Maria Zambrano (1904 – 1991)

 

Nella biografia di Zambrano si snodano il rigore intellettuale paterno, l’esilio che amerà come sua terra, l’affetto per la sorella Araceli offesa dal nazismo.

Nata nel 1904 a Velez-Malaga, nell’Andalusia incrocio di sufismo, ebraismo e cristianesimo, da una famiglia di intellettuali socialisti, conosce una giovinezza piena di stimoli fino ad arrivare alla scelta della facoltà di Filosofia, abbandonata e scelta nuovamente più volte. Scriverà ne I beati Milano, 1992, p.98) che “l’attitudine filosofica è quanto di più simile ci sia ad un congedo” ed è un‘attitudine che non la lascerà più.

E’ da questo congedo che i suoi testi sembrano tratti: concetti che portano a una coincidentia oppositorum che scardina il logos occidentale monolitico per ricondurlo, per avviarne la strada, al logos embrionario che ha misericordia delle sue radici, della sua origine, del suo sentire. Logos nascente bisognoso di cure che informa, in questo suo farsi, gli avvenimenti futuri.

Questo congedo e quest’attitudine non soggiogheranno il pensiero attraverso l’occultamento del corpo, non lo escluderanno dalla concentrazione che è necessaria al pensare, dando uguale spazio al sentire e al capire che sono inseparabili nella conoscenza.

“…un logos che si facesse carico delle viscere e fosse per esso alveo di senso; che elevasse alla ragione ciò che fatica e duole senza tregua, riscattando la passività, la fatica e anche l’umiliazione di quanto palpita senza essere udito, perché non ha parola” scrive in Dell‘Aurora (Genova, 2000, p.145).

E’, allora, la conoscenza che viene dalle entranas, dalle viscere, dal cuore, dai tessuti molli ( e anche l’organo cerebrale lo è), una conoscenza che non divide, che dà alla filosofia l’unità dell‘ein: sentire, fiutare, essere, proprio ciò che è stato rimosso perché si è data la preferenza alla singolarità del soggetto e della sola volontà dimenticando che in noi tutto è correlato. E infatti “il riassorbimento della disumanizzazione in una più ampia umanizzazione si è fatto ineludibile e urgente” (Sul problema uomo in “Leggere”, Dicembre 1990)

La compassione verso il pensare è quella che Maria Zambrano attua e che mantiene la sua attitudine filosofica. Misericordia, cioè avere a cuore la miseria propria e quella degli altri, è accompagnare i concetti, il concepto verso le sue origini dove l’interrogazione, lo stupore di fronte alle cose mostra sia chiarezza che oscurità: nella poesia, nella “ragione poetica”, umana, veramente umana. Pietà questo sentimento originario “quasi la patria di tutti gli altri ” è una guida che porta a intenderci con i vari modi dell‘essere, con chi è altro da noi, il diverso , con la realtà di ciascuno, ci fa scoprire che la realtà del sentire accompagna la conoscenza e che non tutto è definibile, anzi ci sono più frequentemente realtà che rifiutano la definizione e nondimeno sono vissute. Ecco, qui, in questo tentativo di nominare la Pietà, ipostasi quasi della misericordia, viene delineato l ‘alveo di ciò che vuol venire alla luce, “un dio sconosciuto”, questo e quello, cuore del vivente.

Maria Zambrano ha trascorso gli anni della maturità in esilio. Metà della sua vita in ciò che ha considerato un’altra patria. “Amo il mio esilio” ha scritto.

Al braccio dell’anziano poeta Antonio Machado, con la madre e la sorella, varca nel 1939 i Pirenei, strada seguita da molti altri intellettuali che avevano difeso la Repubblica. E dire che già nel 1936 era a Santiago del Cile dopo il matrimonio con il diplomatico Alfonso Rodriguez Aldave. Ritornerà in Spagna “precisamente perché la guerra era perduta”.

Questo destierro, quest’esilio è una componente essenziale del suo pensiero e si snoda in vari luoghi che la vedono sempre impegnata nel dibattito civile, culturale dei paesi ospitanti.

Il Messico la vede insegnante di Filosofia a Morelia, l’antica Valladolid dove un vescovo, Vasco de Quiroga, aveva fondato cooperative agricole e artigiane, ospedali, conciliando la cultura indigena e quella cristiana. Non era nuova a queste iniziative perché già nei primi anni ’30 si era impegnata nelle Missioni Pedagogiche del governo repubblicano spagnolo.

Dal Messico va a Cuba dove collabora a “Origenes” con Lezama Lima e altri, a “Lyceum”, circolo culturale femminile, che saranno nel periodo della dittatura punti di resistenza attraverso l’intenso dibattito svolto.

Negli anni 1946-48 si sposta in Francia ma arriva a Parigi quando la madre è già sepolta. Da allora vivrà sempre con Araceli, la sorella amata, torturata dai nazisti. Qui verrà apprezzata da Sartre, de Beavouir e Camus che avrà con sé, il giorno della sua morte, la traduzione francese manoscritta di El hombre y lo divino.

Tornata a La Habana dove rimarrà fino al 1953, sarà a Roma per più di dieci anni. Stringe amicizia con Cristina Campo, Elemire Zolla, Elena Croce che sosterrà le sorelle durante il soggiorno. Altri intellettuali spagnoli lì esiliati riterranno opportuno rientrare in patria in questi anni. Lei vedrà la Spagna solo nel 1984 e fino ad allora vivrà in Svizzera, a La Piéce, nel Giura francese. Qui intratterrà relazioni epistolari con gli amici Lezama Lima, Edison Simons e altri conosciuti nei luoghi dell‘esilio precedente.

Libri fondamentali come De la AuroraClaros del bosque, Los bienaventurados, verranno scritti qui, nella casa accanto al lago Lemano e l’esperienza del paesaggio formerà pagine che diranno ancora di più la “trasformazione” che la filosofia opera.

Arrivata in Spagna, ormai conosciuta, rivede frammenti, inediti e, grazie alla Fondazione che amici intellettuali le dedicano, può continuare a scrivere finalmente libera da preoccupazioni economiche. In un’Europa, insieme di soggetti , la cui “agonia” si manifesta nella loro esplosione, il velo più che trasparente del suo pensiero mette in risalto le relazioni tessute dagli esseri umani, la bellezza che scaturisce spesso da una conoscenza non discorsiva o che non riesce a dirsi perché il pensiero si arresta alla violenza fondativa della storia sottesa a vissuti dolenti.

Già malata, nel 1988 le viene assegnato il Premio Cervantes, prima donna e filosofa a ottenerlo. Muore nel febbraio 1991. Sulla lapide che sigilla la tomba è incisa una frase tratta dal Cantico dei Cantici: Surge, anima mea, et veni.

Una vita d’esilio, all’insegna della povertà, del disconoscimento. Una vita patita, di passione nel suo senso più vero in cui, il sentire di questo nome, di questo concetto è portato verso il farsi di una verità che abbia pietà della realtà. La ragione poetica ha incontrato e si è alimentata della durezza delle circostanze, queste “supplici” che non l ‘hanno allontanata dalla luce intravista durante una lezione sulle categorie di Aristotele tenuta da Zubiri, quando da studentessa si chiedeva se doveva continuare a studiare Filosofia.

E’ una luce che diventa ritmo e canto in testi che hanno l’andamento dei primi poemi filosofici. In lei la poesia, la ragione poetica è prima di tutto nel farsi del discorso, orale o scritto. Cioran in Ritratti d’ammirazione scrive che non avrebbe mai voluto che s’interrompesse e che le frasi pronunciate durante il loro colloquio hanno continuato ad accompagnarlo per molto tempo.

Una filosofia che si fa poesia, che manifesta in questo suo processo la discendenza della parola, che è suono e luce insieme, che si fa esperienza attraverso la sua scrittura e che nell’espressione dispiega la modalità di un logos creatore come quello indagato in artisti come Botticelli, Goya, Kandinskij fra tanti altri. Rivalutando l’esperienza che viene dai sensi , la parola, figlia della memoria, riesce a toccare l’unità che la dispiega. Filosofia e poesia, atteggiamento filosofico e esperienza artistica rivelano un logos tramite segni, parole, colore e scoprono una stessa chora, una memoria anteriore a qualsiasi origine di cui è nome la correlazione nella conoscenza.

Tutta la filosofia di Maria Zambrano si presenta nella connessione dei suoi temi e attraverso il percorso che ha avuto la sua vita come una filosofia aurorale. C’è la cura per lo stato nascente del concetto, per la bellezza segreta che disegna l’avvicinarsi a un pensiero quando richiama interrogazione e risposta insieme. Ciò che si è lasciato e ciò che sta venendo alla luce ha nell’Aurora, limite e figura della filosofia , una guida. Ed è aurorale questo andare fino ai confini del pensiero, questo andare da bienaventurados fra le contraddizioni e le aporie del mondo in luoghi che si fanno canto e spazio, con una scrittura che s’insinua fin nella significazione simbolica delle teorie per riscattarle e riportarle all’esperienza, alla reciprocità di donne, uomini.

 

Negli ultimi anni si sono tradotti importanti testi quali:

  • Seneca, Milano 1998
  • L’agonia dell’Europa, Venezia 1999
  • Dell’Aurora, Genova 2000
  • Delirio e destino, Milano 2000
  • Persona edemocrazia, Milano 2001
  • L’uomo e il divino, Roma 2001.
  • Luoghi della pittura,Milano Medusa 2002
  • Il sogno creatore,Milano Bruno Mondadori 2002

Bibliografia:

Per le opere di Zambrano nell’originale spagnolo e per una bibliografia esauriente si rimanda sia a quella curata da Flavia Garofalo in “Filosofia e poesia” Bologna 1998 dove è anche possibile consultare una breve rassegna di link a lei dedicati, sia al numero monografico 279,1997 di Aut-aut.

In Antigone e il sapere femminile dell’ anima (Roma 1999) a cura di Maria Inversi è attestato l’ interesse di alcune artiste di teatro e arti visive verso il suo pensiero.

 

                                                                                             Tommasina Squadrito