Racconto

C´è uno di quei balconcini come se ne vedono tanti nei vecchi palazzi di questa città. Vale a dire: di pietra, stretto, la ringhiera fatta di intrecci e ricami di nero ferro battuto.
E c´è, seduta in quel balconcino, una di quelle vecchine come se ne vedono ancora nei vicoli di questa città: piccola, vestita di nero, sguardo lucente, bianca nel viso e nelle mani, una aggrappata a quel ferro e si vedono le dita nodose e un po´ deformate. Sull´altra si appoggia la testa: scompare quasi il mento un po´ aguzzo nel pugno. Il viso è una ragnatela di rughe. Ha occhi socchiusi che non guardano in basso la strada ma guardano dentro i ricordi che non sono pensati ma sono semplicemente presenti.
Per esempio il ricordo di quella mattina di tanti anni prima. Quella quando Gennaro torna dal corteo – ed è la prima volta che lei non ci va per le gambe così gonfie che durante la notte ha pianto – sì, quella quando Gennaro torna dal corteo e sembra impazzito di gioia e le ha portato pure le paste, insomma quella quando Gennaro sembra impazzito e l´abbraccia perché, le racconta, appena svoltato nella piazza ha visto di nuovo le bandiere rosse attorno a Garibaldi e non fa niente che sono tutti studenti ma lui è stato contento ed è corso e ci sono pure i fazzoletti rossi e le bandiere e lui, lui Gennaro, ha voluto la sua, di bandiera rossa, ha voluto la sua da portare stretta al petto come faceva tanto tempo fa. Gennaro le racconta queste cose e lei si sente morire di invidia, perché lei, ai cortei del Primo Maggio, c´è sempre andata da quando erano giovani e c´era solo Maria.
Le viene da piangere ma Gennaro l´accarezza e le dice che l´anno prossimo, vedrai, l´anno prossimo ci andiamo insieme.
Ma l´anno prossimo Gennaro non c´è più. Se n´è andato piano piano subito dopo le feste. È sempre stato così gentile che non ha voluto guastare le feste, così dopo, solo dopo, ha detto che si sentiva male. Gennaro se n´è andato e da allora lei veste di nero.
Perché in ospedale, seduta zitta vicina al suo uomo, capisce che se lui se ne va sarà come se fosse morta anche lei. E gli accarezza una mano e vede che respira a fatica con quegli occhi chiusi e si guarda attorno e si sente per la prima volta proprio sperduta e vecchia perché da giovane certo che non si sarebbe fatta trattare così. Così abbandonata, con quell´infermiere che viene proprio quando perdi tutta la speranza che qualcuno la senta. I dottori non vengono mai.
Si guarda attorno e intanto i gemiti di Gennaro salgono, penetrano tra i rumori della corsia, nel muro screpolato. Lei li segue con lo sguardo i gemiti di Gennaro, li segue che salgono in alto e capisce che quelle macchie sul soffitto sono i lamenti di tutti i malati passati per quella stanza.
«Gennaro» pare sospiri ora questa povera bocca sdentata: «Gennaro».
Poi anche «Maria». Anche Maria se n´è andata. Prima se n´è andata con la testa e per anni lei, la madre, le accarezza la mano in quel brutto stanzone dove tutti hanno uno sguardo feroce e disperato. Le accarezza la mano per farla tornare, e intanto guarda quelle altre e un po´ ne ha paura un po´ vorrebbe accarezzare anche loro, perché se anche qualcuna sorride lei lo sa che è per disperazione. È andata a trovarla per anni. Si siede vicina, le porta qualcosa di buono, le accarezza la mano, ma lei, Maria, non la guarda neppure. Poi non c´è stato più un posto dove andare ad accarezzarla e la madre aggiunge la sua fotografia sul cassettone vicino a tutte le altre.
Maria è buona. Quando Libera fa il guaio ed è la più piccola e così bella che la gente si ferma per strada e i giovanotti del quartiere la seguono tutti e anche quel verme di don Salvatore l´ha seguita e fermata e chissà come l´ha incantata, quando Libera fa il guaio, è Maria che accoglie il bambino. È lei che lo cresce. Di Libera non si sa più niente fin quando torna distrutta e indurita con tutti quei lividi ai polsi e alle braccia e lei, la madre, l´abbraccia (anche ora l´abbraccia e piange) e si chiede che cosa è successo, in un lampo, al quartiere, agli amici, a sua figlia. A sua figlia che muore sorridendo crudele nel viso distrutto.
Maria è buona. Fa da madre a quel cucciolo che nessuno vuole. Perfino lei, la madre, quando sa di lui, pensa che meno male Gennaro non c´è a vedere quello che succede. Lui che quando è nata la sua seconda figlia, la solleva tra le braccia e dice: Ti chiameremo Libera, perché sei nata in una terra libera e sarai libera. Ma è libera solo quando la portano al Camposanto.
Maria è buona. Non è bella Maria anche perché da piccola ha mangiato così poco: c´è la guerra e la fame e il padre è lontano ma poi torna e l´abbraccia e lei lo guarda e non lo conosce ma strofina il naso sul petto di lui e sorride alla madre. Tutto finito. Anche quel suo bambino.
Com´è aguzzo il mento di questa vecchina. Come sono larghi e lontani questi occhi. Dove vanno ancora frugando? In quali dolori?
– Carmeniello apri, Carmeniello apri. Maria picchia forte sulla porta del gabinetto e getta sguardi furiosi alla madre, addossata al muro con quel tremito che ormai la prende sempre più spesso.
– Carmeniello apri, Carmeniello apri. Maria picchia forte e corre al balcone «aiuto, aiuto» e poi torna a picchiare alla porta e ancora sul piane-rottolo a battere sui campanelli, a sporgersi dalla ringhiera: Venite, venite, aiuto. Gesù, vi prego, venite.
E vengono tutti: la signora Concetta, la signora Rosaria, Mario, il signor Antonio…tutti i vicini, con i bambini appesi alle gonne o per mano, i più grandicelli si guardano attorno curiosi, qualcuno sorride di paura.
– Carmeniello apri. Maria ora singhiozza e il signor Antonio dà spallate alla porta che alla fine cede e lui è lì, così piccolo ma così piccolo, più ancora di quando era nato, così piccolo che anche la vecchia ora potrebbe prenderlo in braccio, così piccolo e aggrovigliato su se stesso, tra la vasca e il bidè, come fosse la pancia della mamma.
– Carmeniello – quella voce di Maria è nelle sue orecchie – Carmeniello mio, che hai fatto? Che t´hanno fatto, figlio mio.
E la gente si muove, sospira, chiama l´ambulanza, il dottore, ma non c´è più niente da fare. La Polizia? E che si chiama a fare? Magari vengono pure, magari scrivono pure qualcosa sui loro moduli, magari scuotono la testa impotenti. Oppure magari vengono, tutti scocciati, e salendo il vicolo salutano proprio… E vola tra le teste chine quel nome, sempre quel nome e Maria alza la faccia. La madre la vede uscire, non può far nulla per fermarla e chiude nelle mani la voce e il dolore.
Maria è buona. Maria è andata in galera. Gesù, in galera. Com´è piccola quella mano e come stringe il ferro del balconcino. In galera. Perché non trova nessuno che voglia aiutarla e allora lei, sola e ormai quasi vecchia per tutti i dolori che ha avuto, lei va, in quella bianca domenica, va da sola e scarica tutti i colpi della rivoltella addosso a quello che esce dalla chiesa. Gesù, dalla Chiesa.
Esce dalla Chiesa e si vede arrivare una pazza, così poi riferisce il cialtrone, una pazza che l´ha sparato. Cade tra le urla della gente don Salvatore. Sua moglie per un solo momento forse pensa «Gesù ti ringrazio» ma poi anche lei urla e si dà mazzate sulla testa.
E così ogni mattina lei è lì sul balconcino. Apparentemente sola. Ma gli occhi della vecchina non guardano la gente in strada: guardano dentro, nei ricordi che non sono pensati ma semplicemente presenti.

La Repubblica di Napoli – 18 dicembre 2005

Libera, cronaca di un amore


di ANNA SANTORO

(già in Album, Napoli 1992)