Per continuare le riflessioni – di Anna Santoro
Per riprendere e articolare le riflessioni su La Guerra e le guerre

Dal Sito (ora chiuso) : arabafelice.it/ Pensare pensare pensare  

 

di Anna Santoro

 

Di fronte a ciò che ogni giorno porta mi sembra certe volte di essere una pietra: prosciugata dal dolore o lanciata contro un bersaglio mobile e invisibile o indurita per salvaguardare un briciolo di vita quotidiana.

Di sasso, non capisco. Nel mondo creato dall’immaginario di miliardi di donne di ogni tempo, fermato in milioni di scritti, diari, lettere, canzoni, di parole tramandate, di sguardi, di braccia aperte, la guerra, come categoria comportamentale, come linguaggio, è inconcepibile e in concepita da me e dalle donne. Siamo estranee. Non ne capiamo le ragioni, i motivi, le modalità, i fini.

La subiamo, la guardiamo nelle immagini (virtuali?) che la televisione ci invia, socchiudendo gli occhi come a farla non vera o tenerla lontana, ne cogliamo la distruttività crescente e suicida, in nessun caso la reputiamo opzione credibile o “utile”, né tanto meno un Mito, un sogno di Bellezza, come tanti uomini fanno o hanno fatto.

Questo nostro mondo (questo creato dal nostro immaginario) non prevede la Guerra, ma essa ci assale. Ci assale la “verità” dei corpi massacrati, delle città distrutte, della fame e della sofferenza, di quelle esistenze che non hanno a che fare con la nozione che possediamo del “vivere”, della “vita”, anche quando si tratti di vite disgraziate, di un vivere drammatico.

Questo nostro mondo, fatto di sentimenti, convincimenti, ricerca, relazioni, cultura, non può che fermarsi attonito a constatare i disastri che, dall’altro mondo, quello che ci appare e che appare agli altri come unico, finiscono per coinvolgerlo, schiantarlo, sopprimendo la sua stessa felicità di indipendenza e di estraneità. Perché i suoi bambini vengono uccisi, dilaniati, fatti morire di fame, usati per scopi miserabili, i suoi sentieri vengono incendiati, i suoi spazi invasi e i corpi divorati.

Da questo nostro mondo ci interroghiamo da tempo (almeno da Virginia Woolf) su una questione fondamentale: essere radicalmente “altrove” o smettere di sentirsi “altrove”. “Rivendicare” uno spazio nel mondo apparente (?), per comunque cercare di pesare in qualche modo e comunicare con altre che magari ancora quel mondo credono unico, comprendendo però bene il rischio che si finisca per  acconsentire a leggere il mondo anche con lo sguardo dell’altro, a dargli forza, e a renderlo “reale” anche per noi?

O essere libere grazie alla propria forza creativa, rimanere estranee, strette alla propria differenza, accelerando ricerca ed elaborazione della propria cultura, e cioè come vivere, amare, scrivere, emozionarsi, accettando di rimanere segrete, invisibili al mondo apparente e su di esso ininfluenti.

Apparentemente ininfluenti. Perché invece in qualche modo ci siamo comunque. La stessa segretezza e invisibilità, la non partecipazione o partecipazione esitante e subordinata ai fatti del mondo apparente, ci fanno comunque in qualche modo partecipi.

In tempi come quelli attuali, l’interrogativo è più pressante ed è più difficile la risposta. Perché il dolore strazia e coinvolge, lo sguardo, proprio per la sua stessa chiarezza, vede troppo e troppo lontano ma è anche cieco e finisce per abbassarsi di fronte alla distruzione, alla follia in cui ogni giorno affondiamo.

E inoltre ora c’è anche altro. Ci assalgono immagini nuove di corpi di donne, immagini che attraverso questa Guerra hanno segnato e sottolineato una realtà in trasformazione che non possiamo non cercare di decifrare. Perché, accanto ai corpi distrutti delle donne, accanto ai volti delle donne che lottano per la Pace, ci sono i volti, i corpi di donne militari torturatrici, di politiche fredde autrici di azioni di guerra, di intellettuali “intelligenti e sfrontate”, di  guerriere, terroriste, suicide e portatrici di morte; volti e corpi ampiamente sfruttati dai mezzi di informazione, con una logica terribile che sta a noi leggere e smascherare.

Il mondo dell’immaginario femminile, fatto dagli sguardi delle donne, dalle relazioni che esse creano o alle quali tendono, quel mondo della differenza, che ha pari e (per noi) scontata consistenza di quello maschile, viene messo in crisi da parte del mondo “maschile” che pretende di renderci a sé interne, che, mistificando, sottolinea la non-differenza, la ormai avvenuta integrazione, pretendendo di rendere oggettive, inevitabili, la Guerra e le guerre, le miserie e le catastrofi, presentandosi insomma comprensivo anche di noi.

C’è anche un’altra ipotesi: che appartenga anche al femminile, sia pure a suo modo, la possibilità del ricorso alla morte e alla distruzione. Che certi gesti (le torturatrici, le terroriste, le politiche “guerrafondaie”, le intellettuali fuori di testa…) non siano corpi estranei a noi, ma siano dentro di noi, cioè dentro il nostro mondo.

E’ possibile che il femminile contenga come espressione di soggettività anche quella suicida violenta crudele stupida miope. Che sia dentro di noi, come abbiamo scoperto che l’invidia, la gelosia, l’ambizione, la menzogna, appartengono al genere femminile come a quello maschile, sia pure sempre a suo modo.

Dunque i punti di riflessione sono tanti e complessi.

Primo, c’è la distruzione che pare non possa che andare avanti in una sequenza sempre più stringente e invadente e che, a qualcuno parrà ingenuo, va fermata fermando il pensiero “virile”, amante della guerra oltre che dei vantaggi che essa comporta, e dando forza, profondità e articolazione al pensiero femminile.

Secondo, c’è questo preteso snaturato e snaturante nuovo (minoritario) posizionamento di donne, indotto o oscuramente “vero”, che è pari ad altri “snaturati” posizionamenti di donne, scivolate con impercettibile movimento verso l’accettazione di pratiche maschili.

Terzo, c’è questo nostro doloroso nodo interno che va esplorato.

In più, ci sono le trasformazioni della nostra epoca, che, piacciano o no, articolano e confondono. Di loro va preso atto e però vanno da noi accolte ed elaborate al fine di essere noi responsabili delle nostre azioni, di noi stesse: che non si finisca, cioè, con accettare che “la realtà è ciò che è”, perché sappiamo che non c’è realtà che non presupponga sguardo che la crei o che la confermi e le dia forza, che non elabori linguaggio che le dia forma.

Del nostro sguardo e del nostro linguaggio siamo padrone responsabili, come tante volte, mi si permetta l’autocitazione, ho ripetuto riferendomi alla “responsabilità della buona lettrice”, di colei cioè che disegna il, dà forma al, testo grazie ai segni che coglie, funzionali alle proprie motivazioni e ai propri obiettivi, alla relazione che stabilisce con lo spazio che la circonda, al complesso e articolato rapporto tra estetica ed etica.

Dobbiamo allora partire da lontano. E compiere giri larghi.

Noi comprendiamo bene che la Guerra, quella guerreggiata, ha a che fare con le guerre infinite quotidiane, con le violenze, la sete di potere denaro successo, con l’ignoranza e l’egoismo dei politici, con la loro mancanza di lungimiranza, o forse con il disinteresse ad essere lungimiranti, e anche con le meschinerie, gli egoismi, le avidità, con la politika e con la Kultura: la Guerra nasce dalla cultura e la cultura alimenta la Guerra e le guerre.

La guerra è ora il linguaggio di una cultura. Quale cultura? Quella dominante e quotidiana che è stata costruita attraverso i secoli, tramandata, articolata, insegnata a scuola, illustrata nei libri e a cinema, e che oggi in più viene in modo martellante riproposta dalla televisione: le invasioni di campo e le guerriglie negli stadi, i così detti “dibattiti politici” dove viene premiata l’aggressività e la semplificazione di temi che dovrebbero essere trattati con calma, pazienza e forza, le tante trasmissioni dove è sollecitata la volgarità e l’aggressività oltre che la stupidità, i “Progetti” e le “Riforme” (per la scuola, per la sanità, per gli anziani, e  per la divulgazione della lettura, per i diritti dei consumatori, per la creazione di nuovi posti di lavoro, per combattere la microcriminalità, per l’infanzia, per la famiglia….) che non hanno niente a che fare con la soluzione del problema in oggetto, ma servono come “marchetta” nel curriculum del politico, del professore, del medico, dell’operatore culturale che li propone.

Quella che predilige la superficialità, la competitività, l’apparenza, e che propone violenza, repressione, espulsione di ogni problema o diversità.

Quella che illustra la Guerra come segno di forza, momento di verità, dimostrazione di onore, modo di affrontare e risolvere le misere banalità del quotidiano, fino a diventare momento puro di Bellezza in cui liberare l’aspirazione di  dare piena forma alla Virilità.

Dunque quella “maschile”. (Com’è articolata questa affermazione apparentemente troppo sbrigativa).

Perché il punto è che gli uomini hanno da sempre idea della Guerra: accanto agli interessi materiali (petrolio, ricostruzione, grandi manovre finanziarie, protettorati vari…), la Guerra è una componente della vita maschile da sempre, componente che si autogenera e si impone perché poi alla guerra vanno gli uomini. La Guerra ha una sua Bellezza (non solo per gli uomini violenti, muscolosi, macisti, ma anche per intellettuali finissimi, scrittori studiati a scuola, letti e amati da tanti altri uomini sensibili e anche da donne sensibili): gli uomini hanno costruito un Mito attorno a essa e a ciò che essa significherebbe (o ha significato) nella propria biografia, individuale e collettiva.

Ma oggi è ancora così?

C’è un secondo punto importante che consiste nel tentativo odierno di far passare una pretesa “neutralità” di genere nei confronti della Guerra (come nei confronti di altro).

E qui dobbiamo interrogare il nostro quotidiano, i nostri atteggiamenti, la nostra difficile strada che si muove sempre in quel “campo di ambiguità” (come chiamai lo spazio letterario delle scritture di donne) e che ora si riveste di nuove articolazioni.

Se a tanti altri livelli, la “differenza di genere” cede, se le politiche assomigliano sempre più, nei modi e nei procedimenti, cioè anche nei linguaggi, ai loro colleghi, se le donne imprenditrici, le accademiche, le scrittrici, le dottore, le avvocate, le architette, eccetera, accolgono e usano le modalità e i comportamenti maschili, quale meraviglia se le soldatesse torturano, le consigliere militari mentono, le terroriste uccidono?

E se le ragazze vogliono fare le veline non è, su un piano differente, la stessa cosa?

E’ questo un salto, uno scarto, che deve obbligarci a fermarci, a ridiscutere noi stesse, a tornare a leggere e rileggere le opere di tante scrittrici che già nei secoli scorsi hanno scritto parole indimenticabili contro la Guerra e contro le violenze, leggere e rileggere per prima Virginia Woolf che, in particolare ne Le tre ghinee, affronta non solo temi tutti ancora attuali, sia per le donne che dovrebbero rifletterci attentamente, sia per gli uomini che potrebbero trovare spunti interessanti per le proprie riflessioni, ma addita il nodo (da cui è partita questa breve riflessione) che ancora dobbiamo sciogliere. La contraddizione che forse mai sarà sciolta, ma che va affrontata in un modo nuovo perché non c’è più tempo.

E cioè: come uscire dalla contrapposizione tra esercizio della differenza e assunzione di ruoli e di responsabilità in una società che non alle donne ha pensato quando ha creato la griglia di valori che permette l’entrata in quegli stessi ruoli e l’esercizio di quei ruoli; come esercitare la libera professione o la professione di insegnante in una Università senza adottare le modalità maschili, come far politica senza uniformarsi, come… come…

Sono queste alcune domande che si poneva Virginia, e che ancora sono attuali.

 

   (segue)