Poco meno di 20 anni fa, il 9 Marzo del 1998, moriva Annamaria Ortese, scrittrice straordinaria, esempio meraviglioso di poeta, che ci insegna moltissimo (se siamo capaci di incontrare il suo sguardo). Di lei è difficile scrivere in due righe, e non mi interessa neanche: vorrei che le sue opere fossero lette e meditate, che ancora incuriosissero e non spaventassero di nuovo, che la sua vita, le sue considerazioni, spronassero anche a non perdere la rotta sul piano etico, e insomma che sempre più lettrici e lettori godessero dell’incanto delle sue opere, e “passassero” anche ai più giovani la gioia grande di leggerle, prima che divengano unicamente preziosi cimeli di amorose cultrici.

Più di una volta ho scritto di Annamaria Ortese. Anni fa, accostandola a Elsa Morante (per ragioni e con motivazioni anche queste troppo complesse per sbrigarsela ora) sostenevo che entrambe spiccano, tra scrittrici e scrittori d’Italia, per la straordinaria qualità della scrittura, per la purezza e l’autenticità delle ragioni narrative, per l’invenzione e lo scarto della loro forza poetica. E segnalavo con rammarico come alla prima, amata anche da alcuni studiosi, qualche improvvido continuasse a pensare come alla “moglie di” quel noioso scrittore (che pure possedette qualche pregio) che fu Moravia. Per quel che riguarda Annamaria Ortese, che nella mia città soggiornò e dalla quale fuggì, non amata, non mi convinceva (e non mi convince) la riduzione della sua importanza (come pure alcuni fanno), circoscrivendola ai tratti e ai sapori di Il mare non bagna Napoli e del Cardillo innamorato, che restano due capolavori assoluti.

Annamaria Ortese, è vero, ebbe un difficilissimo rapporto con Napoli (e chi non ce l’ha, difficile e appassionato?), eppure è Napoli la città che ha amato più di ogni altra (e dalla quale pretendeva di più: si aspettava di più), e a Napoli sono in qualche modo legate non solo le opere, ma la stessa capacità visionaria, quegli interrogativi che continuava a porsi su cosa fosse  “La realtà”, contestata e ricreata grazie allo sguardo che colse “la seconda realtà”, ed era ed è nella migliore tradizione meridionale quell’essere sempre in divenire, senza mai acquietarsi in un “genere” e in una “modalità” (nel suo caso narrativa), ma sempre sperimentando, approfondendo, all’interno del proprio animo e all’esterno come sguardo sul mondo, così acuto e intero da spaventare, da far serrare gli occhi.

Si pensi a quel soffio di luce che parte da El Greco, passa per la presenza ispanico-napoletana del Barocco con la scoperta dell’inesauribilità del reale, fino al Caravaggio, e agli studi sul nero nel nero: non è il “secondo sguardo”, la “seconda realtà”? non è il cercare l’altro dietro le cose, proprio dell’essenza della cultura meridionale più alta?

Sì, la sua scrittura è in continuo divenire (non le interessava la “formula”), eppure già nelle pagine del Diario di Annamaria tredicenne, troviamo quella freschezza assoluta del linguaggio, la vivezza di piccoli gesti, i felici tempi dei dialoghi, la percezione della mitezza degli animali, l’attenzione allo stato di deboli, perdenti, sconfitti, quella sorta di spirito di sacrificio, di sdegno per le cattiverie, di ribellione alle ingiustizie, l’insofferenza prima nei confronti della scuola e più avanti della chiesa, della politica, delle norme, quel sogno di libertà che si incarna nel desiderio di scappare in America, l’America dei Pellerossa, che «uccisi in massa…ubriacali col fuoco…vivono sempre nelle tende…guardano intorno come uccelli nel cassetto».

In fondo è questa la storia che Annamaria Ortese ripete, storia che si fa, negli anni, più dolorosa e più sfuggente: le illusioni della giovinezza, lo smarrimento delle relazioni sentimentali e amicali, le aspettative riposte nel mitico Avvenire, la fiducia in se stessa e nel genere umano, il dolore, il cinismo, la bellezza e la fragilità dell’amore, la condizione dei semplici, la ripetitività di meccanismi che si ritenevano legati a un Potere, a un periodo storico, a una momentanea condizione umana e che invece si rivelano propri della così detta civiltà.

Credo che la sua sfida più importante nella scrittura fu quella di coniugare la disperante dolcezza dei sentimenti, una visione amarissima dell’esistenza e della storia, con un senso fanciullesco, pulito, vergine, dell’utopia più grande. In epoche in cui molti intellettuali, artisti, scrittori, del nostro paese, a volte anche con esiti interessanti, hanno cercato di offrire, nelle prove migliori, come definitiva l’equazione arte = freddo gioco intellettuale, compiaciuta denuncia della corruzione, cinica accettazione del “principio di realtà”, l’Ortese (e aggiungo: la Morante) è riuscita a diventare “simile alle dee”, cioè a creare un mondo che prima non c’era e ora c’è : la sua poesia”. E, ancora prima,  fu comprendere e praticare come “vedere dietro le cose” necessita di nuova scrittura che dia forma a (che è la forma di) quello smarrimento che prende chi davvero vede.

Di Annamaria Ortese non mi stanco di citare la risposta a chi le chiedeva cosa fosse per lei  la scrittura: «Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla, è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene». E, alla successiva domanda, se ci fosse qualcosa di più importante della pace dello scrivere, precisava: «Certo, la pace stessa».

Dunque la necessità del dire nasce dal proprio rapporto con la vita e col mondo, che, se riusciamo a rappresentare, se vogliamo tentare di farlo, ci fa  “morire nella scrittura” (Cixus), che è ciò che conta. Ci fa “scrivere per sé”. Così, «perché leggo, perché scrivo», in scrittrici come Anna Maria Ortese, diventa e rimanda a «perché vivo». Il quesito letterario diventa quesito etico e in esso riconosce la sua origine.

Annamaria Ortese si chiede anche: letteratura è menzogna? E non solo nel senso ovvio a cui rispondiamo che sì, certo che la letteratura è finzione, ma nel senso di chiedersi se la letteratura serve, se pone domande credibili, se ne vale la pena, se ha senso, includendo nella nozione di “letteratura” il mondo letterario – «questo teatrino che è la letteratura» – e cioè i premi, le scelte editoriali, i giornalisti. Si chiede: ma scrivendo…dove va il mio desiderio di mondo pulito e buono? La mia visione di “bontà”?