Che cosa è scrivere? Che cosa è scrivere il mondo?

Appunti di lettura: Antonia Pozzi (da Conferenza su Antonia Pozzi, Trento, 6-9-2006)

Rileggere le autrici, di ieri e di oggi, significa ri-scoprire, ri-conoscere e far proprio lo sguardo femminile nelle sue articolazioni e individualità, e significa anche comprendere i modi e i motivi delle varie forme di cancellazione subita da tanta parte della cultura femminile, e perfino le ragioni e i modi di letture banalizzanti e spesso fuorvianti di tante presenze importanti nella nostra Storia letteraria e di genere. Dunque serve a noi tutte per ricollocarci in una storia necessaria, magari per superarla e dimenticarla (nell’accezione usata da Virginia), tenendo però stretto e portando avanti i tratti irrinunciabili. E’ fuorviante e sciocco, come hanno fatto a lungo certi critici (e di nuovo mi pare sia una vezzosità da parte di tanti che, di professione, fanno gli scrittori e/o i critici???) qualificare, quasi fosse una diminuizione, le opere delle scrittrici come scritture che nascono dal quotidiano: la vita viene prima della scrittura e la scrittura nasce da desideri che partono dalla vita. La poesia di Antonia Pozzi è esemplare dello “scrivere (di) sé”, che tanto ci ha appassionato anni fa e che ancora è il punto di partenza di molte riflessioni. E’ la poesia che dà forma e voce ad Antonia, perché riesce a costituirsi come forma del suo sguardo. Scrivere di sé non è, come sappiamo in molte e come molti non sanno, chiudersi nella contemplazione del sé, ma è esattamente dare forma alla relazione tra sé e il mondo, seguendo il proprio sguardo che parte da un corpo in ascolto e in attenzione. Antonia è un corpo desiderante, ed è grazie al suo desiderio (d’amore, di bellezza, di ricerca) che è necessitata a fare poesia, a dare forma all’incanto che nasce dall’incontro tra il suo sguardo e lo sguardo del mondo. Perché è l’incanto che svela l’autenticità delle cose e di se stesse.

E’ questo un tema, e una poetica, cara a tante scrittrici, dalla Ortese alla Morante alla Lispector, e che ci rimanda alla domanda più ampia e profonda: che cosa è scrivere? E che rapporto c’è tra lo scrivere una pagina e scrivere il mondo. Per noi, certo. Ciascuna delle opere e delle scrittrici che rileggeremo insieme è un esempio di risposta, un tassello utile a ri-creare lo scenario complesso delle scritture femminili.

Antonia, in una lettera a Tullio Gadenz (p.127), sostiene che il ‘compito della poesia’ è quello di “prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte…”, è saper dire “quello che a noi grida, imprigionato, nei cuore”. Anna Maria Ortese, nell’intervista pubblicata…….., a chi le chiede cosa sia scrivere, risponde che “scrivere è cercare la calma”, cioè dare forma alla propria visione, al dolore prodotto dalla propria visione del mondo e elaborarlo. Scrivere cioè è creare una lingua capace di rappresentare il rapporto tra quel mondo visibile e la “seconda realtà”, che non è semplice immaginazione, cosa astratta e intellettuale, ma visione, disegno di vita, perduta per qualche motivo. E attenzione, per Antonia Pozzi, per Anna Maria Ortese, non si tratta della funzione rasserenatrice dell’arte come nella grande tradizione classicista, ma è trovare il modo (le modalità, i percorsi, le forme) di fare vero lo sguardo, le percezioni, che dunque dicano con chiarezza ciò che prima era confuso e incombente, spaventoso, e farlo reale, come è di ogni poiein. Dire l’indicibile e creare altro indicibile. E’ questo il poiein, inteso come rappresentazione, formalizzazione, creazione e percorso di crescita che altrove ho chiamato: il cammino dei desideri. Si pensi di nuovo alla Ortese e alla citazione fatta, alla quale segue: se ci fosse la pace nel mondo forse non avremmo bisogno di scrivere.

 

Altro elemento di fondo: ad Antonia Pozzi o a Anna Maria Ortese, a sconvolgere l’anima, a portare dolore, e dunque a imprimere la necessità della scrittura e quei modi stessi di scrittura, non sono temi intellettuali, convinzioni ideologiche, ma il corpo, il vissuto della vita, le necessità esistenziali.(E del resto ricorda Virginia e le fotografie di guerra)  In altra lettera a Tullio Gadenz, Antonia (p. 132) scrive: ” …non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un’adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo, Tullio, alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue…” (riportare tutta: è la sacralità della poesia, il suo essere momento di Dio, creatrice …La stessa relazione d’affinità con altri è momento di poesia: ricordo il rapporto tra innamoramento e incanto). Anche all’amica Lucia, alla quale, come al solito, manda i suoi testi, scrive (p. 153): “Povere parole, asciutte e dure come i sassi e come gli ulivi; oppure vestite di bianchi veli strappati. Do a loro l’incarico di dirti quali siano la mia vita e il mio cuore di ora…”. (Riportare testo p. 191, Preghiera alla Poesia, e p. 224). In altri testi è particolarmente evidente la forza del suo desiderio di bellezza, di amore per la natura, per le montagne, quella energia e passione infinita per le cose. In questi testi, ma anche in altri, è evidente anche che la necessità di dare forma a “ciò che è dietro le cose” fa sì che lo stesso sguardo della poeta divenga la ‘cosa guardata’. La cosa sta nelle parole per dirla. Le parole danno forma alla cosa e sono la cosa. Antonia è la montagna, è l’erba, il lago, il mare, la bellezza. (riportare:  p. 8, 16, 24 +28 o 159).

Per realizzare questo svelamento della realtà, Antonia, come altre scrittrici, Fausta Cialente o Elsa Morante, usa le descrizioni, accoglie ciò che vede attorno e dentro di sé. Le descrizioni sono la rappresentazione dello sguardo che, partendo da un corpo collocato in uno spazio, questo spazio esplora. Le descrizioni contengono il corpo che le nomina e le rappresenta. Lo spazio è lo spazio del corpo che si autonomina e crea relazione col mondo. Se penso ad Antonia, ad altre, nell’atto della scrittura, la vedo guardarsi attorno e toccare con lo sguardo e con la parola ciò che, appunto, è attorno. Il tempo fermato è momento di attenzione, spazio, incanto. Così lo sguardo racconta, nell’immobilità del momento e dello spazio, le luci e le ombre, il poco chiaro, il buco nero, la sottigliezza, il doppio, accogliendolo nella relazione tra sé e il mondo. Racconta insomma, il “qui ed ora” del desiderio. In questo modo, lo sguardo di Antonia, della Ortese, di altre grandi e l’elenco è lungo, è di necessità antagonista alle “norme”, al “principio di relatà”, ai canoni letterari e comportamentali e anzi mette in crisi la stessa nozione di realtà, come oggetto-visione a tutto tondo. La realtà non esiste: essa è doppia e forse tripla. Dipende dallo sguardo che la guarda, dalla forza dello sguardo, dalle motivazioni di quello stesso sguardo. (Borges e la mela)

L’estasi del presente della Zambrano, è, come annota Annarosa Buttarelli, (dove? 4 fino a dove arriva qui la citazione?) “stato di continua e necessaria relazione con ciò che è qui e ora così da rendere il tempo incessantemente presente […] e questo permette di portare alla luce l’invisibile del presente, invisibile che spesso si offre come una possibilità non percepita dal senso comune. Dunque, la realtà disegnata e intuita grazie all’immaginazione, alla capacità di com-prensione e alla creazione di un proprio linguaggio (ma anche la realtà svelata contro l’immagine che di essa altri danno) è la realtà che sarebbe possibile se…, ed è necessitata, resa necessaria dal desiderio e dall’attenzione a sé e, in certi casi, alternativa all’esistenza stessa in un mondo “normale”. Antonia, come altre poete e intellettuali, inquiete e non dogmatiche, essendo creatrice, disegna, immagina, vede, la vita possibile. La “vita sognata” non è un’astrazione, e neanche una pura utopia, ma è la raffigurazione di ciò che potrebbe essere, che è nella coscienza della poeta. Di questo scrive Antonia nella poesia (p. 68): (citare). E questo rivendica nella lettera a Cantoni (col quale ebbe una breve relazione finita nel nulla nel 1935, p. 190 e seguenti). Qui A. scrive del suo essere borderline, ai ‘margini della vita reale’, e aggiunge che se la vita reale l’avrà, ‘sarà la fine di tutto quello che c’è di meno banale in me’. Antonia comprende presto che la relazione col mondo, con ciò che del mondo si sa, è complessa, e tutta la sua vita, il suo dolore, la sua ricerca d’amore e di corrispondenza e accettazione, è la ricerca di altri sguardi che rassicurino la sua visione del mondo e delle cose.

Le sue poesie, elaborate lungo un decennio, lontane dall’essere ‘spontanee’ o ‘naive’, sono colte, articolate. Qualche critico ha notato che richiamano poeti e poetiche importanti (ermetismo, Ungaretti, Carducci, Montale, perfino D’Annunzio), ma c’è molto di più. Ad Antonia, come ad altre, è stata imputata da alcuni una scrittura emotiva, fragile, sentimentale, femminile nel senso che un tempo si attribuiva al femminile. In realtà, è una scrittrice scomoda, inquietante, pericolosa, come tutte le grandi, in primo luogo per la fisicità e sensualità della scrittura e delle immagini, e, assieme a ciò, per la capacità di raccontare lo sguardo, il suo, e di riuscire a rappresentare assieme al pensiero, colori, sensazioni, percezioni, inventandosi un linguaggio poetico, una forma poetica.

E’ vero che Antonia, nel suo poetare e nel suo vivere, è scandalosamente femminile, nel senso che la percezione del mondo guida ogni suo passo, ogni suo silenzio, ogni sua parola. Riesce a dare forma con quelle parole alle sue ferite, ai suoi ardori, a quelle vertigini di fronte alla natura, all’amore e alla passione, alla dolcezza delle vite semplici, allo strazio di fronte agli orrori della politica del fascismo, mai in modo intellettuale o ideologico, ma sempre partendo dalla relazione che intesse, o vorrebbe intessere, col mondo, dal benessere o dalla sofferenza che avverte. Antonia dà vita alla voce che è linguaggio dei corpo. Dà vita a se stessa che, prima della poesia fatta, è anch’essa senza voce. Dà vita alle cose che appaiono mute e insignificanti alla presenza di sguardi non colmi di meraviglia e di amore e di passione, non veicoli di percezione e di relazione profonda, ma resi ciechi dalla banalità, dall’assuefazione, dalle norme. Quella grazia, quella bellezza, quell’innamoramento della bellezza, della natura, della montagna, e dunque di se stessa che è parte di ciò che vede, e dei fiori, degli animali, dei bambini, e di uomini, donne, della nonna Nena, come leggiamo nel Diario, nelle Lettere e nelle Poesie, vengono catturate e restituite grazie a un lessico semplice, pulito, che nomina colori, gesti, emozioni, vertigini di passione, di pietà, di dolore, e che si dispone in ritmi nuovi e sapienti. Il verso libero, che, ricco di enjambement risulta spesso da spezzature in varie misure di endecasillabi, ora in versi lunghi e narrativi ora in brevi e ritmati, con assonanze interne, con rime da filastrocca o con un ampio aprirsi della musica che non è melodica ma fatta da pause, dal largo fluire del suono interrotto a volte inaspettatamente dalla secchezza di chiuse dure. Metafore straordinarie e d’invenzione. Ne cito solo alcune:

 

Antonia muore suicida a 26 anni, una ragazzina. Tanto più per la coscienza moderna. E questo è un motivo in più per accostarsi ai suoi scritti (Lettere, Diari, oltre che le Poesie), con pudore, rispetto, cautela, accogliendo quelle vertigini d’amore, quelle professioni di umiltà eccessive, e prendendo insieme quel suo essere figlia desiderosa di tenerezza e di rassicurazione (ma nello stesso momento non disposta a pagare una sudditanza non richiesta e distruttiva), quell’essere un’amante umile e appassionata (ma non fino al punto di abiurare le proprie idee, il proprio sentire, le modalità di un’intelligenza aperta, sensibile, curiosa).

Antonia è la testimonianza della difficoltà di essere ‘normale’, per chi non ha norme dentro di sé e sente invece l’urgere della vita, l’esistenza di una realtà viva e vera solo per i propri occhi. Entrare nella sua biografia comporta ancora una volta cautela, pudore, attenzione. Creatura ardita, tenera, proprio per il suo essere grande poeta, cioè per quella stessa capacità di leggere e di scrivere il mondo, è indifesa, fragile, solitaria. L’avventura dello sguardo è sempre questione affascinante e pericolosa. Per sé e per gli altri. Per gli altri (il padre, la madre, l’oggetto del suo amore, il prof. Cervi, gli altri amori, gli amici intellettuali, e anche tanta parte del mondo culturale oggi) che invano cercarono di normalizzare la sua scrittura e la sua passione di vita, esercitando delle vere e proprie violenze e continuando a non valorizzare a pieno la realtà di una poeta della sua statura. E pericolosa per se stessa, che non ebbe modo (per la sua età e per l’età della sua epoca) di riflettere a pieno su ciò che invece andava magnificamente realizzando in poesia. In tutta la sua ricerca esistenziale e relazionale, Antonia cerca la realizzazione del sé, l’uso pieno delle fantasie, della sensualità, dell’intelletto, lo svelamento di una identità che, potrebbe apparire strano, comporta una sorta di annullamento del sé individuale (ricordiamo Leopardi e l’Infinito e in altro modo il “morire nella scrittura” della Cixus). E ci riesce nella scrittura, non nella vita.

Si tratta del mistero del rapporto tra scrittura e vita di una poeta vissuta in anni complessi. Milano del primo 900 conta presenze e movimenti importanti, ma anche una aristocrazia e una ricca borghesia convenzionale, reazionaria, ipocrita, classista e sessista, che permette e poi appoggia o non contrasta l’affermazione del fascismo fino alle leggi razziali e alle prime avvisaglie di guerra. E’ un’epoca in cui troviamo presenze femminili di grandissima levatura che ebbero il coraggio, la forza e la sapienza, di osare di vivere il proprio sguardo, di cercare un linguaggio consono a dargli forma e che però, proprio per questo, furono contrastate, non valorizzate, perfidamente dissuase a testimoniare la propria capacità, o addirittura, come nel caso di Antonia Pozzi, violate e costrette ad abbandonare. Antonia, nella sua solitudine, in una società così perfida, non riesce, nel suo vivere, a liberarsi dello sguardo dell’altro. Il suo miracolo è nell’essere poeta, nell’essere capace di dare forma alla sua condizione, quella di una giovane donna dell’inizio del secolo scorso ancora legata, e di questo scontenta, ai miti maschili della cultura, della superiorità morale e intellettuale, eccetera. Le caratteristiche della figura paterna, un Potere che non l’accetta così come essa è, si reitera nella figura di Cervi, che anche avrebbe voluto altro da lei (quella purezza, quella religiosità, quella assenza di passione impossibile per A.), e anche nelle figure dei suoi amici intellettuali che non compresero mai la sensibilità e la capacità effettiva di A.

 

Antonia Pozzi nasce nel 1912 a Milano dalla contessa Lina Cavagna Sangiuliani, discendente da Tommaso Grossi, e da Roberto Pozzi, ricco avvocato milanese. I genitori sono presumibilmente belli, certo ricchi, moderni nell’accezione di quei tempi (viaggiano, hanno vite indipendenti, vanno in vacanza anche separatamente, hanno amici, frequentano feste…), e offrono alla figlia l’educazione consona alla sua posizione sociale (ottime scuole, lezioni di pianoforte e disegno, studio di lingue straniere, pratica di vari sport). Antonia ragazzina tenta, lo vediamo con chiarezza nelle lettere, di adeguarsi all’immagine di gaiezza da interpretare a beneficio dei genitori (e continuerà a usare questo tono nelle lettere ai genitori, non parla mai di problemi o di malinconie), ma in realtà è inquieta, curiosa, ardente, impaziente di usare la propria passione per la vita, la propria sensibilità, la propria autenticità, attirata dalla fisicità della natura, desiderosa di una spiritualità non staccata dal mondo, dalle cose, ma che le accolga, le sveli, le veda nella loro profonda essenza. E’ innamorata dell’infinito, della natura, della passione che c’è nella bellezza, della ricerca (di sé, del mondo, della realtà, dell’amore, della poesia).

 

Leggiamo: 1) contatto fisico col mondo (p. 8, 16, 24, + forse 28 o 159). In questi testi, ma anche in altri, troviamo i desideri semplici e però urgenti, ardenti, di questo ‘io’ soggetto tenuto ben presente, prioritario di fronte alla storia, alla conoscenza. Anche in altri testi, lei, così innamorata della filosofia e della ricerca intellettuale, rappresenterà la priorità della esperienza affettiva, della realtà dei comportamenti, della forza della natura, di fronte alla razionalità della filosofia, alla freddezza del sapere intellettuale.

 

Di fronte a questo “sentire” i genitori si rivelano subito distanti, se mi si permette: inadatti. La madre, fredda, probabilmente essa stessa stretta in comportamenti convenzionali, non comprende la qualità dell’anima di Antonia e non le è vicina, complice; il padre, vanesio, severo, è a suo modo orgoglioso della figlia, a patto che lei sia come lui la vuole, che faccia ciò che lui reputa giusto. Altrimenti non esiterà a violare i suoi sentimenti, i suoi desideri, i suoi scritti. (Scrive Alessandra Cenni, che più di ogni altra ha studiato Antonia Pozzi curando anche le edizioni dei suoi testi (poesie, lettere, diari): ‘i quaderni su cui scriveva con calligrafia netta ed elegante furono trovati dopo la morte, corretti, manipolati, cancellati in intere parti, per costringerla entro schemi convenzionali e soprattutto censurare i punti dove esprimeva la sua sconveniente passionalità’.) Questa anima appassionata, idealista e romantica, s’innamora del professore di lettere al Liceo Manzoni di Milano, Antonio Maria Cervi, amore proibito dai genitori, soprattutto dal padre, e debolmente difeso dallo stesso Cervi, che dalle lettere di Antonia appare uomo complesso, studioso solitario, profondamente religioso, e anche moralista, chiuso, orgoglioso, debole. Leggiamo dalle lettere:

1929 ancora Antonia gli si rivolge con il `lei’. Il tono è umile, Antonia promette di pensare a Dio, concorda con lui che le donne non valgono nulla, e che, quando valgono qualcosa è perché possiedono qualcosa di virile, ma scrive anche: ‘è terribile essere una donna ed avere 17 anni… Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi” p. 62.

1930 lo chiama ‘piccolo mio’. Si sono baciati ed è la prima volta per lei. Il suo amore è fatto anche di desiderio, ma, ammonita da lui, cioè repressa, Antonia professa la volontà di renderlo “puro”: da ragazzina sognava baci, confessa, ma era cattiva, ora, quando lo bacia, la sua anima è limpida come l’acqua. E chiude insistendo che dovranno difendere il loro amore, nessuno, nemmeno il padre o la madre, hanno diritto di troncare un amore così. p.66- 68.

1930, il problema religioso tra loro è importante. Lei si tormenta finché non capisce, gli scrive, che può essere buona anche se non crede in Cristo-Dio, ma in Cristo-uomo. P.70. E nella lettera successiva viene fuori il “dover essere” (!!!) che le fa decidere di consacrare la sua vita al bene e a lui, Cervi. Questa norma di vita le è nata nell’anima. La strada del dover essere. La lettera si chiude con un elogio del padre, del quale, scrive, ha sempre avuto paura ma che invece è tanto buono. P. 72

1931 scrive a Cervi da Repton, dove è andata per imparare l’inglese, in realtà mandata dai genitori per allontanarla da Cervi (che invece incontrerà a Londra). Lui non le ha risposto, Antonia racconta all’amica Lucia, e aggiunge: “Egli è così anche con gli altri, con quelli che non sanno, non possono perdonargli. Egli è terribilmente malato, e io dispero delle mie forze… Eppure, quando saremo vicini, il mio amore lo salverà” (!!!). p. 86. Questa mistica del sacrificio è segno di una ingenuità di A. ma anche esemplare di tanti innamoramenti adolescenziali di quella epoca e anche di quelle successive (perfino oggi capita ancora di sentirla (!!).

1932, varie lettere a Cervi (p. 112-122). Tutte tristissime e tenere. Il padre deve aver minacciato e lui si è ritratto. Ma A. scrive che “bisognerà che tutti e due (la sottolineatura è sua) siamo forti e costanti, che nessuno di noi vacilli, che entrambi cerchiamo di deporre fino all’ultima stilla il nostro orgoglio…”. Ma A. comprende anche che c’è qualcosa dentro di lui oltre che fuori, a farlo vacillare. Cervi avrà messo avanti il fatto che lei non è religiosa, che gli ha mentito. E qui c’è uno scatto di A. che rivendica “bontà” e “moralità” sua propria e non perché Dio lo vuole. Lui l’ha anche accusata di essere “verbosa”, brutta quando piange, fastidiosa, falsa. E lei dice che invece è impulsiva e sincera, e che la verità è che non si sono mai toccati nell’anima, e che se lui pensa questo vuoi dire che non l’ha mai capita, ascoltata. A. è intelligente, acuta, sa usare le parole, i pensieri, la psicologia. Capisce la differenza tra loro, ma insiste nel sogno.

  1. p. 137. Questa volta è stata lei, timorosa delle minacce fatte dal padre nei riguardi di Cervi, a chinare la testa. In realtà Antonia razionalmente sente inevitabile la rottura ma se lui avesse osato… A p. 140 spiega però che anche la rottura può essere sacrificio fatto sapendo che, al di là della realtà apparente, loro sono in comunione, dunque non fine di un amore ma impedimento alla sua realizzazione. Nella sua esaltazione, nel desiderio di non urtare il padre ma contemporaneamente di immolarsi a questo sublime amore, a lei andrebbe anche questo: fare la vedova bianca !!!!

1934 p.159. Lei l’ha chiamato “solo per sentire la sua voce” e lui al solito l’ha accusata!! La lettera è bella, A.  ancora parla del bambino mai nato (come fa anche in tante poesie) e davvero non capisco se si sia trattato di un aborto o di un aborto del desiderio, un sogno mai vissuto ma così concreto da parlarne di continuo. Comunque, dice Antonia, da Cervi è stata vissuta come tentatrice carnale, nel senso che l’uomo respingeva i suoi “baci impuri” e lei fustiga ora la propria sensualità.

 

Leggiamo: 2) L’immagine della sua concezione dell’amore, nelle poesie scritte per Cervi, che sono la maggioranza, sta nel “camminare insieme”, nello scambiarsi doni che significa anche essere sostegno e valorizzazione reciproca, superamento della individuale solitudine. (es. p. 22). L’amore quando è vissuto con sicurezza è come un lago, calmo, accogliente (es. p. 30), ma ci sono anche i testi che alludono al suo grande sacrificio, quello di negarsi la maternità. (es. p. 109, 326 e 327). Questo bambino mai nato e mai probabilmente concepito (non lo sappiamo con certezza assoluta) è un’immagine bellissima. Leggiamo: 173, 201, e ne La vita sognata, p. 319, 326.

Altre storie d’amore ci saranno (Cantoni, il giovane operaio) e anche affettuose e importanti amicizie con donne, soprattutto con Lucia Bozzi (alla quale manda copia delle sue poesie), Elvira Gandini, e con la nonna Nena, nipote di Grossi, ma nessuna relazione è in grado di appagare la fame di amore e di tenerezza della poeta. Che trova invece una dimensione autentica nei periodi che passa a Pasturo, dove gode della campagna, della montagna, delle passeggiate in bicicletta, della frequentazione della gente del posto, e dove ha il suo studio amato, con le fotografie di viaggi alle pareti e i libri della sua ricca biblioteca (da Flaubert a Dostoevskij, da Joyce a Rilke e Mann, da Pirandello a D’Annunzio, e poi Valery, Eliot, Pound, Ungaretti, Montale). (A proposito di Pasturo: nella lettera a p. 188-189, del 1935, a Remo Cantoni, parla del senso di appartenenza, di memoria, di autenticità che è per lei quel posto. E il contatto con la bellezza delle sue montagne risponde perfettamente a quella ricerca di assoluto, di purezza e di ardore, di appassionato amore per la vita, di urgenza di contatto fisico con il mondo, tutti elementi che già in quegli anni prendono forma nelle sue poesie come abbiamo constatato dalla lettura dei primi testi.)

Nel 1930 Antonia s’iscrive alla facoltà di filologia dell’Università di Milano per seguire quegli interessi filosofico-letterari nutriti da consigli di lettura di Cervi e successivamente stimolati dalla frequentazione di intellettuali quali Anceschi, Manzi, Bonfanti, Cantoni, (che sono gli amici di quegli anni, assieme a Sereni, l’unico con cui, scrive A. in una sua lettera, lei senta di camminare alla pari), e dalle lezioni del professore di Estetica Antonio Banfi con il quale Antonia si laureerà. Anche costoro però, come sottolineavo  prima, non comprendono le capacità di Antonia, le rimproverano un animo e una scrittura troppo femminile, sentimentale, e perfino Banfi (annota Alessandra. Cenni) che pure la stima, nel pubblicare, dopo la morte di Antonia, la sua tesi su Flaubert, accosta Antonia a Madame Bovary, fraintendendo le inquietudini della poeta con quelle di una donna frustrata, innamorata del sogno e dell’evasione. E a me sembra che non si tratti solo di incomprensione riguardo la sua forza e riguardo le innovazione delle sue notazioni, sì invece di incapacità di riconoscere e rispettare la diversità, di esserne incuriositi, di sforzarsi di comprenderla.

Da tutto questo A. è ferita, delusa, messa in discussione, diremmo oggi, e, non sapendo (non può sapere dati i tempi e il suo stesso quotidiano) che questo è un nodo proprio delle donne, segno di ricchezza e di diversità di genere, non riesce a scostarsi dall’immaginario maschile che in quegli anni nutrono i suoi amici. L’identificazione con Tonio Kruger, che fa A. di se stessa, è indicativa. Il contrasto tra vita borghese e arte e la connessione tra questa e la malattia che in quegli anni affascina tanti e in particolare il gruppo dei suoi amici di Corrente influì su Antonia.

 

Dopo la laurea, Antonia viaggia in Europa: Parigi, Berlino, Vienna, Londra, perfeziona la conoscenza di lingue straniere (inglese, francese, tedesco soprattutto: traduce Rilke), sperimenta l’arte della fotografia (merito del volume dei Diari è anche quello di farci conoscere quest’altro linguaggio poetico di A. che, lontana dall’essere una difettante, anche con la fotografia riesce a leggere lo spazio, fermando il tempo) e continua a scrivere poesie. Nel 1938 comincia ad ideare un romanzo storico sulla Lombardia, ne scrive alla nonna chiedendole notizie, racconti. Altre esperienze importanti in questo periodo sono l’insegnamento e la relazione con i suoi ragazzini (lettera p. 240) e l’inizio di una militanza politica, o per lo meno di un impegno sociale in favore della gente del popolo: operaie, contadini. E’ invitata da Banfi a tenere due conferenze presso l’Università su Huxsley. Insomma, apparentemente, è piena di entusiasmo e di progetti. Come scrive a Alba Binda (p. 251), alla quale racconta la sua felicità di quel momento così ricco, accennando anche ad una storia sentimentale (con Dino Formaggio) accettata da lei con prudenza e che comunque le fa piacere. Ma arrivano le leggi razziali contro gli ebrei, i proclami di guerra, e il regime mostra il suo volto più spietato e repressivo. C’è una lettera a Paolo Treves, uno degli amici costretto a lasciare l’Italia, dove Antonia gli dice tutto il suo dolore e il suo sgomento (p. 266-8). Nella stessa lettera A. racconta del suo nuovo amore, parlandone con calma e sicurezza: lui è diverso dagli altri (insegna ma è figlio di operai), la storia è diversa, fanno cose insieme, hanno interessi comuni, anche di tipo politico, girano per i paesi in bici. A. sa che ci saranno problemi per la differenza di classe, ma si dichiara pronta, serenamente, a lottare quando sarà il momento. E invece qualcosa accade a rompere l’equilibrio. Antonia si rifugia a Pasturo, dove, il 4 dicembre del 1938, si uccide.

 

Antonia Pozzi in vita non pubblicò nessuna delle sue opere; la raccolta di poesie Parole fu data alle stampe nel 1939 (con Mondadori, ma è un’edizione privata). Dopo verranno le edizioni Mondadori (1945, 48, l’ultima è del 1964 con l’introduzione di Montale che la considerava la nostra più grande poeta) e nel 1985, Alessandra Cenni inizia con Vanni Scheiwiller la pubblicazione sistematica delle opere, poesie, diari, lettere, che coinvolsero altri editori come Garzanti e Archinto e che culminarono nel Cinquantenario dalla morte con la pubblicazione dell’intera opera poetica oltre alle Lettere e ai Diari.

 

Chiudo con la lettura dei testi : 3) Le poesie della poetica ma anche dell’aprirsi al mondo: 191, 224 /168,215+41

 

 

 

Anna Santoro