Camminare Napoli

 

Sono entrata per la prima volta in questa Chiesa di S. Pietro a Maiella quando ero piccola, assieme a mio fratello e a mio nonno.

Fino a quel giorno, Napoli era per me la strada sotto casa, larga e alberata, dove giocavo con i ragazzini e le ragazzine del quartiere, era il percorso di ogni mattina per andare all’asilo e più tardi alle elementari, e dunque quella piccola e buia cartoleria dove a malapena si scorgeva il signor Luigi seduto dietro il banco, quel carrettino delle castagne o dei gelati, secondo le stagioni, quell’androne con il banchetto dell’ombrellaia, dove si fermava a fare due chiacchiere Maria, la ragazza che aiutava mia madre e da lei amata come una figlia, che poi, tra le lacrime, seguì il marito in Inghilterra, quel muretto avanti alla scuola dove mi arrampicavo, incurante di sporcare il grembiulino bianco e dei rimproveri che sarebbero seguiti.

Ed era la Floridiana, i giardinetti al Vomero, la terrazza di S. Martino, i Camaldoli e Capodimonte, dove mia madre ci portava a fare lunghe passeggiate. Raccoglieva sette o otto ragazzini e ragazzine, nostri compagnucci abituali, e ci portava tra boschi, viuzze, campi, facendo sosta a qualche casolare dove prendevamo pane e salame, o frutta, uova fresche, o non so che altro. Era la Villa Comunale, Piazza dei Martiri, ed era l’immagine delle cartoline, con il mare, il Vesuvio, il pino e tutto il resto.

Poi mio nonno, pittore e scultore, che insegnava all’Accademia di Belle Arti e aveva non so più quale incarico all’Università, e che abitava in quel bel palazzo di via Poerio alle spalle di Piazza dei Martiri abbattuto tanti anni fa, il nonno occhi celesti, sorriso schivo, poche parole, cominciò a farci camminare Napoli, me e mio fratello. I miei genitori erano impegnati, mia madre con i consigli di fine anno, mio padre con gli esami all’Università, e quell’anno, avevo sei o sette anni, fummo affidati a mio nonno.

Camminavamo, noi tre, lui al centro che ci teneva per mano. Il nonno ci mostrò questa Chiesa di S. Pietro a Maiella, Santa Chiara, il Gesù, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, il Porticato dei Pescivendoli, il Sedile, tutta via Tribunali, e Mezzocannone, i cortili dell’Università, quello scalone che, anni dopo, mi diverrà familiare e sarà teatro di tanti avvenimenti.

Diceva, Vedete questo?, e si fermava a indicare un portone. Da fuori niente di speciale, aggiungeva, così vi sembra, ma venite, venite, guardate. Ed ecco, dentro, cortili, piante secolari che si arrampicavano sui muri, scale a zig zag, a volte portici e giardini. Noi due bambini le prime volte ci guardavamo, Bé?, ma poi anche noi ne rimanemmo incantati, Sì sì, bellissimo. Aveva ragione mio nonno. Lui ripeteva che i bambini devono imparare a vedere la bellezza, perché, diceva, le cose, se non c’è chi le vede, muoiono. E per vedere, precisava guardandoci negli occhi, bisognava guardare.

In quel nostro camminare, mio nonno si fermava a parlare con le persone, e conoscemmo i suoi vecchi amici, artigiani, antiquari, artisti, il filosofo acquaiolo, il poeta ciabattino.

Più avanti, verso i 14-15 anni, m’impossessai di Marechiaro, di Posillipo, delle insenature con le rocce dove andavamo a fare i bagni, delle tante scalettine che dal Vomero scendono giù a Napoli, e ancora più tardi, frequentando l’Università, tornai a Mezzocannone, a Spaccanapoli, a San Domenico, e avvenne allora la riscoperta, mista di stupore e insieme di ri-conoscimento, di quanta cultura ci fosse attorno, di quanti strati di storia fosse fatta la nostra città, quanta arguzia e grazia possedesse la gente, quanta creatività. Così amai le straduzze, i lampioni di ferro, i grandi rosoni sui portoni, le piazzette, i balconcini dai ferri ritorti, le porticine, S. Severo, i Cortili alle spalle dell’Università, insomma, l’intrico geniale di tutto ciò, gli squarci di luce. E si approfondì la conoscenza del popolo napoletano, la chiarezza della comune appartenenza a una sola storia, e a questa città. E soprattutto capii quanto fosse importante camminarla.

Napoli è un grande corpo e per capirla, più che (o prima che) all’intelligenza, al sapere, all’osservazione minuziosa di ciascuna delle tante manifestazioni artistiche e naturali che straripano a ogni passo, serve immergersi in essa, accoglierla, toccarla col proprio corpo, farsi corpo, fare affidamento sulle percezioni, sui sensi. L’odore, la luce, i suoni, la naturalezza del contatto tra i corpi, lo scambio di sguardi, gli ammiccamenti, il chiacchiericcio, e l’accoglienza, l’essere città di mare e di porto aperto, la stessa violenza (ma su questa si aprirebbe un discorso molto lungo), la fanno, come braccia, occhi, orecchi, polpastrelli, lingua e cuore, nel loro relazionarsi continuo, fanno vivo un corpo.

Camminare, per Virginia Woolf, è occasione di scrittura, come già lo era per il padre. E come è per me e, credo, per altre, altri. Camminare Napoli è cogliere la poesia che è attorno, nelle cose. Anche quando essa si manifesta come choc. Camminare Napoli è un’avventura dello sguardo, che coglie la relazione tra persone, odori, colori, spazi, e si fa esso stesso parte nelle relazioni. Camminare Napoli obbliga a continui riposizionamenti, spostamenti, ricollocazioni. E fa pensare. Camminare Napoli è diventare ciò che si guarda, è ritrovare in essa, così varia e contraddittoria, parti di sé, è ri-conoscersi.

Da qualche anno vivo lontana e, quando ne ho notizie (tutti i giorni), quando ascolto leggende metropolitane o cronache attestanti la miseria in cui, dicono, è stata, e si è, precipitata, mi prende l’impulso della dimenticanza, rammento a me stessa puntigliosamente i suoi difetti, gli aspetti che di lei odio, e, assieme a questi, la mia indole anarchica, inquieta, in qualche modo borderline, il mio finalmente conquistato rifiuto di accettare appartenenze, il mio sentirmi, come si diceva una volta, cittadina del mondo.

Poi torno e la cammino, l’annuso, l’ascolto, la guardo, la vedo.

Allora mi perdo nei ricordi e nelle occasioni di riflessione che mi offre, ogni volta, e ogni volta capisco che anarchica, inquieta, borderline, è anche lei, e non c’è molta differenza tra me e la città. E mi diventa anche chiarissimo che, in tempi in cui tendenza generale è quella che i luoghi diventino sempre più non-luoghi, spazi interscambiabili, funzionali, normalizzati secondo la visione, le scelte e le esigenze di pochi, mi diventa chiarissimo che, in questo anonimato progressivo, questa città, nel suo nucleo storico, rimane uno spazio (una cultura) dove si può dire con certezza: io sono qui. Anche per questo aspetto le sono debitrice, assieme a tante e a tanti, a coloro cioè che in tempi in cui in questo Paese le persone, definite ormai “la maggioranza”, accettano di essere sempre più omologate e al tempo stesso parcellizzate, noi non possiamo che essere napoletane, napoletani.

Ogni luogo di questa città (ciascuna e ciascuno di noi) è visibilmente e concretamente parte di un tessuto, rappresentativo di una civiltà, risultato di una storia, elementi dai quali non si può prescindere per iniziare la conoscenza. E appartiene a questa nostra Storia l’intelligenza e la curiosità, la capacità di adattamento non intesa come spinta all’acquattamento chiuso egoistico e codardo, ma alla creatività capace di inventare in ogni occasione un’alternativa. Mai come per Napoli vale il principio che il contesto fa parte del testo. E dunque, al contrario di ciò che capita ammirando le tantissime bellezze di altre città italiane, chiese, palazzi, cortili, musei, che conosco e ammiro senza venire distratta dalle persone, discrete e a volte invisibili come io stessa lo sono per loro, ogni volta che cammino questa città, sono assorbita e invasa non solo dai ricordi, tanti, per ogni strada, scaletta, viuzza, ma dalle persone, cioè dal suo corpo, avvolgente, caldo, colmo di grazia, gentile, e anche duro prepotente aggressivo brutale e dal suo fluire continuo.

Questa Chiesa di S. Pietro a Maiella rappresenta bene tutto questo, perciò l’ho scelta. E dimostra che ciascun luogo, come ciascuna cosa o persona o evento, è fatto dalla relazione tra i suoi spazi interni, tra essi e ciò che c’è attorno, tra essi e la storia che vi è contenuta. E dunque tra chi guarda e questo incrocio di relazioni.

Una decina di giorni prima dell’incontro programmato, sono tornata a Napoli per fare un sopralluogo in vista della manifestazione di Maggio. Ricordavo bene la Chiesa, naturalmente, e il Conservatorio, conosciuti da bambina e frequentati ai tempi dell’Università, quando tra una lezione e l’altra, amavo venire nel Chiosco a mangiare il mio pezzo di pizza o il panino, lasciandomi cullare dalla musica che veniva dai balconi. Ho studiato per anni il pianoforte e dunque riconoscevo esercizi, sonate, melodie.

In questa occasione, desideravo verificare lo stato della relazione, l’impatto che ne avrei ricevuto. E avevo chiaro chi sarebbero stati i miei accompagnatori, persone alle quali sono legata affettivamente e con i quali, a parte le differenze, condivido un retaggio comune. E cioè i miei amici Roxane e Italicus.

Roxane è una delle poche grandi amiche di vecchia data. Ci conosciamo da circa quaranta anni. Sembra impossibile. Quando chiacchieriamo tra noi sembriamo due ragazzine. Oddio, forse esagero. Ma il fatto è che parliamo ancora di tanti progetti e dubbi, e ci interroghiamo e ridiamo, e a volte arrossiamo, e certo siamo più ragazzine di quando facevamo politica insieme, secoli fa. Roxane è intelligente, colta, sensibile, concreta e romantica. Ed è bella.

Anche Italicus lo conosco da una vita, caparbio, intelligente, polemico, estremo nelle sue asserzioni. Ricordo ancora un suo ritratto a gessetto che lo ritraeva, secoli fa, come leader politico, assieme ad altri compagni, sulla parete di una vecchia casa adibita a studio di architetti, e che era usata per tanto altro. A lui mi lega anche il ricordo incancellabile di Renè, altra amica carissima, la cui assenza ancora arreca dolore.

Abbiamo appuntamento alla Chiesa di S. Pietro. Arriviamo prima io e Roxane e, aspettando Italicus, entriamo e avanziamo in silenzio guardandoci intorno. Io cerco di tenere il più possibile la testa sgombra dai ricordi di precedenti sensazioni. Voglio essere ingenua e vergine in questo incontro. Mi colpisce subito, come fosse la prima volta, la relazione tra elementi differenti e di colpo mi pare di sentire ancora e di nuovo la voce di mio nonno. Torno bambina mentre lui, fermo al centro, il braccio sollevato in alto, indica a me e a mio fratello cosa guardare, e racconta brevemente la storia di S. Pietro a Maiella.

A lui piaceva raccontare, e, con noi bambini, gli piaceva usare toni da favola anche parlando di storia e di arte. Dovunque andassimo ci raccontava cose. E credo che da quel suo narrare sia nata la mia passione per questa città, per la Storia, e per il piacere della parola e dell’ascolto. E del narrare. Ho imparato allora l’importanza della voce, dei toni, delle pause, del gesto.

Commentando le statue del Palazzo Reale di Napoli, per esempio, ci raccontò del grande Ruggero II, il re normanno figlio di Ruggero I d’Altavilla e Adelaide del Vasto, e di quella ardita donna dalla biografia tuttora poco chiara ci rivelò la vita leggendaria. M’innamorai subito di quella dinastia affascinante, da Ruggero e Adelaide a Ruggero II, da Tancredi a Costanza d’Altavilla, già solo per il suono di quei nomi, che mio nonno scandiva sillaba per sillaba, alzando il tono, inarcando le sopracciglia e allargando gli occhi. E più ancora mi affascinarono gli Svevi, Federico II e il dolce Corradino.  Di questo giovane principe, molto prima che a scuola, fu da mia madre che ascoltai molte volte quella poesia di Aleardi. Non ne capivo una sola parola, ma aspettavo col fiato sospeso il punto magico: “Un giovinetto pallido e bello con la chioma d’oro, con la pupilla del color del mare, con un viso gentil da sventurato, toccò la sponda dopo il lungo e mesto remigar della fuga. Avea la sveva Stella d’argento sul cimiero azzurro, avea l’aquila sveva in sul mantello e, quantunque affidar non lo dovesse, Corradino di Svevia era il suo nome”. A quelle parole mi si inumidivano gli occhi ma ricacciavo le lacrime per ascoltare il seguito che, dopo altre incomprensibili parole, arrivava al nuovo punto magico:

Ma sul Renio era un castello, e sul freddo verone era una madre che lagrimava nell’attesa amara: Nobile augello che volando vai, se vieni da la dolce itala terra, dimmi, hai veduto il figlio mio? – Lo vidi, era biondo, era bianco, era beato, sotto l’arco d’un tempio era sepolto”.

E solo a quel punto, tra le lacrime, ogni volta, mille domande: ma perché? perché doveva morire, perché lo avevano tradito, perché perché perché?

E insomma, mentre da una parte Roxane, nella Chiesa di S. Pietro, mi sollecita a osservare il magnifico soffitto dorato a cassettoni, e io eseguo compunta, dall’altra parte mi arriva anche la voce di mio nonno, di nuovo lì, presente, con quella giacchetta e gli occhi azzurri dietro gli occhiali e il mite sorriso sulle labbra, che racconta i D’Angiò. Che governarono il regno di Napoli tra il XIII e il XV secolo e, soprattutto per ragioni diplomatiche di alleanza con la Chiesa, appoggiarono lo sviluppo di monasteri e chiese. A questo si devono San Domenico, San Lorenzo, Santa Chiara, Santa Maria Donnaregina, spiega mio nonno, e San Pietro a Maiella, tutte in stile gotico francese, ma badate bene, sottolinea, rinnovato dall’incontro con gli artisti e gli artigiani napoletani. Racconta che in origine, lì dove, nel 1299, sarebbe sorta la chiesa di San Pietro a Maiella, sorgevano due monasteri femminili intitolati a Sant’Eufemia e a Sant’Agata.  Che la Chiesa, costruita con i fondi donati da Pipino da Barletta e con l’appoggio di Carlo II d’Angiò, fu dedicata all’eremita Pietro Angeleri da Morrone che divenne papa nel 1294, col nome di Celestino V, colui che, per Dante, fece “per viltade il gran rifiuto”. Celestino, in realtà, il nonno annuisce mentre la voce si fa più bassa, resse pochi mesi agli intrighi, e riuscì a creare appositamente una legge che gli permettesse di abbandonare il soglio papale, sperando di tornare al silenzio e alla solitudine. E invece, mio nonno anche scuote la testa come faceva anni fa tagliando corto alle domande che facevamo, e invece fu tenuto prigioniero e morì poco dopo.

Intanto Roxane continua, incitandomi a notare come si relazionino bene tutti gli elementi sebbene tanto diversi. Guarda, dice, le tre navate sono divise da archi gotici. Ma, vedi?, questo gotico è liscio, rotondo quasi, non troppo ascetico, è solare, morbido, mediterraneo, non cupo. E’ poco verticale, dice Roxane, si allarga nelle volte ampie e non acute, l’ascetismo è misurato. E’ vero, rispondo, sembra che la Chiesa badi maggiormente allo spazio di accoglienza, di presa di spazio, di allargamento sulla terra. C’è qualcosa di orientale, di arabo, fa lei e continua, Il soffitto a cassettone dorato, espressione del barocco napoletano, non spiazza, dona calore, s’inserisce nell’insieme. Sì, annuisco, il soffitto è davvero splendido. E intanto mio nonno racconta del successivo restauro voluto da Alfonso II d’Aragona (terminato nel 1508), che spostò in avanti la facciata, e degli altri cambiamenti portati dal barocco, (pareti rivestite di stucchi e marmi, abside rialzata, sostituzione del vecchio soffitto a capriate con quello in legno dorato a cassettoni che potevamo ammirare). Si sofferma sull’odiato (da mio nonno e, quindi, anche da me fin da allora) Cardinale Ruffo che lasciò saccheggiare la chiesa e il convento, depreca il pessimo restauro del 1836, quando l’architetto Celentano fece perfino imbiancare gli affreschi del 1300. E ne fece ancora di danni, esclama mio nonno. E ammette che dal 1888 al 1933 si realizzò finalmente un restauro decente, così dice, che rimosse gli stucchi barocchi, rimise in luce la struttura gotica e gli affreschi trecenteschi. Grazie a quel restauro, sento così vicina la voce che mi giro a guardarmi alle spalle, possiamo ammirare questo meraviglioso soffitto in legno dorato con i dipinti di Mattia Preti, una delle massime espressioni della pittura napoletana del Seicento.

Io e Roxane ancora andiamo intorno e ci fermiamo a osservare le cappelle ai lati del presbiterio con le Storie di San Martino e le Storie della Maddalena che risalgono al 300, ammiriamo il pavimento maiolicato tipico dell’arte aragonese ad “azulejos”, il coro intarsiato che risale al XVI sec., l’altare maggiore seicentesco, di marmi policromi, decorati con madreperla e pietre dure a creare motivi floreali, con candelieri e grandi vasi in argento, la balaustra barocca, il Crocifisso ligneo seicentesco, la Deposizione, San Sebastiano a grandezza naturale, le Storie di San Martino, la tomba di Pipino da Barletta, i monumenti sepolcrali… Anche l’affresco della Madonna col Gesù bambino, la Madonna del Soccorso, è del 300. Mio nonno sussurra che il popolino ritiene abbia miracolato la flotta cristiana di Don Giovanni d’Austria, figlio di Carlo V, mentre Roxane, Guarda, dice, la mammella pare staccata dal corpo, un mondo contenuto nelle mani del Bambino, e guarda gli anelli. Io osservo la carne soda, e, quasi in contrasto, quelle mani lunghe, morbide, con quei due anelli, semplici ma raffinati.

Mentre ci avviciniamo alla seconda porta e Roxane mi dice, Guarda, è in linea perfetta con via Tribunali, si vede tutta, fino in fondo, arriva Italicus che precisa il senso di quella doppia entrata, o uscita. S. Pietro è una Chiesa a spuntatora, dice. Non è spazio d’arrivo o di partenza, è spazio di attraversamento. Dunque, questa Chiesa di S. Pietro a Maiella, non solo non può essere vista, vista, se non è collocata in un camminamento, ma è essa stessa parte di un camminamento. E’, appunto, una Chiesa a spuntatora. Mi vengono in mente tante descrizioni di Matilde Serao, immagino quel fiume di persone in giro per le strade, che, provenendo da via Tribunali, accorcia la strada (prima non esisteva Piazza Miraglia), entrando da una parte e uscendo dall’altra, dando così vita allo spazio della chiesa, che per questo non è solo luogo di preghiera, ma è camminamento. Questa disinvoltura nei confronti della Chiesa rispecchia quel rapporto confidenziale e confidente, alla pari e dunque anche brusco, dei napoletani con il sacro. Mi vengono in mente altre pagine della Serao, certi testi di Eduardo, i film del mio amato Massimo Troisi, che raccontano le minacce rivolte dai devoti ai santi se non realizzano le preghiere o i voti, o se i numeri al lotto non escono (ancora episodi della Serao), se il sangue non si scioglie (faccia gialla, urlano i napoletani, diceva mio nonno), e così via.

Girelliamo ancora un poco poi usciamo a guardare da fuori il Campanile, probabilmente sorto all’inizio del XIV secolo. E’ alto 42 metri ed è in tufo con angoli in piperno. E poi entriamo nell’antico Convento di San Pietro a Maiella, il Conservatorio di Musica. Anche oggi ci arrivano i suoni di scale ed esercizi. La musica, il bellissimo giardino del “chiostro grande”, circondato da pilastri di piperno, il chiostro piccolo con la vasca centrale e i pilastri sempre di piperno ma molto più alti, sono esattamente come li ricordavo.

Mio nonno raccontò, a me e a mio fratello, che quel Convento, abolito nel 1799, nel 1826, durante l’occupazione francese, era diventato Real collegio di Musica. Raccontò con soddisfazione che il Conservatorio di San Pietro a Majella, nato dalla fusione di altri quattro conservatori (S.Maria di Loreto, Pietà dei Turchini, S. Onofrio a Capuana e Poveri di Gesù Cristo), era ancora uno dei conservatori musicali più celebri in Italia. Mio nonno amava la musica, quella classica ovviamente, l’opera, Tito Schipa e soprattutto Beniamino Gigli. Ci parlava spesso di musica e in quell’occasione ci parlò di Domenico e Alessandro Scarlatti, di Giovanni Battista Pergolesi, aggiunse che tra i direttori c’erano stati Donizetti, Mercadante, Cilea. Avrebbe voluto farci visitare la Biblioteca del conservatorio, tra le più ricche di tutta Italia in campo musicale, ma allora non fu possibile. Ci sono andata io, molti anni dopo, quando lavoravo a un saggio su Pietro Napoli Signorelli. Vedemmo invece il Museo, ricco di strumenti antichi e con la collezione di ritratti di musicisti celebri, Rossini, Morelli, Wagner, Altamura, Mercadante, Palizzi. E io bambina rimasi incantata nello scoprire che le strade che conoscevo, via Rossini, via Altamura, via Palizzi, o la scuola Morelli, avevano una faccia, celavano un corpo, una persona.

Quando usciamo dal Conservatorio, Roxane, Italicus e io, decidiamo di continuare il giro e così ci avviamo lungo il Decumano, scherzando, commentando la visita fatta, fermandoci a osservare via via le meraviglie che si susseguono l’una dopo l’altra. Questo camminamento lungo tutto il Decumano e oltre, proseguendo in quel reticolato greco-romano, questo guardare, fermarsi, indicare, sottolineare, riflettere, è il risultato di tre sguardi attenti, i nostri, diversi e simili, forse complementari, ciascuno con dentro sedimentato un proprio modo di stare al mondo, una propria sapienza, ma tutti e tre, ancora curiosi e in qualche modo innocenti.

La città del sole e della pizza, del mare e dei mandolini, non c’è, pur essendo sottintesa. Cerco ancora di sgombrare la mente e di farmi il più innocente possibile, di ascoltare e di guardare per cogliere altro da ciò che già ho dentro.  La quantità incredibile e nascosta, elegante perché non ostentata, di portali, portoni, cortili, palazzi interi, quasi mi sgomenta. Ma questa bellezza è calda, accogliente, distratta da sé, e sono molto compiaciuta che Napoli non sia diventata, come altre piccole cittadine del centro nord, una città-museo. Penso con brividi alla sua trasformazione in un luogo turistico, lindo, funzionale e organizzato, come qualcuno vorrebbe.

Superiamo Palazzo Spinelli dove abitava Fabrizia Ramondino, e in un lampo ricordo le volte che andavo a trovarla e lei preparava pasta e fagioli, erbette in insalata, gustose frittatine, e ce ne stavamo ore a bere e fumare parlando di tutto. Ci fermiamo avanti al Pontano (che è la casa di Pontano, afferma deciso Italicus). Sotto i sedili, che Roxane nomina uno ad uno, Italicus si ferma davanti al magnifico portone, assolutamente originale, del Palazzo dell’Imperatore di Costantinopoli. E ancora: la Chiesa del Soccorso (unica staccata dai palazzi circostanti, annota Roxane) con le caperelle dei morti, collocate a distanza però, perché imbevute di quella nozione di morte tetra e terroristica del barocco, dice Italicus, lontana dalla pietà e dalla forza simbolica delle Fontanelle dove, dopo la guerra, le donne adottavano i teschi per onorare i defunti.  Entriamo in S. Lorenzo, dall’unica grande navata, altro magnifico esempio di gotico napoletano completamente diverso dal consueto. La morbidezza materica e solare, dice Italicus, che è sua propria, è dovuta anche alla pietra, il tufo giallo napoletano che non ha nulla a che vedere con la pietra dura e scura tipica di altre regioni.

Io guardo, annuisco, assaporo la strada, la gente che passa o che ci guarda passare. Sono continuamente “distratta” dalle atmosfere. Lo dico ad alta voce e Roxane annuisce. Anche per lei è così. Ancora mi guardo intorno. Sono incantata, riprendo, dalle persone che vanno su e giù, o che stanno ferme in piccoli gruppi a chiacchierare, dai vecchi che fumano seduti sulla pietra sporgente di un basamento di chissà quale secolo, dal loro fare teatro, ti parlano, ti confidano storie, segreti, favole, ti parlano di spiriti e monacielli. Certo, rimango incantata dagli scorci sul mare, da una scaletta, dai colori di una piazzetta, dall’esuberanza di strade e palazzi, ma, appunto, le persone me ne distraggono, attirano la mia attenzione. Però, fa Roxane. Certo, aggiungo, lo so che potrebbe in questo momento passare uno e scipparmi, o addirittura potrebbe scatenarsi una sparatoria e.

Mi interrogo sulla difficoltà di riflessione del popolo napoletano che ha lasciato da sempre questo compito agli intellettuali i quali a loro volta, spesso risentiti, finiscono per usare questa città come capro espiatorio, e. Mi interrogo sulla violenza esercitata dall’ethos collettivo, tradizionale, nazionale, su questa cultura talmente diversa. Sin dall’Unità.

Tra noi tre corrono su questo mezze frasi. Sappiamo che sono tempi importanti ma non abbiamo voglia di stare qui a ragionare, discutere, ci limitiamo ad abbozzare, a farci cenni di complicità e condivisione, con un mezzo sorriso. Prendiamo il caffè, conclude Italicus.

E’ insomma una mattina magnifica, tenera, allegra, soffusa di una specie di malinconia per il non detto che s’insinua tra noi, in certi scambi di sguardi subito distolti, in certi silenzi, in piccoli sospiri, per l’avvertimento di assenze che ciascuno di noi, a suo modo e per sue ragioni, fa ancora fatica ad accettare.

Anna Santoro

In occasione di Maggio dei Monumenti (2009?)

 

 

 

 

 

 

Anna Santoro