• Ondina Peteani

Prima Staffetta Partigiana d’Italia-AUSCHWITZ n.81672

La prima staffetta partigiana d’Italia, deportata ad Auschwitz con il numero 81672 ci ha lasciati ai primi dell’anno, il 3 gennaio 2003.
Era nata a Trieste 77 anni fa. Entrò diciottenne nel movimento di Liberazione. Arrestata due volte, riuscì ad eludere la sorveglianza con rocambolesche fughe, ma l’11 febbraio del ’44 fu ripresa a Vermegliano (Ronchi dei Legionari) e segregata nel comando delle SS di piazza Oberdan da dove venne trasferita al carcere del Coroneo e quindi deportata dapprima ad Auschwitz, a fine marzo, e successivamente a Rawensbruck. Nell’ottobre dello stesso anno fu trasferita in una fabbrica di produzione bellica presso Berlino. A metà aprile del ’45, nel corso di una marcia forzata di 5 giorni che doveva riportarla a Rawensbruck, riuscì a fuggire dalla colonna di prigionieri, rientrando in Italia nel luglio. Aveva 20 anni.

Come racconta chi l’ha conosciuta, la permanenza nel campo di concentramento ha rovinato la sua esistenza minando il suo fisico e il suo spirito tanto da farle dire spesso: «Non so cosa sia il sogno. Dal 1944 so benissimo cosa sia un incubo».
Questa terribile esperienza non le impedì comunque di impegnarsi nella vita civile e sociale. Esercitò la professione di ostetrica, poi nel 1962, insieme al suo compagno, Gian Luigi Brusadin, aprì la prima agenzia degli Editori Riuniti per il Triveneto che divenne ben
presto centro d’incontro di intellettuali, artisti e attori.
Costituì anche un centro di aggregazione per i giovanissimi della sinistra e gestì diverse colonie estive in Istria. Con gli iscritti del PCI di Reggio Emilia fondò l’associazione Pionieri
d’Italia. Nel 1976, dopo il terremoto che colpì il Friuli il suo impegno si concretizzò nell’organizzazione di un campo a Maiano.
Dirigente dello SPI-CGIL, è stata per lunghi anni dirigente anche dell’ANED e dell’ANPI che la ricordano con immutato affetto e riconoscenza.

(da PATRIA INDIPENDENTE Organo ufficiale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
11 maggio 2003)

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Nell’occhio del ciclone.

Squarci sulla vita di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, a cura della professoressa Anna DiGianantonio dell’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia.

Prima di iniziare questa breve relazione sulla figura di Ondina Peteani, vorrei ricordare che l’interesse da parte mia per questa donna è stato sollecitato fortemente dall’incontro con suo figlio Gianni Peteani che mi ha messo a disposizione con grande generosità il materiale che aveva raccolto su sua madre, i suoi teneri ricordi e le testimonianze che ha raccolto dopo la morte di Ondina, talvolta da solo, talvolta con me.
La molteplicità dei suoi interessi e delle sue attività rendono impossibile in un tempo limitato ricostruire nel dettaglio la vita di Ondina. Dunque mi soffermerò solo su alcuni aspetti della sua esistenza.

Vorrei iniziare questa riflessione parlando della morte di Ondina che è avvenuta il 3 gennaio 2003. Gianni ricorda che pesava allora poco più di 40 chili per un metro e settanta di altezza. Era più o meno lo stesso peso di quando era uscita dal campo di concentramento di Ravensbruck, da dove era arrivata proveniente da Auschwitz.
Sembra un dettaglio da poco, ma invece non è indifferente osservare che a livello fisico, nel corpo e nella mente, Ondina portava incancellabili i segni della sua detenzione e li riproponeva sempre uguali a più di cinquant’anni da quell’esperienza.
Ondina non amava raccontare di sé e se lo faceva tendeva a sdrammatizzare il racconto. Antonio Devescovi dice che, dopo aver raccontato qualche episodio della lotta partigiana o della sua detenzione nei lager, Ondina commentava quanto appena detto sospirando: Ah, poveri noi che abbiamo tanto soffritto!”
Nella testimonianza rilasciata nel 1989 agli studenti del Carducci, Ondina Peteani ribadisce “en passant” come era nel suo stile il carattere di violenza assoluta ed annichilente che contraddistingue l’esperienza del lager e cerca di far capire agli studenti che l’aspetto più terribile della detenzione era stata la spersonalizzazione, l’abbrutimento individuale e la perdita di dignità.
Alla depressione opporrà un’attività culturale, politica e civile che non conobbe soste. Fonderà infatti il circolo Ho Chi Min e si collegherà con l’esperienza dei Pionieri d’Italia, particolarmente radicata in Emilia Romagna. Persino alle ferite ai polmoni reagirà con un’opposta e instancabile attività di fumatrice.

Se la detenzione nei lager segna il termine ad quem con il quale dovrà fare i conti a partire dal suo ritorno a casa ad appena 20 anni, il 2 luglio del 1945, la vita precedente alla detenzione deve far riflettere con grande attenzione sul prezzo pagato dalla generazione di Ondina alla politica del fascismo.
E in effetti si tratta di una generazione che venne scaraventata nella politica, spesso senza una preparazione, che dovette affrontare la tremenda repressione fascista e poi nazista in questi territori e che talvolta cedette, parlò, non resistette alle torture, una generazione che dovette scegliere, nel giro di qualche mese, rapidamente da che parte stare e lo dovette fare in una situazione estrema, in una guerra che accentuava la sua ferocia contro i partigiani e le popolazioni civili.
Non dobbiamo dunque dimenticare che i combattenti erano ragazzi, erano giovanissimi che dovettero affrontare prove non solo fisiche, ma anche morali senz’altro superiori alle loro forze, mossi non certo da un progetto politico complessivo, ma dalla ribellione e dal senso di ingiustizia.
Riccardo Giaccuzzo porta degli elementi importanti per descrivere la formazione dei giovani antifascisti cui apparteneva: “La maggior parte di noi non aveva nessuna cultura politica perché non ce la insegnavano certo nelle scuole rurali che avevamo frequentato; in quegli anni poi era pericoloso interessarsi di politica; avevamo vaghi sentimenti patriottici ed antifascisti, ma un forte senso di ribellione alle ingiustizie ed ai soprusi”.

Ondina Peteani iniziò il suo impegno antifascista da giovanissima.
La precocità della sua militanza è spiegabile solamente comprendendo il contesto in cui visse. Nata il 26 aprile del 1925 a Trieste, trascorse la sua giovinezza a Ronchi, dove la sua vita si intrecciò con quella di una delle famiglie più note dell’antifascismo, non solo locale, che fu la famiglia Fontanot.
Nerina Fontanot, figlia di Gisella, unica sopravvissuta del ramo francese della famiglia che vide i suoi due fratelli ed un cugino morire ed essere celebrati come eroi della resistenza in Francia, ha raccolto per anni le memorie della sua famiglia. Nel racconto delle donne di casa emerge il radicamento e l’intensità del sentimento antifascista che animava quella generazione e che fu proprio anche di Ondina Peteani.
Dai racconti dei Fontanot emerge con forza l’importanza della comunità di paese nella formazione dello spirito antifascista e l’essenzialità delle reti di amicizia e di parentela che potevano supportare il rischio dell’impegno politico e della detenzione di alcuni membri, ma compare, con altrettanta evidenza, l’importanza per la loro formazione dell’esperienza dell’emigrazione e degli spostamenti non solo in Europa: da Vienna, alla Bulgaria, all’Africa, agli Stati Uniti, alla Francia, a contatto con diverse esperienze politiche e situazioni sociali.
Non va inoltre dimenticato il ruolo che giocò la grande fabbrica, il Cantiere Navale, nell’apprendistato politico di una nuova generazione di antifascisti, che spesso si formavano alla scuola dei “maestri”, i capi operai che, con il mestiere, trasmettevano ai ragazzi anche i primi rudimenti di una formazione politica.
Nella casa dei Fontanot di Ronchi, quando Vinicio tornò con la sua famiglia dalla Bulgaria nel 1935, vivevano ben 18 persone tra consanguinei e parenti acquisiti grazie ai matrimoni, persone tutte attive e note nell’ambiente antifascista triestino e monfalconese.
Attraverso le parole di quei protagonisti possiamo ricostruire con precisione il clima e l’attività politica di quegli anni, in particolare l’inizio precoce dei collegamenti con il movimento sloveno, rafforzatosi nel 1941 a causa della condanna a morte di Tomasic e per l’invasione della Jugoslavia. Così racconta Velia Fontanot, nipote di Vinicio. Nel monfalconese i rapporti con il movimento partigiano sloveno furono intensi, data anche la condizione di isolamento in cui si trovò la città, che aveva perso i contatti con Trieste e con il resto d’Italia a causa della repressione e dei numerosi arresti.

Ondina fu staffetta di Mario Karis, combattente nelle formazioni partigiane slovene e poi comandante del Distaccamento Garibaldi, e con lui scampò in maniera fortunosa e rocambolesca all’irruzione dei Carabinieri nella casa dove erano nascosti e dove invece vennero catturati i partigiani Fiori, Pezza e Dettori. Si tratta di vicende ancora non chiarite definitivamente, di contrasti tra Karis e Davilla, di sospetti che divisero i comunisti a proposito dell’ondata di arresti tra la fine di dicembre ‘43 e il ‘44 e che si inserivano in un quadro di repressione feroce del movimento partigiano. Le perquisizioni, l’eliminazione fisica, la tortura sotto la quale molti parlarono, fanno da sfondo alla vita rischiosa di questa ragazzina , che , scampata per un pelo alla sparatoria in cui perse la vita Alma Vivoda e rimase ferita Pierina Chinchio, venne infine arrestata una prima volta ai primi di luglio del 1943 a Ronchi, insieme a numerosi membri della famiglia Fontanot.

Così Ribella Fontanot ricorda quell’arresto: “Pochi giorni prima che venissero ad arrestarci, avevamo fatto il lancio dei manifestini a Vermegliano e a Ronchi, io, la zia Nina, mia cugina Vilma e Ondina Peteani Questo lancio durò tutta la notte. Ci hanno arrestato in casa il 3 luglio, di mattina. Eravamo tutti a letto, spogliati. Non ci hanno dato neanche il tempo per vestirci. Mi sono infilata un trench per uscire. Ci hanno portati a Monfalcone dove siamo rimasti diverse ore. Ma non c’eravamo soltanto noi. Hanno portato via tre corriere di arrestati, tutta Vermegliano!”

Accanto alla paura della detenzione e della tortura, un altro dramma coinvolse Ondina. Della spiata che portò in carcere tutta Vermegliano, venne accusata proprio lei. Fu sua madre che rivelò ad un gruppo della GAP venuto a casa sua per conoscere i fatti che a fare la spia era stata l’altra figlia, Santina, che aveva una relazione con un SS. Santina venne eliminata, e questa tragedia famigliare che aveva spinto una madre a sacrificare una figlia per salvarne un’altra non venne mai dimenticata.
E’ questo un esempio dei drammi che questi giovani dovettero affrontare e che segnarono l’intera loro esistenza.
Uscita dal carcere il 10 settembre Ondina partecipò alla battaglia di Gorizia e fu una delle pochissime donne di quella straordinaria impresa. Fu attiva poi nel Battaglione Triestino con incarichi di collegamento ed informazione e venne incaricata di una delle imprese epiche della lotta di liberazione in quei territori che fu la cattura e l’uccisione di Valter Gherlaschi, detto Blechi, il partigiano divenuto spia dei tedeschi , che fece arrestare decine e decine di antifascisti, girando per i paesi, aspettando l’uscita degli operai dal Cantiere e indicando gli oppositori ai tedeschi. Eliminarlo era fondamentale, ma nello stesso tempo estremamente pericoloso per la protezione e gli appoggi di cui godeva la spia.
Ricorda Giaccuzzo: Ondina era in gamba e per questo fu scelta per far parte del gruppo che doveva smascherare Blechi. Si trattava di cinque compagni che dovevano essere persone sveglie, intelligenti e furbe, che dovevano individuarlo ed eliminarlo. Non potevamo e non volevamo commettere errori, col rischio di perdere l’appoggio della popolazione, che era già terrorizzata dai continui arresti che la delazione di Blechi stava provocando. Ci sentivamo un po’ in colpa di aver affidato proprio a lei, che era così giovane, una missione tanto pericolosa. Ma con attenzione e spirito di osservazione, riuscì ad individuare la spia.
Blechi venne ucciso da un gruppo partigiano il 2 febbraio del 1944.
Ma ormai Ondina era segnalata, ricercata, braccata e correva seri pericoli.
Così nel novembre del 1944, mentre si dava da fare per raccogliere vettovaglie , indumenti, medicine per i partigiani, mancò all’appuntamento con Riccardo Giaccuzzo che ricorda così l’episodio: “ Quando il battaglione era stanziato a Temenizza, ogni sera si andava in pattuglia fino a Monfalcone per rifornirsi soprattutto di viveri, perché si era in pieno inverno e bisognava assolutamente distribuire del cibo a quelli che erano in montagna e che già pativano molti stenti. Per questo erano necessarie persone conosciute, perché si andava nelle case, da alcuni bottegai e presso famiglie di cui sapevamo di poterci fidare e che si incaricavano di raccogliere vettovaglie, indumenti e generi vari per i partigiani. Di queste spedizioni facevano parte oltre a me, con funzioni di comandante, anche la Ondina e altri compagni bene conosciuti nella zona. L’appuntamento per il ritorno era sempre al solito posto, sulla strada che da Selz porta a Doberdò. Una sera, alla metà di febbraio, dopo il solito giro, aspetto…ma Ondina non arriva. Vengo a sapere in seguito che era stata circondata dai fascisti per la delazione dei suoi vicini di casa”.

Fu dunque rinchiusa nel carcere del Coroneo, a disposizione delle SS che avrebbero potuto utilizzarla come ostaggio per le rappresaglie che i tedeschi mettevano in atto in risposta alle azioni di guerriglia partigiane.
Ricorda Ondina: “Alla fine di maggio ero nell’elenco di quelle che dovevano essere deportate. Non sembri strano se dico che ne fui contenta, ma durante la mia detenzione erano accaduti parecchi fatti preoccupanti: il peggiore era stato il prelievo di alcune detenute e la loro impiccagione per rappresaglia in via Ghega. Qualcuno già sapeva che qualcosa stava succedendo in Risiera. L’interprete mi disse “Vada via contenta, qui stanno accadendo davvero cose molto brutte. Meglio via, lontano da qui, che in Risiera”.
Così Ondina partì per Auschwitz all’alba del 31 maggio 1944, dal binario del silos, dove passavano le merci, relativamente tranquilla.

La fine della guerra e il ritorno alla normalità non ricondussero Ondina alla pace. Nel dopoguerra si aprirono nuovi fronti di combattimento: uno fu quello della sua convivenza, a partire dal 1958 con Gian Luigi Brusadin, bellunese giornalista dell’Unità, amico di Tina Merlin, quasi architetto, instancabile operatore culturale e agente librario degli Editori Riuniti. La loro unione si presentò problematica, in quanto Brusadin era stato in precedenza sposato. Sia per la legge, sia per la morale comune, anche comunista, la convivenza inizialmente destò scandalo. Si incontrarono – come ricorda Gianni- nella stanza di Vittorio Vidali presso la Federazione del PCI, lei in cerca di affittuari per l’appartamento che aveva preso insieme alla madre in viale XX Settembre 11 a Trieste, lui in cerca di un’abitazione. Le due esigenze non potevano che incrociarsi, così come i loro destini che rimasero uniti, fino al 1987, anno in cui Brusadin, come tutti, a cominciare da Ondina lo chiamavano, morì ad appena 60 anni. Penso che quelli fossero anni felici per Ondina.
Lasciata la professione di ostetrica, si mise a fare con il suo compagno l’operatrice culturale. In casa sua d’altronde una stanza era affittata al pittore Sabino Coloni e ben presto l’ agenzia divenne un punto di incontro e di aggregazione per un folto numero di persone, uomini e donne, intellettuali ed operai politicizzati, vecchi e giovani che ne fecero un luogo di grandi discussioni su politica, letteratura, arte, costume e – come ricorda June Cattonar – sull’educazione dei bambini.
A proposito di bambini la dottoressa Fulvia Bertoli ricorda: “Un giorno Ondina mi chiamò per una visita medica a domicilio. Il paziente era un piccolo cucciolo dai capelli rossi, sgambettante sul tavolo. La trasformazione felice di Ondina nel presentarmi il suo bambino mi colpì e compresi allora quanto profondamente essa avesse aspirato ad essere madre”.
Anche perché Gianni non crescesse solo, ma stesse assieme ai suoi coetanei la madre iniziò ad interessarsi ed occuparsi di educazione dei giovani, inventando un’alternativa al modo di organizzare la vita associativa che avevano i raggruppamenti giovanili di ispirazione religiosa. Dalla “colonia della parrocchia al soggiorno internazionale laico” si potrebbe intitolare questa fase della vita di Ondina Peteani che contrappose appunto alla tradizionale vacanza confessionale, quella laica e socialista in Jugoslavia, e addirittura nella DDR.

Fu quello il periodo della formazione del Circolo Ho Chi Min che organizzò i giovani in gite, campeggi, week end. Ondina con Brusadin, il cane Bielka e il gruppo dei giovani pionieri trascorsero vacanze certamente serene , ma, immagino, molto defatiganti, divertendosi e – come ricorda Renato Kneipp -–”ragionando e discutendo sul modello di società che volevamo contribuire a costruire, partendo proprio dai valori della Resistenza, dall’amicizia con i ragazzi di tutto il mondo ed in particolare con quelli di quei paesi che erano in lotta contro l’imperialismo neo colonialista, del resto in quegli anni la guerra del Vietnam ci coinvolgeva in modo diretto.

Ricorda June Cattonar: “Solo ad una persona come Ondina avrei consegnato mio figlio di 9 anni per un viaggio nella DDR. Quando mi telefonò per propormi la cosa, non ero affatto entusiasta. Era il 1969 e la DDR mi sembrava un grande buco nero oltre cortina. L’anno prima c’era stata l’invasione della Cecoslovacchia ed io ero già rosa dai dubbi e questa donna mi propone non solo di portare un ragazzo di nove anni in giro per un mese, ma oltretutto nella Germania dell’est! Mi disse che potevo stare tranquilla, che tanto questa era la seconda volta che ci andava, che l’anno prima ci aveva già portato un gruppo. Beh, allora…eravamo veramente un po’ matti tutti. Ma io lo feci in piena fiducia. Ero certissima che non poteva succedere niente di pericoloso. Era tutto pacifico, perché c’era Ondina. Da quella vacanza ad Ondina venne la voglia e l’idea di costituire l’Associazione Pionieri a Trieste. Ne parlò con Vidali, che le promise tutto il suo appoggio”.

Una cosa va però ricordata. Non bisogna a mio avviso semplicisticamente pensare che all’ educazione religiosa i comunisti ne opponessero una apparentemente laica, ma in realtà semplicemente speculare a quella cattolica. Rino Musto ricorda che quella di Gianni fu una famiglia profondamente diversa dalla sua, con minori gerarchie, con ruoli paritari, dove ogni cosa veniva discussa, dove ognuno aveva diritti e doveri. Insomma un modo di vivere assieme realmente diverso da quello di molte famiglie di allora.

Il giovane storico Sandro Bellassai nel suo volume “La morale comunista” analizza il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata nella cultura politica del partito negli anni 50 e mette in evidenza il profondo ruolo ideologico, morale ed educativo che ebbe il PCI in quegli anni. In quanto intellettuale collettivo in grado di guidare le masse, il PCI era chiamato ad esercitare un’egemonia di tipo fortemente pedagogico e a questo scopo va considerata la fondazione e le alterne fortune di un’Associazione come quella dei Pionieri d’Italia che, assieme ai Falchi Rossi socialisti e alle Rondinelle, emanazione dell’UDI, reclutava a metà degli anni 50 circa 165.000 ragazzi e ragazze.
Non è questo il luogo per analizzare i contenuti e i principi di questa politica verso l’infanzia che segnò sicuramente i giovani comunisti di allora, ma leggendo le testimonianze di Renato Kneipp, dei fratelli Devescovi, di Davide Nicolini, di Marina Naveri, dello stesso Gianni Peteani, dei giovani che vissero insieme quegli anni mi pare che emerga una caratteristica simile : il senso forte di essere appartenuti ad una comunità con le sue peculiari caratteristiche, con valori, principi, idee ed obiettivi diversi da altre comunità. Dai loro racconti non traspare il peso di un’educazione fortemente ideologica ed autoritaria. In realtà molti ricordano la libertà di cui godevano in questi campeggi, la contentezza per poter recitare liberamente e per conoscere e vivere in mezzo alla natura.
I loro ricordi sono pervasi da una forte nostalgia e da un’idea di comunismo che affonda le proprie radici negli affetti e nelle esperienze quotidiane. Mi pare che sia questo il senso dei ricordi di Davide Nicolini che dice:” I miei ricordi sui pionieri confondono le immagini di viaggi e di campeggi con grigi pomeriggi in via Capitolina e stand alla festa dell’unità. Dei secondi due ho pochi ricordi, dei pionieri ricordo il mio primo viaggio in Germania orientale. Dormivamo in case basse, in camerate. Fuori grandi prati. Non distante, l’alzabandiera, i canti con le trombe dei pionieri della DDR, le loro camice blu con le spille con i simboli ed i gradi. E poi i pionieri russi, con le camice bianche e il fazzoletto rosso. Guardati sempre, non so perché, con ammirazione e rispetto. Il primo giorno – questo lo ricordo bene – come pranzo di benvenuto ci servirono pasta e cacao. E poi settimane di patate e margarina. Di Berlino mi ricordo le strade larghe, vuote ed assolate, e le infinite riunioni ed incontri ufficiali, ci coccolavano. Eravamo forse gli unici occidentali? Ma ci guardavano anche in modo strano, troppe chitarre, troppi capelli lunghi. Era un comunismo pulito, un po’ disadorno e al sapore di margarina, quello che avevamo visto”.
Un comunismo che ha il significato delle cose domestiche, del pane e margarina, delle amicizie e delle idee maturate nell’adolescenza, dei primi ragionamenti e delle prime passioni, che Ondina sorvegliava con attenzione e riservatezza, lasciando che, alla fine, molto liberamente, ciascuno seguisse la strada che aveva scelto.

Il percorso “al femminile” di Ondina attraverso la stagione più dura del XX secolo trova riconoscimento nella pionieristica aggregazione partigiana dove affronta clandestinità, carcere e privazioni di ogni sorta. Si impone sulla scena con atti eroici, azioni ad alto rischio e rocambolesche fughe sotto il fuoco degli sgherri.

Giovanni Peteani