Il 23 giugno 2008 moriva Fabrizia Ramondino, grande scrittrice, intellettuale  impegnata in ambito culturale, politico, sociale.

Io la conoscevo da tempo e ci siamo più volte incontrate in occasioni “politiche” o nella sua casa  ai Tribunali. Qualche anno prima l’avevo intervistata per La Repubblica di Napoli, non so però in quale anno. Ho ritrovato il file quasi per caso (nel senso che ritenevo di averlo perduto per sempre, come altri, quando mi rubarono il pc a Arezzo). Qui ve lo ripropongo per ricordarla alla memoria sbadata di oggi, e anche per raccontare ai più giovani uno spaccato di quell’epoca lontana, che qui viene tratteggiato da chi la conosceva davvero.

******************

Qualcuno  si riferisce a Napoli come città “femminile”.  Forse perché è continuamente sconfitta e  continuamente produce ricchezza. O perché è morbida, tollerante, e anche­ dura, tagliente. “Femminile” perché ha storia, ed è avanti e appare dietro, è “già” e appare (agli sprovveduti) “ancora”. Perché urla ed è anche città di silenzi, loquace e muta. Perché è violata, scavata da  padroni egoisti, tracotanti, possessivi, eppure essa stessa li ha segnati nel profondo. Ora qualcosa è  cambiato e continua a cambiare, ed è inutile  chiedersi come potrebbe essere se…, ed è sbagliato augurarsi che diventi come…

Io penso che è femminile nel senso che conserva immaginazione e  stupore. Nel senso che è bella. E che ha nutrito donne  importanti, che, al di fuori di “sorellanze”, sono state e sono protagoniste. Queste donne hanno dovuto necessariamente, devono necessariamente, essere delle “ribelli”.

Di tante ribelli non c’è storia e non c’è visibilità, ma di alcune sì. Per esempio di Fabrizia Ramondino.

Io l’ho conosciuta tanti anni fa. Aveva una lunga treccia nera e  occhi acuti. Ti dava l’impressione, quando parlavi con  lei, che fosse attenta a te e nello stesso  tempo  altrove. Non è cambiata. Solo la lunga treccia non c’è più.

Giorni fa, nella sua casa di Itri, dopo una deliziosa frittatina con erbette, pane casareccio e una ottima falanghina, le feci una specie di intervista, o potrei anche dire: chiacchierammo tra noi.

Anna: Fabrizia, tu sei vissuta a Napoli, non sempre, ma in momenti importanti e lo hai fatto in modo importante. Raccontami le persone,  gli scenari. Vorrei vedere con i tuoi occhi.  Vorrei sapere il tuo sapere.

Fabrizia.  La mia prima relazione adulta con Napoli e con i  dintorni, dove adolescente sono vissuta dopo la morte di mio padre, è stato  uno shock: venivo dalla provincia francese,  dove  le relazioni tra ragazze e ragazzi erano molto più cameratesche e libere di quanto non lo fossero a Somma Vesuviana e a  Napoli. In Francia, si facevano gite insieme, le ragazze cominciavano ad esercitare professioni artistiche o progettavano in  futuro  attività scientifiche. A Napoli era diverso, così mi sono chiusa molto e  venivo  vissuta dai  compagni di scuola come un’estranea. Non a caso dopo  la licenza liceale, andai in Germania a studiare e lavorare.

A. Ma poi sei tornata.

F. Sì, e ne sono ripartita, alternando soggiorni a Roma e a Milano. A Napoli comunque, durante l’infanzia e anche più tardi, approdavo sempre dopo qualche naufragio. Era la città della mia famiglia  materna, dominata dalle  donne (gli uomini o erano morti  o  contavano poco), e io la sentivo appunto materna, accoglient

A. Sì, Napoli, al di là dei luoghi comuni, è citta materna e accogliente. Lo penso anche io.

F. Invece deliberatamente scelsi Napoli nel ’68: attraversavo una crisi profonda che superai grazie  alla  scoperta che  i miei mali erano risibili a confronto di quelli di  altre persone  della città. La scelta di Napoli è coincisa  con la scelta di avviare un’attività, un “lavoro di base”.  Prima da sola, poi con altri, abbiamo iniziato a lavorare con i bambini dei  quartieri, così prima aprimmo un asilo a Palazzo Marigliano nel Quartiere S. Lorenzo, e poi una specie di scuola  serale per  gli analfabeti e per i lavoratori, per fargli conseguire la licenza  media.

A. Una sorta di anticipazione delle 150 ore, conquistate più in avanti dai  lavoratori con le lotte del ’69.

F. Sì. Nel 62-63 iniziai anche a lavorare  all’AIED, diversa da quella che poi è diventata,  perché svolgeva  un’attività illegale, essendo allora  proibito  far propaganda  all’anticoncezionale.

A. Con un piccolo gruppo pochi anni dopo realizzammo anche noi, alla baracche alla Marina, un doposcuola e corsi aperti anche agli adulti, e davamo informazioni per la prevenzione delle nascite indesiderate.

F. Mi ricordo, una volta venni a vedervi. Tornando all’AIED, questa era stata fondata a Napoli  da alcune persone illuminate, a cominciare da Vittoria Olivetti, nuora di Adriano Olivetti. In quegli anni ho iniziato a comprendere la condizione della donna. Ricordo che all’inizio venivano prostitute o donne sposate che non potevano dire al marito che usavano il diaframma, pena l’essere considerate puttane. Oppure ragazze giovani, spesso compagne di intellettuali che collaboravano a queste cose, e per le quali, nonostante le idee diverse  da quelle delle loro famiglie di origine, era uno shock usare  il diaframma. Certamente, una delle cause che hanno permesso  in questa seconda metà del secolo, alle donne, di acquistare  posizioni,  non ancora del tutto ma più paritarie rispetto  agli uomini, è dovuta proprio al relativo controllo della maternità.

A. Dunque “facevi politica”, come dicevamo allora, nel senso di praticare un comportamento, esercitare una

F. Avevo militato nel PSI fino a quando, nel ’63, co­minciò a trattare per andare al governo, allora ho rotto, ma devo dire che, per quanto riguarda l’AIED, il PSI di fine  anni ‘50 era più aperto del PCI che ci accusava di malthusianesimo.

A. Io ti conobbi all’ARN, ma ti avevo già vista in quella villa dove abitavi nei pressi di Positano.

F. Sì, Associazione risveglio Napoli, un nome un po’ mazziniano, scelto da una collaboratrice un po’ meno anarchica di  altri. Molti soci, persone illuminate, fornivano danaro, e inoltre avevamo piccoli aiuti internazionali, e qualcosa dal Ministero degli Interni. Era tutto lavoro volontario.

A. Chi erano questi “illuminati”, come li hai chiamati prima?

F. Quelli che facevano capo al Formez, nato da poco, Annamaria Galdo, la Villone, Iacono, altri che venivano dalla psicologia o psicanalisi, persone del Centro di specializzazione di  Politica fondato da Rossi Doria, anarchici (c’era un importante  movimento anarchico a Napoli), e poi gli  stessi  studenti  della scuola serale che ci davano una mano o ci regalavano  qualcosa, per esempio le bombole del gas.

A. Partecipasti anche a un digiuno di protesta non violenta organizzato dal gruppo di Tonino Drago? Io ero presente ma, non ancora maggiorenne, non potetti partecipare attivamente perché, sostenne Tonino, della disobbedienza alla legge avrebbero risposto i genitori.

F. No, non c’ero. Ma se ne parlò molto di quell’evento. All’ARN  venne a trovarci Tristano Codignola, leader  del  PSI che  aveva l’incarico di preparare il programma politico per la scuola media unificata da far approvare in un eventuale centro sinistra. Discutemmo con lui su come ovviare all’evasione scolastica, e lui propose come correttivo della legge allora  in vigore, un sussidio alla famiglia, una specie di salario per ovviare al “bambino lavoratore”.

A. In quegli anni, in quelli immediatamente successivi,  verso il ’65-6, c’erano vari gruppi che facevano lavori simili.

F. Erano chiamati i cattolici del dissenso e facevano capo  a Padre Borrelli della Casa dello Scugnizzo.

A. Io, pur non sentendomi “cattolica”, ma sì del “dissenso”, ero tra questi, e nel ’69 occupammo le case.

F. Sì, c’erano poi i Comitati pacifisti che si ispiravano a B. Russell,  operavano contro la guerra del Vietnam e  contro  la proliferazione nucleare. Lì ci siamo incontrate più volte

A. Gli scioperi della fame, ricordo, le dimostrazioni non violente. E i contatti col movimento non violento di Aldo Capitini, con D. Dolci che  lavorava  a Partinico,  nella  Sicilia occidentale, con vari gruppi “spontanei” che in quegli anni proliferavano…“

F. Noi avevamo contatti anche con iniziative nazionali di educazione progressista, citate dai libri di pedagogia ma mai imitate, del tipo l’asilo italo-svizzero di Ruini(?), Scuola e città di Pestalozzi a Firenze, e, in misura minore, con Vinai, pastore valdese,  e Danilo Dolci che a me appariva troppo accentratore.

A. In  questo periodo Napoli cosa era per te? la  sofferenza diffusa?

F. Per me e per tutti i giovani che sono venuti, tantis­simi, tutti volontari, era la scoperta di una Napoli altra rispetto alla Napoli borghese da cui la maggior parte di  questi giovani  proveniva ed era l’occasione per la scoperta di un impegno  civico  e politico e sociale da noi considerato come fondamentale e  che è  rimasto costante in molte di queste persone, sebbene  abbia preso direzioni diverse in ciascuna di esse.

A. Qual era, secondo te, la sostanza di Napoli, qualcosa che a lei appartene­va e che faceva innamorare?

F. Esistono tante Napoli, diverse per classi sociali, per  livelli culturali. Noi abbiamo scoperto la Napoli  dei  poveri, della gente dei vicoli, delle periferie degradate, e il nostro atteggiamento non era quello di portare il verbo come lo era per i cattolici del dissenso ma era quello di insegnare, di  fare qualcosa per queste persone, e soprattutto era la disposizione a  imparare da loro.

A. Fu lo stesso anche per me. Già non mi sentivo più cattolica e cercavo compagni di strada. Riguardo all’attività educativa o in campo sociale, penso che sia impossibile portarla avanti se non si è disposti a imparare. 

F. Noi abbiamo imparato moltissimo. Per esempio per un certo periodo portammo nell’UDI la battaglia per il divorzio e  le donne a capo del PCI e dell’UDI dicevano che i tempi non erano maturi e noi lo contestavamo in base all’esperienza che facevamo nei vicoli dove il divorzio nei fatti esisteva, come esisteva il dramma degli aborti e dunque il problema degli anticoncezionali. La  prevenzione era l’unica via per evitare  il trauma dell’aborto.

A. Le proletarie, le popolane, erano più avanti. Anche la mia esperienza è simile. Alle baracche, per esempio, le donne abortivano ma in condizioni tremende, e anche noi facevamo un lavoro di prevenzione e informazione sugli anticoncezionali.

F.  Anche le borghesi abortivano molto prima della  legge,  ma pagando salato.

A. E magari da medici ufficialmente antiabortisti, o  andando  a Londra.

F. Verso il 67, anche a Napoli nasceva il movimento  studentesco e operaio di critica politica al sistema, e molti dei  nostri giovani cominciarono all’Università a partecipare a questo movimento e volevano andare oltre la nostra attività di  informazione o di inchiesta. Così ci fu una  rottura  nell’Associazione  e io presi la loro parte. Ricordo per  esempio che  si era fatta una inchiesta sulle condizioni  abitative e sul lavoro nero e noi volevamo passare alla propaganda politica  su questi temi, mentre l’altra parte voleva limitarsi  all’inchiesta e basta.

A. Sì, anche il nostro gruppo delle baracche si divise in più strade, dopo il ’69. Sono stati anni di grande trasformazione, che ha visto  in crisi già allora anche i partiti della sinistra e, già da poco prima, la nascita di gruppi extraparlamentari.

F. Se pensi che nei primi anni ’60 il PSI era un  Partito di  massa, con sezioni e attività di sostegno alle lotte popolari, ma, quando Porzio diventò vicesindaco di Napoli,  ci disse che non dovevamo più fare queste lotte. Successivamente, dal 68 al 77, per 10 anni, mentre le sezioni del PSI venivano smobilitate, erano attive le sezioni del PCI, ora scomparse, e soprattutto  sorgevano  come funghi, in tutti i  quartieri,  i Comitati  della nuova sinistra, un enorme movimento  di  lotte sociali. In quegli anni le principali sono state alcune  lotte operaie, non specifiche napoletane.

A. Qui c’erano le lotte dei disoccupati organizzati e le lotte nella scuola. E anche queste erano diverse tra Nord e Sud.

F. Certo, in Emilia Romagna o a Milano si lottava per la qualità dello studio, a Napoli si lottava anche per la qualità ma  soprattutto contro le  carenze di struttura, la mancanza di  aule,  l’assenteismo degli insegnanti, il baronaggio all’Università.

A. A Napoli, dopo gli anni chiamati “il ‘68”, si lavorò molto nella scuola, ancora fino a pochi anni fa. Ora invece è un momento difficile. Tranne eccezioni, non c’è più, e non solo a Napoli,  quel rapportarsi tra intellettuali e studenti, tra giovani e operai. Perché secondo te? 

F. Non sono una sociologa, ma direi che tutte queste iniziati­ve  erano  legate a dei progetti più generali  di  palingenesi sociale. Cadute queste speranze, sono cadute anche le  iniziative.

A. Vuoi dire che la scoperta delle complessità dei  rapporti politici,  sociali, che si sono  conosciute durante quegli anni, hanno fatto cadere le utopie?

F. Sì, in un certo senso. E poi c’è stata la progressiva chiusura dei gruppi. Alcuni hanno abbandonato la nuova sinistra e sono rientrati in  un modo o in un altro nel “sistema”, oppure in binari internazionalisti. Penso anche che l’ala armata ha avuto la responsabilità nello scoraggiare i movimenti di base. Inoltre, la corruzione che sta uscendo ora e di cui molti di noi erano consapevoli, ha comportato opportunismo o disperazione in tutti  gli  strati della società. A Piazza S. Gaetano, negli anni ‘60 si riunivano gli  operai a offrire il loro lavoro, dopo il  colera  divenne raduno  dei disoccupati, dopo il terremoto punto di raduno  di drogati  e spacciatori e forse dei camorristi.

A. E c’è il modello  mondiale della società dei consumi e  dell’immagine,  il cinismo che serve per la conquista di beni materiali, il trionfo  dell’immagine a scapito della sostanza. Non scuole, non case, non fabbriche,  ma autostrade inutili, automobili,  televisori.

F. I bisogni primari sono stati celati dall’apparenza dei  secondari. Le ragazzine e i ragazzini dei vicoli portano vestiti alla moda  ma non vanno a scuola. E ancora, la  borghesia, con l’ostentazione della ricchezza, manifesta uno stato culturale decisamente basso.

A. La corruzione ora è generalizzata. La  borghesia che prima aveva anche saputo  fare la scelta di  essere più o meno illuminata adesso è costituita dai nuovi ricchi.

F. Un  mio amico parla di postcinismo. Il cinismo  ancora  ha consapevolezza del valore contrario.

A. E anche a livello popolare c’è stata questa corruzione?

F. il popolo prende dai suoi re, non è contrastato  ma anzi volutamente agevolato.

A. Quei valori dei quali a volte si abusava, parlando di Napoli, per esempio quello della solidarietà, secondo me esistono ancora, no?

F. Certo, in gran parte. Altrimenti queste persone non potrebbero  sopravvivere. Da anni c’è questa Associazione  quartieri spagnoli che opera come si operava negli anni 60, con la  differenza  che questi sono dei santi, nell’accezione cattolica. Negli anni 60 erano cose che facevamo in tanti.

A. Ma  pensi che questi “santi” conservino intera quell’utopia  e  perciò lottino ancora per una palingenesi, oppure la loro è una lotta disperata?

F. Non è lotta disperata. Loro hanno nel loro lavoro e  in se  stessi la forza e la speranza per continuare.  Questo  può valere  anche per il lavoro letterario. Se tu vedi come  è diventato  il mondo, ti puoi chiedere perché scrivere libri.

A. E tu cosa ti rispondi? Perché scrivi?

F. Perché spero sempre nei cinque lettori ai quali  i  libri dicano qualcosa.

A. E’ un lavoro di testimonianza, di resistenza.

F. Certo, di testimonianza. Una cosa molto bella che ha scritto  Calvino è che esistono delle persone incapaci di  rubare e non perché siano particolarmente meritevoli  o buoni ma perché non riescono a essere diversi. Edè  una forma di Resistenza: esistono gli asociali, figure isolate, tanto nel senso delinquenziale, tanto nel senso di essere  profondamente umani.

A. Sì, le scelte importanti sono state fatte una volta, poi si articolano diversamente, ma il gioco è fatto.

F. Come L’Idiota di D.

A. La cosa dolorosa è che si scopre  continuamente la cattiveria. Esiste ancora senso etico secondo te?

F. Dal punto di vista razionale io penso che l’Umanità fino  a che esiste, nei secoli dei secoli, dovrà convivere con la bomba  atomica, perché una volta che la si è inventata, fa  parte della memoria storica dell’Umanità. Allo stesso modo e al contrario  dovrà convivere sempre con delle possibilità che  si sono intraviste, possibilità sociali, civili e culturali,  diverse e migliori da quelle che dominano intorno a noi.

A. E’ come avviene anche a livello individuale: le esperienze,  le conoscenze, si imprimono nella memoria e  ne  fanno parte.  Se scopri le parti oscure di te stessa o se hai  delle illuminazioni, questo diventa parte della tua storia, si sedimenta. Così anche nella Storia dei popoli.

F. Ci vuole una grossa vigilanza. La bomba atomica può tornare sempre. Ho letto in qualche parte che prima c’era l’esame  di  coscienza, ora c’è la bomba che ci impone un esame  dell’oggetto stesso.  Vigilanza rispetto a tutti i potenziali  distruttivi, anche se non ci saranno più le atomiche.

A. Questa vigilanza si è attutita, l’attenzione è stata spostata sull’immagine, come tu stessa hai scritto, si persegue l’immagine invece  di  fare le cose e poi cercare di  renderle  visibili.Accade anche per il lavoro intellettuale.

F. E’ così.

A. Da quello che dici, dalla tua biografia e dalle cose che scrivi emerge una donna appassionata, nel senso che nutre passioni.  Io credo che le persone come te vivano dei momenti  in cui “fermano il mondo”, cioè sanno-intuiscono-sentono tutto e questo dà loro gioia e malinconia, solitudine e una specie di vertigine. Scrivere, per me, è cercare il  modo  di ritagliare  un pezzo, un tassello della visione… E’ così per te? Nel momento in cui queste passioni diventano scrittura, cosa avviene? Tra le passioni che si vogliono raccontare e la scrittura cosa è prioritario?

F. Anche la scrittura è una passione. L’origine delle passioni è nell’infanzia e nell’adolescenza. In quel tempo si sviluppano  passioni  che dureranno tutta la vita. La mia  è stata la lettura. Ammiravo i libri, e li leggevo. In loro vedevo una  rappresentazione  della realtà più profonda, ricca e autentica, di quanto non mi  fosse presentata dalla famiglia e dalla scuola o dal mondo intorno e anche perché mi pareva che penetrasse di più nella realtà di quanto io non riuscissi a fare con i miei mezzi.

A. Stai dicendo: la letteratura come formalizzazione più profonda e autentica della realtà, più vera del cosìdetto vero.

F. Certo, la letteratura, la saggistica, la filosofia. Il mondo dei libri. Naturalmente non basta ammirare qualcosa, poi  devi fare uno sforzo per avere gli strumenti. Non basta la passione, ci vuole l’artigianato.

A. E non basta l’artigianato senza la passione. Ma perché hai scartato subito di pubblicare a Napoli?

F. Perché ho  avuto l’occasione di  pubblicare  con  Einaudi, editore di grande qualità e con una distribuzione nazionale. Il problema è indagare perché qui non esistano editori da grande città.

A. Già, negli anni 60 non c’erano editori importanti. Ma c’erano spazi di incontri, librerie che proponevano dibattiti, e  ora non più, a parte, per fortuna, l’Istituto di  Studi  Filosofici.

F. Ci sono cause generali di sottosviluppo che riguardano il Sud e ci sono delle circostanze particolari. Non si spiega  perché zone che hanno avuto dei problemi di sottosviluppo come Bari  e Palermo, abbiano ora realtà importanti come Laterza e Sellerio, e perché a Napoli, dove c’era Ricciardi, dopo non sia sorto  nulla altro.

A. La borghesia, i ricchi non investono in cultura.

F. A Napoli  c’è la  Galleria  d’arte moderna più importante del mondo, quella di Lucio Amelio. Senza di lui non si sarebbe avuta questa galleria. Sono cose imponderabili. L’impegno, l’abilità, la cultura di un singolo o di un progetto.

A. A Bologna, a Torino, ci sono varie iniziative. Magari non queste punte come Amelio, ma è diffusa l’abitudine al lavoro di diffusione della cultura.

F. Quando si parla di sottosviluppo, che è l’altra faccia dello sviluppo, non si allude solo a condizioni economiche industriale  e produttive, ma anche a aspetti culturali.

A. L’altra parte dello sviluppo, certo.

F. E’  la  vecchia  questione meridionale, quella  colta, raccontata non  solo   da Gramsci  ma anche da chi l’ha preceduto. La  parte  produttiva era al Nord e il Sud viveva di assistenzialismo,  gestito  da camorra  e mafia. Dopo il terremoto sono  stati  ricostruiti paesi senza pensare alle possibilità di un eventuale sviluppo. Esempio: a Bisacce, pioggia di soldi.  Alla fine  non ci sono industrie, niente, nulla si è pensato per  lo sviluppo economico di queste zone, dunque soldi perduti..

A. Mi appari troppo drastica rispetto al passato del rapporto Nord-Sud. Comunque Napoli, dove convivono tante anime a seconda degli ambienti e delle classi, Napoli, nella sua sostanza, ha vissuto con il terremoto una spaccatura nell’anima che amiamo, o no?

F. Col terremoto si sono ingigantiti dei fenomeni che ci  sono sempre  stati: la camorra, l’assistenzialismo, lo spreco, il  gap tra poveri e ricchi, la nozione di consumo, il cattivo gusto. Agli inizi degli anni 60 criticavamo il Rione Traiano per come era stato costruito, e ora mi sembra un Paradiso rispetto a tante altre zone. 

A. C’è stata una caduta culturale e un ulteriore decadimento della politica e della mentalità.

F. Questo è accaduto dovunque. A Milano, i milanesi di  vecchia data,  ti dicono di come sia cambiata la loro città:  da  città operaia  e  industriale  in città dell’immagine, della  moda, eccetera.  Ho vissuto a Milano negli anni 50-60, non di continuo, ma quella  città non ha niente a che fare con quella di ora.

A. E ora di nuovo sei andata via da Napoli. Ti sei trasferita qui per un tuo percorso personale o perché quella  Napoli non esiste più?

F. Per ragioni personali. Nella mia vita dominano la scrittura e quel tipo di testimonianza. Una volta che le iniziative sociali non sono più quelle che eventualmente avrei  fatto, mi sono ritirata. Inoltre mia figlia è all’estero, io sono vissuta  spesso in  campagna, mi piace. Amo la città, ma mi sembra che a Napoli  non  puoi  più camminare,  sono disgustata dalla società mondano-culturale, ma questo non riguarda solo Napoli,  così ho preferito venire in questopiccolo paese, dove ho rapporti umani che non posso avere in una  grande città, posso passeggiare. Non avrei mai scelto  un posto della campagna toscana, perché sono molto legata al paesaggio mediterraneo, e  Itri  mi  ricorda   il paesaggio della mia adolescenza.

A. Con quale Napoli hai ora contatto?

F. Con persone con cui, negli anni 60-70, ho fatto queste iniziative di cui abbiamo parlato, e con molti giovani con cui ho fatto cose culturali, tipo Martone, sono amica dei Teatri Uniti, sono amica di Muller che ora vive qui. E infine con un ristretto gruppo della Associazione quartieri spagnoli.

A. Questo tragitto che hai fatto lo vedi  segnato dall’ essere donna?

F. Certo.  Mi sono sempre ribellata alla  diseguaglianza  tra uomo e donna, come a quelle delle razze. Ho sempre lottato per affermarmi nella vita con diritti pari all’uomo: nelle attività sociali, nella vita privata. Mi sono sposata civilmente con  un  rapporto molto paritario, ho avuto una  figlia  da  un altro che ho cresciuta in gran parte da sola perché il padre non era  in grado di aiutarmi molto. Intendo dal punto di vista  economico, non psicologico, perché c’è sempre stato un fortissimo legame. Penso   che  la  condizione  fondamentale sia quella di avere tutte le opportunità che hanno gli uomini, tanto in senso  positivo  che negativo.  Ad es. io sono contro la guerra, se fossi un uomo farei l’obiettore di coscienza, ma se c’è un esercito è giusto che ne facciamo parte anche loro. Penso che nella legislazione   ci vogliono dei correttivi per rendere possibile questa partecipazione. Per es.:  in Cina era proibito chiedere il divorzio nel  periodo della  gravidanza o dell’allattamento perché sono momenti in  cui la donna è debole.

A. Comunque penso che la caratteristica portante del tuo fare e del tuo scrivere sia stato e sia il tuo essere ribelle.

F. Ribelle al ruolo di donna come era concepito dalla  società negli anni 50.