Scritto nell’89, ho usato il testo (assieme ad altri) per performances, in particolare in:

Per passione e per gioco, Istituto Grenoble, Napoli, 1989.

Successivamente nella raccolta LA BALLATA DELLE SETTE STREGHE e altri versi (Colonnese 1998)

 

LA BALLATA DELLE SETTE STREGHE

 

Prima

Io?
Io una volta ero Abundia
chiamata anche Befania
parente di Diana
o Signora Oriente
Signora del Gioco
di quella Società
di donne solidali
che in ogni tempo
sempre ci son state
Noi c’hanno bruciate
chiamandoci eretiche assassine
in realtà le eresie
da noi professate
erano la sapienza
e il desiderio
di lenire i dolori
ma eravam donne sole
per questo incriminate

Seconda

Tu però ora non dici
che c’era a chi tra noi
piaceva assai giacere
con uomini cortesi giovani
e valenti Non come i mariti
sempre deludenti
Io li portavo al Ballo
Martino e Martinetto
e sotto questa Noce
questa di Benevento
ci fosse pioggia o sole
neve o un grande vento
mi pigliavo piacere
sapendo pure come
evitare i frutti
di quel congiungimento
Questo fu condannato:
che in tempi in cui bambini
morivano a milioni
io non mi accollavo
il compito sociale
di popolare il mondo
Questo era il Male
Era insomma peccato
questo desiderare
era peccato solo
il fluir delle chiome
sul seno vigoroso
le natiche sfuggenti
ad ogni lento andare
Io volevo osare
finalmente vincente
e nella capanna
o curva sopra i campi
mattina giorno e notte
non ci volevo stare

Terza

Io li odiavo i Signori
quelli che venivano
a depredare tutto
a farla da padroni
non solo dei poderi
ma del mio proprio corpo
E mio marito – stolto –
ucciso di fatica
da loro fu convinto
che la sua impotenza
gli proveniva da
un’arte maliosa
e non da quella vita
così schifosa
Io li odiavo i Signori
mi lasciavano spenta
piena di lividure
e dei nostri figli
ne facevano scempio
senza proprio pensare
che erano persone: dicevano animali
Quel giorno ho ritrovato
il mio piccino caro
trafitto con un palo
per lo spasso perverso
di quel porco padrone
così due lune dopo
che mi hanno convocata
al letto di suo figlio
e mi hanno detto “Dai
tu donna benedetta
che conosci i segreti
di piante e di fiori
salvalo ti scongiuro
lui porterà il mio nome”
io verde gli ho sorriso
verde nei miei begli occhi
e grazie a quell’unguento
che quel che vivo tocchi
lo fa subito morto
io l’ho punito

Quarta

Io sapevo le storie
dei tempi di mia nonna
che c’erano Signore
belle dolci gentili
che andavano di notte
di casa in casa e sempre
preparavo qualcosa
per farle ristorare
Mia madre una mattina
– avevo tredici anni –
mi presentò un bell’uomo
alto di larghe spalle
che mi sorrise e poi
mi baciò tutta ed io
tremai nel sentire
la pelle respirare
Giacqui tutta la notte
lì tra le sue braccia
mi regalò una perla
e intanto mi narrava
vicende avventurose
che io rannicchiata
ascoltavo gelosa
sognando di girare
con il mio bel cavaliere
Mi misero in catene
per farmi confessare
“Giudice ti scongiuro
non mi torturare” ma loro
giù nell’acqua immersero
il mio corpo e poi fui legata
a torchi che tiravano
le braccia fuor dell’ossa
tutta m’hanno slogata
Allora dissi: Certo
certo che sono andata
con ul Demonio e poi
tutto ciò che vuoi

Quinta

Anch’io ho detto cose
anche non vere e brutte
Costretta in un Convento
vivevo nel veleno
di triste compagnia
di voglie prepotenti
e c’era il Confessore
unico maschio che
sciancato e sporco
noi ci dividevamo
perché lui a ciascuna
giurava eterno amore
o raccontava storie
oppure qualche volta
giurava libertà
Tutte ci perse e noi
perdemmo lui
Io poi non mi fermai
mi piaceva il Potere
che sentivo di avere

Sesta

Io invece ero quella
e quella ancora sono
che andava per i boschi
col solo desiderio
di capire la vita
e la morte
E quando mi picchiarono
e mi svegliai di notte
e misi un poco d’erba
sulle mie dita rotte
rimasi affascinata
a vedere le piaghe
rimarginare tutte
Poi tutto mi hanno tolto
e io li ho maledetti
Odiavano la scienza
che avevo nella testa
volevano sapere
quel che io per prima seppi
Odiavano il mio viso
il mio inceder di donna
Odiavano il sorriso
superbo e arrogante
e la diversità
che mi faceva forte
Io dovevo smettere
di insegnare alle altre
tutto quel mio sapere
e quei segreti antichi
che a me un’altra donna
aveva consegnato

Settima

Io volevo e s s e r e
per questo rigettai
i riti della Chiesa
che proclamava sempre
come eravamo niente
Pensate che quel libro
quello dei due assassini
escogita che femina
viene da fe e minus
cioè che è bollata
perché è di minor fede
e anche che è per-versa
perversa di natura
perché è stata tratta
da una costa curva
cioè da un osso storto
ma dunque? non ridete?
Altre facezie ancora
ci sono in quel libretto
come del resto già
nei testi di Agostino
Tommaso e gli altri Padri
Noi eravamo donne
per questo dunque odiate
Donne che non ci stavano
a fare le murate
Noi usammo l’inversione
di gesti suoni parole
Han preferito dire
che a capo c’era il Diavolo
certo per non smentire
che sempre in ogni caso
è maschio chi comanda
In noi hanno colpito
tutta una cultura
la nostra lo capite?
Ci hanno ucciso a milioni
e aggiungi pure quelle
uccise prima o dopo
aggiungi pure quelle
che ancora sono uccise
di botto o a poco a poco
Ma noi siam Donne
Dominae Padrone
il nostro sguardo fa
le cose che guardiamo
è p e r i c o l o s o
come il Desiderio
che trasforma il mondo
a patto che lo usiamo
La gente ancor non sa
se la nostra magia
è sogno o verità
Ma in fondo cosa è vero
in quello che viviamo?
Basta volerlo e
ciò ce accade intorno
diviene evanescente
fino a cedere il posto
alla nostra realtà

Gennaio 1989