Anna Santoro
Riflessioni sull’attualità  de Le tre ghinee di Virginia Woolf.

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Il saggio Le tre ghinee (1938), soprattutto se inquadrato all’interno dell’itinerario politico-poetico di Virginia Woolf, e cioè come seguito di Una stanza tutta per sé (1929), e accolto all’interno delle sue magnifiche opere di poesia (nell’ampia accezione usata dalla stessa Virginia), offre molteplici spunti di approfondimento su questioni ancora aperte.

Come sappiamo, Virginia, ne Le tre ghinee, parte col porsi una domanda più che mai attuale: “Cosa si potrebbe fare per fermare la guerra?” e risponde che bisognerebbe sapere tante cose che lei non sa, perché la scarsa educazione ricevuta non l’ha preparata a questo. In verità, per lei la difficoltà maggiore (e la questione che le interessa)  sta nell’intendere la Guerra come “risultato di forze impersonali”, mentre c’è qualcuno che la pensa, la prepara, la immagina come possibilità, la dà per scontata, ne calcola freddamente i costi (in danaro e vite umane) e la dichiara. Qualcuno che sa di poterlo fare, che sa di essere ascoltato e ubbidito. Che sa di andare incontro a un sentire diffuso riguardo l’evenienza bellica, sia pure quando fosse critico, perché ha contribuito a formarlo. Qualcuno che abbia questo Potere.

Questo Potere non appartiene a lei né a nessuna altra donna, lo Stato che ha dichiarato Guerra è uno Stato che non ha mai dato peso alle donne e che dunque Virginia non riconosce come suo: “Combattere è sempre stata un’abitudine dell’uomo!”, sottolinea, e aggiunge che poco importa se sia un fatto dovuto alla natura o alla cultura, certo è che la maggioranza dei cacciatori, dei criminali, dei soldati, è fatta di uomini.

Prende così il via questo saggio interessantissimo che, alla pari di Una stanza…,  mette in campo una serie di riflessioni importanti e, come l’altro, dovrebbe essere obbligatoriamente studiato a scuola. Perché il ragionamento di Virginia, sottile e sofferto, logico e ironico, sopportato da opportune citazioni, dimostra che la Guerra nasce dalla mentalità e dalla cultura, e precisamente dalla mentalità e dalla cultura maschile, e che gli uomini stessi la rivendicano come momento di “verità”, di “unica gloria”, di “realizzazione virile”. (Ricordiamo che siamo in Inghilterra, patria dell’imperialismo. Tantissimi film e romanzi hanno svelato la mentalità grottesca di quel periodo, senza però inquadrarla come propria della cultura maschile. Ricordo anche, tra parentesi, come tanti scrittori italiani, e non solo Marinetti e D’Annunzio ma anche alcuni insospettabili, perfino Gadda, abbiano nutrito un fascino particolare per la guerra in sé, scrivendone perfino nei Diari). E dunque, Virginia si chiede come possano gli uomini (che nella loro tradizione hanno sempre dato un posto tanto importante alla guerra, al valore in campo, alle medaglie, alle tradizioni legate a un malinteso senso dell’onore, eccetera, e che inoltre hanno oppresso popoli ed escluso e privato le donne dei diritti elementari, conducendo dunque contro di esse una vera e propria guerra), qualora si proclamino pacifisti, non approfondire essi stessi una critica alla propria cultura, prima di rivolgersi alle donne per chiedere appoggio.

Ma Virginia sa anche, lo dimostrerà andando avanti, quanto sia difficile per gli uomini, anche per quelli che singolarmente e sinceramente vogliono opporsi alla guerra, riuscire a farlo, proprio perché essi sono cresciuti in quella cultura che, assieme all’educazione alla pratica bellica, offre  loro una serie di privilegi. Ma su questo tornerò più avanti.

Alla Guerra, come alla politica, alla cultura, alla mentalità maschile, le donne sono estranee (la “società delle estranee”). E questa “estraneità” è segnalata già nella scrittura di Virginia: “cosa vi spinge a farvi fare la guerra…”, oppure: “come aiutarvi a prevenire la guerra…”.

Eppure non basta dichiarare l’estraneità: V. ha davanti delle fotografie di guerra, bambini straziati. E comprende che la guerra la invade, sebbene non sia “in suo nome”.

Virginia ha ricevuto anche altre lettere che le chiedono sostegno. La prima è quella da parte di un College femminile, la seconda da un’Associazione per la libere professioni delle donne. Dopo lunghi e articolati ragionamenti, Virginia decide di aderire a tutte le richieste che chiedono sostegno, perché le donne devono avere diritto a esercitare le libere professioni e ad accedere alle Università, proprio perché la loro cultura e la loro libertà è in contrasto con la cultura di guerra. E’ su questo che insiste: ve la do, la ghinea, ma promettete di non diventare mai come gli uomini.

Ma approfondiamo.

Virginia promette sostegno anche all’Associazione antifascista, ma si sottrae, non entra in quella organizzazione, sottolineando: “Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare noi nuove parole e inventare nuovi metodi”. Anche perché quei modi e quei metodi fino ad allora non hanno dato, non avrebbero potuto dare, risultati, appunto perché ancora non c’è stata da parte degli uomini l’assunzione del fatto che la loro è una cultura di genere e che ha preso quella strada.

Va annotato, a questo proposito, come Virginia accenni tra le righe (senza soffermarsi troppo perché, appunto, non le interessa e “rispetta” l’alterità) alla possibilità che anche gli uomini “di buona volontà” in qualche modo prendano coscienza di una perversità della propria cultura e, sia pure con le difficoltà sopra segnalate, operino per una profonda revisione.

Sembra così, tutto molto semplice e lineare, e invece questo Saggio presenta una serie di nodi che è necessario affrontare. E  oggi è diventato indispensabile.  Così, cercherò di fermarmi su quelli che mi appaiono nodi forti per noi. Vorrei commentarli dal mio punto di vista, cioè da quello di una donna di questi tempi, che è andata più volte, come tutte noi, a rileggere Virginia in cerca di risposte, suggerimenti, turbata oltre misura dal disagio di vivere che ora le sta addosso.

La cultura della differenza.

La Guerra non è solo quella guerreggiata. Uno degli strumenti di guerra strisciante è l’esclusione sistematica di chi venga qualificato come “diverso”. Secondo Foucault, tramite scuola, TV, giornali, riviste, l’assoggettamento da parte della cultura dominante (realizzato attraverso meccanismi sociali, di controllo e di esclusione, basati su ripetuti dualismi: noi e gli altri, i buoni e i cattivi, i giovani e i vecchi, i belli e i brutti, i sani di mente e i folli, gli eterosessuali e gli omosessuali, eccetera…), volutamente tende a creare dei non-soggetti, che spesso finiscono per scegliere forme di violenza sempre più distruttiva e autodistruttiva.

Come la Guerra non pone fine ai conflitti tra i popoli, così la repressione e l’emarginazione non fa che radicalizzare questa condizione di non-soggetti. Dunque, la cultura dell’esclusione, cioè di uno strumento “bellicoso” usato dai Poteri forti per tenere sotto controllo il resto del mondo, è parte fondante della cultura di guerra.

Anche le donne sono state tenute a lungo in condizione di esclusione e di assoggettamento, per quel che riguarda le leggi economiche, politiche, sociali; e a mio avviso lo sono tuttora, sia pure attraverso forme più subdole. Ma da sempre esse,  checché si dica,  hanno espresso una propria cultura, sfuggendo così al rischio di costituirsi anch’esse come “minoranza risentita” e dunque evitando distruttività e autodistruttività.

Nelle Tre ghinee corrono due discorsi, che si intersecano continuamente pur svolgendosi  autonomamente: il primo sottolinea l’esclusione delle donne dalla cultura, dalla economia eccetera (e mostra come la guerra sia un fatto degli uomini), l’altro sottolinea e valorizza la differenza della cultura femminile, che comporta una “capacità” dello sguardo femminile, idoneo a leggere il mondo da un punto di vista altro, con differenti modalità, differenti obiettivi e differenti motivazioni. E a operarvi in maniera differente.

In qualche modo, cioè, Virginia cerca di relazionare la nozione di liberazione (la differenza), intesa come libertà di essere, con quella di emancipazione, di visibilità “ora e qui”, richiamata dalle condizioni reali delle donne. Così prende forma nel saggio una riflessione che pare oscillare tra la rivendicazioni di diritti (e memoria e denuncia di quelli calpestati) e la piena coscienza dell’esercizio della differenza, che implica la liberazione dal risentimento e l’assunzione della forza straordinaria, da sempre operativa, che è la cultura delle donne.

Ciò che mi sembra particolarmente importante è il fatto che Virginia colleghi l’esclusione alla differenza. E’ grazie all’esclusione che le donne hanno elaborato la “propria” cultura. E’ lo sguardo “da fuori”, estraneo, che permette a Virginia, di cogliere ciò che gli uomini, da dentro, non possono vedere: per esempio, l’orrore, la miseria, il ridicolo della cultura di guerra. Gli abiti dei militari, soprattutto di grado, pieni di lustrini, pennacchi e medaglie, sono brutti, ridicoli, i nastrini e le onorificenze date agli uomini di cultura sono volgari. La ricercatezza dell’abbigliamento maschile costituisce il loro status civile, economico, politico, militare. Culturale.

Pensiamo anche alla Biblioteca dei College maschili, da cui le donne sono escluse: già ne La stanza tutta per sé, Virginia annota quanto sia pericolosa tanto la “mancanza di tradizione” (delle donne) quanto “le conseguenze della tradizione” (degli uomini): è brutto essere chiuse fuori dalla Biblioteca, ma anche l’esservi chiusi dentro. A riprova, V. riconosce solo pochi grandi scrittori -come ha riconosciuto poche grandi scrittrici-, perché l’essere chiusi dentro è  nocivo per la loro arte quanto per le donne l’essere chiuse fuori. Le donne, dell’essere fuori, hanno fatto cultura: una cultura più aperta, ricettiva, ricca.

Ancora: Perché le donne scrivevano nell’800 soprattutto romanzi e non poesia (intesa come opera pienamente riuscita e libera)? si chiede Virginia e si risponde: Perché avevano un salotto in comune con gli altri della famiglia, mentre per scrivere poesia è indispensabile il raccoglimento. Le interruzioni impediscono la poesia. Da qui l’esigenza della stanza tutta per sé.  Eppure, la stanza in comune ha insegnato alle donne a cogliere le figure umane per ciò che sono, a osservare come si muovono, l’atmosfera che creano: “I sentimenti delle persone rimanevano impressi su di lei; aveva costantemente sotto gli occhi i rapporti umani”.

 Ne Le tre ghinee, Virginia è ancora più esplicita: annota come le donne, prive di danaro, di riconoscimento, di potere, abbiano accudito i parenti, fatto battaglie grandiose, soprattutto siano state “esseri umani civili”.

Dunque, “l’educazione gratuita”, al di là delle imposizioni e delle discriminazioni, ha di buono che le donne sono migliori degli uomini, e dunque sarebbe sciocco “buttare via i risultati di quell’educazione… o rinunciare… al sapere che in tal modo abbiamo accumulato”.

Torna quanto annotavo prima sulla relazione tra esclusione e differenza. “(Questa educazione gratuita) deve avere grandi virtù, oltre che gravi difetti, perché non si può negare che quelle donne, se pure non erano istruite, erano tuttavia donne civili. Non possiamo, quando prendiamo in esame la vita delle nostre incolte madri e nonne, giudicare la loro educazione semplicemente in base alla capacità di ottenere un impegno, di conseguire onori, o di fare quattrini”.

Ma cosa è l’istruzione universitaria, quella negata alle donne, alla quale le donne vogliono accedere? Deve essere un gran bene, visto che gli uomini di potere e cultura se la sono tenuta stretta, eppure quell’istruzione ha avuto pessimi effetti. Non è un valore assoluto. In più il rischio è che le donne, acculturandosi all’interno di quella cultura portatrice di guerra, di quella quotidiana nutrice della guerra guerreggiata, possano diventare come gli uomini. Presuntuose, avide di Potere, gelose dei propri privilegio, violente: “I fatti riportati non dimostrano forse a sufficienza che l’istruzione, la migliore del mondo, non insegna a odiare la violenza, bensì a farne uso? Che, ben lungi dall’insegnare la generosità e la magnanimità, essa rende la gente così ansiosa di tenersi stretti i propri privilegi, la grandezza e il potere, da essere disposta a usare sistemi ben più subdoli della violenza quando le si chiede di farne partecipi altri? E non sono forse la violenza e il senso del possesso due sentimenti connessi molto da vicino con la guerra? (…) Come può l’istruzione educare a non amare la guerra se si usano sistemi di violenza, se si ha senso del possesso dei propri privilegi eccetera che sono alla base della guerra?”. E ancora: “Cosa ci fa credere che l’istruzione (…) faccia odiare la guerra?(…)”.

E dunque il punto è: se le donne entrano nel mondo degli uomini  diventano come loro? Vogliamo forse educare le figlie degli uomini colti a diventare come i loro fratelli, cioè a farsi la guerra e a preparare la guerra?

Anche per le libere professioni le contraddizioni sono analoghe: “Incoraggiando le figlie…a intraprendere le libere professioni non incoraggiamo proprio le qualità che vogliamo estinguere?”. Il punto è che chiunque acquista privilegi diventa possessivo, geloso degli altri, aggressivo eccetera. Non abbiamo dunque ragione di pensare che se anche noi eserciteremo le stesse professioni acquisteremo le stesse qualità? E non sono proprio queste qualità a provocare le guerre? Tra un paio di secoli, se eserciteremo le professioni allo stesso modo, non saremo anche noi possessive, gelose, aggressive (…) come sono oggi questi signori?”.

E insomma, riflettendo sul corteo dei figli degli uomini colti, dei fratelli privilegiati: “Abbiamo voglia di unirci a quel corteo, oppure no? A quale condizione ci uniremo a esso? E dove ci conduce il corteo degli uomini colti? C’è poco tempo; cinque anni, dieci o forse può essere questione di pochi mesi ancora. Ma bisogna trovare risposta a quelle domande…”.

 E’ a questo che le donne devono pensare, insiste. E se le si obietta che non hanno tempo tra le tante incombenze, lei risponde che le “figlie degli uomini colti hanno sempre pensato i loro pensieri così alla buona; non a tavolino, nel proprio studio, nella solitudine tranquilla di un chiostro di università. Hanno pensato mentre rimestavano la minestra, mentre dondolavano la culla (…) E’ nostro dovere ora continuare a pensare; come la spenderemo quella moneta? Pensare, pensare, dobbiamo. In ufficio, sull’autobus, mentre (…), mentre (…), mentre (…). Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?

Le donne sono dunque tra l’incudine e il martello: da una parte il sistema patriarcale e “le pareti domestiche, con il loro nulla, la loro immoralità, la loro ipocrisia, il loro servilismo”, e dall’altra “il mondo della vita pubblica, con la sua ossessività, la sua invidia, la sua oppressività, la sua avidità”.

Al centro loro, alle quali allora, come oggi a noi, si pone il problema di cosa sia vivere, di cosa vogliamo fare della nostra vita.

 Quando frequentavo l’Università, era ancora in uso quella stupida abitudine del “papiello”: i veterani fermavano in strada le matricole e, nelle migliori delle ipotesi, le obbligavano a offrire dolci e paste. Ero molto giovane e mi chiedevo perché, chi aveva subito, una volta “emancipato”, non ricordasse più il profondo senso di ingiustizia presente in quegli eventi, e pensasse unicamente a sostituirsi nel ruolo di oppressore.

Il  Potere è di per sé oppressivo, ingiusto, violento.  Il Potere trasforma. Perciò crea dei non-soggetti, opera sui “soggetti emergenti” cercando di portare divisione, classificazione: perché non vuole essere attaccato.

La differenza, sebbene si paga con l’avere minori privilegi, se, come notavo all’inizio, si è data una forma, un linguaggio, una cultura, è preziosa, è ricchezza, è forza, etica ed estetica, possibilità di mettere di nuovo e al nuovo le questioni.  Anche questa del Potere.

Il percorso di Virginia, lo annotavo prima, va su due binari: pensando ai vantaggi dei College maschili, per esempio, guardando il corteo dei figli degli uomini colti, riflette che anche le donne un giorno potrebbero guadagnare soldi, avere potere, fare buone leggi per le donne, eccetera ma, ma… c’è la lettera sul pacifismo e ci sono le foto. E vengono le considerazioni sopra segnalate (a cosa è servita l’istruzione se non a formare una cultura di guerra?, e poi: è vero, con le libere professioni si fanno soldi ma “fino a che punto il danaro (…) è in se stesso un bene desiderabile?”)

Arriviamo per questa via a una sorta di Decalogo per le donne, cioè a un elenco che sostanzia la differenza. Che si identifica con l’elenco che enumera gli elementi della “educazione non pagata”, e tra questi: povertà e “libertà dai fittizi legami di fedeltà”. Ma che si preoccupa anche di come avere peso, senza rinunciare a ciò che si desidera e a ciò che si è.

Il punto è che V. non parte astrattamente o intellettualmente dalla differenza, arriva alla nozione di differenza.

Parte dai desideri condivisi: di libertà, di sperimentarsi, di muoversi in uno spazio largo, non oppressivo, chiuso. Quando, più avanti, sempre ne Le tre ghinee, tratta del rapporto con i padri, sottolinea che essi si scontrarono con una forza indistruttibile: non contro il Femminismo, non contro l’Emancipazione, ma contro qualcosa che è poco chiamare antifascismo o libertà di pensiero o desiderio di libertà: le donne volevano viaggiare, amare, lavorare, imparare la musica o la pittura non come esercizio alla moda ma come arte. Volevano, “come Antigone, non violare le leggi, ma trovare la Legge.

Il desiderio di essere è ancora più che ribellione.  E’ la scelta di vivere, di avere il proprio spazio, di crescere usandosi.

E’ questa cosa la differenza. Le donne si misero insieme perché avevano un’idea di mondo così bello e a quell’idea non potevano rinunciare. Perché era già nella loro pratica, non era un’astrazione, era qualcosa che già possedevano, elevata all’ennesima potenza.

Per questo V. non lascia altra via che nutrire la differenza, non si può tornare indietro ma non si può entrare in una modalità che non ci piace, ora. E dunque l’unica è riuscire a non disgiungere emancipazione da liberazione. L’unica è riuscire a trovare un altro modo.  E va detto tra parentesi che riuscire a trovarlo e a sostenerlo significa anche che le critiche al sistema patriarcale, alla tipologia della società maschile, non escludono che gli uomini che lo volessero (lo vogliano) avrebbero potuto (potrebbero) trovare un altro modo. Cioè se le donne hanno scelta tra l’imitare il mondo dei potenti o creare un mondo loro, significa (cosa del resto sostenuta da tanti intellettuali) che la strada per lo “sviluppo”, scelta dalla civiltà maschile, avrebbe potuto essere altra. Cioè che anche gli uomini avrebbero potuto scegliere in modo diverso, dunque ci si può alleare (con quelli che rimettono in discussione la propria cultura, che comprendono che anche quella è di parte, e che siano capaci di leggerne le derive dovute comunque alla sua sostanza).

La scrittura delle differenza è contro la guerra

 La passione con la quale V. difende la differenza è la stessa che abbiamo posseduto noi e che ci ha fatto forti. E’ quella che mi ha portato a studiare la storia delle donne, le scritture delle donne, è quella che mi fa guardare con antipatia e distacco ogni tentativo di creare un canone femminile, sia in letteratura sia comportamentale, proprio perché la ricchezza delle differenza è tale da superare l’essere semplicemente antitesi e contrappeso del canone maschile. La cultura della differenza non ha Canone né canoni.

Le scrittrici, le artiste, che amo, sono quelle che hanno rappresentato lo spazio, il momento, la percezione di ciò che il corpo era capace in quel momento di accogliere.

E questo introduce un tema importantissimo. Che è la nozione di letteratura per V., il senso dello scrivere.

Già ne La stanza,  Virginia aveva scritto: “Datele altri cento anni… datele una stanza tutta per lei e cinquecento sterline l’anno, lasciatele dire quello che pensa… e sarà una poeta”.

Nelle Tre ghinee, a proposito della Guerra guerreggiata e di come prevenirla, scrive: “(Bisognerà) sottoporre la sua richiesta (dell’avvocato) alle figlie degli uomini colti, chiedendo loro di aiutarvi a prevenire la guerra non con consigli ai fratelli su come difendere la cultura e la libertà di pensiero, ma semplicemente leggendo e scrivendo la propria lingua in modo tale da difendere direttamente quelle divinità così astratte”.

Ma cosa significa “semplicemente leggendo e scrivendo la propria lingua”, per difendere cultura e libertà di pensiero? Significa che la differenza si dà forma nella scrittura, e anche che la scrittura nutre la differenza. Se intendiamo il rapporto scrivere-vivere, scrittura-vita.

La scrittura è libertà (dalla condizione materiale e dai condizionamenti di pensiero) e gli steccati, le proibizioni, come gli “imperativi categorici”, nuocciono alla scrittura. E dunque le donne, che volevano scrivere, che scrivevano, furono attaccate o cancellate proprio quando davano forma a se stesse. Erano eversive e pericolose prima ancora di sapere di esserlo. Lo hanno appreso proprio a causa di quelle esclusioni.

Per fare poesia, per scrivere, sostiene Virginia, c’è la necessità di liberarsi dal risentimento e di possedere serena consapevolezza di sé e del mondo. (E non ciò che oggi, anche in TV viene chiamato “autostima e sicurezza di sé”). Significa che l’identità, una volta riconosciuta e posseduta, va dimenticata.

Virginia, continuando a ragionare su “immediato bisogno di emancipazione e validità delle denunce” e “necessario farsi della differenza (poiein)”, pur comprendendo e sottolineando le difficili condizioni di lavoro delle donne (l’indigenza, l’essere attaccate, poco stimate), nota come le scrittrici, che abbiano portato nelle proprie opere odio e rivendicazioni, siano state distratte dall’oggetto del loro lavoro che è la realtà attorno. L’odio ha impedito loro di essere grandi. E invece: “(Jane Austen) scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche”. Jane Austen scriveva esprimendo la propria soggettività, per questo è stata una grande scrittrice. Bisogna dunque  “scrivere da donna (valorizzazione della differenza) ma da donna che ha dimenticato di essere donna (la piena libertà)”. E’ questo il segreto: la naturalezza della coscienza di sé e del proprio sguardo sul mondo, la relazione col mondo grazie alla capacità percettiva e all’accoglienza dei suoi segni, che permettono di accogliere l’incanto, l’assunzione della scrittura come linguaggio del corpo, le problematiche inerenti il linguaggio, il rapporto tra estetica e etica.

Il punto è che la poesia è nelle cose e si rivela quando riusciamo a vederle (e loro riescono ad essere) nella loro interità. Nella poesia l’etica e l’estetica trovano finalmente la propria relazione. La bellezza, la grazia di ciò che è attorno, la sua autenticità, ci permette, se ne siamo capaci, di cogliere la grazia dell’essere: quella cosa è. E’ nel pieno di sé. E’ questa l’etica della grazia, ed è anche la grazia dell’etica.

Per cogliere ciò, serve che lo sguardo di chi guarda incontri lo sguardo della cosa guardata, cioè che ci sia relazione. Da qui nasce l’incanto che è il primo germe della poesia. La grazia c’è quando lo svelamento e l’essere si esplicano, si mostrano, sono.  La bellezza sta nell’essere, che è predisposizione alla grazia. Questo intendo per relazione tra estetica e etica. Le persone, la politica tradizionale, le nazioni che si scannano, sono cose prive di grazia e di etica, perché, invece di essere libere, sono schiacciate dalle sovrastrutture della cultura, degli interessi privati, della deformazione della cultura di violenza, della mentalità diffusa ad arte, della paura.

Una volta certe della propria libertà, la sperimentazione del linguaggio e del discorso permette di riuscire a dire il non ancora pensato.

Virginia cerca di dare forma al balbettio. Che è tale perché si inventa un modo che prima non c’era, perché è fuori da canoni e non li cerca. (Virginia ci autorizza, ci obbliga e ci aiuta, a leggere allo stesso modo altre scrittrici e a riconoscere, grazie a questa “griglia”, quelle che possano insegnarci qualcosa.)

Tutto ciò che Virginia scrive nei suoi Saggi, capolavori del genere (e di genere), lo rappresenta nelle sue opere di poesia. Le quali sono esattamente il mondo visto da lei, sono anche la spiegazione del perché lo vede in quel modo. Sono “quella cosa che prima non c’era e poi c’è”, come un fiore, un albero, una città, una guerra. Sono parte dell’esistente. E’ in questo senso che la poesia è “fare il mondo”, perché è creatrice.

Non si scrive per cambiare il mondo. Non si scrive per, non si legge per. Scrivere è fare, è essere (nel) il mondo. Chi scrive è nel proprio sguardo, è il mondo che rappresenta. Virginia questo lo sa. Perciò afferma che “leggendo e scrivendo la propria lingua si salva la libertà”.  Perché conosce la forza creatrice.

Ne Le tre ghinee, ma anche ne La stanza, Virginia, grazie al linguaggio che usa, alle modalità che persegue, dà forma all’immagine che nasce dalla relazione con lo spazio che la circonda. Ma possiamo anche dire che la forma che si dà il pensiero di V. è il contenuto più importante, è il pensiero essenziale, è la rappresentazione del pensiero, che nel farsi tale dice anche di più dei proponimenti del pensiero stesso. (Scrivere il non ancora pensato, indicibile-detto-nuovo indicibile.)

Quell’io, novità assoluta nella saggistica, è la dichiarazione di un centrale corpo femminile che guarda, si presenta anima e corpo,  tasta il territorio, lo spazio: ne La stanza era il College, la Biblioteca, i libri che aveva attorno, ne Le tre ghinee ancora la stanza, la scrivania, ciò a cui arriva il suo sguardo: le foto di guerra, le lettere, le relazioni affettive, i ricordi, i pensieri. Lei tocca le cose. Non è teoria. Il ragionamento nasce dalla percezione del corpo. E si muove come in un dialogo interno. Virginia pensa mentre scrive, fa ricerca, sperimenta. È fuori canone: fa uso del massimo impegno di sincerità, di autenticità. Tasta lo spazio interiore, lo esplora. Dialoga con se stessa. Il gioco della sua scrittura continuamente dice e torna indietro, si mette dal punto di vista della mentalità corrente e poi dal suo, femminile e personale. E’ come un grande quadro, o un prodotto multimediale che apre continue finestre con differenti linguaggi: seri, ironici, rivendicativi, superiori, utopistici, etici…

E ora?

 Che sensazione di freschezza che ricavo da questa lettura. Virginia non smette mai di darmi un senso intimo di pace, sia pure cogliendo il dolore della coscienza che essa possedeva. Queste cose che noi “femministe” abbiamo scoperto tanti anni fa, in cui abbiamo creduto e poi rivisitato e poi articolato, queste cose che penso tuttora, le ha pensate Virginia, la grande. E dunque, possiamo ricominciare a farci queste domande, perché siamo in un momento in cui dirci: tra cinque, dieci anni, tra mesi, sarà veramente tardi.

Il punto è che ora alcune cose sono cambiate. E siamo cambiate anche noi. E’ cambiata la vita delle donne e l’immaginario sulle donne. E’ cambiata l’insoddisfazione che viviamo, il dolore e l’urgenza che percepiamo.

Che cosa è per noi oggi la nozione di differenza? Meglio ancora: voglio partire, come fece  Virginia, non da una nozione astratta di differenza, ma dai desideri: che cosa vogliamo noi? a che cosa ci ribelliamo? Cosa ci è insopportabile? Grazie a quale sentimento siamo (possiamo essere) una forza invincibile? Cosa vogliamo costruire? Com’è il mondo che vediamo?

Serve prima qualche riflessione su cui confrontarci. Ma il mio  è un balbettio confuso. So che sto cercando altro, anche quando parlo di ciò che mi è chiaro.

Le donne non sono più invisibili.

V. scrive in un periodo (la cultura dell’imperialismo inglese, la guerra, i grandi nazionalismi) in cui avvenivano trasformazioni, era lei la trasformazione. Le donne erano “fuori” e ci si interrogava su come essere libere di vivere, di significare cultura, punti di vista, autorevolezza. Le donne erano madri, moglie, sorelle, chiuse nelle case e nel ruolo assegnato, e le visibili (che davano scandalo) erano  le progressiste, quelle che sfidavano il silenzio, la clausura delle menti e dei corpi. Virginia e le donne che si sono ribellate, volevano viaggiare, scrivere, essere libere e non sopportavano l’esclusione che impediva loro di essere (ma è l’esclusione che ha contribuito alla differenza, ricordo).

Oggi, c’è un nuovo immaginario femminile che la società sta costruendo. La pericolosità di questo nuovo immaginario sta nel fatto che il corpo femminile, restituito alla libertà e alla dignità come essenza della differenza di genere, punto di vista da cui parte lo sguardo sul mondo, la percezione, la relazione con l’altro, e introdotto in letteratura proprio dalle donne (come oggetto-soggetto e come linguaggio), oggi ci viene mostrato essenzialmente come strumento di seduzione pubblicitaria e commerciale, luogo di dolore e di sevizie, artefice esso stesso di torture e di disastri, soggetto di distruzione e di autodistruzione, potere politico magari speculare a quello maschile (e non c’è niente di peggio del fatto che vinca l’idea della specularità).

La visibilità che, nei mezzi di comunicazione (che hanno ora un potere maggiore di quello di ieri, anzi: assoluto, visto che non ci sono più altre forme di confronto e di relazione e cioè le assemblee, i collettivi, le riunioni…), si dà al femminile (a un certo femminile), e che è tanta, è fatta proprio per sottolineare una pretesa raggiunta uguaglianza. La differenza è unicamente nell’aspetto fisico (la superfetazione di labbra e seni, l’odiosità di voci sempre sopra le righe, i bisticci patetici) e neanche più nella grazia o nella bellezza, perché ci raccontano e ci mostrano che i due sessi sono sempre più vicini.

Ci assalgono immagini nuove di corpi di donne, immagini che attraverso questa Guerra hanno segnato e sottolineato una realtà in trasformazione che non possiamo non cercare di decifrare. Perché, accanto ai corpi distrutti delle donne, accanto ai volti delle donne che lottano per la Pace, ci sono i volti, i corpi di donne militari torturatrici, di politiche fredde autrici di azioni di guerra, di intellettuali “intelligenti e sfrontate”, di  guerriere, terroriste, suicide e portatrici di morte, ci sono madri che uccidono figli, madri che prostituiscono le figlie; volti e corpi ampiamente sfruttati dai mezzi di informazione, con una logica terribile che sta a noi leggere e smascherare.

Non si tratta più di cancellazione della cultura delle donne, ma di una strisciante operazione di omologazione. C’è l’adescamento a uno slittamento progressivo, alternato con scatti distruttivi.

Il mondo dell’immaginario femminile, fatto dagli sguardi delle donne, dalle relazioni che esse creano o alle quali tendono, quel mondo della differenza, viene messo in crisi da parte del mondo “ordinario”, che pretende di renderci a sé interne, che, mistificando, sottolinea la non-differenza, la ormai avvenuta integrazione (cioè omologazione), in più pretendendo di rendere oggettive, inevitabili, la Guerra e le guerre, le miserie e le catastrofi, presentandosi di nuovo  comprensivo anche di noi. Neutro.

Quando le donne aderiscono alle modalità maschile, finiscono per dover fingere (o convincersi di possedere) un rapporto con questo istinto di guerra (o di competizione, o di egoismo, o di violenza) che non hanno (Virginia: “non riesco a capire”), e così facendo prostituiscono il loro corpo e la loro mente, diventano schiave – vedi le torturatrici, ma anche le terroriste che si fanno raccontare favole riguardo il mondo che verrà.

C’è anche un’altra ipotesi: che appartenga anche al femminile, sia pure a suo modo, la possibilità del ricorso alla morte e alla distruzione. Che certi gesti (le torturatrici, le terroriste, le politiche “guerrafondaie”, le intellettuali fuori di testa, le “madri assassine”…) non siano corpi estranei a noi, ma siano dentro di noi, cioè dentro il nostro mondo. E’ possibile che il femminile contenga come espressione di soggettività anche quella suicida violenta crudele. Che sia dentro di noi. Come abbiamo scoperto che l’invidia, la gelosia, l’ambizione, la menzogna, appartengono al genere femminile come a quello maschile, sia pure sempre a suo modo.

Può darsi, ma, appunto, sta a noi affrontare questo nodo nostro interno, e leggerlo a nostro modo. Perché in tal caso, il “femminile” dovrà essere sottoposto a una lettura critica e analitica che preveda di nuovo le “classi”, le ideologie, i percorsi individuali o di gruppo, eccetera. Perché una cosa è certa: nel mio quotidiano quella “educazione gratuita”, quella “differenza”, la presenza di quegli “esseri umani civili”, nei comportamenti, nelle relazioni, nei ragionare, mi manca.  E ho molta paura.

Sta di fatto che abbiamo perduto la verginità: sappiamo troppo.

Siamo in guerra, siamo in posizioni che comportano competitività, siamo torturatrici, terroriste, e siamo protagoniste di film, romanzi, e anche veline, ragazze da calendario, e non più passive ma soggetti. E conserviamo poco dell’”istruzione gratuita”, della cultura delle madri. E’ vero, non siamo più “figlie degli uomini colti”, siamo noi le “donne colte”. Ma certo non siamo più quelle madri per le nostre figlie.

Mi chiedo: quali soggetti siamo? (Parlo di noi. Ma: noi chi?)

Virginia ha riflettuto: se l’istruzione è quella cosa che comporta una mentalità di guerra, di presunzione, carrierismo, egoismo… vogliamo davvero seguire i nostri fratelli? E se invece non vogliamo seguirli e crearci una nostra strada, essa deve significare una qualità differente nella modalità, nel linguaggio, nel suo farsi, nel poiein. Ecco perché conclude che per fermare la guerra basta scrivere.

Dunque oggi è ancora più necessario articolare il pensiero della differenza, altrimenti ci perdiamo. Non solo le giovani generazioni subiscono il fascino dell’omologazione, anche noi, ciascuna a suo modo.

 Virginia dà le tre ghinee perché pensa che esse aiutino le donne a essere, cioè a perseverare nella differenza (quello che ho chiamato il Decalogo), ad articolarla, a diffonderla tra le altre donne, a esercitare una critica nei riguardi del maschile che faccia spostare e dividere lo stesso maschile (Virginia chiede all’avvocato di riflettere “sulle ragioni per cui quelle scuole e quelle università hanno fallito”.), senza entrare nella sua logica che per Virginia è incomprensibile. Se accetti la logica di qualcuno la fai tua e ti muoverai con la stessa logica che hai verificato ingiusta e sbagliata e creatrice di danni.

Dobbiamo riflettere se, quelle tre ghinee, le abbiamo usate nel migliore dei modi, se non abbiamo accolto quegli elementi che giustamente Virginia leggeva come, anch’essi, “cultura di guerra”.

La Guerra, quella guerreggiata, ha a che fare con le guerre infinite quotidiane, con le violenze, il fascino del potere del denaro del successo, con l’ignoranza e l’egoismo dei politici, con la loro mancanza di lungimiranza, o forse con il disinteresse ad essere lungimiranti, e anche con le meschinerie, gli egoismi, le avidità, con la politika e con la Cultura. La Guerra nasce dalla cultura e la cultura alimenta la Guerra e le guerre.

Vorrei che tornassimo a interrogare il nostro quotidiano, i nostri atteggiamenti, la nostra difficile strada che si muove sempre in quel “campo di ambiguità” (come chiamai lo spazio letterario delle scritture di donne) e che ora si riveste di nuove articolazioni. Se le politiche donne assomigliano sempre più, nei modi e nei procedimenti, cioè anche nei linguaggi se non nella lingua, ai loro colleghi, se le imprenditrici, le accademiche, le scrittrici, le dottore, le avvocate, le architette, eccetera, accolgono e usano le modalità e i comportamenti maschili, quale meraviglia se le soldatesse torturano, le consigliere militari mentono, le terroriste uccidono? O se le ragazze vogliono fare le veline? Si tratta di un processo di omologazione, di espropriazione, che prende forme diverse, ma che certo ha sempre meno a che fare con quella differenza grazie alla quale abbiamo iniziato il nostro viaggio.

Vorrei che ci fermassimo a ridiscutere noi stesse, ad analizzare di nuovo come uscire dalla contrapposizione tra esercizio della differenza e assunzione di ruoli e di responsabilità in una società che non alle donne ha pensato quando ha creato la griglia di valori che permette l’entrata in quegli stessi ruoli e l’esercizio di quei ruoli.

Se torno a fatti piccoli e grandi, più sopra citati, dal nonnismo, al papiello universitario, dalla fatica di salire in cattedra di tanti che nel 68 hanno lottato contro i baroni e ora lo sono essi stessi baroni ed esercitano allo stesso modo il potere, se penso ai giovani poeti ai giovani artisti, alle sperimentazioni in arte, se penso ai giovani nei confronti degli adulti, alla sinistra nei confronti della destra, agli onesti e ai disonesti, ai popoli oppressi, alle donne, mi rendo conto che il modo con cui si esercitano le cose, una volta che sia stato permesso solo di  annusare qualche parvenza di potere, è sempre lo stesso. E questo non è questione che astrattamente mi impensierisce, è che porta le guerre, le distruzioni, il terrorismo, la fame e la violenza, e porta superficialità, volgarità, apparenza, porta un mondo doloroso e cinico che a volte la fantascienza ha disegnato. Porta infelicità. Porta autodistruzione.

Se davvero questo meccanismo è inevitabile, materialistico, se si deve partire da “ciò che è”, dal “come sono le cose”, provocatoriamente invito ad accordarsi su un progetto di minima etica, a stabilire gli obiettivi minimi complessivi di una società che sospenda questa lotta al ribasso: un sostenibile malsviluppo.

                                                                                                                                      Anna Santoro