Si fa un gran parlare della MEMORIA. Il pensiero femminista in Italia è cresciuto su questo tema per lo meno dagli anni ’70 del secolo scorso e io stessa ho scritto e ripetuto quanto fosse fondamentale per tutte noi riappropriarci della memoria della nostra Storia e della nostra produzione culturale, del passato e di ciò che quegli anni producevano. Che non si perdesse nulla del nostro lavoro, delle visioni, delle ribellioni, e nemmeno delle nostre debolezze, affrontate e non sempre superate, ma inquadrate, riconosciute, accettate.

Ho dunque insistito più volte sulla necessità di creare Memoria per il futuro, per le nostre figlie e per i nostri figli, perché il rischio della cancellazione delle esperienze e dell’esistenza delle donne, non è cosa appartenente solo ai secoli passati.

Anche la sinistra (una cosa che c’era tanti anni fa, care ragazze e ragazzi) ricercava e rivendicava la Memoria della Storia: la memoria di cosa fosse stata e, con aggiustamenti, fosse ancora la lotta al Fascismo, il senso delle vittorie popolari, le azioni del Sindacato,  movimenti, eccetera eccetera. Ma.

Ma se la memoria non diventa cultura, assorbita, assimilata, dalla mente, dal cuore e dal corpo stesso, nell’agire, nei comportamenti, se non si fa NOI, e continua, nel migliore dei casi, a sistemarsi in un bel cassettino, con apposta fuori l’etichetta stampata col titolo dell’evento, per essere tirata fuori in specifiche occasioni, se non diventa realtà (sia pure dalle mille sfaccettature) che, nell’essere letta, ci legge, se non diventa sangue del corpo che siamo, se non è riconosciuta come  la NOSTRA SAPIENZA, a me non interessa.