delle altre donne, oltre che più comples­siva­mente della società. Tutte ricono­sciute a livello nazionale, e qualche volta internazionale, da contempo­ranee e da contempora­nei, tutte cancellate e rimosse, come è ac­caduto per tante altre, dalle storie letterarie, politi­che e di costume: e non solo da quelle tradizionali (leggi ma­schili) ma anche dalle nuove, di donne, perché anche Aurelia, Grazia e Fanny fanno anco­ra parte di quel numero assurdamente e fantasticamente alto di donne impor­tanti e dimenticate. Cancel­late, aggiungo, anche dal­la memoria cosciente delle loro figlie, non lo sono però dalla memoria che è nei nostri geni e che ci ha fatto così come oggi siamo: donne nel Sud, in questa città che come loro amiamo e respingia­mo, rivendi­chiamo e desideriamo trasformare. I pensieri, la vita e le opere di queste tre napoletane vanno cono­sciuti perché esse sono, as­sieme ad altre, nostre madri. (segue prossimo post)

Aurelia Folliero De Luna Cimino, nacque a Napoli da Cecilia De Luna, poeta e scrittrice di grande interesse, e da Giovanni Fol­liero. A 10 anni Aurelia si trasferisce con la madre a Parigi dove conosce uomini e donne rappresentativi della cultura france­se e italiana. Tornata in Italia, sposa il poeta e patriota Tom­maso Cimino, col quale nel 1848 deve esulare in Inghilterra. A Londra Aurelia dà lezioni di letteratura italiana, francese e spagnola ai figli dei nobili. Tornata in Italia, fonda a Firenze la rivista “Corne­lia”, apre un Istituto agrario a Cesena, è cor­rispondente di “The Revolution”, famoso giornale americano, e del parigino “Le droits des femmes”. Muore nel 1895. Delle sue mol­tissime opere, tra le quali anche ro­manzi, drammi e raccolte di poesie, ricordo almeno “Sta­bilimenti agrari femminili” (Firenze 1879), “Questioni socia­li” (Cesena 1882), “Teosofia moderna” (Ro­ma 1893). In Questioni sociali, Aurelia raccoglie saggi, artico­li, studi che mostrano l’intelligenza, la coscienza e la cultura di questa donna. Ecco i titoli: La questione femminile in Italia e all’estero, Riforme legislative e universitarie, Educazione e affetti, Istruzione, Idealismo e scetticismo, L’Opinione pubblica nella società. Tra le tantissime  questioni che Aurelia affronta, segna­lo: l’attacco che fa alla convenzione per cui l’e­sistenza so­ciale della donna si limita ai 25-30 anni, mentre è dopo i 40, afferma, che le donne possono “esercitare un’azione diretta sui costumi e sulle idee”; la difesa delle nubili, af­flitte da luoghi comuni squallidi e volgari; la risposta a chi afferma che solo le donne vecchie e brutte sostengano i diritti delle donne, non pos­sedendo più il gusto e la possibilità della seduzione sessuale tradizionale; la rivendica­zione della pre­senza delle donne nei tribunali, nelle carceri, nelle Istituzio­ni, perché, sottolinea, il loro punto di vista è altro da quello degli uomini (“Non sem­bra egli giusto che la ma­dre della vittima, la quale si vide as­sassinare sotto gli occhi la figliuola,…sap­pia che il giurì non è solo composto di uomini che comprendono la forza di un paros­sismo forsennato per contra­riato affetto, ma anche di ma­dri…?”); mette in guardia dai ri­schi del divorzio se gestito da leggi che ancora non abbiano ac­colto i diritti delle donne e al­larga il discorso all’educazione delle fanciulle, alla loro ne­cessaria autonomia economica e cul­turale; affronta il tema del diritto al lavoro (“Fra i pregiudizi più fatali alla felicità della donna vi è certamente quello che vieta alle fanciulle di condizione nobile l’esercizio di una pro­fessione o d’un’arte re­munerativa”); si batte per scuole che dia­no una cultura completa alle donne, anche riguardo il corpo, che le preparino a tutte le professioni, anche a quelle scientifiche; auspica giornali e as­sociazioni femminili che pratichino la soli­darietà tra donne per dare loro forza contro le violenze degli uomini; raccomanda alle donne di “pensare un po’ seriamente ai loro veri interessi, di adempiere con zelo i loro doveri, ma di non dimenticar del tutto i propri diritti, poiché alle volte anche l’esercizio d’un di­ritto è un dovere”; spinge a riflet­tere sulla stupidità della po­litica e de­gli interessi di potere (“Mentre sul nostro piccolo pianeta si va discutendo se uno dei punti microscopici della sua superficie deb­ba essere governato da questo o da quello…e mentre l’uomo stu­dia nuovi generi di tor­ture…o come annientare gli eserciti e polverizzare i vascelli nemici coi loro equipaggi…un sole si sta scomponendo…”); ha magnifiche parole tuttora attua­li contro la follia della guerra (“Quante pazze imprese e quanto sangue si risparmierebbe se la donna, che si tiene al di fuori dalle violente passioni politiche, e per ciò ha il giudizio più chiaro delle cose, fosse chiamata a consiglio. Come possiamo noi vantarci di civiltà mentre ogni giorno udiamo di guerre sanguino­se le quali non hanno programma, non hanno causa eccetto la pas­sione dell’orgoglio ferito, e l’insaziabile sete delle conquiste? Ed i popoli…vanno al macello non osando disputare la propria vita alla elastica parola, Gloria nazionale…”, “Quando nelle prime preci che insegniamo ai nostri bambini, suggeriamo loro di pregare anche per nemici nostri se­condo la parola del Sommo Mae­stro, non pensiamo già che fra pochi anni s’insegnerà ad essi che la guerra…è inevitabile e glorio­sa“, “Solo crederemo di aver raggiunto la civiltà quando la donna avrà il diritto di farsi ascoltare, quando invece che all’orgo­glio nazionale si baderà agli strazi dei nostri cuori, al rispet­to della vita umana”).

Grazia Mancini Pierantoni nacque a Napoli nel 1843, figlia della poeta Laura Beatrice Oliva e di Pasquale Stanislao Mancini, a sua volta figlio di Grazia Maria Riola, donna di grande sensibilità, alla quale Grazia fu tanto legata da pubblicare suoi scritti ine­diti: “Il manoscritto della nonna” (Roma 1878). Fratello di Gra­zia è Eugenio che sposerà Eva Cattermole, la Contessa Lara. Nel 1848 la famiglia Mancini si rifugia a Torino, dove vivranno fino al 1860, anno del ritorno a Napoli. Dal ’60, Grazia vive dunque tra Napoli, Torino, Roma, dove nel 1868 sposa Augusto Pierantoni. Muore a Roma nel 1915. Prevalentemente autrice di commedie, poe­sie, racconti e romanzi (nel mio “Narratrici italiane dell’800”, Napoli 1987, ho pubblicato brani del suo racconto lun­go “Donni­na”, Napoli 1892), Grazia ci ha lasciato anche un bel­lissimo dia­rio “Impressioni e ricordi: 1856-1864” (Milano 1908) dove raccon­ta della sua famiglia, del padre, della madre, del suo rapporto con Napoli, dei suoi primi cimenti letterari. Sulla fa­miglia e sull’attività dei genitori a Napoli nel ’48, prima del­l’esilio, torna anche in “Una pagina di storia: 1848-49” (Roma 1898). Ciò che qui voglio sottolineare è come nel diario di Gra­zia si  legga compiutamente formalizzato nella scrittura lo sguardo di donna. Grazia ha sentimenti profondi riguardo la giustizia sociale, le difficoltà delle donne, specie se sole e non garantite da fami­glie, nutre utopie riguardo un “mondo migliore”, segue la politi­ca e condivide i pensieri del padre ma li traduce in altro modo, considera le cose con una “donnità” che in qualche modo ci appar­tiene. Per esempio Grazia è stata educata ad essere una fervente patrio­ta, ama Napoli e comprende quanto il dominio bor­bonico ab­bia pe­sato sulla cultura e sul costume della città, in più per tutta la vita denuncerà ingiustizie e prepotenze, ep­pure trova parole di autentica pietas, e qui ha solo 16 anni, nel soffer­mar­si con il pen­siero sulle soffe­renze umane dei sovrani, sulle fu­ghe, sul loro sgomento (“Quando passo e levo gli occhi alla ri­dente terrazza sul mare, dove una giovane regina aveva sognato di grandezza e d’amore…provo un senso di tristezza”), come le tro­va nei confronti dei briganti che secondo alcuni meritereb­bero la pena di morte (“I giornali sono pieni di racconti racca­pric­cian­ti: incendi, rapine, assassinii… Naturalmente anche le rap­presa­glie e le repressioni sono terribili, e chi sa quanti inno­centi, o per lo meno non malvagi, perderanno la vita! Il fa­voreg­giamento è colpa, ma è tanto umano il parteggiare per l’ami­co, il parente anche colpevole! Come rifiutare ospitalità ad un fuggiti­vo?”, “Ed io penso: perché non si abolisce finalmente dal Codice la pena di morte, que­sto ultimo avanzo di leggi, che non possono più essere quelle dei popoli civili?”); ha parole indi­gnate per i cortigiani che, prima schie­rati in un senso, dopo la sconfitta degli antichi padroni, ne cercano di nuovi; rimane per­plessa di fronte a certi incarichi politici e amministrativi (“Perché non dirlo? Ci sareb­be da pian­gere e da ridere a un tempo osservando con quale fretta i posti migliori sono occupati da uomini merite­voli qualche vol­ta, ma più spesso da martiri politi­ci inadatti a diventare mini­stri…senza preparazione alcuna”); più complessi­vamente, si ren­de immediata­mente conto che c’è qual­cosa che non va nel nuovo governo della città (“Per l’ingresso del Re a Napoli il Municipio aveva decre­tato spese che a mio av­viso si possono chiamare paz­ze…Oh quanto meglio se il denaro si fosse speso nel far ripuli­re i quartieri popolari…”, “Bisogne­rebbe andar cauti, indagare le ragioni del malcontento che fer­menta nelle province meridiona­li, non tanto irragionevole come si crede a Torino); rimane col­pita dalla po­vertà che vede a Napoli, ma ha anche paro­le e giudi­zi che mostra­no cura e attenzione per il po­polo (“Come questi giovani sono laboriosi ed intelligenti! Capi­scono a volo e valgo­no più degli operai che ho visto lavorare a Torino, mentre son pagati assai meno. E’ una calunnia che il na­poletano sia in­fin­gardo: ben di­retto, riesce in tutto. Le pia­ghe del popolo qui sono l’ignoran­za, la superstizione e la sudi­ce­ria”) fino ad al­largare il di­scorso per arrivare ad una fervi­da, sia pure ancora ingenua, de­nuncia sociale (“Ogni sera, ponen­domi a giacere fra tiepide col­tri, mentre la fiamma ancora arde nel mio caminet­to, sento vin­cermi dalla tristezza e dal rimorso: penso ai giaci­gli su cui languono famiglie intere, penso ai lavo­ratori che deb­bono affron­tare il gelo mattutino, ai piccoli bimbi dai piedini rossi tra­scinati fuori di casa. In quell’ora stessa le carrozze imbotti­te e riscaldate riconducono dai balli le dame  sfarzose… Imma­gino allora sistemi complicati di pubblica bene­ficenza, bramo folle­mente di avere a mia disposizione molto dana­ro…”); riven­dica alle donne il diritto/dovere di assumersi ruo­li ben precisi (“Donne italiane all’opera: sarà vostra la colpa se fra pochi anni tutti questi fanciulli non cresceranno educati, istruiti, degni dei nuovi tem­pi”).

Di Fanny Salazar Zampini, che nacque nel 1853 a Bruxelles dove il padre, Demetrio Salazar, patriota di origine calabrese, trapian­tato gio­vanissimo a Napoli, era stato esiliato dopo il 1848, se­guiamo per sommi capi il racconto che lei stessa ha fatto della sua vita nel bellissimo “Antiche lotte, speranze nuove” (Napoli 1891).  Fanny ha sette anni quando è a Napoli nel 1860 a salutare l’arrivo di Garibaldi tra le braccia del padre. Ricorda l’atmo­sfera di quelle giornate. Ricorda la dolcezza e la cultura della madre, Dora Calcutt, e il salotto letterario-politico dei genito­ri frequentato da illustri perso­naggi, ricorda il fervore delle discussioni, i sogni che si ali­mentavano. Eppure a quindici anni fa un matrimonio proposto dai genitori e da lei accettato con leggerezza. Zampini ha venti anni più di lei ed è uomo interessa­to e meschino. Dopo il terzo figlio, rifugiatasi in campagna, comincia a scrivere versi, com­medie, ma la prima opera importante è la raccolta di novelle “Tra l’ideale e il reale”(1878). E’ con questa infatti che inizia l’attività di scrittrice, nel senso pieno di profes­sione intel­lettuale: scrive e si fa pagare. Nel 1880 pubblica il “Manuale di economia domestica” tra­dotto dal­l’inglese con una prefazione sull’igiene e un “Cenno sui co­stumi del popolo napoletano”. Intanto dirige la collana “Bi­blio­teca azzurra” e pubblica nell’81 “Briciole”. Nell’82 muore il padre e nell’83 la madre. Fino ad ora, pur avendo difficoltà, Fanny è vissuta comunque protetta e rassicura­ta dalla casa dei genitori che le sono stati a fianco. Ora è sola e da sola comin­cia ad af­frontare nella vita e nella scrittu­ra due problemi, due te­matiche fondamentali che tali rimarranno per tutta la sua esi­stenza: il tema del divorzio e quello del diritto al lavoro per ogni donna. Infatti, essendosi nel frattempo se­parata dal mari­to, deve mante­nere se stessa e i fi­gli, e può verificare quanto sia difficile perché, da separata, non le riesce di trovare la­voro nelle scuole e, comunque, nascono meschini equivoci (“Risposi immediatamente a Monsignor C. osser­vandogli che se cercavo di occuparmi, era pre­cisamente per con­servare la indipen­denza mia. Non avevo giammai chiesto né accet­tato aiuti da chicchessia, e non mi pareva giusto alludere a cari­tà quando avevo parlato di lavo­ro“. Partendo dun­que dalla propria esperienza, Fanny affe­rma che è il modo di con­trarre matrimonio che deve cambiare, è il modo con cui ci si ar­riva, le aspettative che si hanno: per l’uo­mo il matrimonio è sempre di convenienza. Per la donna è sempre un ricatto, perché non ha indipendenza economica. Oramai è parte del suo quoti­diano lo scon­tro con l’organizzazione sociale, con la men­tali­tà fatta di pre­giudizi e di luoghi comuni, con la conse­guenza che l’atten­zione di Fanny nei riguardi della condizione delle donne in Ita­lia, dipenda non da motivi culturali e intel­lettuali, ma dal fat­to che la vive di persona e dunque il suo sguardo si fa più at­tento e la lettura della realtà attor­no è sempre più chiara. Di nuovo in ritiro in campagna, a Cava dei Tirreni,  scrive “Uno sguardo sul­l’avve­nire delle donne in Ita­lia” e nell’86 fonda la “Rassegna degli interessi femminili”. La sede del giorna­le divie­ne salotto intellettuale (tra gli altri c’è Croce, “un mio giova­ne amico, dotto e modesto cultore di stu­di storici”: a questa cono­scenza Croce deve una certa attenzione alle donne della let­tera­tura?). Ma le criti­che fioccano: donne e uomi­ni che fanno in una sede di giornale? E fioccano i problemi econ­omici. Pur se soste­nuto a parole da tan­ti, il giornale non ce la fa e dopo va­rie vicissitudini chiuderà nell’88. Ma prima ha tutto il tempo di diventare punto di riferi­mento di donne che vanno a raccontare le loro storie (“Non passava quasi giorno sen­za che chiedessero di parlarmi donne bersagliate dalla sventura. Erano creature stra­ziate da tutt’i dolori a cui le condanna la schiavitù morale de’ nostri pregiudizi, specialmente quelli con­tro il lavoro e contro la libertà individuale. Alcune, prive di mezzi, non potevano la­vora­re per divieto espresso del marito, del padre…Altre, e quante di queste!, erano le vittime dell’amore. Fanciulle sedotte dal miraggio dell’affetto da quei’ vili che le avevano abbandonate dopo di averne carpito la fiducia con false promesse di matrimo­nio. Mogli sventurate i cui mariti le tradiva­no con altre don­ne…Scoprivo continuamente l’abisso dell’umana malvagità, la prepotenza e l’ipocrisia che s’impone alla nostra vita sociale. Da una parte gli uomini, a cui tutto è lecito per soddisfare i loro appetiti brutali, dall’altra le donne a cui si fa colpa fi­nanco di secondare i più delicati e generosi affet­ti”).  Fanny af­fronta anche il tema dei bamb­ini, figli di nessu­no: “Non si vuole imporre agli uomini la pate­rnità? e allora ri­torniamo al Matriar­cato!” Si batte per leggi contro i sedutto­ri, per la ri­cerca del­la paternità, per la tutela dei bambini abban­donati. Attac­cata dalla “Civil­tà cattolica”, Fanny risponde con uno splen­dido articolo “Difen­dia­moci!”, contro i gesuiti, le ipo­cri­sie, la mal­dicenza, l’igno­ran­za, rivendicando l’importanza della Pimentel Fonseca e della San­fe­lice, accusa i gesuiti di posizione politica reaziona­ria e schiavista, collega la mentalità retrogra­da con gli inte­ressi materiali (“te­mete -scrive tra l’al­tro- di veder svani­re legati ed eredità”). E ritira il figlio dal colle­gio dei ge­suiti. Intan­to, unica tra le italiane, ha parteci­pato al Congres­so In­terna­zionale femminile a Washington, con una rela­zione che non può portare di persona, ma che le procura let­tere e conoscen­ze d’ol­tre oceano. In Italia invece continuano gli attac­chi, per esempio quello da parte di un giovane giornalista della Tribuna. Fanny rifiuta di essere difesa dai giovani amici che meditano duelli e agisce direttamente, convi­n­ta che una donna sola, da sola deve e può difendersi: il giorna­li­sta sarà licenziato e Fanny otterrà pubbliche scuse. Chiuso il giornale, stanca e depressa, si rifugia a Resina e qui comprende quanto sia ne­cessario crearsi un pubblico, pubbliciz­zarsi, e comprende come sia impossibile fermarsi, comprende l’or­goglio di essere una com­battente. Così, nonostante che molti e molte la sconsiglino, de­cide di fare pubbliche conferenze. Fanny ha imparato a muoversi con maggiore diplomazia: Il ciclo di conferenze a cui è stata invitata è sulla schiavitù in Africa, organizzata dal cardinale Lavigerie. Fanny sposta il discorso sulla schiavitù delle donne in Italia. Inoltre scri­ve ai maggiori giornali italiani, chieden­do loro di prestare at­tenzione alla questione femminile e dunque alle sue conferenze. La seconda è “Convenzionalità e riforme”, la terza “Igiene e bel­lezza”. Intan­to si prepara il Congresso inter­nazionale delle opere ed istitu­zioni femminili, a Parigi nell’89, e Fanny, che è stata invitata, pensa come pro­curarsi un incarico ufficiale che le permetta di andare anche in Inghil­terra. Mentre cerca tale incarico, ripete le conferenze segnata­mente per fare soldi e si occupa di letteratura straniera: scrive, tra l’altro “La vita e le opere di Robert Browning ed Elisabeth Barrett”, “Studi sulla vita e le opere di Cristina Rossetti e Jane Austen”. Nel 1890 manda un intervento alla Esposizione delle Arti e delle industrie fem­minili di Firenze. Intanto continua a lavorare al Programma della scuola per ragazze: fondamentale, scrive, è che le donne possano godere della condizione che vivono negli alti paesi, e cioè sicurezza di sé, lavoro indipendente, possibilità di incre­mentare la produttività femminile grazie alla libera loro inven­tiva, e poi libertà individuale, intellettuale, di pensiero e di azione. Riferendosi alla classe media, Fanny fa i conti in tasca ad una famiglia me­dia: le entrate vanno dalle 3000 alle 5000 lire all’anno. Le spe­se per la casa sono intorno alle 1200 lire; cibo, luce, ecc. 3600; restano 200 lire per vestiti, libri, medicine… Se poi non sono 5000 ma 3000 lire le entrate è mate­rialmente im­possibile vivere. La con­dizione delle maestre è inso­stenibile, quella delle casa­linghe è eroica ecc. Insomma il di­scorso non è astratto, i­deologico, di principio: la questi­one femminile diventa questione sociale, generale, eco­nomica, per la produttività di un paese, per la morale di un pae­se. I paesi ci­vili sono tali se tale è la condizione della donna. Tutto ciò fa paura e attorno a lei si fa il vuoto, ma ciò che a mio avviso non può essere perdonato a Fanny è appunto l’o­perazio­ne di visibiliz­zazione del corpo. Intanto va a parlare in pubblico, offre cioè il suo corpo agli sguardi, ai commenti, fa sì che la gente veda una donna che pensa e parla. E in tutto ciò che scrive, il corpo è l’elemento fonda­mentale di svelamento. Per esempio un suo li­bretto sull’igiene avrà tanti problemi per la pubblicazione perché la Commissione Municipale lo giudica “non spiri­tuale”: lei, infatti, ha attribuito al fisico, al corpo quanto in genere è attribuito alla morale. E’ una questione che si sostanzia proprio nel linguaggio che Fanny usa: non più “sentimenti” ma “sensazio­ni” e ciò è grave. I diritti delle donne che Fanny rivendica (al lavoro, alla libertà, al rispetto, alla visibilità) contraddicono quel corpo debole, quella fragilità nervosa che sempre più diven­tano le caratteristiche assegnate alle donne dalla lettera­tura del tempo. Così Fanny svela il punto di vista maschile di tanta letteratura che per di più ha una funzione deformante per la men­talità delle donne: nella letteratura queste “eroine” pallide, senza corpo vero, definite “nevrotiche”, malate di “spleen”, sono l’immagine che di esse hanno gli uomini, anzi sono l’auspicata realizzazione della loro aspirazione. Ma le donne sono pallide, ribatte Fanny, perché portano busti troppo stretti. Fanny osa affrontare anche il discorso dell’educazione sessuale: ritiene infatti non sia più possibile che le donne siano ignoranti in materia e vadano totalmente im­preparate incontro alla vita e al matrimonio. Nei Conventi si preserva la loro ignoranza e si crea­no delle “se­mi-cretine” o esaltate mistiche, o maliziose. Così Fanny propone corsi di ana­tomia e fisiologia, contro le figure delle “ingenue”. Solo così cadranno le morbose sentimentalità e le imposte ipocrisie e i miti più decadenti del romanticismo i­dealista. Fanny vuole an­che che le donne studino il diritto, le leggi che le riguardano, per sapersi difendere e per saper attac­care. La conclusione a cui arriva Fanny è: “Queste riforme dob­biamo studiarle, suggerirle, chiederle, stabilirle, imporle noi, noi Donne, se ci convinceremo una buona volta, che non siamo al mondo per divertirci, per sognare, per servir soltanto da compar­se sul palcoscenico della vita”

Anna Santoro