Laudomia Bonanni – Appunti (per Rai educational – intervista del 16 marzo 2007)

 

Ogni qual volta sono invitata a parlare di una scrittrice che amo, sconosciuta o dimenticata, mi emoziono. Mi accosto come a una parte di me e nello stesso tempo come a una sconosciuta della quale cerco di capire le domande che pose al mondo e alla scrittura. Si tratta ogni volta di una nuova avventura dello sguardo, direbbe Darida. Del mio e del suo, e del nostro possibile, e da me auspicato, incontro. Leggo, ascolto, accolgo le parole che ha saputo trovare, la raffigurazione del mondo, le immagini che ha costruito per la necessità di dire, di fermare il mondo così come lo percepisce lei, cioè grazie allo sguardo che ha saputo trovare la propria forma, ha saputo darsi forma.

Molte recensore furono severe con Laudomia, ma questo non mi stupisce. Da tempo ho notato questo “vezzo” femminile e, interrogandomi sulla ragione di tanta freddezza da parte di molte nei confronti delle scritture delle donne (tanto da negare per decenni l’esistenza di una tradizione italiana, e ancora la resistenza a sbilanciarsi con scritture poco conosciute e non ancora apprezzate dalla critica “ufficiale”), fornivo alcune spiegazioni, ipotesi: mentre di lettrici intese come pubblico, le scrittrici ne hanno sempre avuto molte (sempre che la loro opera fosse conosciuta), di “buone lettrici” come le ho definite da tempo, di recensore, di critiche, solo negli ultimi decenni se ne sono create (poche) e questo perché in passato, non solo le lettrici-critiche erano rare e con scarsa autorevolezza, ma soprattutto perché, quando cominciarono ad esistere, il loro sguardo era ancora neutro, ancora non avevano messo in discussione i canoni letterari e dunque di lettura delle opere delle donne, così, alla pari degli uomini, non erano in grado di leggere gli scarti operati, i riferimenti, la qualità, l’importanza delle scritture femminili. Le quali, cosa importante, vanno, ciascuna di esse, lette tenendo presente lo scenario complessivo della produzione femminile (e anche della maschile), perché solo in questo modo possiamo renderci conto della qualità individuale.

Un ulteriore elemento da me segnalato è che spesso la recensora, la critica, che è stata comunque educata a mettersi nei panni di scrittori, cioè di accogliere uno sguardo diverso da sé, nel leggere le opere di una scrittrice, si identifica troppo immediatamente, si ri-conosce e non coglie le diverse gradazioni di qualità, lo spessore letterario, creativo. Oggi siamo andate avanti su tutto ciò ma lo ripeto perché ancora, o di nuovo, ci sono equivoci.

 

Laudomia, come Serao, come Cialente, non è scrittrice rimasta in ombra, ignorata. Ebbe premi, fu pubblicata dalle più importanti case editrici. Eppure oggi, a parte pochi estimatori, nessuno, o quasi, la ricorda, la legge, la pubblica.

 

Come la scrittura della Serao, della Pietravalle, della Cialente, della Deledda, della Ortese, della Morante, e di molte altre, anche la sua ha a che fare col corpo, con il primato del desiderio che nasce da un punto collocato nello spazio e che lo spazio esplora, percepisce, osserva. L’attenzione, la curiosità, la sensibilità di cogliere ciò che c’è attorno, lo spazio fisico con cui il corpo (tatto, olfatto, vista…) prende contatto, e assieme la capacità percettiva e di trasformazione simbolica del vissuto e dunque di indagine e creazione della “seconda realtà” (Ortese), sono elementi comuni alle scrittrici che amo e che riconosco grandi. (Ma per carità non alludo a un Canone femminile: la ricerca delle donne, la distruzione del Canone tradizionale non è, non dovrebbe essere, instaurazione di un nuovo Canone, ma libertà dai Canoni, e produzione di esempi e non modelli).

Per questa via (quella del primato dell’esperienza vissuta, della percezione dei sensi e della successiva rielaborazione fantastica, cioè vera, del mondo), comprendiamo perché giustamente c’è un rapporto forte con Virginia Woolf (a lei fu accostata da qualche critico, ma nelle schede che questo riportano non ho trovato, segno di mia insufficienza ma anche della povertà degli studi su Laudomia, speazione del perché allora i contemporanei (chi?) tracciarono questo filo tra lei e la grande scrittrice inglese). Certo è che nella sua scrittura è lo spazio (corpi, suoni delle parole, ritmi, gesti), che Laudomia ci riconsegna, con un linguaggio che perciò è esplicito (si pensi alla sessualità), colto, prezioso, materico, arcaico, rivisitato e ricreato.

Ed  è questo linguaggio, e la realtà  che rappresenta, che non potevano piacere  a tanta parte dei critici, dei lettori, del pubblico. Soprattutto quando la stessa raccolta ebbe anche il premio Margutta. Attenzione: non piacque a lettori tradizionaIi, conservatori, clericali, che vedevano attaccate le basi della propria cultura, dell’assetto sociale per il quale quella scrittura suonava “disgregante”: Laudomia scrive contro la guerra, descrive la condizione di minori difficili, la condizione e la cultura femminile tradizionale, l’educazione sessuale repressiva, indaga l’anima femminile borghese, con un linguaggio esplicito e nuovo, ma soprattutto segnala la compattezza di un mondo così costruito, la responsabilità della così detta civiltà.

Sin da II Fosso e Mostro, tocca zone oscure (la sessualità) e poco frequentate (sebbene la storia della sposa bambina sia stato trattato da altre scrittrici anche prima: penso per esempio a Donnina di Grazia Pierantoni Mancini del 1892, senza però diventare un topos, ma essendo una realtà di cui solo le donne riuscivano a cogliere le implicazioni).  E ne ricevè di critiche, o prese di distanza. La Samaritani, curatrice dell’epistolario, nota che l’aver accettato di collaborare con “Il giornale d’Italia” raffreddò le simpatie di certa sinistra. Certo è, continua la studiosa, che cessò la corrispondenza con l’Aleramo.

Ritengo che ciò accadde anche perché Laudomia era una grande scrittrice: perseguiva le sue visioni, e portava avanti la sua scrittura senza nulla concedere a ciò che non fosse quello che la Cixous chiama il “morire nella scrittura”. La cocciuta ricerca di mettere in scena ciò che per lei era necessario sul piano poetico (per se stessa, la sua etica, il suo sguardo) non le fa fare la minima concessione allo sguardo esterno. E questo è il compito di ogni grande artista, e anzi la sostanza dell’essere artista. La stessa Cialente, padrona di una lingua assolutamente magnifica che produsse cose bellissime, in un’Italia e in un mondo sopraffatti dal fascismo e dal nazismo, dalla guerra, a un certo punto anteporrà l’impegno alla poetica al punto da, non solo, il che va bene, partecipare a una serie di iniziative della resistenza, ma rivedere vecchi bellissimi racconti inserendo parti ideologicamente impegnate ma assolutamente non necessarie, anzi nocive alla verità della stessa poetica, e scrivere alcuni romanzi “a tesi” poco riusciti, che non a caso le valsero complimenti da critici che precedentemente le avevano addebitato una scrittura troppo superficiale.

E invece, torna ancora in ballo Virginia, la scrittura è di per se rivoluzionaria, lavora di fatto per la pace, la giustizia, insomma è politica. Lo è quando riesce a dare forma autentica al desiderio, allo sguardo, a scavare, ritrarre, accogliere nuovi mondi, modi di essere, scenari. L’impegno, chiamiamolo così, di Laudomia, è, oltre che nei contenuti, tutti fortemente etici e profondi, nella scrittura. Lei riesce a scrivere le cose che vuole dire perché trova il suo linguaggio, quello in grado di dire sé. Scrive ciò che sente, che vede, che la fa soffrire, che la colpisce. E’ questo che colpisce ed emoziona.

Per gli stessi motivi è a mio avviso fuorviante chiedersi se ciò che Laudomia sente, vede, ciò che rappresenta, sia o no “femminista”. Certo va studiata, appunto: va studiata per capirla. E’ questo che serve a una artista: essere accolta, capita.La poesia è ciò che prima non c’era e poi c’è. Così è per le opere di Laudomia. Siamo noi che dobbiamo essere in grado di leggere quella “cosa”, quel “mondo” che è la sua scrittura. Chi legge ha il dovere, e il piacere, di cercare il passaggio per comprendere ciò che legge, in questo caso per comprendere Laudomia.

Certo è che lei è un soggetto forte, e tali sono i suoi personaggi femminili, tutti. “Io sono la rivoluzione”, dice Rossa ne La rappresaqlia. Ed è un’intuizione formidabile di Laudomia: non solo nel senso che quel soggetto (Rossa) compie un gesto rivoluzionario, ma che il femminile stesso sia Rivoluzione (nel senso di autenticità, continua crescita, purezza, rifiuto di accomodamenti, eccetera)

Trovo ancora una vicinanza con la Ortese,  non tanto negli esiti della scrittura ma in ciò che guida la scrittura stessa: fortissima istanza etica, affidamento alle parole, ricerca di Pace. “Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E’ tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé , rientra a casa, sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando -per ragioni pratiche-, è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E’ un povero e rende la vita più povera”. Così, Annamaria Ortese, in Corpo Celeste (Adelphi, 1997, p. 104-105), risponde alla domanda se “scrivere abbia ancora una funzione”, e, alla domanda seguente, se ci sia “qualcosa di più importante della pace dello scrivere”, precisa: “Certo, la pace stessa”.

Scrivere dunque è “cercare la calma”, sottolineo: cercare. E “qualche volta” trovarla. Le volte cioè che il rapporto col sé (e col sé-mondo) riesca a dare forma, grazie al linguaggio, a quella necessità autentica di rappresentazione del proprio desiderio. “Solo per sé” allude al fatto che il desiderio di rispondere a tale necessità è quello di “cercare la calma”, di partire, nella rappresentazione, da ciò che ha ferito gli occhi, da ciò che è apparso oscuro, inquietante, e sta poi a chi scrive usare il proprio registro, la propria modalità (drammatica, ironica, comica, leggera, tagliente, eccetera).

Alla Ortese l’accosta anche il giudizio netto e respingente del mondo pseudo intellettuale e  culturale a cui entrambe non potevano/volevano sottrarsi, pena l’assoluta invisibilità, ma al quale si accostano (e Laudomia lo frequenta, prova ne sono le lettere con personaggi importanti, il suo sforzarsi di non urtarli, di essere diplomatica e il non riuscirci sempre) con fastidio, leggendo con grande chiarezza ciò che si aggraverà nel futuro: l’assoluta preminenza delle leggi di mercato e la necessità di frequentare certi posti, certe persone, eccetera.

 

Tra le tematiche maggiormente frequentate da Laudomia Bonnani: la guerra, la condizione femminile popolare e borghese, l’educazione repressiva, i bambini.

Quando Il fosso va in stampa, nel 49, Laudomia aggiunge altri due racconti, oltre questi che avevano vinto il premio Opera Prima degli amici della Domenica (Bellonci, Montale, Cecchi e gli altri), entrambi incentrati su un tema che ricorrerà spesso: la Pace, e che è attualissimo. E cioè sulla facilità della convivenza tra la gente normale, sia pure ufficialmente nemici, libera com’è dalla necessità di fare la guerra che hanno i potenti (che la vogliono e la fanno per motivi politici, economici, di controllo di territori. (Ricordo la Percoto, la raccolta di Racconti è 1858).

In Palma e le sorelle (19..) sono tutti soggetti femminili, (come anche in Città del tabacco (1977), storie terribili con al centro la sessualità repressa e sviata, non gradevoli per chi voglia un mondo a tutto tondo. O meglio: con al centro la tenerezza, il desiderio d’amore e di libertà, i sentimenti sognati e frustrati dalla condizione in cui sono tenute le donne, che trovano una più semplice identificazione (e spiegazione) nella mancata sessualità espressa.

Vietato ai minori (1974), su ragazzi così detti difficili (maschi e femmine, delinquenti, ritardati, poveri, incriminati…), in realtà vittime di vite inqualificabili. Laudomia era stata giudice onorario per anni nei tribunali per minori e per anni maestra elementare, dunque è un tema vissuto, patito in prima persona, che le ha offerto motivo di rabbia, dolore, riflessione. Il suo rapporto con i bambini, con l’infanzia negata, offesa, oltraggiata, la sua visone di ciò che è il carcere, la reclusione, la funzione stessa della esclusione mi ricorda Foucault.

Secondo Michel Foucault, uno degli strumenti di guerra strisciante è l’esclusione sistematica  di chi venga qualificato come “diverso”, tramite scuola, TV, giornali, riviste. Inoltre, l’assoggettamento da parte della cultura dominante, attraverso meccanismi sociali di controllo, basati su ripetuti dualismi (noi e gli altri, i buoni e i cattivi, i giovani e i vecchi, i belli e i brutti, i sani di mente e i folli, gli eterosessuali e gli omosessuali, gli italiani e gli stranierie – aggiungo), volutamente tende a creare dei non-soqgetti.

Il bambino di pietra (1979). Sulla sessualità femminile: la protagonista si presenta come affetta da “sindrome di angoscia”. Un tragitto memoriale che svela l’ipocrisia, i ruoli della società borghese e dell’educazione (repressiva) femminile. Fino al rifiuto della “maternità naturale”.

Le droghe (1982), modernissimo: sulla maternità “ naturale”.

La rappresaglia (edito solo nel 2006 o 2007) ancora sulla Guerra e sulle donne