La cura e il lavoro di curadi Anna Santoro (in “Nello sguardo dell’altra”, Briciole, 0ttobre 2006)

 

  1. Piccola premessa

Si tratta di donne. Tutte protagoniste, spesso inconsapevoli, di un fenomeno tra i più vistosi, complessi e ricchi di implicazioni, di questi ultimi decenni: lo spostamento di milioni di persone, l’incontro/scontro/confronto tra culture, lingue, tradizioni, economie.

Se nel 1994 si erano trasferite 120 milioni di persone nel mondo[1], a distanza di più di dieci anni è facilmente ipotizzabile che il numero sia grandemente aumentato. Certo è aumentata la percentuale di donne che, nel 2000, erano già la metà di questi popoli in movimento.

Le cause del fenomeno generale, chiamato globalizzazione, sono tante e note: le guerre devastanti, la povertà crescente nei paesi del mal sviluppo, come già nel 1990 lo chiamava Vandana Shiva[2], lo sfruttamento irresponsabile delle risorse da parte dei Paesi del così detto Primo mondo con le conseguenti mutazioni apportate all’eco sistema (ad esempio la desertificazione) e alle colture tradizionali, le politiche degli Stati, sia di quelli ricchi (che chiedono manodopera e materie prime) sia di alcuni di quelli poveri (governi che spingono all’emigrazione non avendo autonomia, danaro, forza per creare lavoro o per opporsi ai mercati, ma anche, in molti casi, perché a livello mondiale interni e consenzienti, per profitto personale dei governanti, al gioco della divisione dei ruoli assegnata ai territori). Per spiegare la massiccia presenza di donne dobbiamo però aggiungere altro, interrogarci su altro. Di seguito, con cautela, propongo la mia lettura e alcune riflessioni, consapevole di quanto esse dipendano anche dalla mia soggettività, che dà per acquisiti punti di vista, posizionamenti, analisi generali proprie di una lettura di genere, cercando di articolare ciò che possa dare luogo a stereotipi, tanto dannosi per qualsiasi attività di ricerca[3].

 

  1. Motivazioni dell’emigrazione femminile

Sono i bisogni e i desideri a muovere tutte coloro che abbandonano con sofferenza e con speranza la propria casa: vanno via da e vanno verso. La maggiore percentuale di una motivazione rispetto all’altra dipende da vari fattori: età, esperienze vissute, stato sociale, paese di provenienza, grado di cultura, consapevolezza politica, scelte di vita.

Le donne del così detto Terzo Mondo si allontanano dai propri paesi, dalle proprie case, dai propri territori, dalla propria cultura, spesso lasciando genitori, figli, amici, amiche, perché cacciate via dal bisogno di migliorare la propria vita e quella dei propri figli, ma, e va sottolineato, anche sostenute e a volte motivate dalla curiosità, dal desiderio di sfuggire a mariti autodistruttivi, da famiglie spesso troppo tradizionali, dalla consapevolezza del diritto di contare sulle proprie forze, di farci affidamento, dalla fiducia in se stesse, insomma dalla coscienza, o intuizione, del proprio valore. Queste donne, dunque, pur essendo, assieme ai bambini, le principali vittime di un sistema crudele, sono anche decise e coraggiose. Emigrano come un tempo emigravano le donne del Sud d’Italia o delle campagne povere di tanta parte del nostro Paese, anch’esse spinte dal bisogno e dalla povertà del proprio territorio, ma anche dal desiderio di migliorare la qualità della vita, di trovare una nuova forma di vita. Le emigranti italiane erano attirate dall’idea di andare in città o in un paese diverso, di lavorare per un avanzamento sociale e si trovavano in situazioni difficili, sfruttamento sessuale, maldicenza, ostilità. C’è tutta una letteratura su questo tema. Dolorosa. All’interno di una situazione non scelta dalle donne[4] (la strada del malsviluppo capitalistico), intere culture anche in Italia sono state distrutte. Eppure, le donne che, a quei tempi, hanno cercato strade di sopravvivenza, leggendo in quella forma di esilio anche la possibilità di emancipazione, sono quelle che non accettarono il ruolo di vittime che la storia ancora vorrebbe assegnare loro.[5]

Ritornando a oggi, questo primo gruppo di motivazioni inevitabilmente ci chiama tutte in causa, appartenendo noi ai paesi occidentali responsabili in gran parte di questo fenomeno, ci spinge a interrogarci sulla nostra storia e sulla nostra cultura, sul ruolo femminile e sulla responsabilità che ciascuna di noi possiede. Apre insomma per noi una serie di domande, sulle quali, credo, bisognerà riflettere. Mi piacerebbe, sarebbe opportuno, che nascessero gruppi di studio e di ricerca di donne italiane ed emigrate, non solo per creare relazione tra sguardi di donne ma soprattutto per mettere in discussione la tanto parziale visione, sia nostra sia delle immigrate, di ciò che è il mondo, per rileggere insieme le Storia che ci hanno raccontato.

 

Altra importante spinta all’emigrazione in Italia (oggi le immigrate sono 500 mila o 700 mila) si deve al fatto che le donne, provenienti soprattutto da Romania, Polonia, Albania, Marocco, Nigeria, Somalia, come testimoniano le nostre interviste, sanno di essere molto richieste. Sanno che si può trovare soprattutto quello che viene ora chiamato lavoro di cura. Questa motivazione ci coinvolge ancora maggiormente in prima persona costituendo, noi donne italiane, una delle due componenti del rapporto domanda-offerta. E suscita interrogativi inquietanti riguardo ai nostri comportamenti, alle scelte, alle trasformazioni ché si vanno operando, con risvolti di pratica politica, in maniera molto più diretta delle motivazioni generali a cui ho accennato sopra. Quali siano i motivi di questa crescita di domanda da parte nostra, e quale sia l’effettiva sostanza della domanda e dell’offerta, sono due delle questioni più interessanti che il Progetto “Donne globali” fa emergere riguardo alla provincia di Arezzo, e che complessivamente confermano i dati nazionali.

In Italia viviamo una grande trasformazione dei costumi e delle abitudini, e anche dei sentimenti. Rispetto ad essa, la Politica appare visibilmente in ritardo. L’Italia infatti, come tutti i paesi del così detto Primo Mondo, continua a portare avanti, già nei riguardi delle italiane, politiche poco attente non solo ai diritti delle donne ma al semplice essere donne[6], al rispetto del loro lavoro, sia di quello tra le mura domestiche, di accudimento e di servizio ancora reputato “naturale ruolo femminile'”, sia di quello svolto nelle varie professioni e mestieri.[7] Benché sulla carta il nostro Paese appaia provvisto di leggi e decreti in certi casi all’avanguardia, e benché negli ultimi tempi ci siano, grazie all’impegno di alcune parlamentari, proposte interessanti, e in alcune Regioni si moltiplichino progetti di grande utilità, ancora la Politica istituzionale non è all’altezza né dei problemi attuali né delle iniziative che tante donne, singole o in associazioni, portano avanti: non ha elaborato servizi sufficienti, non si è impegnata a mutare nel profondo cultura e politiche per supplire, per rimanere al nostro tema, alla scomparsa dei vasti nuclei familiari che un tempo in qualche modo (ma non li idealizziamo perché c’erano altri problemi) assolvevano alla cura degli anziani. Così abbiamo nella nostra ricca civiltà il problema della solitudine degli anziani per la maggior parte in condizioni economiche appena accettabili. Hanno bisogno di assistenza più donne che uomini, perché le donne sono più longeve (ma questo dato sta cambiando) e spesso sopravvivono al marito che hanno accudito per anni. E sono richieste più donne che uomini per questo lavoro[8], per un evidente sentimento di pudore da parte delle donne e per un’abitudine già radicata negli uomini a farsi servire da donne. Ma anche perché possiedono questa capacità di cura e di relazione di cui stiamo discutendo.

Dal punto di vista dell’organizzazione familiare, benché anche qui alcune cose siano cambiate ed esista tra certe giovani coppie condivisione nella cura della casa e dei bambini, nella coscienza e nella pratica della maggioranza la suddivisione dei ruoli tra uomini e donne è rimasta immutata: in più, mentre le donne in gran numero, oltre che in casa, lavorano fuori portando reddito, gli uomini non hanno imparato a condividere il lavoro di cura e di responsabilità familiare. Nelle famiglie, da decenni mononucleari[9], il peso delle responsabilità riguardo il lavoro di cura e accudimento (lo verifichiamo anche in queste interviste) è tutto sulle spalle delle donne, e vorrei sottolineare che, se non si interviene, le giovani donne di oggi, spesso figlie uniche, avranno problemi ancora maggiori, allorché i genitori diverranno inabili per malattia o per vecchiaia, o anche semplicemente malinconici, se non depressi, per la solitudine in città sempre più distratte.

Per l’inadempienza dello Stato e per la scarsa trasformazione della mentalità maschile[10], il problema dell’assistenza agli anziani per ora rimane dunque tutto “femminile”. Per questo, il bisogno delle donne italiane di avere qualcuno cui appoggiarsi s’incontra con la disponibilità delle donne migranti di procurarsi una vita decente.

A intercettare questo stato di cose, questi bisogni e desideri di donne, segnalarne la portata, l’importanza e l’urgenza, l’associazione “Donne Insieme” ha ideato il Progetto “Donne Globali”.

 

  1. Il Progetto

Il Progetto “Donne globali” consiste nell’incontro tra gli sguardi (e il fare) di donne: le immigrate, impegnate nel lavoro di cura con anziani, e le italiane, che affidano i propri parenti alla cura di estranee.[11] Tra loro, a tessere la possibile relazione, a interrogarsi, a verificare, altre donne: le ideatrici (ed operatrici) del Progetto. A leggere le interviste, i focus e le autobiografie, avviene che ricerche, analisi, saggi, progetti, pareri di esperte o di esperti, si confermano, si articolano, ma soprattutto prendono corpo. Alla lettera. Nel senso che, con tutta evidenza, con questa tipologia di inchiesta si entra in contatto con le persone.

3.1. Le immigrate

Vengono, le nostre intervistate, da Albania, Argentina, Bulgaria, Marocco, Nigeria, Polonia, Repubblica Dominicana, Romania, Somalia. Quasi tutte attirate da quanto ha loro raccontato una sorella, una cugina, un’amica: in Italia c’è lavoro, si guadagna molto di più che da noi, si fanno sacrifici ma poi si può costruire una casa, comprare una macchina, dare una scuola e un avvenire ai figli. Sono venute quasi tutte all’avventura, senza certezze, senza conoscere lingua, abitudini, cibi. Viaggi lunghi in pullman, di notte. L’età delle intervistate va dai 20 ai 50 anni. I caratteri sono diversi, le aspettative anche, i sogni, i tormenti, le idee. Alcune sono in Italia da 15-16 anni, altre da poco più di un anno, la maggior parte da 3-5. Alcune in Italia hanno fatto altri lavori prima di prendersi cura degli anziani: raccolta del tabacco, vendita al mercato. Alcune sono domestiche a tempo pieno, fanno le pulizie, cucinano, danno uno sguardo ai bambini. Molte sono insieme domestiche, infermiere, confidenti, “dame di compagnia”. Quelle che non lavorano a tempo pieno e che non vivono nella casa della persona che hanno in cura, lavorano anche, anche, a fare pulizia in altre case. Qualcuna opera presso associazioni culturali e di formazione.

Quasi tutte hanno titoli di studio, lauree, diplomi superiori, e nel loro Paese lavoravano in banca, o come segretaria, agente assicurativo, praticante presso lo studio di avvocati. Altre lavoravano con bambini, o facevano le infermiere, le sarte, le pasticciere, le parrucchiere, le commesse. Una, laureata, era venuta per seguire un seminario, come già aveva fatto in passato in Italia o in altri paesi, e invece la guerra nel suo Paese le ha impedito di ritornarci e lei ha pensato di fare come altre compaesane: procurarsi un lavoro provvisorio, tanto per aspettare che le cose in patria si mettessero meglio. Ma la guerra le ha ucciso marito, padre, una sorella. E’ rimasta la madre, le sorelle, i fratelli. A loro manda soldi, non le vede da più di 15 anni, le sente per telefono, manda cassette registrate. Vorrebbe andare a riabbracciarle e poi tornare qui, perché la sua vita, dice, ora è in Italia, ha la cittadinanza, il contratto a tempo indeterminato. Ma è difficile per lei come per le altre allontanarsi, con la certezza di conservare il lavoro. Quasi tutte sono contente di essere in Italia, e non solo per i soldi e per la possibilità di creare un futuro migliore alle figlie e ai figli. Sono maturata, dice una. Ho potuto lavorare e nel mio paese non avrei potuto perché mio marito non voleva, dice un’altra. Ho visto cose che, se rimanevo al mio paese, non avrei mai conosciuto, dice un’altra ancora. In Italia, qui, in Toscana, nella provincia di Arezzo, alcune hanno seguito corsi di formazione sull’alzheimer, corsi di lingua, con la speranza di entrare in qualche struttura dove il lavoro è più sicuro, e poi, dice una, si può chiacchierare, scambiare una parola con altre lavoratrici, vivere un vero posto di lavoro. Altre, pur dichiarandosi contente del lavoro che fanno, avendo laurea, titoli di studio, aspirano ad altro, per questo studiano la lingua italiana e seguono corsi di tutti i tipi. Qualcuna vuole mettere da parte un po’ di danaro e tornare a casa. Alcune sono sposate, con figli. Quelle che sono riuscite a far venire in Italia tutta la famiglia sono abbastanza serene, orgogliose del fatto che i figli, le figlie, studiano, seguono corsi o già lavorano. Quasi tutte, una volta ricomposta la famiglia, desiderano rimanere qui perché qui hanno ricostruito la propria vita, recuperato il proprio spazio. Ed è per questo che cercano di migliorare il proprio lavoro, per radicarsi, trasferirsi con l’anima. Altre hanno i figli lontani, piccoli, e piangono a parlarne. Una racconta che quando torna nel suo Paese e poi deve ripartire, i bambini non vogliono lasciarla andar via. Un’altra, arrivata qui a 31 anni, ora ne ha 47, ha litigato col marito per poter lavorare, ma con i soldi guadagnati la figlia frequenta l’università. Qualcuna è qui col marito, ma non molte. Per gli uomini, e in più senza permesso, è difficile trovare lavoro stabile, racconta una, e poi loro sono meno accomodanti. Qualcuna si è separata. Perché, dice un’altra, il suo ex marito non aveva voglia di lavorare. Tutte queste donne hanno nomi bellissimi, che non userò, per loro espresso desiderio.

 

3.2. Le italiane

L’età delle “datrici di lavoro” va dai 40 ai 65 anni, alcune sono in pensione, altre lavorano. In genere tendono a presentare situazioni senza problemi, così per la maggior parte si dichiarano soddisfatte di queste straniere che assolvono mansioni troppo gravose da sostenere dal punto di vista dell’energia fisica ma soprattutto troppo dolorose sul piano psicologico e affettivo (vedere un genitore invecchiare, cambiare, arrendersi, o rifiutare di farlo, diventando certe volte violento), e raccontano che chiacchierano con loro, che sanno tutto di figli, mariti, case lontane o vicine. Una dice di trattare la “sua” emigrata come una figlia. Ma c’è chi ammette di essere terrorizzata all’idea che un giorno possa essere lei stessa ad avere bisogno dell’accudimento di un’estranea. Un’altra spera di rimanere il più a lungo possibile sana di mente e comunque preferirebbe andare in una casa per anziani, perché non vorrebbe che i suoi figli soffrissero quanto soffre lei per sua madre. Qualche altra ancora sa poco o niente della vita personale della badante, è diffidente, come in qualche caso è diffidente anche la persona da accudire. Certe volte la sua ritrosia provoca strane situazioni, come quella dove i familiari sono obbligati a dire che la giovane donna che le tiene compagnia è un’amica, perché l’anziana non sopporterebbe l’idea di avere vicino una persona a pagamento.

Si intuiscono, o vengono detti espressamente, ancora pregiudizi, punte di razzismo. Di certo in molte c’è la convinzione di appartenere a una cultura più civile, più sviluppata (della sua badante romena, una donna dice: proviene da un paese arretrato). Quasi tutte rifiutano la definizione e il ruolo di “datrice di lavoro”, perché non vi si sentono a proprio agio, e questo è già un segnale interessante su cui tornerò. Più semplicemente, sostengono, hanno avuto bisogno di qualcuno che stesse vicino al padre, alla madre, alla suocera, al marito malato e si sono rivolte chi a un’amica che già aveva in casa una straniera, chi a qualche associazione. Dunque, il bisogno è chiaro e l’adattamento ai nuovi tempi, cioè alla presenza di immigrate, a volte difficoltoso, è compensato dalla prestazione d’opera che nelle maggior parti dei casi è reputata soddisfacente.

Da quasi tutte le risposte ai questionari viene evidenziata una cosa perfino ovvia ma che colpisce: in questa relazione con l’altra donna, mai le “datrici di lavoro” mettono in discussione la propria vita, convincimenti, pensieri, idee, cultura. Vogliono qualcuno che “entri” nel proprio quotidiano senza disturbarlo, senza apportare sorprese o modifiche, tranne quella di sopperire a qualcosa che esse stesse non sono disposte a fare. Fanno fatica. per la maggior parte, a vedere le , immigrate come persone con una propria vita, propri sentimenti, o per lo meno non’,, ci badano. Alcune danno per scontato, per esempio, che le immigrate non tornino a casa neanche per brevi periodi a salutare figli e parenti, perché loro (le datrici di lavoro) soffrirebbero un sicuro disagio. E io mi chiedo se ciò sia imputabile unicamente a una forma di “egoismo”, di chiusura di fronte le esigenze dell’altra, o se il “calo dell’affettività” che sta vivendo l’Occidente, impedisca realmente di comprendere la sofferenza per la lontananza di figli, genitori, amici. O, ancora, se questo non sia un segnale della difficoltà di riconoscere come “persona” la donna straniera.

Per la maggior parte delle intervistate il lavoro di cura è: accudimento, igiene, lavori di casa, cure mediche giornaliere. E in più, per qualcuna: responsabilità, pazienza, sacrificio e affettività, che però significa semplicemente, mi sembra, che le badanti debbano avere buone maniere.

Tutte le “datrici di lavoro” preferiscono il lavoro fuori casa rispetto a quello di cura, che qualcuna ammette non essere in grado di sostenere, eppure quasi tutte sottovalutano la fatica e le competenze necessarie a svolgerlo, e una ammette di stupirsi a dover pagare per qualcosa che lei farebbe gratis (curare i propri genitori). Ma su questo tornerò più avanti.

Tra le intervistate, le donne italiane che svolgono il lavoro di cura, per lo più operatrici presso strutture, hanno chiari i diritti, puntano con maggiore concretezza i problemi di lavoro: il futuro delle strutture, le agenzie formative, la privatizzazione crescente dei servizi, gli interventi dell’amministrazione locale e delle politiche nazionali.

 

  1. I nodi e le parole-chiave

 

Più che una serie di parole chiave (che pure vengono fuori: cura, affettività, lavoro di cura, responsabilità, fiducia… ), dalle interviste vengono evidenziati nodi estremamente complessi, creati dalla confluenza e dall’intreccio di varie questioni, in gran parte culturali, e poi pratiche. Qui ne segnalo soprattutto uno che mi sembra il più significativo, mettendo poi a confronto le parole delle immigrate e quelle delle italiane.

1) La questione principale, bene evidenziata dalle interviste e dai focus group, mi sembra il passaggio dalla cura al lavoro di cura: non sono la stessa cosa. Sia le immigrate e le italiane che accudiscono gli anziani sia le datrici di lavoro ne intuiscono la differenza ma non la verbalizzano, non ne hanno piena consapevolezza Tranne qualcuna. Eppure questa è una delle questioni più importanti. Che possiede molti risvolti difficili da cogliere anche per noi. Mi interrogo e cerco di capire il confine tra cura, accoglienza, affettività, percezione dei bisogni di chi sta attorno, abitudine presa in casa da piccole (la madre che curava genitori e parenti anziani, soli), insomma ciò che viene concepito come una differenza del femminile, che si relaziona tramite la fisicità (il corpo), e lavoro di cura, competenze, formazione, contratto, doveri e diritti.

La domanda è: cosa significa cura, e cosa accade quando la cura diviene lavoro. E’ difficile stabilire questo confine. C’è il rischio di cadere ancora una volta in stereotipi, ma anche di negare il problema. Cerco allora di trattare i due termini, e il loro significato, separatamente.

  1. A) La cura, l’accoglienza, la tenerezza, il primato dell’affettività, sono (state?) caratteristiche non solo attribuite alle donne ma da esse coscientemente Altra cosa dalla “naturale disposizione delle donne al sacrificio”, su cui ancora qualcuno tenta di far leva. Il movimento femminista, il pensiero della differenza, la lettura di genere, fondano anche sull’affettività, intesa come unità corpo-testa, il punto di vista proprio del femminile. Desiderio, passione, percezione, emozione, così come attenzione alle altre, agli altri, accoglienza, affettività, tendenza a costruire in ogni situazione rapporti personali, relazioni, sono sostanze, tradizionali pratiche femminili. Certo, da sgrossare da tutto ciò che sopra è stato costruito ma anche da tenersi care.

L’emarginazione delle donne, scrive -Virginia Woolf, è una discriminazione inflitta, ma è anche grazie ad essa che è stato possibile elaborare la cultura della differenza[12]. Per le nostre mamme non si poteva morire in ospedale. Non si doveva. Hanno accudito genitori, parenti anziani, pur lavorando e avendo figli e famiglia. Ci hanno trasmesso questo modo e noi in parte lo abbiamo applicato. Ma non l’abbiamo sempre trasmesso ai figli. Probabilmente era impossibile in un mondo così com’è ora. E dunque, mi chiedo, non ci appartiene più questa modalità di amare, di guardare, di accogliere? Dobbiamo accettare che la nostra divenga (o sia già) una società anaffettiva, così come la rappresentano gli interventi del volume curato da Barbara Ehrenreich e Arlie Hochschild?[13] E’ davvero nostra, di noi donne e italiane, questa lettura? O ci troviamo di fronte a una sintesi fuorviante, de-formativa del fenomeno e della nostra stessa mentalità? Di fronte alla creazione di un nuovo stereotipo che, in quanto tale, certo, nasce anche dalla realtà, ma poi, una volta fissato e assunto come dato, dà a sua volta forma alla realtà? Questo modo di creare opinione, attraverso mezzi di informazione,[14] viene, da parte del ricettore, assunto come conoscenza, e poiché, questo sì, siamo una società che va perdendo memoria, la cosa si fa inquietante.

Certo, una trasformazione c’è stata e dobbiamo prenderne atto, anche per tenere sotto controllo le possibili derive. Il modello sempre più individualista della cultura occidentale comporta anche da noi una competitività crescente in tutti i campi, e la parcellizzazione non è più fenomeno unicamente economico. Noi in certi casi lasciamo la responsabilità della vita e della morte di una persona cara a un’altra persona, la responsabilità di gestione dell’anziano, delle medicine, delle decisioni da prendere, dell’affettività da supplire. Non c’è da fare: è così. E non si torna indietro. Ma bisognerà rifletterci. E bisognerà riflettere anche lettere anche sulla eventualità che questo nuovo modello (occidentale) nei confronti della cura potrebbe corrompere la cultura vistosamente affettiva delle emigranti. Esiste cioè il rischio che tra qualche anno, se non si affronta oggi in modo corretto questa affettività trasmigrante, ci potremmo trovare in una situazione di generale disgregazione dei rapporti di cura. A dire il vero nelle interviste alle donne italiane e nelle mie (nostre?) esperienze della vita quotidiana questa anaffettività non è sempre confermata. E io mi chiedo se ciò che viene indicata come tale non debba essere letta in altro modo (anche peri farla altra). Credo che, quando noi donne italiane rifiutiamo il lavoro di cura, non si debba con questo intendere che smettiamo di vivere e di manifestare cura, affettività, per i figli, i genitori anziani, i parenti malati, le amiche e gli amici. Cerchiamo una nuova modalità d’amare, non volendo, giustamente, rinunciare alle conquiste fatte sul piano del lavoro e delle libertà personali. Certamente una migliore organizzazione e valorizzazione del lavoro di cura delle immigrate, un effettivo riconoscimento che si tratta di lavoro, insomma una maggiore distinzione tra cura, affettività, sentimenti, e lavoro di accudimento e di cura aiuterebbe a risolvere alcuni problemi. Come, ad esempio, i latenti e a volte devastanti sensi di colpa e le speculazioni di parte su questo “abbandono” delle donne al fine di contrastare ancora il lavoro femminile nelle professioni e nei mestieri, la sua qualificazione, il suo valore.

Esistono, da parte soprattutto delle donne, ma non solo, iniziative, progetti, comportamenti, ricerche, che, già da anni, si interrogano su un modo altro di intendere e manifestare, per esempio, l’amore. Penso a varie forme di volontariato, ad associazioni che si preoccupano proprio di ritessere relazioni di reciproco sostegno, che inventano un fare come nuova forma di culture di pace e cioè di accoglienza. Così, sono convinta che dovremmo articolare e approfondire la ricerca su queste tematiche per arrivare a una nostra lettura, a una nostra presa di posizione fattiva, non solo sulle questioni pratiche ma anche su quelle teoriche, di mentalità e politiche[15].`

 

  1. B) Dovremmo davvero essere grate a queste donne e impegnarci noi per prime a che il lavoro di cura offra garanzie a loro e a noi. Dovremmo essere noi italiane le prime a sottolineare che qui si tratta di lavoro difficile e complesso. E invece accade che ancora alcune “datrici di lavoro” sottostimino il lavoro delle “badanti” (oggi più correttamente definite “assistenti familiari”), cadendo in una curiosa contraddizione: da una parte, non valutano a pieno la qualità del lavoro che la “badante” svolge (una dice: mi sembra assurdo pagare una che fa quello che faccio io quando sono a casa), e dall’altra dichiarano (tutte) di essere ben contente di andare a lavorare fuori. Così, le stesse donne che sanno bene quanto si lavori in casa, ritengono che solo quello svolto “fuori” sia lavoro vero, e stimano niente o poco il lavoro di casa, soprattutto quello di cura, di relazione affettiva. Ciò è facilmente spiegabile in un paese dove ancora il lavoro delle casalinghe italiane non è riconosciuto come lavoro vero. E’ un vecchio problema della nostra organizzazione sociale e della svalutazione del lavoro domestico delle donne. L’opinione corrente (maschile soprattutto) ancora classifica come naturale attività femminile riordinare la casa, fare la spesa, cucinare, crescere i bambini, dar loro sicurezza, accudire gli anziani, eccetera, con l’intento, anche, di creare una contraddizione tra ruolo affettivo e desiderio di intraprendere una propria attività, una carriera, da parte delle donne, generando di conseguenza confusione tra cura e lavoro di cura. E’ così comprensibile la difficoltà da parte di molte italiane (alle -quali, è bene ripeterlo, non veniva, e non viene, riconosciuto il valore, neanche in senso economico,[16] del lavoro svolto nella propria casa) di riconoscere come lavoro l’attività di accudimento svolto dalle immigrate. In qualche modo mi pare che abbiano assorbito lo sguardo maschile e della mentalità comune: il lavoro a casa è improduttivo ed è facile, naturale. Dice una “datrice di lavoro” parlando del lavoro della sua “badante”: in fondo cosa fa di tanto difficile?[17]

 

  1. Dalla parte delle immigrate

 

Cosa significa vivere senza oggetti d’amore? Avere lontano figli, il proprio uomo, le amiche, la madre, le sorelle? Vivere in posti dove, soprattutto all’inizio, si è guardate con prudenza, sospetto, diffidenza, dove si è sempre messe alla prova? Una dice: a me piace lavorare con le persone anziane, ho qualcosa dentro. Un’altra afferma che lei tratta l’anziana che le è affidata come tratterebbe sua madre. Questo la consola ma le porta anche nostalgia.

In certo senso le immigrate mimano (altra cosa da fingere) l’affettività che hanno nel cuore e che hanno usato con i propri figli, con la propria madre, spostandola su persone sconosciute. Ma non è facile, né piacevole, far scomparire la propria vita nella vita di un’altra, di un altro, che è anziano, malato, triste, se non diffidente, violento. O che si affida, raccontando la malinconia, la solitudine, il dolore. Raccontando dei figli che la lasciano sola. E quando vengono in visita, questi figli, la “badante” li guarda e pensa che al suo paese gli anziani vengono accuditi in famiglia.

Questo ripetono in molte. Alla domanda: chi cura da voi gli anziani? rispondono che sono i figli, le sorelle, le zie, insomma la famiglia. Una precisa che da loro sarebbe un disonore se venisse un’estranea a curare i propri parenti. E un’altra conclude: alcuni italiani, non tutti, non hanno un cuore così aperto per quanto riguarda i genitori, vogliono stare lontano, non hanno tempo quasi neanche per dirgli ciao come stai. Io invece la mia signora di prima quasi ogni giorno la chiamo per sentire come sta. Io sì[18].

La “badante” è catturata dalla tristezza del vecchio, che le riporta al pensiero il padre o il figlio lontano, e, mimando l’affettività che ben conosce, finisce per provarla sul serio. La forma diviene sostanza. Così molte continuano a telefonare o ad andare a trovare l’anziana signora che hanno avuto in cura nel passato, perché si sono affezionate. Quando viene chiesto: cosa fai oltre ciò che è stabilito per contratto?, una risponde: tutto, come se fosse casa mia. E un’altra: fare questo lavoro non mi fa sentire più nostalgia per la mia famiglia, e prosegue: questo lavoro non è difficile, bisogna essere affettuosa, così la persona anziana sta meglio. E un’altra: ci vuole pazienza. Per loro con gli anziani ci vuole anima, affetto, pazienza.

 

Fanno questo lavoro perché vogliono “una vita migliore”. Certo, per guadagnare un po’ di soldi, ma non solo. Vogliono, come dicono nei telefilm americani, realizzarsi.

Alcune hanno cercato un altro lavoro, ma, spiega una, se non si è “regolari”, se non si ha il permesso di soggiorno, è impossibile, mentre il lavoro di accudimento è più facile da ottenere ed è molto richiesto. Molte avevano un lavoro al loro paese, qualificato, ma guadagnavano poco, molto meno che qui a fare la “badante”. Raccontano che le italiane vogliono lavorare a ore, perché poi vanno a casa, loro invece, che la casa non ce l’hanno, accettano di vivere nella casa dell’anziano da accudire. E accettano, appunto, perché hanno bisogno di soldi, ma non rubano il lavoro a nessuna, prendono quello che le italiane rifiutano. Una precisa: nessuno chiede a un’italiana di lavorare 24 ore su 24 per stare con una persona vecchia che a volte ti dà noia la notte.

Alcune immigrate lavorano in più posti: vanno a servizio in una casa, poi a pulire un’altra casa, a sera a servire in un ristorante. Quelle che si dedicano a tempo pieno al lavoro di cura si alzano presto, danno le medicine, preparano la colazione. lavano e vestono l’anziana, se è possibile la portano a spasso, puliscono la camera o la casa intera, preparano il pranzo, danno da mangiare più eventuali altre medicine, rigovernano tutto, eccetera eccetera. Quando l’accudita è in condizioni precarie, se è malata, se è immobile, passano le ore, dopo aver sbrigato tutto, in silenzio vicino al letto. E a me viene da riflettere sul fatto che di certo nel proprio paese, nella propria casa, queste donne non davano tutto il loro tempo alla cura, per esempio, della madre. Anche da noi, nei nuclei affettivi di un tempo, non veniva dato tutto il tempo per la cura.

Vivere in famiglia, essere curata dai parenti, non significa assorbire tutto il tempo, ma condividere uno spazio di vita, una relazione multipla. Invece la “badante” è assunta per dare tutto il tempo, tutta l’attenzione. Per questo le immigrate, nei questionari e nei focus, parlano tanto di responsabilità. La responsabilità di curare, di essere attenta, vigile, premurosa. Il lavoro di cura dunque è percepito, e lo è realmente, come cosa diversa dalla cura per i propri parenti. Il lavoro assorbe la giornata, la cura è ciò che ovviamente comporta la convivenza.

Anche molte immigrate, come molte operatrici italiane, preferirebbero lavorare in strutture e non a tempo pieno: si sentirebbero più sicure, più stabili, e potrebbero vivere una propria vita. Qualcuna preferirebbe lavorare con bambini. Ma a loro, raccontano, è soprattutto offerto lavoro giorno e notte e con anziani. La cura per l’anziano, dunque, è percepito come lavoro. Così, le immigrate desiderano specializzarsi e desiderano che le proprie competenze, acquistate in patria o in corsi in Italia, siano riconosciute. In certi casi, quelle qualificate e che sono responsabili in prima persona della affidata, desidererebbero fosse riconosciuta loro una sorta di autorevolezza da medici, strutture, parenti. Raccontano, queste, di sapere meglio di tutti ciò di cui ha bisogno la persona assistita, perché loro la capiscono.

La persona che ha in cura, racconta una, si fida di lei più che dei medici o dello stesso familiare, percepito come “colui che ha abbandonato”. E un’altra: io so quello che devo fare, ho studiato da infermiera. Poche hanno chiarezza dei propri diritti, anzi del diritto di avere diritti. Ma qualcuna c’è, come quella che è iscritta al sindacato, e quando ha problemi sa dove andare per farsi rispettare. O quella che, alla domanda “cosa è la cura?”, risponde: cura è anche prendersi cura di sé. Le giovani fanno questo lavoro volentieri, dicono, ma le immalinconisce troppo stare sempre con anziani, malati, tristi, silenziosi, così sperano di cambiare, di trovare qualcosa che le gratifichi, che faccia sì che esse possano usare le competenze per le quali si sono preparate, un lavoro magari simile a quello che svolgevano prima (la segretaria, l’agente assicurativa). Ma sanno che devono prepararsi e soprattutto imparare la lingua. Tutte sottolineano questo punto: devono imparare la lingua italiana.

Chi fa la domestica ha in certo senso un ruolo definito. E a qualcuna delle immigrate piace anche perché fare la domestica offre maggiore sicurezza, maggiore continuità. Anche la datrice di lavoro riconosce questo ruolo con maggiore facilità perché è un’occupazione tradizionale: la differenza è solo che in questi casi si tratta di una straniera.

 

  1. Dalla parte delle italiane

 

Anche le italiane parlano di affettività, di amore, come fondamento del lavoro di cura. E anche loro confondono cura e lavoro di cura. Per una donna (perché è su di lei che grava il problema, anche nei casi venga aiutata da un fratello) di 40, 50, 60 anni, cioè ancora giovane e/o desiderosa di vivere una propria vita, di avere propri spazi, l’emotività messa in campo in caso di malattia, o anche di età molto avanzata, di un genitore, è un trauma. Dalle interviste è confermata la pena profonda avvertita da queste donne, miscuglio di rivendicazione del diritto di avere propri spazi e tempi e di dolore nel vedere deperire e soffrire la madre anziana, più vaghi sensi di colpa che comportano spiegazioni, giustificazioni non richieste, e così via.

Da tante testimonianze troviamo conferma della trasformazione della relazione affettiva all’interno della famiglia, ma anche di quanto essa sia avvertita in modo confuso. Alcune “datrici di lavoro”, sebbene soddisfatte del lavoro della badante presso il proprio parente, si augurano di non vivere da anziane la stessa esperienza. Negano a se stesse che ciò avverrà quasi sicuramente. Confessa una che nel caso dovesse avere essa stessa bisogno di assistenza, non vorrebbe un’estranea vicina, perché «con un familiare esiste un legame affettivo anche se mancano le competenze». Eppure questa stessa donna ha assunto una immigrata per la suocera, 90 anni, che ha tre figli ma nessuno si è preso quel carico. Un’altra, alla domanda: cosa è per te il lavoro di cura, risponde: il lavoro di cura è particolarmente stressante per le condizioni di sofferenza delle persone che hanno bisogno di cura e quindi presuppone che ci sia un rapporto affettivo importante. Quelle che vengono aiutate da un nucleo familiare, da reti amicali, più l’aiuto di una “badante” per poche ore al giorno, riescono a provvedere alla cura del familiare con minore sofferenza.

Per quelle che vivono lontano, o che hanno una famiglia da accudire, un lavoro, le cose sono più complesse, devono affidarsi unicamente alla “badante” e perciò avvertono maggiore bisogno di un aiuto sicuro e di persone di cui, appunto, fidarsi. Molte raccontano la propria difficoltà, la reticenza, la sofferenza di curare i propri cari. E’ questo ciò che le tiene lontane: temevo fosse faticoso dal punto di vista fisico, dice una a proposito della madre malata, invece il problema è il dolore a vederla deperire, perdersi, non essere più lei. Ed è questo soprattutto a fare sì che la donna, sola di fronte al problema, cerchi un’altra donna non solo per il bisogno di liberarsi di un peso difficile da sopportare (perché fuori casa svolge un lavoro a cui tiene, perché non ha competenze e perché quel lavoro di cura è troppo faticoso fisicamente, troppo assorbente dei tempi di vita) ma per l’incapacità, il rifiuto di sopportare il dolore psicologico, la sofferenza che implica curare una persona amata. Non sono in grado di reggere la sofferenza, dice una. E io penso che questo accade, oltre che per il dolore di vedere i genitori tanto trasformati, anche a causa di un sentimento confuso teso ad allontanare l’idea di ciò che sarà la propria vecchiaia.[19]

Insomma a me pare che l’affettività sia ancora un sentimento operante, profondo, ma vissuto con difficoltà, spesso in solitudine, come sottolineavo prima. E ritengo sia necessario sostenere anche la “datrice d; lavoro”, figlia, moglie, sorella di chi ha bisogno di cura, specie nei casi di malattia, perché essa stessa possa vivere con serenità e superare, per quanto è possibile, la pena di avere un caro parente da accudire e però anche il desiderio di vivere. Che possa dunque organizzare al meglio il lavoro di cura (svolto da un’altra) per l’anziano bisognoso, conservando e articolando per sé la cura affettiva del parente, e in questo modo svolgere il proprio lavoro fuori casa, i suoi tempi di vita, senza sensi di colpa e senza finire davvero per soffocare questa capacità femminile d’amore.

Quando si chiede cosa sia il lavoro di cura, immigrate e italiane sono tutte d’accordo nel dire che è «far star bene la persona che si va ad assistere». Aggiunge un’italiana che bisogna essere portate per fare questo lavoro, che i requisiti fondamentali sono l’amore, la pazienza, che è importante la relazione di fiducia con la famiglia (specialmente se la “badante” vive sola con la “badata”). Da qualche frase intuisco però che nei confronti delle straniere, da parte di qualche operatrice italiana c’è diffidenza, qualche pregiudizio. Mi stupisce che una dica: vengono solo per i soldi, quando lei stessa, giustamente, ha chiaro che il suo (e dunque anche quello che svolge l’immigrata) è un lavoro. Una racconta che qualche anziano non vuole quelle dalla pelle nera. E ricorda che in ospedale anche una dottoressa, nera, è stata rifiutata. Dunque ancora stereotipi e forme di razzismo.

A questo proposito, sono interessanti e meriterebbero approfondimento certe risposte apparentemente banali ma che potrebbero nascondere altro. Per esempio, le “datrici di lavoro” dichiarano di non essere gelose di un eventuale affetto nei riguardi della “badante” da parte della persona affidata, e a me viene in mente un’amica che lo era, invece, gelosa del rapporto affettivo che suo padre, ammalato, aveva stretto con una donna italiana che in qualche modo le somigliava. Per questo era gelosa, mi spiegò la mia amica: perché percepiva una sostituzione non solo nelle pratiche di accudimento, ma nell’affettività, nella condivisione di gusti, opinioni. La mia amica insomma riconosceva l’altra donna come persona. In queste interviste invece non è neanche sfiorata questa possibilità. Il timore della supplenza affettiva non preoccupa nessuna delle intervistate. Nessuna di loro accredita alle immigrate un qualche potere sul piano dei sentimenti. Mentre avviene, invece, in certi casi, come qui racconta un’immigrata, su quello sessuale. Le donne italiane, racconta, ci guardano con diffidenza perché credono che vogliamo prendere i loro uomini.[20] A parte la nota di maschilismo (è al comportamento tante volte davvero insopportabile dei mariti, o dei padri, che si devono i sospetti delle italiane), questa mancanza di gelosia potrebbe essere un ulteriore segno della difficoltà di riconoscere la persona dell’immigrata. In questi casi, assumere una straniera che stia vicina agli anziani è come comprare il suo corpo, il suo tempo, la sua vita. Nei contratti, quando ci sono, il lavoro richiesto accanto all’anziano è vago nella sua definizione. I compiti non sono fissati con certezza, e forse davvero sarebbe difficile, ma questo comprare la cura (e non: assumere per un lavoro definito) assomiglia molto al comprare braccia come forza lavoro.

 

  1. Difficoltà emerse

Dai questionari e dai focus, dopo le prime rassicuranti rappresentazioni del “tutto va bene”, emergono alcune difficoltà per le lavoratrici e qualche problema per le datrici di lavoro.

In questa sede è impossibile affrontare né le une né gli altri del tipo cui accennavo in premessa, e vale a dire l’ingiustizia della situazione complessiva e la lontananza dei figli. Però vale la pena di sottolineare almeno di sfuggita che se è vero che noi, italiane e straniere, in quanto donne, non abbiamo deciso le regole politiche, economiche e di comunicazione, è anche vero che ora siamo i soggetti principali di questo fenomeno e dunque mi chiedo se non sia indispensabile, utile e necessario, elaborare una forma di relazione e di lavoro comune che porti proposte concrete partendo dalle difficoltà e dai problemi quotidiani emersi. Come lo spaesamento, la solitudine, l’ignoranza di lingua, leggi e procedure, la diffidenza da parte di certe italiane, inconsapevoli della drammaticità e dei vissuti di queste donne venute da lontano, e dall’altra parte il senso di insicurezza che le stesse italiane avvertono.

 

  1. a) la lingua

Tutte le straniere vogliono imparare l’italiano e anche le datrici di lavoro richiedono sempre più spesso come prerequisito la conoscenza della lingua italiana da parte della ‘»badante”. E infatti esistono corsi di lingua per le straniere. Questi, a mio avviso, dovrebbero essere realizzati con la massima cura e con una maggiore completezza. Non basta una conoscenza elementare di regole grammaticali e di vocaboli. Per intessere una relazione bisogna conoscere i termini giusti, avvertire le sottigliezze. Inoltre ai corsi di lingua italiana sarebbe importante aggiungere laboratori di scrittura (Il Progetto ne ha portato avanti uno che ha dato esiti interessantissimi) e anche iniziative di valorizzazione della cultura d’origine dell’immigrata (letture in lingua madre, esecuzioni musicali, racconti di vita, relazioni sulla Storia…

 

  1. b) l’affettività

L’affettività più che un sentimento è un modo di essere e nel lavoro di cura è certo un requisito importante che però deve essere gestito, tenuto sotto controllo. Mi viene in mente, oltre che il lavoro con i bambini che il Progetto non ha trattato, il lavoro d’insegnante. Anche in questo caso la brava insegnante mette in campo la sua capacità affettiva: spesso conosce i suoi alunni, le sue alunne, meglio dei genitori. A lei i ragazzi e soprattutto le ragazze, si confidano, chiedono consigli. Ma anche per le insegnanti, come per le assistenti familiari, la domanda è: come realizzare una professionalità che pratichi l’affettività, la relazione, inserendola però in una competenza, in un sapere, in un lavoro che preveda diritti e doveri.

Le italiane che si prendono cura degli anziani, o dei bambini, hanno maggiore consapevolezza di svolgere un lavoro, maggiore chiarezza dei propri diritti e dei rischi di confondere i ruoli. Specie con i bambini, racconta una, temono di affezionarsi troppo o che loro (bambini o anziani), si affezionino troppo, perché poi inevitabilmente ne soffrirebbero.

 

  1. c) la sicurezza della relazione di lavoro

Questo è un problema che tocca entrambi i soggetti: la assistente familiare e la datrice di lavoro. A parte la scarsa conoscenza da parte di entrambe di leggi, diritti e doveri, la datrice di lavoro non si sente sicura soprattutto nel caso in cui la sua “badante” è una lavoratrlce in transito,’` e d’altra parte la lavoratrice che desidera stabilità ha difficoltà a tornare di tanto in tanto nel suo Paese, perché non si sente sicura di conservare il proprio posto di lavoro.

 

  1. d) lo spaesamento e la diffidenza

Come passano il tempo libero le immigrate? Come noi. Si riposano, leggono, scrivono, si vedono con gli amici. Qualcuna va a salutare anziane che ha curato. Una racconta che alla sua vecchina piace ascoltarla cantare canzoni italiane col suo accento straniero.

Manca però, anche in sedi di associazioni come “Donne Insieme” (che anche per questo andrebbero valorizzate), uno spazio libero dove in totale autonomia possano trattenersi in attività liberamente scelte: culturali, creative, ricreative, di studio e di approfondimento. Non solo dunque uno spazio dove creare servizi per straniere, ma piuttosto uno dove le immigrate possano vivere il tempo libero, riappropriarsi dei tempi di gioia.

Abbiamo constatato prima come tante immigrate siano laureate, diplomate e magari qualcuna canta, inventa poesie, ninna nanne, racconti, dipinge, balla.

Insomma, sono “cervelli in fuga” dal proprio Paese, ed è auspicabile, mi pare, che si riesca ad offrire loro la possibilità di ercorso di autonomia e di forza, perché, ripeto, esse, oltre ad essere vittime, sono anche espressione di una forza delle donne che non va sprecata.

In questo spazio potrebbero inoltre incontrarsi con donne italiane, “datrici di lavoro” e no, imparare a conoscersi, ognuna raccontando non solo la propria storia personale, ma la cultura del proprio paese, la Storia. La scarsissima conoscenza, da parte nostra, della cultura, della lingua, della Storia, della produzione artistica del Paese da dove provengono le immigrate, e d’altra parte la pari non-conoscenza di queste nei nostri confronti, comportano certe problematiche di fondo che rimarrebbero probabilmente anche qualora si istituissero corsi di formazione, di lingua, di specializzazioni. Credo che uno dei mezzi per rispondere a questa necessità, per contribuire a superare quel tanto di diffidenza che ancora esiste reciprocamente, per riconoscersi insomma come persone, sta nella consapevolezza e nella accoglienza della cultura dell’altra, e insieme nella valorizzazione delle culture di appartenenza.

 

Anna Santoro

 

[1] Cfr. A. Hochschild, Amore e odio, in B. Ehrenreich e A. Hochschild (a cura di), Donne globali. Tate, colf e badanti, Feltrir.elli Milano 2002, p. 24. Le curatrici, nella introduzione, sottolineano come siano i paesi ricchi a dipendere da quelli “poveri” per materie prime, forza lavoro e, ora, affettività.

[2] Cfr. V. Shiva, Sopravvivere allo sviluppo, ISEDI, Torino 1990. Vandana Shiva tra le prime usa questa definizione al posto di “paesi di sottosviluppo” e sottolinea la differenza tra “povertà” e “miseria”.

[3] «Come i miti, le ideologie, i riti, i pregiudizi, anche gli stereotipi producono realtà, perché possiedono efficacia simbolica»: cfr. A. Signorelli, La cultura popolare napoletana. Un secolo di vita di uno stereotipo e del suo referente, in Napoli e la Campania nel Novecento, vol. II, Liguori, Napoli 2006, p. 706. La forza dello stereotipo sta nel fatto che si autogenera e genera realtà, perché, prosegue Amalia Signorelli riprendendo Ernesto De Martino, «tutto accade come se esistesse».

[4] Questo punto meriterebbe un approfondimento che qui tralascio perché dovremmo interrogarci, senza mitizzazioni e senza accogliere l’immaginario maschile di “cosa vuole una donna”, su quali siano realmente i desideri delle donne se non si trovassero in un mondo che ha imposto procedure e regole funzionali al proprio punto di vista.

[5] Mi viene di pensare alle prime operaie, alle contadine riunite in squadre di produzione, di cui tante scrittrici hanno raccontato la vita di sacrifici, i soprusi subiti, ma anche le lotte e le vittorie. E penso anche alle maestre dell’ 800: sfruttate dal punto di vista economico, insediate dagli uomini (donne sole in paesi lontani da casa!), vittime della solitudine e della maldicenza, conducevano una vita difficilissima. Dunque, è innegabile la condizione difficilissima di quelle donne (e di quelle che ancora oggi subiscono discriminazioni), il loro essere vittime di un sistema. Eppure quelle stesse sono le nostre prime madri.

[6] Il principio delle “pari opportunità”, accolto dalla Politica e variamente trattato dai diversi Governi, è certo segno di trasformazione ma in tanti casi si è rivestito di ambiguità.

[7] Per esempio, se il lavoro nella scuola è ancora un lavoro sottopagato, poco influente socialmente, a cui vengono richieste anche mansioni per le quali non esistono corsi di aggiornamento o di formazione, né lauree, diplomi o specializzazioni, e non sono monetizzabili né monetizzate non essendo reputate competenze o saperi (sensibilità nell’approccio, affettività, comprensione), ciò accade perché tradizionalmente è lavoro soprattutto svolto da donne.

[8] Ma qualche operatrice italiana in strutture per anziani auspica l’assunzione anche di uomini.

[9] Recentemente pare ci sia una nuova inversione: cfr. C. De Gregorio. Vivere con i nonni in casa, in «la Repubblica», 8 marzo 2007.

[10] Su questi due elementi si è soffermata anche la Hochschild, che conclude: «le immigrate permettono agli uomini di continuare a non assumersi compiti» (cfr. A. Hochschild, Amore e odio, cit., p. 15).

[11] In realtà, ci sono ancora molte italiane che si prendono cura degli anziani, e sono presenti anche nelle interviste, ma il loro lavoro mi sembra più lo sviluppo della vecchia funzione di domestica tuttofare, tendente oggi a professionalizzarsi acquisendo anche nozioni e competenze di infermiera. La “badante” nell’immaginario generale è straniera: è l’aumento di queste presenze, la loro diffusione, che ha fatto prendere consapevolezza del problema. Un po’ come i “vucumprà” che hanno una fisionomia precisa nell’immaginario generale, diversa da quella dell’ambulante italiano che non attirava interesse particolare.

[12] Si vedano soprattutto i celebri saggi: Una stanza tutta per noi e Le tre ghinee. Cfr. anche, su alcuni aspetti dell’argomento trattato: A. Santoro, Riflessione sull’attualità de Le tre ghinee di Virginia Woolf,’ in «Pensare pensare pensare», sul sito www.arabafelice.it.

[13] B. Ehrenreich, A. Hochschild (a cura di), Donne globali, op. cit. Ma lì, vale la pena di sottolinearlo, si tratta della società anglo-americana che ha una Storia molto diversa dalla nostra, e per più aspetti.

[14] L’anaffettività della nostra società è ribadita ad ogni delitto, ogni gesto estremo e crudele, dalla stampa e dalla televisione. E la fuga delle donne dai loro tradizionali e benemeriti doveri è il sottinteso di ogni analisi che abbia per oggetto la solitudine, lo smarrimento, le malattie dei giovani.

[15] Scrive Virginia Woolf ne Le tre ghinee: «Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?».

[16] Nei primi anni `70 dello scorso secolo, un collettivo femminista di grande importanza fu quello del “salario alle casalinghe”, che aprì una serie di discorsi ancora oggi attuali.

[17] Cosa hai fatto di così pesante? è ciò che da sempre i mariti chiedono alla moglie stanca, quando tornano a casa e leggono il giornale, o al più danno, generosamente, una mano per qualcosa che non avvertono come compito loro.

[18] Anche le operatrici italiane hanno parole dure nei confronti di parenti “disamorati”.

[19] Nel nostro mondo, a fronte di un ristretto gruppo di anziani uomini di potere, politico e/o economico, di pensioni stratosferiche, di esaltazioni di una perenne giovinezza (chirurgie plastiche, palestre, cure antinvecchiamento), sta la stragrande maggioranza degli anziani, soprattutto donne ma anche uomini, emarginati da tanti punti vista, per i quali non sono previsti servizi elementari in città sempre più caotiche, dove è decisamente difficile muoversi. Gli anziani, in più, dai mezzi di informazione vengono sempre più spesso artatamente contrapposti ai “giovani” fino a sentirsi rinfacciare di rubare la pensione (che invece si sono costruita negli anni) ai figli. D’altra parte, il sentimento di delusione che in certi casi gli anziani avvertono nei confronti di figli distratti andrebbe esplorato a fondo per verificare quanto sia reale l’abbandono e quanto anche si tratti di autoreferenza propria di certi anziani, dovuta comunque al senso di solitudine e di inutilità che avvertono.

[20] E’ reale l’attrattiva “esotica” che immigrate, spesso giovani e belle, esercitano sui maschi italiani abituati a cercare “prede” sessuali. Cfr. anche B. Ehrenreich e A. Hochschild, Introduzione a Donne globali…, op, cit., pp. 10 e 16.