Foto di viaggio

(da Album, L’Araba Felice, 1992)

 

C’è tantissimo mare, più ancora di tutto quel cielo. Tantissi­mo mare e c’è anche la spiaggia. Il colore è quasi lo stesso, eppure sono tre strisce: il cielo, il mare, la spiaggia. In primo piano, c’è un’altra piccola striscia: un gradi­no di legno dove, di spalle, fianco a fianco, siedono due bambini. Potremmo anche dire: ci sono due teste, due schiene, una ben dritta, l’altra un poco ricurva (quella con le trecci­ne ha i gomiti sulle ginocchia e il mento sui pugni), sullo sfondo la spiaggia, il mare ed il cielo.

I bambini indossano magliette chiare e minuscoli pantalon­ci­ni che s’indovinano da certi dettagli (l’orlo su una gamba nuda, l’inizio della cintura al segno di vita), e di sicuro hanno scarpette di pez­za, quelle con i quat­tro buchi e il bottoncino di lato.  Questo si può solo immaginare.

Di lei abbiamo detto: ha treccine a scopetta e lanuggine bionda sul collo. A lui invece sul collo ricadono un po’ lunghi i capelli tanto fini da far venir voglia di accarezzarli. Sono lì che guardano il mare sognando. Non sono accaldati. Sono fermi a guardare quel mare. E’ ciò che da sempre hanno amato: guardare quel mare.

Su quel mare il padre tante volte è partito e al ritorno ogni volta ha raccontato di terre lontane, di uomini scuri e donne dagli occhi dolcissimi, di musiche dai ritmi sconosciuti, di canti levati alle stelle, di nuovi strumenti per lavori che lui non ha mai praticato.  Il padre torna e racconta ciò che ha imparato. Anche la madre racconta: lei viaggia dentro, dice, e sostiene che le piace così. Lei viaggia guardando quel mare. Questo ha insegnato ai suoi figli: a lasciare libera la mente e il cuore, ad aspirare l’odore del mare, a immaginare.

Su quel mare, all’orizzonte, passano navi, e certe volte i gabbiani, planando vicino ai bambini, bisbigliano di cibi misteriosi e di vestiti dai colori mai visti.

I bambini con occhi socchiusi guardano il mare, e vedono sabbia colorata da pasticciare per dare forma a mille figure, e vedono case e sguardi di luce e visi stranieri, nuovi, da amare. A loro piace pensare le cose misteriose a cui la madre fa cenno e poi scuote la testa: non dice di più. Saranno loro, da grandi, a capire, amare, crescere nella testa e nel cuore. Così, col pensiero vanno per larghe praterie e città come quelle dei libri, con gruppi di amici e corse, risate, giochi, di quelli che lasciano ansanti, una mano sul fianco ad accarezzare un breve dolore. Sognano ciò che non sanno. Questo è sognare.

E’ da quando erano in braccio alla madre che guardano il mare e ascoltano i racconti e i sorrisi di lei. A quel tempo, lei li lasciava in un recinto fatto con canne, avvici­nava alle loro manine morbidi giochi di pezza, sostava un momento ancora con occhi adoranti, poi rientrava a sbrigare faccen­de, a leggere, scrivere, pensare. E sempre dalla finestra continuava con quel suo sguardo di chioc­cia sui suoi cuccioli, mentre, un po’ rotolando un po’ puntando i piedini e affer­rando le sbarre di quella innocente prigione, una si alzava, l’altro restava in ginocchio, entrambi con gli occhi a quel mare.

Il padre non è più tornato: chissà le cose che ha visto, le cose che lo hanno affascinato tanto da trattenerlo lontano dai bambini e dalla donna che ama. O forse è stato travolto dal mare, dall’ansia che aveva di andare, dalla ingenua incomprensione di quanto valesse costruire, usare mattoni, piallare. La madre dipinge fantastici quadri, a volte inquietanti, che nascono dai cassetti dei ricordi o della fantasia. Un tempo anche lei ha viaggiato per mare e per terre lontane ma ora ama spaziare con gli occhi a quel mare. Dice che si espande di più.

Anche ora che sono un poco più grandi, quello che amano questi bambini è sedersi su questo scalino, e star qui a guardare quel mare. Viaggiando