Leggere le scrittrici (italiane) del passato: questione di metodi. Impressioni e ricordi (1856-1864), Diario di Grazia Mancini Pierantoni. Congresso internazionale “Rappresentare-rappresentarsi: firmato donna.” (2001)

Tutte noi, e tante altre, lavoriamo sulle scritture delle donne, con metodologie diverse, sia nel momento dell’approccio al testo, sia nella ricostruzione dei contesti, e così via. Ciascuna di noi è segnata dal proprio contesto e dalla propria storia. Ciascuna di noi segna il proprio contesto e la propria storia. Ciascuna di noi è “creativa” nel suo lavoro, in qualche modo viola i canoni di lettura e di ricerca tradizionali. Tutte arriviamo, più o meno, a risultati che possono intrecciarsi, integrarsi, intersecarsi.

I “metodi”, infatti, nascono dalle motivazioni, dal perché e con quale obiettivo, con quale ipotesi di lavoro, si avvii e si porti avanti una ricerca, grazie alla quale si svilupperanno percorsi, culturali professionali ed esperenziali.

La motivazione che ci accomuna tutte credo sia la percezione e la convinzione della ricchezza della soggettività femminile, che è, tutto sommato, l’elemento che più di ogni altro è stato negato dalla cultura patriarcale, maschile.

Esemplare di questa ricchezza, di questa presenza creativa e forte, ma anche di questa cancellazione, è Grazia Mancini, scrittrice e intellettuale napoletana dell’800, che, riconosciuta e stimata ai suoi tempi, successivamente rientrerà nel processo di cancellazione subito dalle scrittrici italiane dei secoli passati. Di lei ho scritto più volte[1], sottolineandone la funzione intellettuale, l’impegno, la chiara coscienza di soggetto femminile.

Nata a Napoli nel 1843, figlia della poeta Laura Beatrice Oliva[2], e di Pasquale Stanislao Mancini[3], Grazia visse a Torino dal 1848 al 1860 e, dal ritorno a Napoli (1860),  tra la sua città, Torino e Roma, dove nel 1868 sposò Augusto Pierantoni, professore di diritto internazionale presso l’Università di Roma. Morì a Roma nel 1915.

Della sua vasta produzione ricordo qui brevemente: Commedie d’infanzia (Napoli, 1874), Teatro per le fanciulle (Napoli 1874), Poesie (Bologna 1879), Lidia (Milano 1880), Nuove poesie (1888), Donnina (Napoli 1892), Marito e avvocato (Roma 1892), La signora Tilberti (Città di Castello 1894), Alla vigilia (Torino 1896), Una pagina di storia (Roma 1898), Impressioni e ricordi :1856-1864 (Milano 1908). Inoltre Grazia collaborò a molte riviste, tra le quali La Nuova Antologia, si occupò di educazione femminile e di letteratura per ragazze, scrisse versi, commedie, libri per ragazze e per ragazzi, novelle e romanzi, tradusse Dickens e altri autori inglesi e tedeschi.

Del Diario di Grazia, Impressioni e ricordi (1856-1864), che racconta anni cruciali per la vita di Grazia e per la Storia politica e civile del Sud e dell’Italia (nel 1860 il Sud viene “liberato”, è  proclamata l’Unità del Paese, i Mancini tornano a Napoli e Pasquale Stanislao diventa deputato al Parlamento italiano),  ho altrove[4] accennato al suo essere prova importante di scrittura femminile fuori dai canoni, e alla complessità, alla sensibilità e alla compiutezza di tante notazioni.

In questa sede non tratterò del Diario nella sua estensione, ma vorrei “leggere” assieme a voi alcune pagine, proponendo alcune considerazioni, perché Impressioni e ricordi mi sembra esemplare del “rappresentare-rappresentarsi”, che segna anche noi lettrici e che stiamo esplorando in questo bellissimo Convegno.

Nella prima pagina del Diario, Grazia, che ha 13 anni, scrive:

“Dai Colli torinesi, settembre 1856

Cesarina, la mia piccola sorella, è morta fra le mie braccia. Ho voluto lavarla, ricomporla io stessa: parve addormentata appena le chiusi per sempre i grandi occhi cerulei. I capelli finissimi le formavano attorno al visetto bianco una cornice di oro pallido. Mia madre già prima della fine era stata condotta altrove. Poverina, innanzi i trent’anni ha messo al mondo dieci figli e questa è la quarta bambina che le viene tolta dalla morte. Sentivo attorno un confuso mormorio di pianti, ma non piangevo io, tutta intenta in quel sembiante placido, che pareva sorridere, dirmi: sto bene, sono tanto felice.

Mio padre si accostò a testa china, mi chiamò prima per nome, poi, spaventato forse della mia immobilità, mi afferrò per un braccio per allontanarmi da quella culla: diedi un grido al quale rispose un altro grido più acuto: era di mamma mia!           

Mi trasportarono sul letto convulsa, spossata da tante veglie, da tanto affanno; nella stessa stanza erano i letti delle altre sorelle: le due più piccole dormivano serene, ignare della morte. Dalle fessure dell’uscio, che avevano chiuso a chiave, veniva un tenue luccicare: era del lumicino acceso presso la culla. Tremavo un poco, ma tutto sembravami un sogno, e senza spogliarmi mi addormentai.

Mi svegliai di soprassalto ai bagliori dell’alba e uscii pian piano nella speranza di penetrare nella stanza vicina: ogni uscio era aperto e la stanza vuota; avevano trasportata la morticina nella cappella della villa; corsi al cancello del giardino: era chiuso.

Non so come passò il giorno, ma verso il tramonto andai in casa di Caterina, la buona massara, e la pregai tanto tanto! Dalla sua camera si poteva entrare in giardino e di là nella cappella. Caterina era confusa dalle mie supplicazioni, e non le resse l’animo di rifiutarsi a lungo: mi fece strada e la seguii.

Il cielo era tutto rosso, l’aria frizzante; i passerotti che tornavano al giardino per passare la notte fra i rami de’ frassini e dei platani vociavano allegri a squarciagola. Cesarina soleva ridere e battere le mani quando li sentiva, mentre anche lei era in camicia, poiché andava a dormire presto come loro.

Rimossi il velo della culla e rimasi estatica: era divenuta tanto più bella, proprio una cosa di paradiso, e pareva di nuovo vivente. Feci per baciarla, ma la sentii gelida, più gelida delle colonne della cappella; prima mi trassi indietro, poi disperatamente l’abbracciai chiamandola: “Cesarina, Cesarina mia!”.

Invano la massara mi pregava: “Tota, andiamo via, non mi faccia sgridare…”. Non l’udivo; a poco a poco Cesarina risuscitava, non era più immobile, la sua manina riprendeva calore, ecco mi stendeva le braccia mormorando “Mammina!”.

Più tardi mi trovai distesa sul rustico letto di Caterina, che mi spruzzava il volto con aceto, compiangendomi, rimproverandomi, supplicandomi di non raccontare a nessuno la sua imprudente compiacenza. Mi levai reggendomi al muro, ma nel momento di uscire un pensiero mi colse: non serberò un ricordo della figlioletta mia? Scongiurai di nuovo l’ottima donna di ritornare presso la bambina per tagliare una ciocca di capelli, e ora la porto sul cuore all’insaputa di tutti: ve la porterò sempre.

Sono passati quindici giorni: il mio dolore è meno impetuoso, ma il pensiero di lei mi sta fitto nel pensiero. Credevo di conoscere il dolore, ma da quanto ora provo mi accorgo che nulla era ciò che altra volta ho sentito. Per non esacerbare di più la pena dei miei genitori sto tranquilla e silenziosa innanzi a loro; guardo fissamente la mamma che piange, sorrido a mio padre quando mi carezza, ma il cuore mi si stringe sempre più. Ora vorrei lasciare questi luoghi campestri a me tanto cari e tornare nella città; qui ogni angolo mi parla della piccola sorella, che amavo come ama una mammina. Così ella soleva chiamarmi con la vocetta armoniosa e sottile simile al trillo dell’allodola. Era intelligente, allegra, disinvolta! Aveva compiuto da pochi giorni due anni e tutti gliene davano almeno tre. Nella notte mi desto e la rivedo o sogno le fanciulle vestite di bianco, odo i lugubri canti che l’accompagnarono all’ultima dimora…”[5].

L’impressione che ho ricevuto la prima volta che ho letto questa pagina[6] fu di fastidio e insieme di riconoscimento.

Fastidio: la scrittura mi apparve convenzionale, sentimentale e stucchevole.

Riconoscimento: mi ricordò quella del mio Diario. Andai a rileggerlo: la prima data portava l’1 Settembre del 1957, avevo poco meno di dodici anni. Sì, erano quasi uguali: convenzionali, sentimentali, stucchevoli, ma…

Ma io sapevo che appartenevano, entrambe quelle pagine infantili, a donne di cui mi fidavo. Di me, ovviamente. Di Grazia, perché avevo sotto gli occhi altre sue opere, certo. Ma non solo.

Mi fidavo perché amavo ritrovare, nei segni di donne tanto lontane nel tempo, quella “storia necessaria” che era stata sottratta e della quale noi donne degli anni ’70 sentivamo la mancanza: una tradizione di produzione femminile nella storia letteraria italiana, una storia di donne capaci di dare forma, grazie anche al linguaggio di parola scritta,  ai desideri, alle visioni, alla propria soggettività, al proprio porsi e essere protagoniste nella vita.

Così, cercai di rileggere “in altro modo”, intuendo quanto fosse necessario che la mia “disposizione” nei confronti della sua scrittura (come nei confronti di quella di tutte le altre che andavo scoprendo) dovesse essere nuova e come io stessa dovessi abbandonare il canone di lettura tradizionale al quale a quei tempi ero abituata.

Dalla pratica e dalle riflessioni su me e sull’altra, imparai così ciò che poco dopo divenne l’elemento centrale del mio “leggere le scrittrici”: è “diversa” chi scrive, è “diversa” chi legge. E imparai soprattutto qualcosa che ancora ritengo fondamentale, e cioè che, prima ancora del punto di vista, del posizionamento, della ricostruzione degli scenari, del recupero dei contesti, della coscienza che il contesto fa parte non solo del testo, ma anche del testo/scrittrice e del testo/lettrice e che tra i due poli scrittrice-lettrice è la relazione di scambio e di scoperta che va valorizzata, eccetera, prima di tutto questo ci sono le motivazioni e le modalità di approccio alle scritture delle donne (come del resto alle persone, agli oggetti, alle città, ai cibi) da parte di chi legge. Perché, a segnare il genere di chi scrive, sono, prima d’ogni altro elemento, la motivazione e la modalità di approccio al linguaggio necessario per dare forma al proprio desiderio, al proprio punto di vista, al proprio sguardo. Così, se c’è, nella lettrice, ricerca di relazione, scatta la comunanza con la scrittrice che, nel suo scrivere (leggere) il mondo abbia messo al primo posto appunto curiosità, capacità di percezione, amore, disponibilità al (proprio) cambiamento, eccetera. E’ questo, a mio avviso, in entrambe le situazioni ciò che fa lo sguardo, sguardo di genere. Il resto viene dopo.

Grazia, nello scrivere, legge, e noi, nel leggerla, la scriviamo e ne siamo scritte.

Noi ora per leggere/scrivere Grazia che ha “scritto di sé”, in qualche modo ci disponiamo in modo che lei ci legga. Anche noi leggiamo/scriviamo di noi.

Apro una “finestra”. Nella coscienza femminile, “scrivere di sé” è, insieme, scrivere del proprio corpo, del proprio sguardo, della propria lettura del mondo, delle impressioni, delle sensazioni, dei sentimenti, che gli eventi producono sulla propria sensibilità, ed è anche scrivere partendo dal proprio corpo, saldamente e chiaramente posizionato, dal proprio sguardo, dalla propria lettura del mondo, eccetera.

Il è dunque punto di vista (sguardo) ed è oggetto del guardare (la cosa guardata).

“Scrivere di sé” è oggettivare il sé (“scrivere sé”, “scrivere intorno al sé”), ed è anche, insieme, porsi fortemente come soggetto (“scrivere da sé”), relazionandosi con l’oggetto d’attenzione (l’altra/o da sé), e disponendosi a vivere le trasformazioni che ciò comporta: nel proprio sguardo, nell’oggetto guardato.

“Scrivere (di) sé” è scrivere dell’altra/sé così come il nostro sguardo la coglie. Qualche volta: così come la vorrebbe cogliere. Ma soprattutto: al fine di cogliere quella zona buia inconoscibile senza l’ausilio del linguaggio. “Scrivere”, nella nozione di genere, in certo senso già comporta il “sé” e “l’altra/o”, perché scrivere è “soggetto plurale” (Arendt) , cioè è già un rapporto tra scrivere e essere scritta[7].

Nella pagina di Grazia, ora letta, che si centra tutta, attraverso “l’occasione” del dolore per la morte della sorellina, sullo scenario familiare, emotivo e spaziale, viene usata 5 volte la parola “mamma”, 3 quella di “sorella”, 2 quella di “padre”, 1 quella di “figlioletta”. E non solo: delle 5 volte, “mamma” è riferita 3 volte alla madre, 2 a se stessa, e a queste 2 va aggiunta la parola “figlioletta”.

Lei e la madre sono pari. L’identificazione sorella-madre che fa Grazia è estremamente interessante sotto molti aspetti.

Sicuramente ribadisce la centralità in famiglia del ruolo femminile al quale sono attribuiti i requisiti convenzionali (la maternità, la pietà, il dolore, la fragilità, il pianto) e allude, assumendosi un tradizionale ruolo di supplenza, ad un materno assente, che però, ed è importante, Grazia non critica, anzi si affretta a giustificare. Di fronte a chi?

Noi sappiamo che Laura Beatrice fu madre non tradizionale, scrittrice, impegnata, interna a una genealogia tutta femminile, a uno scenario che valorizza, molto più di quanto non si ritenga comunemente[8], la figura intellettuale delle donne, e sappiamo che Grazia lo sa e sa valutarlo. E allora? Lasciamo sospese queste domande per ora.

Grazia dice di sé che ha fatto da mamma alla sorellina. Avendo la madre partorito dieci figli[9] (di essi, quattro sono morti), Grazia avrebbe supplito alla presenza-assenza materna, ricavando per sé un ruolo di cura e di protezione che in qualche modo le darebbe diritto ad un dolore quasi pari a quello materno: il suo grido di dolore è superato solo da quello più acuto della madre.

Grazia rappresenta la scena, compiacendosi di presentare se stessa come piccola donna alla pari con la madre. E aggiunge: quasi. Questa “graduatoria” le sta bene. La possibile competizione con la madre si scioglie nell’emulazione, fissando una scala di valori nella quale è accettabile essere seconda. Già questo le conferisce ruolo e importanza anche di fronte al padre. Ma il padre, certamente importante per Grazia, è però fuori del cerchio.

Nel cerchio stanno le donne: la madre, le sorelle. Grazia si è assunta una doppia identificazione: si identifica come “mammina”, ma è anche “sorella”. E’ sorella/madre della piccola morta ed è sorella/diversa dalle (e delle) altre che già dormono. Sorella di sorelle con le quali ha un altro rapporto, anche perché esse stesse, tra di esse, hanno un altro rapporto.

Sul rapporto tra sorelle Grazia torna nelle ultime pagine del Diario, nelle quali troviamo anche nuovi chiavi di lettura. Leggiamo:

“Torino, 15 novembre

Eccomi di nuovo ritornata alla vita noiosa della città: ho pianto lasciando Castelvecchio ed ho detto in versi addio al sasso solitario dell’asciutto torrente, dove sedevo romita e pensosa al mattino ed al tramonto. Ora riprenderò i miei cari studi, le mie occupazioni diverse.

Intanto un grande piacere mi era qui riservato: mia sorella uscirà per la prima dalla casa paterna, andrà sposa al giovane tanto buono e fedele, che l’ama quasi da bambina. Tutti gli ostacoli sembrano vinti ormai ed io ne gioisco con tutta l’anima. Minore di me di vari anni, la mia biondissima e placida Leonora vedrà coronato dalla felicità l’idillio primo e gentile della sua vita.

Interrogo me stessa: non solo ignoro qualunque gelosia, ma è questa per me la maggior gioia provata da lungo tempo. Quando ella sarà partita avrò l’aria di una zitellona, con i miei ventidue anni compiuti!

Ma ho stabilito di reclamare una qualche libertà: quando la mamma non sarà con me uscirò sola o con le sorelline, di cui sembrerò più che mai l’istitutrice…

E mi darò alla letteratura, concentrando nella speranza, non della gloria, ma di una occupazione proficua e degna di considerazione, le vive forze della mia mente.”[10]

La “biondissima e placida Leonora” si sposa. Con un solo aggettivo (placida), Grazia segna la differenza tra sé e la sorella, tra il proprio “destino” (le proprie scelte) e quello dell’altra (che è la sorella ma anche l’altra/sé). Questa sottolineatura, a ben guardare, la modalità di questa sottolineatura, sta ad indicare la coscienza, da parte di Grazia, dell’appartenenza ad una comune “condizione” (femminile) e ci segnala l’ambiguità con cui Grazia, raccontando della sorella, legga la propria vita.

Nel farlo, Grazia avverte l’intreccio tra comunanza e diversità tra donne, che è condizione comune alle “pioniere” di ogni tempo. Infatti: assicura (se stessa e noi le crediamo) di non avere gelosia per il matrimonio “precoce”[11], lo guarda con una sorta di affettuosa condiscendenza, eppure subito dopo scrive che ora avrà “l’aria da zitellona”[12]. Il “Ma” con cui apre il periodo successivo, sembra tradire una sorta di ripiego che è comunque orgogliosamente affermato: reclamare una qualche libertà (uscire sola). Ma anche la seconda ipotesi di questa “libertà” (uscire con le sorelline) le evoca un’immagine, in questo caso, frustrante (l’istitutrice).

Il punto è che, in queste considerazioni, Grazia rappresenta il (e si muove nel) “campo d’ambiguità”[13] : (si) guarda, e (si) rappresenta, alternativamente ora partendo da sé, ora da occhi “altri”: avrò l’aria, sembrerò. La scelta dello “sguardo” (lo sguardo di chi?) e l’operazione di sottrazione dallo sguardo dell’altro, è una questione centrale che le scrittrici dell’800 (ma anche molte giovani donne di oggi) affrontano (devono affrontare)[14] e, complessivamente, risolvono, riuscendo a costruire per noi quella “storia necessaria” di soggetti forti che oggi sappiamo di possedere.

Le domande che abbiamo lasciato sospese trovano risposta, una volta compresa l’ambiguità di sguardo anche nei confronti della madre da parte di Grazia.

E’ di fronte allo sguardo della tradizione che Grazia vorrebbe mediare tra l’immagine (tradizionale) di madre presente, forse “placida”, con quella della madre “reale” (Laura Beatrice), che, grazie a comportamenti nuovi, dà forma ad un nuovo immaginario femminile (e al suo, di Grazia) dove le donne sono soggetti intellettuali, oltre che affettivi, e in quanto tali presenti e “materne”. E’ questo il nuovo dono di sé, da parte della madre.

In realtà, Grazia opera uno scarto non quando fa da madre, ma quando si rappresenta eccentrica rispetto al rapporto di sorellanza (quello tra le altre sorelle) eccessivamente pacificato e tradizionale, proprio perché donne placide e tradizionali sono le sorelle.

Grazia, pur a volte con l’ambiguità segnalata, ha scelto altro: la letteratura, gli studi, la ricerca di gratificazioni intellettuali e di autonomia economica.

Mi viene in mente, pur con le differenze evidenti, Piccole donne[15]. Grazia è Jo, scrittrice, occasionale istitutrice e successivamente impegnata organizzatrice di iniziative culturali e civili. Anche Jo, come Grazia, sposerà più tardi un uomo con il quale condivide affinità intellettuali e culturali e che la lascerà lavorare. La placida Eleonora (e le altre sorelle di Grazia) corrisponde al misto tra le sorelle Meg e Amy. E la sorellina Cesarina, con qualche forzatura, è Beth.

Questo rapporto tra il diario di un’italiana e il romanzo di un’americana la dice lunga, e a livello internazionale, sul “rappresentare-rappresentarsi” a firma femminile, e contribuisce a farci prestare attenzione alla sapienza narrativa di Grazia.

Leggiamo dal Diario:

“Torino, 1 Ottobre 1864         

Abbiamo ripresa la vita consueta (…). Nelle mie lunghe passeggiate penso, e spesso torno a rivivere il mio passato. Non è lunge la villa dove morì l’adorata sorellina, e da quel tempo lontano quante speranze deluse, quante illusioni svanite! A un tratto le memorie, che sembrano in noi sopite, ci balzano innanzi alla  vista di un luogo, di una persona….”[16]

Il cerchio si chiude: il filo narrativo di un diario in svolgimento ha ricamato un tragitto, un percorso. Il Diario, documento il più significativo dello “scrivere di sé”, diventa, è, nel caso di un soggetto forte come Grazia, storia esemplare, metafora, letteratura.

E noi ci rendiamo conto di come già nella prima pagina la giovanissima scrittrice (13 anni), pur (o proprio) nell’abbandonarsi ad una scrittura “privata”, sappia sostenere un giusto ritmo e dare vita ad una compiuta struttura narrativa: entra subito nel vivo della vicenda, presenta i personaggi, racconta la lunga riflessione della protagonista, dà aria alla narrazione spezzandola con la descrizione del paesaggio, del volo degli uccelli, eccetera. E ci rendiamo conto che davvero le nette e tradizionali distinzioni dei generi letterari tra Diario, Romanzo, Romanzo autobiografico, e così via, sono allo stesso tempo semplicistiche e di categoria: appartengono a canoni che vanno decisamente stretti per le scritture delle donne.

Nel “rappresentare-rappresentarsi”, per esempio nei diari o nelle lettere, c’è una relazione importante, appunto un soggetto plurale, che viene fuori con grande chiarezza. In realtà è rappresentata la relazione tra il sé e le idee, lo scenario che è attorno, gli incontri, le percezioni, le convinzioni, e anche tra il sé e la storia che si intende rappresentare, alla quale si intende dare forma, perché è quella che ha catturato l’attenzione dello sguardo.

Apro un’altra “finestra”. Nella vocazione femminile al raccontarsi raccontando, e al raccontare raccontandosi c’è un’implicazione di grandissimo interesse: nel dichiararsi (e nell’essere) punto di vista, soggetto enunciante, sguardo, le donne mostrano (non: ammettono) se stesse come parzialità. E non solo nel senso, per noi ormai accertato, di assunzione di sguardo di genere, e cioè “di parte”, ma anche in quello allusivo, direi, di una sorta di cautela, di una forma di “scientifica umiltà”: questo io vedo, questo io leggo, da questo io vengo colpita, questo io racconto. Racconto il mio sguardo, dichiaro la prospettiva e la scelta degli oggetti di indagine. L’io femminile, che non ha modo di significarsi appieno (l’ia?), non ha nulla in comune con l’autoreferenzialità maschile, anzi è il suo opposto. E’ la proclamazione di un punto di vista, ancora esempio e non modello, aperto al confronto e che perciò si autodenuncia.

E’ in questo modo che le scritture delle donne si dispongono nello stesso momento in una “genealogia femminile” e sono però anche “fonti” preziose e necessarie alla ricostruzione di scenari di vita quotidiana, di mentalità, di modalità di percezioni di eventi che la Storia raccontata dagli uomini non prende in esame (non sa prendere in esame).

Questo “altro modo” non è semplicemente un punto di vista altro (femminile), speculare al punto di vista maschile. Non allude a due sguardi “opposti”, che magari potrebbero intrecciarsi per una lettura articolata, di “doppio genere”, assumendo (poiché assumono) per oggetto lo stesso evento, lo stesso fenomeno. Questo “altro modo” è una prospettiva che vede altro, vede ciò che per l’altro non esiste, è trasparente, è insignificante[17].

Nel Diario, il racconto dei giorni, della vita quotidiana, nello svolgersi degli anni diviene sempre più il racconto degli eventi politici, letti da Grazia con sguardo attento e sensibile che non scinde mai il pubblico dal privato, e che, grazie al chiaro posizionamento del suo punto di vista (femminile con tutto ciò che questo implica), sempre partendo dalle sue percezioni, dalle sue riflessioni, dai suoi sentimenti, ci racconta le storie di uomini e di donne che fanno la Storia.

Gli anni 1856-64  sono cruciali per la Storia italiana, e Grazia, interna agli eventi, segue la politi­ca, condividendo le scelte del padre ma inquadrandole con uno sguardo decisamente “altro”, e soprattutto con la modalità  “altra” che deriva da quanto sopra ho annotato.

Per esempio, pur essendo fortemente convinta dell’importanza dell’Unità del paese, pur avversando la dinastia borbonica, trova parole di autentica pietas nei confronti delle soffe­renze umane dei sovrani e soprattutto dell’odiata Regina[18], perché il destino di quella donna, pensare al destino di quella donna in fuga, la emoziona. Leggiamo:

 “Napoli, 18 Novembre 1860. (…)

Quando passo e levo gli occhi alla ridente terrazza sul mare, dove una giovane regina, or non è molto, aveva sognato di grandezza e d’amore (…) provo un senso di tristezza; penso alla notte paurosa nella quale sgomenta, atterrita quella giovane falange ha dovuto trovar posto sulla nave al seguito del re, inetto a rimediare alla colpa men sua che dei suoi antenati”. [19]

Ancora: Grazia rappresenta e confida a se stessa la propria  indi­gnazione per i cortigiani che, prima schie­rati in un senso, dopo la sconfitta degli antichi padroni, ne cercano di nuovi:

20 novembre 1860 – In questi giorni si sentono tante imprecazioni contro la famiglia reale borbonica, ora sulla via dell’esilio! Le defezioni, i voltafaccia, i tradimenti sono non solo all’ordine del giorno, ma lodati, esaltati fino all’esagerazione! (…) Penso che bisogna combattere a viso aperto chi  è potente, e non abbandonare nell’ora della sventura colui che lungamente ha beneficato. (…) Che il popolo si ribelli e scuota il giogo, sta bene. Che coloro che sacrificarono averi, libertà, giovinezza, dolci affetti alla causa della patria ora trionfino e ricevano anche il premio del loro martirio, benissimo! Ma che coloro che fino a ieri furono vili strumenti di tirannide, che ricavarono dalla loro servilità onori e ricchezze, oggi si ammantino da vecchi liberali, si mostrino i più intransigenti contro il passato, è cosa ai miei occhi non onesta, non bella…[20].

Non teme di mettere a fuoco le proprie per­plessità, di fronte al nuovo governo della città, alle procedure amministrative e politiche adottate dallo Stato italiano, a certi incarichi politici e amministrativi, affidati a persone più per i loro meriti di martiri politici che non per le capacità necessarie a ministri del Regno:

9 febbraio 1861 – Perché non dirlo? Vi sarebbe da piangere e da ridere a un tempo osservando con quale fretta i posti migliori sono occupati da uomini meritevoli qualche volta, ma più spesso da martiri politici inadatti a diventare ministri, magistrati, rettori di Università, presidi di istituti, capi di amministrazioni, senza preparazione alcuna”.[21].

Importante è anche il modo con cui Grazia affronta il tema delicatissimo della lotta al brigantaggio: non solo si pronuncia nettamente contro la pena di morte, giudicandola un “ultimo avanzo di leggi, che non possono più essere quelle dei popoli civili”[22], ma ha il coraggio di elaborare il problema del rapporto tra briganti e popolazione, in maniera inedita per quei tempi. Si legga:

“25 settembre 1862

I giornali sono pieni di racconti raccapriccianti: incendi, rapine, assassini…Babbo riceve ogni giorno minuti particolari di quanto avviene nella sua Provincia, più di ogni altra infestata forse da terribili bande. Naturalmente anche le rappresaglie e le repressioni sono terribili…e chi sa quanti innocenti, o per lo meno non malvagi, perderanno la vita! Il favoreggiamento è colpa, ma è tanto umano il parteggiare per l’amico, il parente anche colpevole! Come rifiutare ospitalità ad un fuggitivo? Tante volte mi faccio questo quesito: se un reo si presentasse alla mia porta fidente nella mia protezione, avrei il cuore di consegnarlo alla giustizia? (…) Come giudicare alla stessa stregua i delitti politici e quelli comuni? Ma… il ma rimane sempre e il dubbio è per lo meno permesso alla infallibilità della legge. (…) L’ignoranza e la causa di ogni male in questi paesi! A questa bisogna far guerra ad oltranza! Il brigantaggio nelle campagne, la camorra nelle città, l’affarismo presso il governo, ecco i frutti della secolare tirannia!”[23].

Chiudo con un’ultima citazione che mi appare ancora attuale e che mi piace: nel Diario, e anche in altri scritti, Grazia trattando della condizione femminile, sottolinea spesso le difficoltà delle donne, specie se sole e non garantite da fami­glie, ma riven­dica alle donne il diritto/dovere di assumersi ruo­li ben precisi, per assumersi responsabilità di fronte alla Storia:

“28 febbraio 1861

Donne italiane, all’opera: sarà vostra la colpa se fra pochi anni tutti questi fanciulli non cresceranno educati, istruiti, degni de’ nuovi tempi!”[24]

 

 

Anna Santoro

 

 

[1] Cfr. Narratrici italiane dell’Ottocento, Napoli, Federico e Ardia, 1987;   Intellettuali sulla scena, in Leggendaria, 1994, Novembre-Dicembre; Intellettuali dell’800: operazione svelamento, in Leggendaria, 1996, Marzo-Maggio; Piccola Antologia di scrittrici campane, Napoli, Intramoenia, 2001; Leggere, scrivere, linguaggi del corpo, in Leggendaria, 2001, n. 27-28; Scrittrici, in “Napoli e la Campania: il 900”, a cura dell’Istituto Croce e dell’Università di  Napoli (in corso di stampa). Cfr. anche: www.arabafelice.com : Dominae, Dizionario biobibliografico delle donne. Sullo stesso Sito, sarà presto ripresa la collana Le Preziose, scritture di ieri e di oggi, e Impressioni e ricordi sarà il primo testo che metteremo in Rete.

[2] Di Laura Beatrice Oliva Mancini, animatrice di salotti intellettuali impegnati, invisi al Governo Borbonico, segnalo per lo meno: Versi, Palermo, Lo Bianco, 1860; Patria e amore. Canti., Torino, Eredi Botta, 1861, e la riedizione arricchita: Firenze, Le Monnier, 1874. Su Laura Beatrice e Pasquale Stanislao Mancini, cfr. Grazia Mancini, Una pagina di Storia (1848-49), Roma, Tip. Del Senato, 1898.

[3] P. S. Mancini, docente di giurisprudenza nell’Università di Napoli, esiliato nel 1848 da Ferdinando II, fu eletto nel 1855 deputato della camera subalpina. Dopo l’annessione del Meridione del 1860 e la proclamazione dell’Unità d’Italia, rientrò a Napoli con la famiglia e, nel 1862, fece parte del Ministero Rattazzi, uscendone ben presto per divenire uno dei maggiori rappresentanti della Sinistra nel Parlamento italiano.

[4] Cfr. nota 1

[5] Grazia Mancini Pierantoni, Impressioni e ricordi (1856-1864), Milano Cogliati 1908, pag. 1-5.

[6] La prima lettura risale alla fine degli anni ’70 del secolo scorso (!), quando ero impegnata nella compilazione del Catalogo della scrittura femminile italiana a stampa, presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli (dalle origini della stampa al 1860), stampato poi a Napoli nel 1984 e successivamente, arricchito, rivisto e completato fino al 1900, nel 1990. Per la compilazione del Catalogo, ora presso l’Università di Napoli, Facoltà Lettere e Filosofia, lessi (sia pure velocemente) quasi tutti i testi (609 nella prima edizione, 1185 nella seconda, comprese singole poesie) con crescente meraviglia e, devo confessarlo, con grande soddisfazione.

[7] Il rimando a Derrida, Benveniste, Bataille, oltre che alla Arendt, è d’obbligo. Anche molto stimolante, a questo proposito: Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale, Einaudi, 2001.

[8] Mi riferisco allo scenario complesso della presenza intellettuale delle donne nell’800 in Italia e nel Sud. La lettura convenzionale che ancora purtroppo resta nei libri scolastici (anche universitari), e nella mentalità corrente, non tiene assolutamente conto della ricchezza e dell’articolazione di tale presenza che noi studiose stiamo ricostruendo. Nella realtà, insomma, le donne come Laura Beatrice, e come poi Grazia, si muovono in una rete di relazioni culturali, con donne (e uomini), di grande interesse. La cultura napoletana/meridionale, sia popolare sia aristocratica, preborghese,  considera centrale il femminile. Su questo mi sono fermata soprattutto nei lavori sopra citati, ma anche in: La Margherita, giornale per le donne, in Guida al Catalogo della scrittura femminile (dalle origini al 900), Napoli, 1990; Narrativa di fine Ottocento: le scrittrici e il pubblico, in Italiana IV, 1992; Il Novecento. Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio. Roma, Bulzoni, 1997.

[9] Anche questa notizia, interessante (Laura Beatrice, poeta, che, alla pari con tutte le donne di quei tempi, lascia che venga confermato per sé il ruolo di “fattrice”) ci autorizza alle riflessioni, che farò più avanti, circa il fatto che le scritture delle donne sono “fonti” storiche.

[10] Grazia Mancini Pierantoni, Impressioni e ricordi, cit, pag. 383-385.

[11] E’ bene ricordare che per tradizione le figlie venivano fatte sposare in ordine d’età. Altre scrittrici italiane alludono a questo uso e rappresentano esempi di violazione della norma. Per esempio Luisa Saredo o Rosalia Piatti o Maria Antonietta Torriani. Su queste autrici e sul “matrimonio di convenienza”, cfr. A. Santoro, Narratrici italiane dell’Ottocento, cit.  (Qui si trovano anche ampi stralci di un racconto lungo di Grazia Mancini: Donnina); id. La lettura non è neutra, in Guida al Catalogo…(Napoli, 1990)..

[12] “Zitellone” sono chiamate anche le giovanissime protagoniste Teresa dell’omonimo romanzo di Neera (Anna Radius Zuccari), 1886,  e Denza di Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi (Maria Antonietta Torriani), 1885.

[13] “Eppure, assieme alla volontà di rappresentare il mondo con occhi nuovi, i propri, alle donne appartiene anche la tendenza-tentazione all’omologazione e alla richiesta di accettazione da parte dei Poteri: è anche questo un fatto indiscutibile che in certo senso nasce proprio nel corso dell’800 e che, in certi casi, continua tuttora, sia pure con differenti modalità e motivazioni. Questa oscillazione tra il fascino e l’attrattiva dell’omologazione e della normalizzazione, e la necessità dell’autosignificazione, e dunque dell’eversione e della trasgressione, altre volte l’ho definita “campo d’ambiguità”, intendendo quello spazio che si crea nell’incontro e nella parziale sovrapposizione di due sistemi. (…). Allora il campo d’ambiguità è costituito appunto da questo spazio dove il sistema (della scrittura o dei comportamenti, maschile) della tradizione e della omologazione, sistema letterario canonizzato, si incrocia nelle donne con un sistema altro (della scrittura o dei comportamenti, femminile) non stabile, né definito da astrazioni o da un ordine compatto, appunto perché questa compattezza, questo “campo chiuso”, proprio di ogni sistema, non gli appartiene. Perché è altro, segnato dall’accoglienza e dalla articolazione.“ (A. Santoro, Il Novecento, cit. pag. 22-24)

[14] Per esempio la Torriani, la Serao, la Salazar. Su questo aspetto, cfr. A. Santoro, “Il fatto è che ingrasso”. Lettura di “Un matrimonio in provincia” della Marchesa Colombi. In S. Marino – A. Nunziante Cesaro (a cura), Soggetto femminile e scienze umane, Bologna, Clueb, 1993; id, Intellettuali dell’800: operazione svelamento. In: Leggendaria, 1996, n.3-4-5; Scrittrici, cit..

[15] Little Women è del 1868-9. Un altro libro che in qualche modo mi ha ricordato Piccole donne, è La famiglia del soldato, di Laura Tardy  (Firenze, 1859).

[16] G. M. Pierantoni, Impressioni e ricordi, cit, pag. 383. Dopo un’altra pagina tutta dedicata alle preoccupazioni per la salute della madre (“la dolce musa del risorgimento italiano” la definisce Grazia), si chiude il Diario.

[17] “Ancora, la soggettività femminile si esplica con l’affrontare delle tematiche “trasparenti” per lo sguardo dello scrittore (e del lettore), dando visibilità non solo ad esse ma ad un punto di vista inedito e cosciente di sé che dunque abbraccia la visione del mondo: é da qui che nascono i grandi libri di denuncia della propria condizione, dei comportamenti maschili, dei conflitti tra i due generi, ma anche dei guasti per tutti (es. la guerra, la violenza…) e anche da qui  nascono i grandi libri di felicità e di gioco, di libertà.” A. Santoro, Scrittrici, cit. Di questa notazione come di tante altre siamo tutte debitrici ancora di Virginia Woolf.

[18] Su Maria Carolina, altre donne, napoletane del primo Novecento, fermeranno uno sguardo di genere. Penso a Bice Gurgo o a Amalia Amadei Bordiga. Cfr. A. Santoro, Scrittrici, cit; id. Leggere, scrivere, linguaggi del corpo, cit.

[19] G. Mancini, Impressioni e ricordi, cit. pag. 182-183.

[20] Id. pag. 182. Ora anche in : A. Santoro (a cura), Piccola Antologia, cit. pag. 23-24.

[21] G. Mancini, Impressioni e ricordi, cit. pag. 210. Ora anche in : A. Santoro (a cura), Piccola Antologia, cit. pag. 24.

[22]13 settembre 1863 – Ed io penso: perché non si abolisce finalmente dal Codice la pena di morte, questo ultimo avanzo di leggi, che non possono più essere quelle di popoli civili? Giustizia umana, tu non hai il diritto di uccidere; devi preservare la società dagli esseri nocivi, ma senza vendetta, senza brutalità. Più che punire, devi redimere, e riflettere sui mezzi di prevenire le colpe e di rendere gli uomini migliori. (…) Non  è la gravita delle pene che può far diminuire il delitto, ma la civiltà, che moltiplica le scuole; il benessere materiale, che allontana lo spettro della fame; la cultura intellettuale, che a poco a poco allarga l’orizzonte e affina l’intelligenza..”. Id. pag. 27.

[23] Id. pag. 25-26.

[24] Id. pag. 25.