Per DWF n. 2, 2006

 

Il mio pianoforte lo suono a più mani: voglio dire che le mie scritture (poetica, narrativa, saggistica, ma anche la “scrittura” di manifestazioni, iniziative culturali, progetti di ricerca) si scambiano doni l’una con l’altra. E tutte, come è proprio della poesia, nascono dal desiderio di dare forma alla percezione, allo sguardo, al disegno che intravedo accogliendo i segni del mondo. Una cosa certa per me è che l’arte, la mia e quella delle artiste che amo, è passione e gioia. Ed è cambiamento, fluire, onda del mare che ad ogni nuovo movimento porta altro, significa altro, e, rispecchiando, crea altro. La seconda è che esiste un legame certo tra il fare politico e il fare poetico: anzi, che il fare poetico è politico, poiein. E questo perché il femminismo, il pensiero della differenza, le pratiche politiche portate avanti, hanno accolto e dato forza, tanti anni fa, al “partire da sé” che, credo, tutte noi già praticavamo (ed è grazie a questo che abbiamo potuto! dare vita allo splendore del Movimento). E dunque femminismo, pensiero delle donne, pratica , artistica, vita quotidiana, costituiscono per me un insieme inseparabile. Ma cosa vuoi dire questo? Cosa vuol dire oggi?

 

Ci sono dei versi di una mia vecchia poesia La Ballata delle sette streghe (1989):

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E siamo donne, dominae, padrone,

il nostro sguardo fa

le cose che guardiamo

è pericoloso come il desiderio

che trasforma il mondo

a patto che lo usiamo

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Sguardo, desiderio, scarto, uso (utilità), mondo. Parole che racchiudono il fare politico delle donne e certe volte gli danno vita attraverso la poesia. Indicano anche come per le donne, scrivere, recitare, creare, vivere, sia fare politica. L’artista parte dallo sguardo. Cioè dal corpo, dai suoi desideri, dalle sue percezioni, dalle visioni.

Ci sono le visioni. Nel momento in cui nasce l’incanto, grazie all’incontro dello sguardo che guarda con quello della cosa guardata, si scopre la poesia che è attorno, in quella luce magica che c’è sempre (basta vederla): allora un filo d’erba, un volto, dita abbandonate sulla tastiera del computer, quel gruppetto di ragazze e ragazzi per strada, quel mare gonfio di forza, quel corteo, quel ricordo che emerge vivo e presente, quei corpi massacrati, quella vanità e stupidità, quei volti e discorsi e azioni ignobili che ci perseguitano, che rendono invivibile il mondo, tutto questo ed altro ancora è così chiaro ed emozionante, è così utile vederlo per andare avanti, che il desiderio di dargli forza e visibilità diviene lancinante.

E’ questo fare poesia, per me e per le poete, le artiste, che prediligo: afferrare in un testo, poche parole, o in una performance, in un film, in una musica, in un passo di danza, il senso, il significato che non possa essere detto che in quel modo, scrivere un racconto che fermi un’immagine, seguire gli intrecci di storie in un romanzo, e anche, certe volte, seguire una ricerca, un ragionamento in forma di saggio, di libro. E realizzare una manifestazione pubblica, un convegno, una rassegna, un giornale, un sito… E’ sempre un poiein. Perché, quando avviene quello scarto, quella “aggiunta e mutamento”, esso è realizzato grazie al linguaggio, ai linguaggi, che vengono schierati contro il linguaggio (i linguaggi) della presunta realtà. Quando si fa poesia si scrive ciò che prima della poesia stessa non si sapeva. Si scrive per dare forma al non ancora pensato, al percepito, alla stessa ansia di rappresentazione. L’urgenza però non è immediatamente quella di “fare arte”, per lo meno per me. L’arte, quando c’è, viene se ho raggiunto ciò che mi proponevo. C’è questa necessità del dire, del vedere. C’è il bisogno di assistere al ritorno di quell’onda prima citata. Dietro la scrittura, o la performance, o la ‘ danza, c’è il corpo, lo sguardo, le passioni, il desiderio. E c’è, sempre in evoluzione, il linguaggio  conquistato che permette di dare forma appunto allo sguardo, a ciò che non può essere letto e detto se non trovando la forma opportuna. O potrei dire meglio: a ciò che senza le parole, il loro suono, la loro consistenza, la loro magia, non si saprebbe neanche percepire. Ma basta questo? Il mondo che viene rappresentato da questo strumento de-formante della mentalità e della cultura che è la televisione è osceno, e la politica corrente, quella che secondo la definizione di Foucault è il proseguimento della guerra (affare di uomini dunque), sottrae verginità di sguardo, pretende di essere tenuto presente perché ci invade.

L’opposto di verginità, che non è più proponibile né auspicabile, non è però il cinismo, anche questo dilagante e usato a piene mani da tanti (tutti?) politici, intellettuali, e mascalzoni.

Scrivere è “cercare la calma …e qualche volta trovarla”, secondo una splendida definizione di Anna Maria Ortese che faccio mia perché collega la necessità poetica con la scelta etica, allude a una motivazione esistenziale che riesce a inverarsi, a darsi forma, a essere “poesia”, e cioè a leggere il mondo. Scrivere è leggere come leggere è scrivere. E’ la lettura del mondo, il suo disvelamento la sua com-prensione, che possono comportare calma, pacificazione, addirittura contentezza. Perché questa lettura, che si è data forma, chiarisce alla stessa artista la sua percezione (dolorosa, complessa, fastidiosa e pericolosa, ma anche incantata da felicità impreviste), la acquieta, ricollocando e rielaborando la “funzione” della letteratura. Altrove ho scritto che questa “funzione”, che si collega al motivo per cui si scrive (o si canta, si suona, si dipinge eccetera) per le donne è dettata dalla vita e non da una scelta intellettuale. E dunque, sebbene il poiein (la conquista del linguaggio) non sia legato a temi, e non sia dettato da impegno politico o civile, sono le persone, che stanno dietro questo sguardo e questo fare, che lo sono, sì, legate.

Le persone-donne, le quali pongono al primo posto il vivere, non possono che fare “arte politica”.

Non possono non consegnare una profondità e complessità di visione, di coscienza, che può comportare quel “morire nella scrittura” della Cixous che significa, in questo caso, la capacità di fermare il mondo, di vederlo, di vedere le persone, gli eventi e il loro svolgersi, di essere in qualche modo preveggenti. Di sopportare un peso e un dolore senza pari e senza sconti. La poesia, dunque, che è suono, forma del desiderio, forma dello sguardo, libero accadimento di un evento, avvento, la poesia, che non intende comunicare, di fatto compie il miracolo. E oggi non c’è scrittrice, poeta, regista, o altro, che non sia in questo senso “politica”. Racconta l’essenza del vivere, dell’essere donna, uomo, bambina, città.

Viviamo in un mondo buio, violento e volgare. Ma è anche un mondo ricco di eventi straordinari, di incanti imprevisti, di incontri e relazioni profonde, di bellezza e di gioia.

Come non esiste un modello unico di poesia, così non esiste un modello unico di arte femminile, di produzione artistica legata alla pratica della differenza. (Per fortuna). Ciascuna artista sceglie, e ciascuna a suo modo, se svelare il dolore e la prevaricazione, la menzogna e l’offesa lì dove viene raccontata e messa in scena una versione falsa dei fatti, un mondo irreale (che però c’è e con lui facciamo i conti), o può, al contrario, svelare la bellezza, la freschezza, la forza, l’incanto, la solidarietà e le relazioni affettive profonde, per screditare il cinismo e questo grigiore che porta assuefazione, svagatezza, senso di sconfitta. Generalmente le due strade convivono, come nelle nostre vite convivono quelle gioie limpide e segrete, quelle brevi felicità immotivate, col senso di orrore e di impotenza, di dolore e di rabbia. In ogni caso le artiste, a differenza dei colleghi, non trovano mai né bellezza né onore nella guerra, non vengono affascinate dal Male (che pure intravedono), tanto da rappresentarlo, diffonderlo, renderlo reale (bellissimo il racconto di Coetzee) e far sì che ad esso ci si abitui. Le artiste amano ritessere particolari eccentrici, così detti marginali, trasparenti per lo sguardo assuefatto a regole oramai traballanti, sebbene ancora pervasive, o volutamente scartati da sguardi mistificatori. E amano riconsegnare quegli scenari di primo piano che per voluta presbiopia le rappresentazioni comuni non riescono a vedere o non vogliono. Oltre a questo, e prima, forse, di questo, le artiste lavorano sul linguaggio, appassionatamente e dolorosamente: il linguaggio che cercano e che devono trovare è quello in grado di dare vita alla voce, linguaggio del corpo, che sappia narrare una (propria o di altre) “esperienza memorabile”.

E’ il linguaggio dell’arte che, una volta raggiunto, di per sé è testimone della bellezza, della grazia, della forza e del superamento, nel senso di elaborazione condivisa, di ogni dolore. Simone Weil, mi pare in Morale e letteratura, scrive che la perfezione (dell’arte, della scrittura) è impersonale. In questo senso lavorare su di sé per comprendere meccanismi di pensiero e di comportamenti, zone buie, fa sì che l’opera dell’artista parli di tutte e a tutte e in più aiuta l’artista stessa a comprendere come tutte noi non siamo fuori dal mondo, non ne siamo immuni. Se leggere è scrivere, anche scrivere è leggere e dunque la prima relazione con l’altra che I’artista intesse è quella con se stessa. E attraverso se stessa con i cuori di altre.

Scrivere trasforma, come trasforma leggere, così, l’artista che avverte l’urgenza di “trasformare il mondo” comprende presto che lei non può trasformarlo come fosse una cosa esterna, un oggetto rifinito a cui dare nuova forma: lei, assieme alle altre, lo fa. E lo fa con il suo linguaggio, la sua opera e anche, come tutte e tutti, con i suoi comportamenti.

In questo senso le artiste sono pericolose e a volte scomode anche per le altre donne. Perché pretendono dalle altre la stessa onestà e autenticità che usano per fare poesia: chiedono di svelare ciò che c’è dietro l’apparenza e le parole convenzionali, di non nascondersi i problemi, le difficoltà, certe meschinerie. Non nasconderle perché non sono esse il punto dolente, ma lo è la mancata condivisione del problema della loro esistenza, la mancata relazione tra le diversità. Negli anni, il mio sguardo si è fatto più aperto, comprensivo, accogliente, meno rigido, e allo stesso tempo più esigente, attento, insistente. Nell’esperienza della Prima Carovana nazionale di poesia e musica contro la guerra (2003) che ha visto migliaia di adesioni in tutta Italia, e di cui sono ancora orgogliosa per essere riuscita a mettere insieme tanta forza, mi colpivano certi atteggiamenti di prevaricazione e autoreferenza, soprattutto da parte di poeti, in contrasto con la ripetuta professione di convinto pacifismo, di indignazione contro la violenza, e così via. Anche in altre occasioni sono stata colpita dalla mancanza di riflessione e revisione dei comportamenti da parte di persone vicine nelle battaglie “pubbliche”. Il punto è che la guerra (la politica comunemente intesa, la cultura dilagante) agisce sul cuore e sulle azioni di tutte e di tutti, nasce dal cuore e dalle azioni di tutte e di tutti e che tutte e tutti dovremmo interrogarci sui nostri comportamenti, oltre che sulla immagine del mondo che ci viene passata, sulla politica portata avanti dai governanti, sulla scuola proposta, sull’etica che nutriamo nella nostra società, sulla violenza delle immagini e dei discorsi dei massmedia.

Il grumo profondo dell’urgenza del poiein, mio e delle artiste che amo, del desiderio, della passione, della necessità, della fatica, di scrivere (ma anche di suonare, ballare, cantare) è quella di riuscire davvero, in profondità e in compiutezza, a “partire da sé”. (Che è complemento di moto da luogo, amo ripetere. Ma va anche detto che le cose vengono a noi, ci sì presentano, e noi semplicemente le accogliamo). Dando forma così al proprio sguardo, al proprio dolore, alla propria gioia, giungendo però, come suggeriva Virginia, a dimenticare se stesse, la propria individualità, e a dare voce a chi è senza voce.

Nella mia Antologia del 900, e anche in altri scritti, definisco questa percezione e conoscenza del dolore e successivamente questa appropriazione del linguaggio, questa capacità di restituire voce a chi non l’abbia, il cammino dei desideri, perché anche chi scrive (o suona, canta, balla) prima di essere riuscita a scrivere è una senza voce. E la voce che finalmente riesce a risuonare, il primo desiderio, è una meraviglia e una gioia ogni volta per chi la scopre in sé. La voce è linguaggio del corpo, e ciò ci riporta al rapporto strettissimo tra la pratica del femminismo e il poiein: entrambi assumono le percezioni come strumenti, segni del pensiero, che non è “altro”, non è uno “stadio” ulteriore. “Partire da sé” significa scrivere sé, scrivere lo sguardo che legge, accoglie e disegna il mondo. E significa anche partire dal proprio spazio, dall’orizzonte percepito dal corpo.

Nel poiein delle artiste, si sposta l’attenzione dal tempo, che è dritto, verticale, maschile, allo spazio che è orizzontale, ampio, avvolgente e straripante, presente, che ha a che fare col corpo, con la voce, con lo sguardo, e che è femminile. E’ come il rapporto tra discorso e parola. Così maschile il primo, così femminile la seconda (già nei suoni: quelle o in fila che ancora danno un suono in verticale, e quelle a così deliziosamente distanziate che aprono labbra e gola). Partire da sé è anche questo. C’è il corpo che si relaziona con lo spazio (l’ora, il qui), che è tanto vasto, quanto riusciamo a spaziare con i sensi, con la conoscenza, con l’immaginazione. La scrittura femminile segna (ed è segnata dallo) spazio, più che dal tempo. La memoria necessaria che tante di noi sono andate a recuperare nel passato, nella vita e nelle opere di autrici dei secoli scorsi, ma anche la nostra individuale, viene recuperata grazie a visioni di immagini, di tempo fermato, di recupero di scenari. Il tempo si rivela una convenzione, è un succedersi di spazi (posseduti, abitati, negati, cercati, rivisitati). Il succedersi degli spazi, quasi fossero sezioni debordanti dell’esperienza e della pagina, creano il tempo.

Nello scrivere il romanzo Pausa per rincorsa questo mi fu evidente. Ma anche in alcuni racconti (di Album, ma anche Marzo e altri). E’ la pausa che permette lo sguardo e l’incanto, lo svelamento e la resa (la ri-rappresentazione) del reale. Sguardo puro che ha assorbito, fatta propria la coscienza, il desiderio. In certo senso chi fa arte può essere semplicemente, avendo incamerato sessualità, posizionamento di genere, nazionalità, ogni forma di appartenenza, pur essendo, anzi proprio perché, è segnata profondamente da esse. E’ questa la pericolosità del poiein femminile: cambia i parametri, rompe i canoni, i generi letterari, la nozione di letteratura. Impone come priorità la vita e i desideri che da essa nascono, la vita e i dolori che essa procura, la vita e la nostalgia che conserviamo, convinte di essere la nostra memoria ma turbate dal pensiero di essere anche la nostra dimenticanza. L’artista che ha lavorato a lungo su di sé, ha attraversato anche le durezze degli interrogativi ideologici ed etici, e finalmente è libera: si è fatta tale. Come il tiro dell’arco che alla fine è semplicemente: va e tira, dimentica tecnica, sacrifici, misure, esercizi. Ha il privilegio, lo sguardo della poeta, di poter essere autentico. Ha questa forza.

Da dove viene questa forza alle donne? La mia viene da ciò che ho dentro e che ha una convinta urgenza di uscire e diventare, appunto, forma. E’ come fare il pane perché si ha fame.

Mi viene dalla intensità con cui sin da piccola avvertivo le ingiustizie del mondo, così le chiamavo, e non riuscivo a sopportarle. E non per coscienza politica (allora non potevo sapere cosa fosse) o intellettuale (ancora meno), ma perché venivo colpita fisicamente, come anche in seguito mi è accaduto e mi accade tuttora, da ciò che vedevo. Mi guardavo attorno, guardavo la mia casa, quasi povera, mia madre così bella, severa e accogliente, continuamente affaccendata, mio padre chiuso nello studio, guardavo (e leggevo) i libri di mio padre, quelli di mia madre nella libreria del tinello, il pianoforte di mia nonna, guardavo i bambini e le bambine in strada dove scendevo a giocare con mio fratello, le mie compagnucce a scuola, la vecchina all’angolo che chiedeva l’elemosina, gli zingarelli con le braccine magre, l’uomo che tirava il carretto, la donna che puliva le scale, la povertà dei quartieri, i poveri che mia madre visitava. Eravamo negli anni ’50 del secolo scorso (!!). Crescendo annotavo i lividi di Maria, la ragazza che aiutava mamma in casa e che poi si era sposata con un marito che la picchiava e che mio padre voleva denunciare, contemplavo pensosa i vicoli sporchi, le distese delle baracche nelle periferie della città, le vetrine dei negozi carichi di nuove merci, rispondevo, umiliata ma anche reattiva, alle parole in strada dei ragazzi, a quello strusciarsi in tram o al cinema di vecchi dall’aria noncurante, al tono di sufficienza dei ragazzi quando parlavano delle ragazze, mi riempivo e mi svuotavo nelle lunghe chiacchierate con amiche del cuore e compagne di avventure. E poi l’università, l’impegno politico (come si diceva allora), e i comportamenti dei professori e la disperata e fiduciosa e ogni volta soddisfatta ricerca di compagni e compagne di strada. E ancora dopo, ancora ora, la vergogna della miseria di tante e di tanti, la violenza manifestata con impudicizia, l’egoismo e il cinismo, le guerre, e insomma tutto ciò che sappiamo.

Come non crescere con immutabile (e immutata) voglia di giustizia e di un mondo lieve? Come non pretendere di vivere la vita decidendo il come, il quando, il dove? Come non alimentare un acuto e fermo attaccamento a una allora confusa nozione di differenza? La mia, all’interno e insieme ad altre, ad altri. Come non scrivere di tutto ciò, come non avvertire immediatamente che la scrittura era per me la forma dei miei desideri, del mio sguardo, era la mia vera voce? La coscienza di essere portatrice di altro da ciò che vedevo o che sentivo raccontare è stata la spinta necessaria, prima al mio fare politica (occupazione di case, disubbidienze, militanza politica, lotte nella scuola) e poi, disillusa e confusa, finalmente! che sollievo! alla partecipazione al movimento delle donne, al femminismo, alla coscienza della differenza, che riconobbe e autorizzò quel “partire da me”, dal mio sguardo, dalla mia fantasia, dai miei desideri. E che mi  sostenne e mi offrì indicazioni importanti per il mio lavoro di studiosa, di scrittrice, di poeta.

Ho raccontato qualche nota di vita, brevemente, e non i libri scritti (poesia, narrativa, saggistica), i progetti portati avanti (come i vari spettacoli di poesia e i convegni di scrittura, o Dominae, Dizionario biobibliografico delle donne, in rete sul sito arabafelice.it, o A Viva Voce, o La Carovana nazionale di poesia e musica contro la guerra, all’interno dell’Araba Felice, associazione fondata a Napoli nel 1984 e ancora operativa, o le attività nella Società delle Letterate, di cui sono stata orgogliosamente socia fondatrice ma ne sono uscita per serie ragioni), la collaborazione a vari giornali e riviste, perché alla base di tutto c’è il mio essere nel mondo, c’è il mio corpo, i miei sensi, c’è il vivere, la capacità di desiderare, di tenersi presente, di amare. E di cercare sguardi con cui incrociare il mio. E c’è il femminismo, la pratica di relazione con le altre (precedente al femminismo naturalmente: anzi fu quel modo, quel piacere di relazionarsi, quella ri-conoscenza l’una dell’altra che generò, dette alla luce, il femminismo. Anche Virginia sottolinea come la forza delle donne era tutta nel loro avvertire i desideri e nel bisogno di renderli attuabili e vissuti) che, I mutando continuamente, rimane però centrale.          ` Dunque la forza, che è cosa concreta, l’ho presa, la prendo, da me stessa (come ciascuna di noi), dall’intensità del mio amore per la vita, dalla difficoltà di amarla se per tante, tanti, significa dolore, espropriazione, sofferenza e miseria. Ma la sicurezza di usarla nasce soprattutto dalla relazione con le altre, dall’essere state in tante nelle manifestazioni straordinarie di anni fa, nei canti, nei balli, dalla felicità del ridere insieme, e del piangere insieme, dal leggere autrici meravigliose che sento sorelle e madri, dall’incantarmi, riconoscendomi e ricevendo illuminazioni e risposte oltre che puro diletto, nell’assistere a film, a performances, dal guardare mostre, istallazioni, dal parlare con nuove, spesso giovani, amiche, donne “comuni”, dalla gioia colma di pudore nel ricevere apprezzamenti per il mio lavoro. Se tante riescono a darmi tali felicità, se di tante incontro lo sguardo, se da tante sono rassicurata e spinta ad osare sempre di più, come non pensare che il mondo possa essere diverso, come non pensare che sia diverso, altro da quello squallido e violento che viene passato come realtà inevitabile, principio di realtà di cui prendere atto e chinare la testa, seppure a malincuore.

Sì, è il linguaggio che salva dal dolore. Ed è il linguaggio che permette di vedere il dolore, di leggerlo, elaborarlo. Ma è anche il linguaggio, quello dei Poteri e della politica tradizionale, a creare un mondo vergognoso. In fondo la grande questione dei nostri tempi è quella che si gioca tra (e con) i linguaggi e gli sguardi. Lo sguardo volgare, prepotente, autoreferente, violento, che invade il mondo, lo legge a suo modo e lo fa a suo modo grazie ai suoi linguaggi, sempre più si radicalizza e si contrappone agli sguardi di vita e cioè di pace, di ricerca di relazione, di azzeramento di gerarchie. Questo sguardo devastante è profondamente cinico e entra nelle nostre vite, in quelle dei nostri figli e delle nostre figlie, presentandosi come unico sguardo “obiettivo”: il cinismo cita la sua realtà a supporto di se stesso e così facendo la viola, la produce, le dà forma. La poesia invece nasce dai nostri sguardi, è la risposta alla necessità di dare forma ai nostri sguardi i quali, se uniti, relazionati, intrecciati, disegnano una realtà diversa, la fanno diversa. E’ la relazione che crea, articola e sollecita la creazione di una forza che, per costituirsi davvero I come “aggiunta e mutamento” insista a interrogarsi e a praticare l’occasione straordinaria che è la differenza. Ed è ciò che fanno le artiste che amiamo.

Ri-rappresentare la realtà significa assumere il posizionamento e il punto di vista delle donne, ma badando che una semplificazione di questo non permetta che la ri-presentazione del mondo sia opposizione speculare al punto di vista maschile e che perciò di esso conservi modalità e finalità. Ri-rappresentare la realtà invece significa essere tanto forti, le artiste, da leggerla (a partire da sé e grazie alla pratica femminista elaborata) e comprenderla nella sua interezza e completezza, senza entrare a fare parte della “società del discorso” (“il discorso che dice” Foucault). Ed è questa la capacità distintiva dell’artista.

Anche per questo per me restano fondamentali le relazioni con le altre, perché non basta la forza di uno sguardo, di una parola, di un gesto poetico: questi devono contenere la forza della condivisione, e crescono grazie ad essa. Quante giovani artiste e quanti giovani artisti conosco che mi raccontano come, grazie alla conquista di un linguaggio “creativo”, si sono salvati in questo mondo così duro e nemico. Perché il linguaggio (poetico) non solo dà forma al desiderio, non solo aiuta a elaborare i lutti, ma fornisce strumenti di conoscenza del mondo il quale si manifesta, a sua volta, attraverso segni. L’artista li legge e crea il disegno. Questa è “l’aggiunta e il mutamento”: la verità poetica. Che è già nelle cose ma bisogna coglierla e ri-rappresentarla.

Ma c’è una condizione a che ciò si realizzi in pieno, assuma forza di utilità.

Le artiste ci sono e tante, continuano a operare e a mostrare grande ricchezza di strade e di scelte, tutte interessanti. Scrivono, mettono in scena opere teatrali, inventano istallazioni straordinarie, danno forma al loro sguardo e la conservano per chi le vorrà comprendere. Molte sono completamente sconosciute. In Dominae, il Dizionario prima citato, siamo arrivate a poco meno di 500 schede, e, tra le italiane viventi, abbondano i nomi di artiste prive di “fama”, la maggior parte delle quali davvero brave.

E’ la buona lettrice (l’ho ripetuto tante volte: è lei che è mancata in Italia anche nei secoli passati e non le artiste) che, alla pari dell’artista che crea il suo disegno dai segni del mondo, e dunque lo ri-rappresenta, crea, dai segni, il disegno dell’opera, lo fa vero. Come l’artista svela la realtà, la riscrive, la fa, così la buona lettrice svela un testo, lo onora, gli dà conferma e forza, lo vede e lo fa reale. La relazione tra chi legge il mondo (o un testo) e il mondo stesso (o il testo stesso) crea quel mondo (e quel testo), produce lo scarto, “aggiunta e mutamento”. Che è già nel mondo (e nel testo), ma hanno bisogno, il mondo e il testo, di chi sia levatrice della sua esistenza: e cioè l’artista e la lettrice. La relazione tra queste due figure è decisiva, quando entrambe siano libere. Il punto è che, se non si tratta di artiste già “autorizzate”, sia contemporanee sia dei secoli scorsi, o non italiane, quante lettrici attente le nostre artiste si conquistano?

La Nota editoriale del numero di DWF a cui ci riferiamo credo sia un importante gesto di valorizzazione del lavoro delle artiste, il primo forse in Italia, tranne quelli delle poche importanti riviste femministe, a cogliere la sfida dell’arte riguardo la sua capacità di vedere e ri­rappresentare il mondo, di sapere meglio e prima ciò su cui ci si interroga. E’ un passo importante, che mi auguro abbia un seguito e faccia un passo avanti.

C’è tanta letteratura sulla figura dei geni sregolati non compresi, ma non c’è nulla sulle genie, soprattutto in Italia. A parte alcune biografie (su “donne eccellenti”), nella “categoria” delle artiste sconosciute c’è solo la sorella di Shakespeare.

 

Anna Santoro