Tesi di Laurea

Sul teatro napoletano del ‘700 tanti avevano scritto, tutti pressoché ignorando la figura di Demetrio Zuc­carelli. Uomo di meticolosa cultura, scarsa fantasia e molteplici interessi, lo Zuccarelli aveva servito per qualche tempo, in qualità di aiuto Bibliotecario, alla corte dei Borboni, si era unito poi ai rivoltosi del ’99 e come tanti di loro era salito sul patibolo.

Più o meno queste poche notizie erano ripetute dagli studiosi, qualcuno azzardandosi a ricordare che egli era anche autore di tre commedie ma di poco conto.

Ed ecco che, a firma dell’Esimio Prof. Adalberto Misonmì, Ordinario della Cattedra di Tuttologia della piccola e pre­stigiosa Università di Vientelapesco, perla della nuova Cultura Padana, “straordi­naria citta­dina culla di autentico sapere” (cfr. Adalberto Misonmì, Nuovo miracolo di nordica cultura popolare, ed. Padane, 1998), era stato dato alle stampe un breve ma fondamentale Saggio, in cui l’Autore, annunciando delle tre commedie la prima riedizione, cor­redata da nutrito apparato critico a cura del giovane (ultraquarantenne) Dott. Ulderico Ghenonson­damen, dimostrava come, sotto la sua gui­da, l’allievo prediletto fosse or­mai diventato il massimo esperto delle opere tea­trali del nostro, tanto da rendere necessaria la creazione di una “Cattedra di Critica e Storia delle opere teatrali di Deme­trio Zucca­relli”, solle­vando da ulterio­ri ricer­che i col­leghi della parte inferiore (“in tutti i sensi” si lasciava scappare l’Esimio) dello stivale.

Nodo centrale del Saggio, tra le tante dotte notazioni (seb­bene di secon­da mano ma tant’è, un tuttologo sa per definizione di tutto ma poco), c’era la rivendicazione che lo Zuccarelli, già in data anteriore al 1785, anno dell’edizione della prima commedia, avesse intrecciato con Vientela­pesco, rela­zio­ni di così grande peso da dare una svolta alla sua vita e al suo lavoro, tanto che, da uomo di lettere e “giammai eroe giacobino”, sottolineava il Misonmì, spostandosi verso gli ampi e operosi spazi dello stivale e sfuggendo alle strettoie e alle angustie “sudice”, scriveva sempre l’Esimio, grazie agli effluvi della nuova Patria, da intellettuale divenne poeta.

Prova ne era, adduceva trionfante, la pubblicazione delle tre commedie, nel 1785, 1788 e 1802, tutte nella sua adorata cittadel­la, Vientelapesco, che in questo modo aveva onorato l’esule, rinato a nuova vita.  Perché infatti, argomentava sempre l’Esimio, non alle “sozze idee rivoluzionarie” aveva dato la vita lo Zuccarelli nel ’99, come qualcuno aveva ipotizzato, ma risorto era sulle rive del Po, anzi rinato e ivi vissuto fino alla morte, e forse, aggiungeva malizioso, era lecito ritenere che da quelle rive provenisse la famiglia Zuccarella in tempi remoti. Ma questo, annotava a pie’ di pagina, sarebbe stato compito del futuro Comitato di Studi del Popolo (sic!) appurare.

La Laureanda all’ini­zio lesse piuttosto supinamente il saggetto in questione. Ma procedendo nella lettura andava di pari passo raddrizzandosi, finché balzò fuori dalla vasca ricolma di candida spuma e, senza neanche asciugarsi o per lo meno avvolgersi in qualche telo, corse in camera dove, accatastati, c’erano decine e decine di libri comprati sulle banca­relle del mercato antiquario o, ed erano la maggior par­te, sottratti con abilità e discrezione dalla Biblioteca. (A questo proposito diremo a sua difesa come, fermo rimanen­do il dolo, la Laureanda si fosse limitata ad emulare il suo Maestro, nella di cui libreria aveva potuto ammirare ope­re pre­stigio­se e oramai introvabili ancora con i segni dell’e­tichetta del­la Biblioteca in bella mostra sul dorso.)

Ma non verso le erte pile pericolanti di libri si diresse la Laurean­da, bensì al piccolo scrittoio che fungeva per tutte le opera­zioni per le quali abbisognasse un piano di appoggio: pran­za­re, studiare, leggere, scrivere, metter giù la testa per dormire, e via dicendo. Tale ristrettezza di spazi, va spiegato, era dovuto al fatto che la fanciulla, proveniente da un ridente paesino dell’entroterra e venuta a Napoli per frequentare l’antico Ateneo, si trovava a pigione presso un losco personaggio, del quale lei mai aveva potuto incontrare gli occhi protetti da cespugliose sopracciglia, che offriva posti letti a indigenti studenti e studentesse fuori sede in cambio di cifre astronomiche. E va precisato che la fanciulla, per poter godere almeno di un tavolino “tutto per sé”, era riuscita furbescamente a far fuori l’antica com­pa­gna di studi e di stanza (fuori, precisiamo, dalla stanza), nel senso che era riu­scita a farla fi­dan­zare con il mediocre inquilino della stanza a fianco e così rimanere unica padrona del campo. Che si riduceva a una camera con angolo cottura, cioè un vecchio for­nello pog­giato sul comò, un lettuccio, un armadio traballante e un piccolo lavandino, adibito anch’esso a svariati usi e cioè: lavare l’insalata, la forchetta e il coltello, eseguire le abluzioni mattutine e cose del genere. Il cesso era fuori, in comune con gli altri affittuari.

La ragione del salto e della corsa tutta ignuda e schiumeggiante della Laureanda che, così facendo aveva sconsideratamente messo in pericolo la sua (non voluta) castità degli ultimi mesi (in quanto avrebbe potuto imbattersi nel losco padrone di casa che, in attesa di simili occasioni, si aggirava tra corridoio e cucina, specie all’imbru­nire, e invece, del fatto che la sorprendesse il neo-fidanzato della ex compagna di stanza, non aveva preoccupazione, essendo a conoscenza delle sue scarse prestazioni diretta­men­te dalla voce lamentosa della giovinetta, che lei, sempre pensando alla stanza, si affrettava a consolare, affermando che gli intel­lettuali, fatto noto anche alla madre, alla cugina, e a quante insomma su tale argomento avesse interpellato, gli intel­lettuali, come altresì i poeti, gli artisti, checché ne dicessero essi stessi, da quel punto di vista notoriamente sono un po’ carenti, ma per il resto. In quanto alla remota possibilità di incontrare Giuseppe l’altro inquilino, ah! incontrarlo, in­contrarlo. Magari! In tal felice combinazione la Laureanda avrebbe anche dimenticato la ragione della sua corsa licenziosa, per lasciarsi brancicare, e brancicare ella stessa.), la ragione del salto e della corsa tutta ignuda e schiumeggiante, finalmente ci siamo, era ri­posta nell’ansia che l’aveva presa di toccare certi libriccini, ritrovati in casa della zia della ex compagna di stanza presso la quale le due ragazze si erano recate appena giunte in città, avendone accoglienza squisita con pranzo a base di pasta alle melanzane e mozzarella con ragù, braciole con uva passa, patate al forno, gelato, e l’invito a liberare una vecchia cassapanca completamente marcita da sostituire con una moderna scarpiera di cui in quei giorni in tivù c’era una pubblicità molto persuasiva. Tra gli intrugli, quei libriccini un po’ sbrindellati ma intatti, con copertina e tutto, avevano attirato l’attenzione della giovane bibliofila che, chiesto debito permesso alla zia dell’amica e ricevuta anche dalla stessa amica una pigra alzata di spalle, Se li prendesse pure, se n’era impadronita. E con speciale soddisfazione in quanto, lavorando per la tesi di laurea sul teatro giacobino napoletano, aveva già trovato sommessamente citato il nome impresso sul frontespizio, che era, manco a farlo apposta: Demetrio Zuccarelli.

E dunque la ragione della corsa tutta ignuda eccetera stava nel fatto che la nostra Laureanda, consultando vecchi repertori, era venuta in possesso della Nota della lavandaia. Esatto: quella che si nomina con certo sussiego e tono ironico e che invece, in questa occasione, ebbe funzione risolutiva. La Nota della lavandaia di certo Sig. Orazio Precocelle pagata a certa Commare Angelina, famosa lavandaia di Vico Vasto a Chiaia, era infatti assieme all’elenco degli oggetti personali dei carcerati di Sant’Elmo di quel tragico ’99. E tra questi la nostra Laureanda aveva trovato, senza però in quel frangente attribuire troppa importanza all’evento, nientemeno che: “due mutandoni un paio di brache e una camicia, appartenenti a tale Demetro Zucarello da impiccarsi all’alba del giorno…” (seguiva la data del giorno illeggibile, ma dell’anno certo 1799).

Ora un sorriso trionfava sulle labbra della Laureanda: che quel Misonmì avesse scritto una serie di corbellerie era cosa certa, che il povero suo seguace ne avesse infaustamente seguito le orme pure (e non a caso il nome suonava Ghenonson­damen), perché a lei, che, dopo il ritrovamento della Nota della Lavandaia, aveva riletto le Commedie e spulciato ogni possibile Repertorio, risultava chiarissimo e incontrovertibile:

1) essere Demetrio Zuccarelli sempre vissuto a Napoli e ivi morto sul patibolo (e la Nota della lavandaia ne era prova definitiva);

2) essere state tutte le commedie di certo stampate a Napoli ma, secondo l’uso frequente, con la furbizia di apporre sul frontespizio luogo e data fittizia, al fine di raggirare le leggi della censura.

3) esserci un abisso, un baratro, una voragine, tra le prime due commedie piuttosto banalotte e la terza, arguta, intelligente e in­novativa;

4) aver lo Zuccarelli scritto le prime due ma non certo la terza, e non tanto perché a quella data fosse già nei Campi Elisi (essendo essa comunque contraffatta, come si spiega al punto precedente), sì per la sapienza e la freschezza della terza opera.

Ordunque, si disse la Laureanda accarezzando con lo sguardo i tre libriccini e lanciando occhiate di disprezzo verso il saggetto di cui si è detto, la mia tesi la svolgerò tutta sullo Zuccarelli, altro che paragrafetto all’interno del Capitolo generale, generico e panoramico sugli autori in qualche modo legati al teatro giacobino, e proverò come, in questa mia (di ado­zio­ne) città, lo stesso Zuccarelli abbia composto le sue ope­re, qui rappresentate e successivamente pubblicate, e come in questa città sia morto per la nostra e di tutti Libertà, e infine troverò l’autore della terza, l’unica che si erga sulle al­tre. Proverò che codesto Misonmì è un trombone sfiatato.

Le uniche note biografiche su Demetrio Zuccarelli di una sia pur minima estensione, la Laureanda le aveva rinvenute sul Grande dizionario degli autori sconosciuti, dimenticati, ignorati e tutto sommato ben gli sta perché non valgono niente, che, per brevità, nei Repertori viene segnalato come Lo G.D.A.S.D.I. – t.s.b.g.s.p.n.v.n.. In questa opera monumentale, alla voce Zuccarelli Demetrio, si faceva fugace menzione di certa Lucianuzza, sua figlia naturale con lui sempre vissuta, accorta trascrittri­ce delle opere paterne. Ora, senza che sia necessario narrare per filo e per segno, come e perché, in base a quali ragionamenti, ricerche e deduzioni, il fatto è che la Lau­reanda, dopo mesi di lavoro e di castità sempre meno insidiata e sempre più sofferta, ebbe ad un certo punto certezza:

1) che Lucianuzza, alla morte del padre (avvenuta senza ombra di dubbio a Napoli nel 1799 sia pure non sul patibolo ma in galera per una forma di infezione viscerale, la famosa “cacarella del ’99”), essendo rimasta senza camicia e senza mutande, giudicò necessario pubbli­care le prime due operine qua e là rimaneggiandole, e opportuno apporre falso il luogo e la data di stampa a cagione della censu­ra, tornata, assieme ai Borboni, ancora più carogna che nel pas­sato;

2) che, avendo queste riscosso un certo successo, la Lucianuzza osò pubblicare la terza falsificando questa volta non la data sì luogo di edizione e anche nome dell’autore che per l’appun­to non il padre era ma lei medesima.

In seguito ad attente ricerche e controprove, la Lau­reanda smontò per intiera l’immeritata gloria del pupillo miope del presbite Esimio Prof. Adalberto Misonmì: Ulderico Ghenonson­damen, già in odore di ordinariato ai prossimi concorsi. Con la conseguenza, riteneva, di ridare merito alla sua (di adozione) città e restituire allo Zuccarelli se non una morte onorata sì la “soggettiva disponibilità’”a una coraggiosa dipartita (non fosse stato per i cibi avariati distribuiti a quei disgraziati rivoluzionari), e soprattutto di tributare la dovuta gloria alla dolce Lucianuzza, dimostrando come la fanciulla dall’ancor più misconosciuta madre, prima donna del teatro locale e improvvisatrice di rime amorose, le doti poetiche avesse ereditato. Ulteriore e decisiva conseguenza, foriera di insperati e delicati eventi era che, con il suo lavoro, la Laureanda smascherava la colpevole presunzione oltre che di Ghenonsondamen, soprattutto dell’eccelso Prof.  Misonmì.

Questo fu l’aspetto che colpì l’Esimio Relatore della Tesi della Laureanda, il Prof. Totonnuccio Caggiafà, luminare catte­dratico aborigeno, in perenne conflitto con i colleghi di Oltresud.

Nel leggere il lavoro della guagliuncella, il suo sguardo si accendeva di soddi­sfat­ta malignità (che si acquietava in pensieri lascivi quando alzava lo sguardo a rimirarla, tanto che il labbro gli cascava fin sul dattiloscritto, perché da sempre l’innocente aveva suscitato in lui pensieri lubrici e mossette smancerose più che attenzione e compiacenza per le capacità intellettuali): finalmente!, metterla in c. a quel presuntuoso c. (e metteva la mano sulle labbra a impedirsi non solo di dire ma di pensare parole troppo disdicevoli per le delicate orecchie della Laureanda), a quel rotto in c. (ancora la mano correva a far da contraltare agli occhietti lucidi di commozione), a quel Professore dei miei stivali, a quell’ignorantone, a quel figlio di p., a quel, e per opera di una Laureanda, ah! ah! e godeva (ognuno si arrangia come può), godeva facendo di sì con la testa, con il corpo che tutto si muoveva sulla sedia, con il braccio che, quasi benedicente, portava il tempo della sua goduriosa lettura.

Ma poi, altri pensieri e preoccupazione invasero la sua mente:

1) non sarebbe bastato questo scorno per demolire Misonmì in modo significativo (ben altre era­no le magagne del tuttologo e a ben altro, non cer­to a meriti scientifici sì invece ad appartenenze politiche familiari ed economiche, era legato il suo Potere);

2) quel fetentone se la sarebbe legata al dito, mentre il suo interesse, di lui Totonnuccio, in quel momento, sotto Concor­so, era tenerselo buono, in vista di un certo piacere a lui necessario per accedere finalmente, tramite l’ap­poggio proprio del Misonmì, a quella Rivista, a quel finanziamento, a quel giro di seminari e convegni fin nel Nuovo Continente, a quella Collana di cui desiderava disperatamente essere direttore e, diciamola tutta, Padrone;

3) che la Tesi della Laureanda era la manna caduta dal cielo e avrebbe potuto risolvergli al­quanti problemi e in più offrirgli  soddisfazio­ne. E insomma che lui doveva con astuzia usarne i pregi, spremerne tutta la potenzialità e.

Fu così che il Prof. Totonnuccio Caggiafà, Luminare dell’antica Università Partenopea, chiesto permesso alla Laureanda, che se ne stava seduta composta, con gli occhi luccicanti dalla soddisfa­zione per i sorrisi che vede­va illuminare fin il doppio men­to del suo Relatore, andò quatto quatto a telefonare dal­l’altra stanza, non prima di aver sottratto il cellulare alla figlia ancora immersa nel sonno dei giusti, erano appena le 11, giacendo il suo, del Prof, dimenticato nella borsetta della moglie, dove egli stesso l’aveva riposto temporaneamente la sera prima in occasione di una di quelle conferenze noiosissime a cui però non era stato possibile darsi per ammalato, e quello del figlio chissà in quale bordello, non essendo il primogenito tornato a casa da due giorni, non pa­rendogli cosa opportuna parlare alla presenza dell’innocente.

Il ricatto, pardon: la buona azione, funzionò. Dopo che dall’altra parte del microfono si furono susseguiti in ordine: silenzio, mugugni, grugniti, sospiri, rantoli, ne ebbe gra­zie calorose dalla voce gracchiante e assicurazioni di future e proficue collaborazioni. A patto che tutto rimanesse segreto ovvia­mente. Del che bisognava convincere la Laureanda, la quale, al viscido rientro del Prof. Totonnuccio Caggiafà, suo Maestro e sua Guida, ascoltò sbalordita le scialbe motivazioni di quel rapido mutare della sorte (non essere quel lavoro cosa degna di Tesi di Laurea), e non essendo a conoscenza della manovra (e poi? quand’anche), non comprendendo quel declinar di fortuna del suo lavoro, e neppure in quale guaio si fosse andata a cacciare, con la minaccia, Andrò altrove, da chi possa capire il mio valore, se ne andò sbattendo la porta.

La sera stessa, il losco padrone di casa ricevette una miste­riosa telefonata. La Laureanda fu messa alla porta senza spie­gazioni, in piena notte, e, mentre vagava per i vicoli della sua (di adozione) città, sulla quale nondimeno comin­ciava a nutrire seri dubbi, trascinandosi indietro il bagaglio (un tempo munito di ro­telle ma queste, essen­do la valigia di infima marca, erano sal­tate via dalla sede loro destinata sin dal giorno in cui la giovane matricola, appena arri­vata alla Sta­zione, era stata scippata e trascinata per metri pur restando aggrappata al suo bagaglio), men­tre dunque singhiozzando la Lau­rean­da si interro­gava sul desti­no avverso, abbandonata anche dai vecchi amici (la ex compagna di stanza, oramai sua nemica giurata, si era definitivamente stufata del quasi fidanzato, il quale a sua volta, intuite le mire occulte della Laureanda nell’appoggiare la loro sfortunata unione, la odiava per il cippo che gli aveva consegnato, e infine il bel Giuseppe si era dato anima e corpo al traffico di prostituzione e droga), e continuando a giurare vendette, strin­gendo al petto con difficoltà il suo mano­scritto e i tre li­b­retti, ecco che una mac­china nera gui­data da ignoti le piombò addosso. Mani rudi le strapparono dalla braccia i tre li­bretti e il dattiloscritto in bella copia mentre tre voci, una di lingua indigena le altre due che non si capiva niente, canticchiavano all’unisono.

Prima di chiudere per sempre gli occhi, la Laureanda ebbe però la forza di gridare: ne ho mandato copia a mia sorella, sarà lei a vendicarmi. E le voci tacquero.

 

(primi anni ’90)