Foto di classe.

 

Sono una trentina. Una trentina di teste con alle spalle un muro di foglie rampicanti. Di lato c’è quella grande palma un po’ avvizzita.

Al centro siedono i quattro professori, volti austeri, sdegnosi; attorno le facce della prima fila, un po’ melense, si curvano in tondo come a proteggerli dai lazzi dei compagni. I maschi di questo steccato protettivo hanno capelli rigorosamente corti, quegli altri,  facce sorri­denti, qualcuno occhi strizzati per il sole, hanno teste arruffate e ricciolute. Uno porta capelli lunghi e baffi.

Sono scesi rumorosi per le scale.  Ormai manca poco alla fine dell’anno e questo è già giorno di vacanza.

Le ragazze si sono pettinate: capelli lisci sulle spalle, code di cavallo, zazzerette sfil­zate, ricciolini crespi, tutte sono a posto, grazie a fermagli, cerchietti, nastri e fioc­chi. Qualcuna ha messo anche il rossetto.

In prima fila c’è, unica ragazza, questa con la testa bionda cotonata. Sta lì, di lato, perché è troppo grande quell’elmetto duro e alto, ma lei è piccolina, indietro non si sarebbe vista e allora è in prima fila, ma non fa parte della corona ai professori. Fa parte a sé: è bella, con i tacchi alti e col vitino stretto. Il grembiule all’ultimo momento l’ha slacciato, così si vede anche il vestito a quadrettini bianchi e rosa. Le altre sono tutte col grembiu­le. I ragazzi portano la giacca e qualcuno la camicia col gilè.

C’è nella prima fila un tipo bruno, con un accenno appena di peluria, occhiali e spalle strette sotto la giacca scura. E’ il capoclasse, prediletto dai docenti e detestato dai compagni. Di contro a questo tipo ora descritto c’è una ragazza, carina da morire, capelli lisci occhi grandi e un po’ sfot­ten­ti, ultima fila, terza a destra di chi guarda.

Già dalle elementari lui riusciva, voltandosi di scatto, a cogliere chi si sporgeva a gettare le palline, a passare messaggi o a fargli le boccacce. Anche rimanendo quasi fermo, la faccia rivolta alla lavagna, con la coda degli occhi lui riusciva a controllare tutto.

Era tremendo. Divideva la lavagna a metà con la riga verti­cale al centro e segnava una B sulla sua parte destra e una C sulla sinistra. Peggio della maestra, pensava la bambina.

Lei, la nostra ragazzina di qualche anno prima, già lo odiava.

Lui, il nostro maestrino, già da allora non la beccava mai.

Lei, sfida negli occhi, si toccava le treccine e lui sapeva che quello era un insulto, una minaccia ma a coglierla sul fatto non ci riusciva mai.

Ragazzina, lo ritrovò alle scuole medie a fare il capoclasse, a rompere l’anima cioè a chi un po’ chiacchiera­va un po’ rideva.

Ora sono al liceo: tra qualche giorno non si vedranno più. Gli anni passeranno. La ragazza ne vedrà e ne farà di cotte e anche di crude e continuerà a pensare a quest’assurdità di dividere il mondo in due categorie: Buoni e Cattivi.

Se il mondo fosse solo un po’ migliore, spiegherà, la gente rimarrebbe come è e intendo dire buona. Ma chi sarà capace di migliorare il mondo? di trasformarlo, come poi si disse?

Certo, aggrotterà la fronte, saranno i buoni a farlo come loro questo mondo. A farlo come loro chi? Questo è il punto.

E gli anni passeranno e, a un certo punto, la nostra ragaz­zina, ormai una donna, deciderà che sì, il mondo in fondo si divide in due. Perché poi, col tempo, “cattivi”, scoprirà, lo sono tanti. Con varie scuse e con ragioni varie, tutti i potenti e i loro parassiti i loro servi formeranno una marea di gente che cresce cresce e pare che non debba mai arrestar­si. Cresce e si infiltra da per tutto, cresce e dilaga per la strada, sulle spiagge, alla tivù.

Cresce tanto che lei si chiederà se non è in fondo questa la famosa umanità, se tutta la questione non si risolva in fondo col capire che a lei non piace la famosa umanità. La quale, bestia, con la ragione delle sue ragioni proprio ragio­nando -questo è il punto- proprio ragionando ha creato un gioco tanto squallido e meschino che in ogni caso perdi se non hai quello stramaledetto segnalino blu.

Perché poi, rifletterà la donna, possibile che “buoni” siano sempre i perdenti? gli sfigati? i derelitti? Possibile che questi appena ottengono un’unghia di potere lo trasformino sempre in ogni caso nel marcio segno del Potere? Possibile che “buoni” siano sempre i perdenti? O sono – potenza di una parola anche piccina- solo perdenti?

E poi: rispetto a cosa? Aggrotterà la fronte: definiamo la categoria.