Come eravamo: viaggio degli anni 70

7 agosto

Alle 5,30 sveglia. Alle 6,15 arriva il furgone con Gianni, Roberta e la piccola Sandra. Mentre la bambina dormicchia nella cabina, noi quattro adulti carichiamo i bagagli. Ho gli occhi appannati dal sonno eppure mi muovo veloce, troppo eccitata per sentire la stanchezza. Alle 7,10 ci guardiamo soddisfatti e pensiamo di poter partire. Cade Andrea, mio figlio, che non è stato fermo un minuto correndo su e giù per il marciapiede: non fa un lamento eppure ha sabbia nel graffio sulla mano e sulle ginocchia. Io e Roberta ci scambiamo uno sguardo soddisfatto: abbiamo tutto il necessario per la medicazioni. Andrea dà mostra del suo coraggio e neanche una lacrima, però sbircia verso Sandra che nel frattempo è apparsa anche lei e lo ammira senza riserve. Entrambi hanno 5 anni e sono amici per la pelle, come ripete lui, mentre lei gli fa gli occhi dolci. Alle 7,30, sempre gasatissimi, ci sistemiamo e Gianni avvia il suo bel furgone e si parte. Michele tira il fiato e sta per intonare uno dei nostri canti preferiti ma bruscamente Gianni blocca il motore e dice:

– Ci sono due problemi. Primo, non funzionano le lancette del furgone, quindi serve un elettrauto. Secondo, e fulmina con un’occhiataccia Roberta, hai dimenticato le foto di Sandra autenticate.

Lei sorride scuotendo la testa, sicura di sé. E lui, scuro, alza le spalle e ammette di averle lui allo studio. Nessuno gli ricorda che anche la revisione dall’elettrauto era suo compito.

Gianni è assistente di architettura all’Università. Lui e Roberta sono nostri vecchi amici e compagni. E siamo in partenza per un viaggio in furgone (loro) e tenda (noi).

Fermiamo a un posto di polizia e cerchiamo di informarci se quel documento sia indispensabile ma il poliziotto di guardia non lo sa e ci risponde che bisogna aspettare che alle 9 arrivi “l‘esperto”. Nell’attesa, andiamo allo studio di Gianni, ma anche qui bisogna aspettare Luigi, il collega che ha la chiave dello studio, e, naturalmente, che l’elettrauto apra.

Mentre Gianni pulisce per l’ennesima volta lo specchietto retrovisore, poi il vetro anteriore, e successivamente quelli laterali, soffermandosi con particolare impegno su quello posteriore, e Michele cerca di intrattenere in qualche modo i bambini, io e  Roberta sgranocchiamo biscotti (per frenare l’impazienza, l’incipiente nervosismo, il primo bruciore allo stomaco). Finalmente arriva Luigi con le chiavi, e troviamo il documento. Sono le 9,40. Saliamo al Vomero per l’elettrauto. Le lancette non funzionano perché manca non so quale cassettina. Ci avviamo a comprarla ma poi la ritroviamo nel furgone. Però non funziona la pompa dell’acqua. Mettiamo lo scotch. Alle 10,30 abbiamo finito. Ora bisogna fare benzina. Alle 10,45, scopriamo che è necessario cambiare le ruote. Colpi di tosse di Gianni, che gira via gli occhi dai nostri sguardi di velato rimprovero. Ci fermiamo dal gommista. Alle 11,04 imbocchiamo la tangenziale. Pare che finalmente ci siamo. Si parte.

Alle 13,30, sosta per un panino e ripartiamo alle 13,40. Il tragitto è lungo e lento. Fa caldo. I bambini e Michele  dormono dalle 15 alle 18. Decidiamo di fermarci a Bologna. E invece arriviamo a Ferrara alle 20,30. Un piccolo camping in città. Mentre cominciamo a smontare, una pioggia fortissima. Ci rifugiamo nel furgone. All’idea di dover montare il fornello e cucinare e poi pulire, butto lì che si potrebbe andare a mangiare fuori un boccone. Andiamo al ristorante della Stazione. Mangiamo cose buone ma le porzioni sono scarse, specie per “gli uomini”. E paghiamo molto. Quando torniamo al campeggio ha smesso di piovere. Ci diamo da fare a organizzarci per la notte, e, mentre i bambini dormono beati dopo aver fatto salti e piroette, noi “adulti” ci fumiamo una sigaretta in pace e decidiamo la strada da prendere. Verso le 24 andiamo a letto. Io stento un po’ ad addormentarmi. Un gruppo di ragazzi in un’altra tenda fa un chiasso del diavolo: canzoni, risate, però rientrano nell’atmosfera e le accetto di buon grado.

Durante la notte mi sveglio più volte. Andrea continuamente si scopre e mi rotola addosso. Io lo riporto al suo posto e lo copro bene: fa freddo. Ha piovuto a lungo. Mi soffermo a guardare le gote arrossate, il taglio degli occhi, le palpebre socchiuse e mi ripeto che lo amo. Michele si muove mormorando “che c’è?” e, senza aspettare risposta, ripiomba nel sonno.

Verso le 8-8,30 ci alziamo. Tra colazione, smontaggio e montaggio, alle 11,40 partiamo. Gianni è preoccupato per non so cosa riguardo al furgone. Andiamo nel centro a Ferrara, bella come la ricordavo. Ormai siamo in vacanza e girelliamo senza pensieri. Scattiamo delle fotografie. Ripartiamo alle 12,45 ma subito dopo ci fermiamo a un Motel tra Ferrara e Padova, ci sistemiamo nel parcheggio, tiriamo fuori il fornellino e prepariamo: pasta uova e pomodori. Caffè dal thermos. Io e Roberta laviamo i piatti, chiuse nel gabinetto. Alle 15,45 si parte per Padova. Anche Padova è bella: per alcuni aspetti addirittura entusiasmante. Soprattutto l’architettura classica, Settecento e Ottocento, con finestrine piccole, imposte di legno, balconcini, colonnine… Verso le 18, io e Roberta stanche, ci sediamo a terra cercando di trattenere i bambini con quattro chiacchiere senza senso, e aspettiamo gli “uomini” col furgone. Mangiamo un panino, i bambini il pollo. Arriviamo a Trieste quando è già scuro. La lentezza del viaggio col furgone si fa sentire. Gianni non permette a nessuno di dargli il cambio nella guida. Lui come autista è una frana, va lentissimo e guida tutto teso, abbracciato al volante. A dirla tutta è una frana anche per altro, ma noi gli vogliamo bene e sopportiamo. Alle 22,45 arriviamo al campeggio, in località Opicina. Riesco a telefonare a casa per tranquillizzare i miei: mia madre teme sempre sciagure e mio padre, per confortarla, ripete che in caso di incidente, sarebbero i primi ad essere avvisati! Fa un freddo cane. I due uomini dormono in tenda, e noi, donne e bambini, in furgone. Almeno questo!

Al mattino scendiamo a Trieste, portiamo il furgone da un meccanico e, aspettando, facciamo un po’ di spesa e girelliamo soddisfatti. E’ una bellissima giornata. Saliamo a San Giusto, la bella chiesa con uno spazio aperto con giardini e terrazza panoramica da dove ammiriamo un magnifico mare blu. Tornati al campeggio, dopo una doccia quasi gelata, facciamo piani per il giorno seguente e finalmente mangiamo: frittata e spaghetti con olio, aglio e pangrattato.

Il giorno dopo alla frontiera non è semplice come pensavamo. Problemi di cambio. Un po’ di fila. Nascondo dei soldi nel reggiseno e mi piace moltissimo l’aria furtiva di Gianni che ha messo i soldi nelle scarpe. Scherziamo tra noi. Finalmente passiamo alle 18,30. L’aria è tersa e pulita. Strade verdi e alberate. Prati a perdita d’occhio.

Io e Michele abbiamo L. 391.000, più la parte di cassa comune: L. 17.000. In dinari abbiamo cambiato 4.500: 1300 nella cassa comune, 3.200 le teniamo per noi. Verso le 19,30 arriviamo al campeggio vicino Postumia. Fa molto freddo. Mangiamo (i bambini, prosciutto e pasta, noi scatolette e pasta). Prima una bella doccia tiepida mi ha rigenerato e, fumando una bella sigaretta, mi guardo attorno: il camping è in un posto affascinante, circondato da una montagna con alberi altissimi e tratti boscosi, ha piccoli bungalow in legno, roulotte, tende. Di notte un freddo cane benché abbiamo cercato di coprirci il più possibile. I bambini indossano una sull’altra tutte le magliette, i due pigiamini e il maglione.

Al mattino, Michele si alza presto per “battere il freddo”, dice. Prima fa una doccia, poi una passeggiata nel bosco, torna intorno alle 7 (scopriremo presto che calcoliamo ancora con l’ora legale quindi il tutto va spostato di un’ora). Andiamo al bar, prendo un caffellatte disgustoso, un misto di camomilla, the, caffè annacquato, latte, ma scalda un poco. Torniamo e svegliamo gli altri. Anche Andrea si sveglia. Michele lo accompagna al gabinetto, poi vanno in giro passeggiando. Anche io vado al gabinetto. Sono allegra anche se continuo a pensare ai miei a  casa. Se potessi, farei una telefonata per sapere come stanno, ma qui pare che non ci siano telefoni. Faccio una doccia velocissima e concludo che prima o poi troverò come chiamare. Tornando alla tenda, vedo i miei amici agitati: Gianni gira in tondo rimuginando, seguito da Roberta che, come mi vede, fa la faccia compunta e annuncia che Michele ha perso il portafoglio con tutti i nostri soldi. Gianni la interrompe per dire che ne hanno troppo pochi per fare a metà, che non sa come cazzo ce la possiamo cavare, che al massimo può prestare il prezzo del biglietto del treno per tornare a casa. Lo fulmino con un’occhiata e vado a cercare Michele. Da lontano lo vedo a testa china, le spalle abbassate in posizione di resa. Non mi guarda.

– Ho fatto un pasticcio.

Lo interrogo cercando di fargli ricostruire il cammino fatto.

– Se si è perso ai cessi non c’è niente da fare, risponde, e poi non so, ricordo che l’ho appoggiato nel vano del finestrino mentre facevo la doccia, almeno mi pare.

– Ti pare o sei certo?, Lo incalzo.

– Non so, mi pare anche di averlo ripreso, mi sono avvolto nell’asciugamano e l’ho inserito in vita, ma ora non c’è.

– Andiamo a controllare.

– No, ci sono stato, non c’è niente.

– E dopo la doccia dove sei stato? Nel bosco?

– Già. Ma ho guardato anche là.

– Andiamo, cerca di ricordare bene il percorso.

Torniamo nel bosco. Michele non crede possibile un risultato positivo e mi guarda con fastidio quando lo sprono:

– Dai, ricorda: per dove sei passato?

– Ma che ne so.

– Cazzo, Michele, tutti i nostri soldi.

Mentre frugo nell’erba le due ipotesi mi frullano in testa: trovarlo o non trovarlo con tutto ciò che segue. Mi dico che voglio voglio voglio quel denaro messo insieme con tanti sacrifici, e voglio questo viaggio. Non riesco proprio a pensare di… E in quel momento mi arriva alle spalle una voce allegra:

– Possiamo continuare le vacanze.

L’ha ritrovato. Improvvisamente è giovane, bello, allegro, con quel suo sorriso bambinesco, infantile, gli occhi socchiusi a difenderli dal fumo della sigaretta che finalmente si concede.

Montiamo tutto e partiamo. Andiamo alle grotte di Postumia. Per entrare si paga un casino. Sui trenini un gelo inimmaginabile ma noi ci siamo ben coperti: sembriamo tutti avere tre chili in più, tanti gli strati di vestiario che abbiamo addosso. Le grotte sono grandiose: stalattiti enormi, piccole, rosate, grigie… Tutte insieme danno il senso dell’inesorabilità e dello scorrimento immutabile dei secoli. All’uscita c’è il problema del mangiare. A Sandra, scopriamo, piace solo il pollo o la cotoletta, con patate, il resto le fa schifo, al più il panino croccante col prosciutto me quello del salumiere sotto casa che qui non esiste. Gianni è di una presunzione pazzesca, è un dirigente del nostro gruppo politico e afferma che la sua visione è più “proletaria” della nostra, nel senso che quello che lui pensa è “ciò che è giusto e naturale” e tutti devono fare ciò che dice lui e come e quando vuole lui. In questo caso la mortadella è certamente più proletaria del prosciutto ma se un bambino (Sandra) non mangia altro, è solo a lei che va concessa una spesa maggiore (da dividere tutti, certo). Gianni conta ogni lira e Roberta media fino allo spasimo. Andrea mangia di tutto, ma quel prosciuttino rosa e profumato lo vorrebbe proprio gustare. Così l’osserva scomparire nella bocca di Sandra con una ruga tra gli occhi. Sto per aprire una discussione, ma mi fermo. Vorrei che tutto fosse perfetto?

Il pomeriggio arriviamo a Fiume per la spesa, e per comprare un gonfiatore per i materassini. Fiume ricorda la struttura di Trieste col mare che entra dentro. E’ bellissima. Arriviamo a sera a Plitvice, intravediamo i laghi nel buio. Il campeggio è enorme. Mangiamo pasta e spezzatino con cipolle. La notte fa freddo ma meno di ieri e noi ci copriamo di più.

Al mattino successivo mi sveglio indolenzita. L’accesso ai laghi è a pagamento e allora cerchiamo altro. Troviamo un posticino delizioso con vecchi pescatori. Qui scopro che le foto fatte finora sono tutte bruciate. Le lacrime mi salgono agli occhi. Stanotte ho fatto un sogno stranissimo e c’era il mio antico indiscusso amore. In questo periodo vivo particolarmente il sentimento del tempo che passa, che è passato, e la consapevolezza che non posso tornare indietro, che non c’è più tempo, mi fa star male. Ma davvero non ho più tempo? Ho trent’anni e sono tanti ma anche pochi se penso a me di 40, 50…

Sui laghi vediamo deliziosi posticini con cascatelle. Ci fermiamo per mangiare a certi tavoli di legno nel bosco ma ci sloggiano perché dicono che si paga. Questo fatto che si paga tutto mi dà fastidio, vorrei occupare i tavoli e avviare una battaglia sui diritti elementari. Gli altri, e perfino Gianni, accettano la situazione: fino a che non ci sarà la rivoluzione, le cose vanno così. Punto.

Troviamo un altro posto molto bello e mangiamo: pasta, pomodori e formaggio. L’aria comincia a rinfrescare. Ripartiamo alle 16. Speriamo di arrivare a Split ma la strada è brutta, tutta curve, e portiamo un grosso ritardo. Deviamo per Carlobag. Compriamo per strada carne e pane. La gente è gentile, ci guarda con simpatia e ci racconta di essere stata in Italia. Il paesaggio va variando. Ora è roccioso, senza vegetazione. Quando sbuchiamo sul mare a Carlobag di fronte vediamo le isole: una lunghissima, una lunga roccia bianca. E’ l’isola di Paj. Lungo la riva, un susseguirsi di insenature tutte uguali con acqua limpida e pulita. Ci fermiamo in un paio di campeggi. Non c’è nessuno alla Reception, non si capisce cosa fare, così proseguiamo. Alla fine arriviamo a uno piccolo e miserevole. Siamo quasi a Zara ma è tardi. Ci fermiamo e mangiamo: fagiolini e polpette. Di notte finalmente non fa freddo.

 La mattina sveglia alle 7. Alle 8,30 partiamo. Andiamo a Zara, molto bella, col mare che entra dentro. La città vecchia racchiusa in mura è affollata, rumorosa, ha qualcosa nella struttura delle strade che ricorda Venezia, e ha qualcosa della cittadina araba, orientale. Cerchiamo un campeggio per fermarci per qualche giorno sul mare. A Prinoster (??) ce n’è uno bello ma c’è vento e andiamo avanti. A Trogir troviamo una cittadina favolosa, medievale, con un castello, e la struttura delle palazzine è particolare, insomma è un sogno. C’è una penisoletta con campeggio molto carino ma non c’è spiaggia per i bambini. Di fronte c’è l’isolotto di Ciavo (???). Dopo molta indecisione decidiamo di proseguire. Ci fermiamo a mangiare sotto il castello: pomodori e carne comprati a Zara. Da Trogir ci spingiamo fino a Amis (???), saltando per il momento Split, ma non troviamo niente di soddisfacente. Alle 19 decidiamo di tornare a Trogir e ci arriviamo alle 20. Ci accampiamo provvisoriamente rimandando al giorno dopo la scelta di un buon posto. Mangiamo vermicelli aglio olio e pangrattato. Siamo tutti molto stanchi. Andrea ha un occhio gonfio e altre punture d’insetti.

Il mattino dopo, spostiamo la tenda e facciamo il bagno. All’inizio il tempo è incerto ma poi la giornata diventa decisamente bella. Verso le 13 mangiamo: pasta e uova. Io metto a posto le cose, lavoriamo tutti per un po’. Più tardi telefono a casa. Non so esattamente come vadano le cose. Credo stazionarie. Sento emozione nella voce di mamma e papà. Cari cari. Oggi gli mando una cartolina. Ieri mattina abbiamo spostato ancora la tenda, sul mare. L’acqua è fredda, ma una volta entrati è magnifica. Ieri abbiamo mangiato salsicciotti alla griglia. Al pomeriggio siamo scesi a piedi a Trogir. Abbiamo fatto un po’ di spesa. E’ il compleanno di Gianni e gli abbiamo regalato due bottiglie di vino. A sera discutiamo sul proseguimento del viaggio. A Roberta si sono rotti gli occhiali. Domani andiamo a Split lasciando qui la tenda e vediamo di trovare le lenti. Ci informiamo per un traghetto per le isole.

 Stamattina un bel bagno lungo. I bambini non godono molto il mare ma in compenso si divertono.

Tra poco mangiamo: carne alla griglia, patatine e frutti di mare raccolti sulla spiaggia dai ragazzi. Al pomeriggio scendiamo sul mare dall’altra parte. Scrivo a mamma. La sera mangiamo spaghetti al tonno e Gianni e Michele anche uova.

 Oggi andiamo a Split. Che è davvero molto bella: il palazzo di Diocleziano, la piazzetta, le stradine. Mangiamo in un posto non turistico, io e Roberta i perapcici, i bambini pollo, Michele e Gianni un altro piatto di carne. E’ tutto buono e paghiamo poco. Compriamo delle cosine. Torniamo al campeggio alle 18. Io vado a “letto”. Ho un po’ di febbre. Più tardi mi sento meglio. Mi alzo e prendo pastina in brodo.

Al mattino, si fanno le cose con calma. Partiamo alle 11. Alle 13,30 ci fermiamo a farci un panino con un po’ di formaggio che abbiamo comprato. Alle 14 ci fermiamo a Maskiana (??????) perché Gianni vuol vedere il museo delle conchiglie che, dice, apre alle 17. E così ce ne stiamo nel furgone per 3 ore, perché c’è molto vento, ad aspettare l’apertura del museo. Il museo in realtà non ha chiusura all’ora di pranzo, quindi alle 16,40 si scopre che è stato sempre aperto e ci si va. Belle conchiglie ma niente di eccezionale. Ripartiamo tardi e arriviamo vicino a Dubrownich alle 20. Campeggiamo. La bombola è scarica. Rimediamo da mangiare: scatolette per noi, uovo per i bambini. A letto. La tenda si è rotta in un angolo. Michele ha perso gli occhiali a Split.

La mattina presto piove. Ci alziamo e carichiamo in fretta. Poi si perde tempo, a vedere il mare, a riempire la bombola, cose così. Verso le 19,30 arriviamo a Dubrownich. La città è splendida, specie la parte vecchia circondata dalle mura. Andiamo nella parte fortificata. E lì incontriamo certi amici e andiamo a mangiare insieme a una tavola calda. Io mi sento così così, ho preso due pillole. Aspettiamo fino alle 17 per comprare la carne e per trovare qualcosa per aggiustare la tenda. Poi andiamo alla ricerca di un posto di mare per fermarci tre giorni. Abbiamo deciso di non andare fin giù e anzi di tornare indietro, così ci riportiamo sulla strada prima del bivio verso Sarajevo che poi dovremo prendere. Ci ricordiamo di tante belle spiaggette che abbiamo visto all’andata, ma tutte si rivelano una delusione. Arriviamo infine a un campeggio che sembra splendido: in una piccola baia, in mezzo agli alberi. Mentre montiamo, un vicino ci dice che non c’è acqua. E infatti la situazione è terrificante: non possiamo lavarci né lavare la roba. A sera, stanca, mi sento depressa.

Al mattino prepariamo tutto in fretta. Un bagno e partiamo senza pagare. Ieri sera siamo stati costretti ad andare sulla spiaggia per fare i nostri bisogni. Decidiamo di dirigerci verso l’interno e di abbandonare l’idea del mare. Arriviamo a Moster. Splendida. Tutta turca. Molte moschee. Ne abbiamo visitato una piccolina tutta dipinta di colori diversi. Fuori le moschee c’è una fontana dove i fedeli si lavano i piedi, i turisti si tolgono le scarpe per entrare. Visitiamo anche una casa turca, ad uso turistico naturalmente ma decisamente bella. Mangiamo nel parco: carne (comprata qui) e pomodori. Ripartiamo abbastanza presto e arriviamo a Sarajevo nel pomeriggio. La strada è stata bella, abbiamo a lungo costeggiato la Neretva (???) che continua fino a Sarajevo. Vi sono montagne altissime verdi e la strada segue questa valletta del fiume. Piccoli paesini, tutti con la moschea, spesso vedo vecchi e vecchie vestiti alla turca, anche donne giovani. Sarajevo mi appare molto bella. C’è prima la zona moderna con grandi palazzoni, non brutti, in mezzo ai prati, e poi la città con edifici ottocenteschi. Anche qui molte moschee. Arriviamo eccitatissimi al campeggio, piccolo, con servizi al solito carenti ma può andare. Laviamo le cose, faccio una bella doccia calda. Mangiamo spaghetti al pangrattato e frittata con formaggini. Comincio a sistemare le cose nei sacchi per il “cambio di stagione”.

La mattina con calma ci prepariamo e scendiamo in città a piedi. Giriamo ma non troppo, visitiamo la più grande moschea della Jugoslavia, il quartiere turco dove c’è un ponte creato da una scala stupenda che i bambini si fanno tutta col culo a terra come uno scivolo. Mangiamo in un posto caratteristico molto economico. Gustiamo finalmente i rasnici, oltre i cevapcici e un altro piatto tipo hamburger con cipolle. Piove e ci ripariamo, poi giriamo ancora la via dei calderai, dove c’è una chiesa ortodossa molto bella. Cerchiamo anche qualcosa di pesante: ai grandi magazzini compro delle calzamaglie per me e Andrea. Compriamo anche altre cose e poi torniamo in pullman. In campeggio tutto è tranquillo. Ceniamo, parliamo un po’, decidiamo dove andare, la strada da fare e andiamo a letto.

Ci alziamo verso le 7,30, ci prepariamo con calma e andiamo in città a comprare una maglia di cotone per Michele e dei calzettoni di lana per lui e per me. Compriamo anche assorbenti e carta igienica. Alle 12,30 mangiamo in una tavola calda. Dopo qualche altra piccola spesa, partiamo. La strada è al solito verde. Grandi abetaie altissime a mille metri. Gli jugoslavi corrono come pazzi in macchina. E’ una zona di caccia, vediamo moltissimi uccelli, grandi, raso terra. Forse sbagliamo strada, cerchiamo il campeggio ma non c’è. Siamo vicinissimi alla frontiera. Niente. Piove. Arriviamo a Osijek. Ci informiamo per una stanza, costa troppo. Facciamo campeggio libero. Mangiamo brodo e salsicciotti (io formaggio). Donne e bambini dormono nel furgone, uomini in tenda. Nel furgone, al caldo, si sta bene.

Appena sveglia, mi arrivano le mestruazioni. Alle 8,30 siamo pronti. Andiamo verso la frontiera, ma non troviamo macchinette per fare le fotografie (Gianni dice che servono per il visto in Ungheria), giriamo per i paesi vicini, tutto chiuso, è Ferragosto. I paesini visti ieri e oggi si sviluppano lungo la strada principale con una serie di casettine graziose, con portici, finestrine, porticati che sul retro si aprono sulla campagna. Quasi tutte hanno tettucci rossi spioventi, alcune sono di paglia. Non troviamo dove fare le fotografie. Torniamo a Oijrek. Mangiamo nel parco. Alla stazione facciamo il pieno di acqua. Dubbi sul che fare: fermarci o andare a Subonika (??). Decidiamo di andare. Subonika ha alcuni palazzi molto belli, una cattedrale colorata. Cerchiamo per le foto: alla fine uno di un ufficio dove ci hanno mandato ci porta in giro per vari fotografi. E’ sera. Alla fine uno si trova, ma quando si tratta di pattuire il prezzo dice 400 dinari. E’ una pazzia. Che fare? Andiamo al campeggio che quasi è un autopark. I bambini mangiano. Sono quasi le 23. A letto (si fa per dire) sono distrutta.

Mi svegliano alle 4 i rumori di gente che se ne va. Alle 6 mi alzo. Ci prepariamo in fretta, ma poi aspettando gli altri si fanno le otto. Usciamo per andare alla stazione a fare colazione, e troviamo anche un fotografo: 120 dinari. Io intanto ho pensato che forse alla frontiera troveremmo il modo di fare le foto, perché è anche nel loro interesse, ma questa idea è bocciata. Nuova discussione nata dall’opportunità o meno di fare il caffè. Alla fine accordo. Con le foto andiamo alla frontiera. Qui nuovo problema: non accettano biglietti da 100.000 e da 50.000. Cambiamo 50.000 in biglietti da 10.000 da alcuni ragazzi italiani, più altri in dollari (in perdita ovviamente) da un tizio. Siamo obbligati a cambiare 105.000 pare. Invece scopriamo, ma io lo avevo detto, che le foto sono state una perdita di tempo e di soldi. Alla frontiera fanno il duplicato. Io fremo. Sono parecchi giorni che non telefono a casa. Stasera caschi il mondo devo telefonare. Sbrighiamo tutto e finalmente alle 13,15 entriamo in Ungheria. Il paesaggio è disteso, le strade larghe. Arriviamo a Z (????) e mangiamo in un ristorante. Paghiamo pochissimo. Anche la benzina costa poco. La città è bella. Alle 16 ripartiamo. Io e Andrea dormicchiamo indietro. Alzo la testa per guardare un mulino. Alle 18,30 circa arriviamo a Budapest. E’ bella. Grandi porti sul Danubio. Gianni e Michele scendono per informarsi sugli alberghi, il tempo è piovigginoso e decidiamo che se costa poco invece del camping andiamo in albergo. Ne troviamo uno splendido, su una nave, ed è economicissimo. Doccia calda, e usciamo. Giriamo per trovare un posto dove mangiare. Sono le 21,30. Alla fine alla stazione un salsicciotto. Non riesco a telefonare perché è tutto chiuso. A mezzanotte circa a letto stanchissima.

Ci svegliamo alle 7,30 ma ci alziamo verso le 8,30-9. Ci prepariamo con calma. Non ho dormito bene, ma insomma, io sotto e Michele e Andrea nella cuccetta di sopra. Andiamo a visitare il Castello di Buda, il torrione del pescatore… Verso le 13 arriviamo a una tavola calda. Io sono un po’ stanca di questo mangiare, buono ma pesantissimo. Michele ha cambiato altri soldi. Al pomeriggio finalmente telefono, poi a riposare. Verso le 18 andiamo al Circo ma è chiuso così andiamo al Luna Park. Giro con Roberta tra gli specchi e nella botte rotante. Mangiamo un panino. Ci tratteniamo al Luna Park fin verso le 21, poi cerchiamo un bar per mangiare qualcosa e starcene seduti ma è proibito l’ingresso ai bambini. Torniamo verso le 22 alla nave. Michele, Gianni e Sandra vanno di nuovo fuori. Andrea dorme. Io e Roberta chiacchieriamo un po’. Quando tornano, Roberta va a letto con Sandra e noi tre prendiamo un caffè al bar della nave. Budapest è una città molto affascinante. E’ pulitissima. Tutto ciò che abbiamo visto dell’Ungheria racconta un Paese dove il necessario è assicurato. La carne costa pochissimo. Lavoro ce n’è. Ci sono molti lavori di restauro o manutenzione. La gente non è gentile come in Jugoslavia ma non ha neanche quel tanto di servilismo che lì mostrava. Quello è un paese che si basa molto sul turismo, questo no.

Dopo una bella dormita (io sopra, Michele e Andrea sotto) ci alziamo verso le 9. Il tempo alle 7 era un poco coperto ma ora è una splendida giornata. Facciamo la doccia Andrea e io e ci prepariamo. Roberta Gianni e Sandra vanno a fare colazione e ci diamo appuntamento alle 9,30. Ma visto che tardano e abbiamo fame, facciamo colazione al bar della nave: favoloso! Formaggio, the, marmellata, burro e pane. Mentre finiamo di mangiare tornano gli altri. La colazione ci costa 105 fiorini. Ce ne andiamo a zonzo attraverso la città. Guardiamo i negozi. A un certo punto, stanchi, prendiamo la metropolitana. Sono trenini frequentissimi, poco sotto il livello stradale. Prima di entrare allo Zoo ci informiamo per il Circo. Niente da fare, è tutto pieno. Mangiamo un panino e visitiamo lo zoo. Non è migliore di quello di Napoli. Rimaniamo fino alle 17 poi con la Metro torniamo alla nave e ci riposiamo un poco. Domani andiamo a Vienna. Verso le 18 mangiamo a una tavola calda poi saliamo sulla collina dove c’è un panorama stupendo (si vede Budapest tutta illuminata attraversata dal Danubio enorme) e il monumento al soldato sovietico è in puro stile classico-rivoluzionario.

 Ci alziamo tra le 7,30 e le 8. Ci prepariamo, cerchiamo qualcuno con cui cambiare la moneta. Facciamo la spesa. E’ una giornata calda anche oggi mentre stamattina presto pioveva. Verso le 12 partiamo. Usciamo dalla città e ci dirigiamo alla frontiera. Ci fermiamo verso le 14,30 a Masonmagjarovar (??) in un piccolo parco. Mangiamo e facciamo la conoscenza di alcuni vecchietti. Uno di questi in particolare. Gli offriamo il caffè, ci porta il gelato per i bambini, gli regaliamo il libretto di Lucia (????) e facciamo delle foto. Ci dice che è un sarto in pensione, ha 61 anni. Ci dà l’indirizzo per ricevere le foto. Ripartiamo alle 17. Alle 17,15 alla frontiera. C’è una fila lunghissima, prima fermi a un semaforo, poi ci fanno passare al posto di blocco. Altra fila: Andrea deve fare cacca e io chiedo il permesso di portarlo al wc. Temiamo chissà quale perquisizione invece facciamo presto. Usciamo dall’Ungheria verso le 19. Andiamo a Vienna. E’ enorme. Troviamo con una certa facilità il campeggio. Le strade sono larghe e tappezzate di pubblicità. Il campeggio è bello. Quando è tutto pronto per mangiare inizia a piovere. Riusciamo comunque, sotto le prime gocce, a montare la tenda. Dormiamo in tre sul materassino.

Verso le prime ore del mattino piove e fa freddo. Poi la giornata si aggiusta. Ci prepariamo con calma e verso le 10,30 andiamo a Schobrun. E’ un parco bellissimo, con prati ben curati con tanti fiori colorati. Il Castello è grande ma non come quello di Caserta. Saliamo sulla Gloriette (???): un panorama stupendo. Nel parco vediamo scoiattoli che corrono e salgono sugli alberi. Andiamo al  Museo delle carrozze, ce ne sono di tutti i tipi. Rendono reale un tempo di fate, storico ma non vivo. C’è una portantina col cesso dentro (anche a Napoli al Museo di S. Martino). Ci sono le carrozzine dei principini. Andiamo poi a Carl Marx Strass, il casamento per appartamenti della Repubblica di Weimar. Lo godiamo poco perché pioviggina. Mangiamo in furgone e facciamo piani. Tra una settimana si torna a Napoli. Alle 17 andiamo al centro a piedi e guardiamo le vetrine, tanti oggettini carini e altri estremamente raffinati e costosi. Facciamo altre foto. A sera in campeggio fa freddino.

La mattina a vedere il Museo di Storia naturale. Magnifico. C’è tutto: pietre, conchiglie, farfalle, animali preistorici, arte di civiltà preistoriche, leoni, elefanti, uccelli… Ci prende tutta la mattina. Intanto piove. Mangiamo in furgone. Il tempo si schiarisce. Giriamo per il centro. Abbiamo imboccato il Ring e poi subito Offbury (?), magnifica. Al solito tanti cortili, uno sotto l’altro e accanto all’altro. Piazza degli Eroi, il Cortile degli Svizzeri. Poi a Santo Stefano, una Chiesa gotica del 500. Molto fastosa. Siamo andati a vedere l’orologio di cui ci avevano detto che si animava e invece. Cerchiamo dove mangiare. Tutto chiuso. Poi attraverso la vecchia Cancelleria Boema e il vecchio Municipio sbuchiamo in una Piazza, la Han happ (????) dove c’è un mercatino in smobilitazione. Giriamo per il vecchiume. Trovo una cassetta di tipografo e vorrei prenderla, ma Gianni mi batte sul tempo e la compra lui. Torniamo in campeggio. Pasta e fagioli, wurstel e vino. La sera piove e piove la notte.

Stamani il tempo è scuro. Andiamo a visitare altri musei. Ci dividiamo. Roberta Gianni e Sandra vanno al Museo di pittura e noi al Museo delle armi e armature e a quello degli strumenti musicali. Bellissimi e interessanti entrambi. Qui dal 400 al 600 circa si è sviluppata una civiltà costruita sulle armi e con le armi. Nel Museo ci sono: l’arma sottile, stiletto minuscolo e lo spadone enorme, e poi fucili istoriati con borchie d’oro. “Memento mori” e “In hoc signo vinces” sono le scritte che si ripetono sugli elmi e sugli scudi. Armature massicce e altre piccoline. Questi uomini della Storia (Carlo V, Massimiliano) li hai immaginati senza dar loro precisa fisionomia, e invece vedi per esempio che Alessandro Farnese era un bell’uomo, amante delle armature eleganti istoriate d’oro. Riconosci le armi italiane per la loro raffinatezza e quelle tedesche per la pesantezza. Comunque queste armi, concludo tra me, sono una palla. Anche il Museo degli strumenti musicali è interessante. Sono strumenti dal 400 al 600 circa, a fiato, e mandolini, chitarre, anche a più piani, viole, viole d’amore, flauti, clavicembali, arpe, e poi pianoforti e spinette, alcune simili a scatole, altre inserite in mobili da cucito… Cose splendide. Finiamo verso le 12,30. Andrea deve fare cacca e quindi non possiamo andare in altri Musei perché chiudono alle 13. Andiamo a vedere il Parlamento e un giardino molto bello. Al furgone ci vediamo con gli altri. Mangiamo (tonno) e poi giriamo un poco per vedere una magnifica serra e per fare il giro della Offburg. Poi andiamo al Belvedere, altro ampio e curatissimo giardino tipo Schobrun, con due palazzi. I guardiani ci sgridano perché sediamo sull’orlo dei prati. Il “belvedere” non c’è. Andiamo al Prater, col suo Luna Park, enorme. Sulla ruota vanno Gianni Roberta e Sandra. Noi mangiamo un panino (io con cerapcici) e poi Andrea va sulla giostra e Michele sulle montagne russe. Ci rivediamo al furgone e torniamo al campeggio. Siamo tutti stanchissimi. Oggi la giornata non è stata brutta, non ha piovuto, ma i miei panni lavati sono ancora umidi. Risotto e uova e a letto.

 Doccia e preparativi: si parte. Passiamo a comprare qualche regalino. Io prendo anche due anellini. Poi decidiamo di saltare Salisburgo e di passare la frontiera. Si torna in Italia. Il paesaggio all’inizio è monotono ma verso l’interno diventa molto bello. Molte graziose casette. Un paesino molto carino. Abbiamo parecchia strada da fare e non sappiamo con certezza dove ci fermeremo. Noi abbiamo la macchina fotografica scarica perché ci ha fatto impazzire per un difetto della circolazione della pellicola. Ieri abbiamo comprato il giornale. In Italia le cose non vanno bene. Il tempo è pessimo, ci sono stati importanti incidenti sull’Adriatico. Il compromesso storico è sempre in discussione. Andiamo avanti. Alla frontiera italiana ci perquisiscono alla ricerca di soldi italiani. Per fortuna ho nascosto nella borsa il portafoglio per fare uno scherzo a Michele. Decidiamo di andare fino a Venezia e arriviamo al campeggio di Mestre alle 23 in punto, tenendo conto che qui c’è l’ora legale e quindi si prende un’ora.  Mangiamo e andiamo a letto.

E’ una splendida giornata, c’è un bel sole. Ci alziamo con calma. Doccia e preparativi. Alle 11 partiamo in pullman per Venezia. A me dà una forte emozione. Per tutta la giornata ho dentro di me il ricordo di un anno fa e delle mie condizioni di allora: incinta della seconda bambina mai nata. Mangiamo a una tavola calda. Una questione se salire o no sulla torre, un’altra per la biennale, incrinano un po’ l’armonia. Andiamo alla Mostra di architettura alla Biennale. Verso le 19 sono stanchissima e vorrei tornare al campeggio. Ma poi decidiamo di mangiare fuori e a sera arrivo distrutta. Ho telefonato a mamma: tutto è sempre stabile. Ho una grande nostalgia di Napoli.

La mattina al Museo d’arte moderna, poi guardiamo negozi, mangiamo panini, compriamo e prendiamo qualcosa. E’ una bella giornata e fa caldo. Al pomeriggio, prima una mostra fotografica sulla guerra del 36 in Spagna, poi alla Biennale alle Zitelle. Torniamo al campeggio, mangiamo e andiamo a letto.

E’ l’ultimo giorno. Doccia, preparativi con calma, prendiamo il vaporetto per i giardini del Castello dove è allestito il grosso della Biennale. Vediamo una bella mostra sull’arte in Spagna durante la guerra del 36. Poi un padiglione sull’ambiente. Sono quasi le 15. Chiediamo per un posto economico dove mangiare (io, Michele e Andrea, gli altri si sono fermati) e mangiamo molto bene all’Arsenale. Poi andiamo a vedere la scuola di S. Rocco affrescata dal Tintoretto. E la Chiesa di S. Maria Gloriosa dove ci sono opere di Tiziano e un trittico del Giambellino con un effetto prospettico molto particolare. Andrea dorme un po’ in braccio a Michele. Prendiamo un caffè, io anche le pillole perché ho mal di testa e di schiena furiosi. Facciamo spese. Alle 18,30 ci vediamo al Rialto con gli altri. Altre spesine e poi andiamo al Festival dell’Unità (abbiamo incontrato un vecchio compagno che ci ha indirizzato). Io mi sento meglio e mangio con piacere pollo e patatine, in un ambiente finalmente familiare. Poi c’è uno spettacolo internazionale di un gruppo di Milano. Sono abbastanza bravi ma troppo popolar-politici. Siamo comunque tutti abbastanza contenti (Michele ha comprato una balalaika russa) e torniamo al campeggio. Sono le 23 passate. Sigaretta e a letto.

Mi sveglio alle 6, alle 8 ci chiama Roberta. Ci prepariamo e andiamo. Sono le 10,35. Più tardi ci fermiamo a comprare panini.