Capri

 

C’era una volta, tantissimo tempo fa, la più bella isola che voi possiate immaginare.

Ai marinai che si affacciavano dalle navi in passaggio, an­siosi di vedere -o di rivedere- la “perla del mare”, l’isola appariva magica, tutta grigia azzurra, con larghe parti di verde tenero e luminoso e chiazze di tutti i colori del mon­do.

In verità l’isola dava anche un po’ di tremore al cuore di quegli uomini, perché appariva chiusa e inaccessibi­le, dalle coste alte, irte di scogli dalle forme fanta­stiche, circon­data dal mare più profondo che avessero mai incontrato.

Si diceva che lì vivessero le sirene, e che la più bella fosse stata trasformata in quell’isola da un dio gelo­so del suo amore per un marinaio, e infatti il profilo delle sue dolci colline disegnava il profilo di una donna dai lun­ghi capelli.

Quando i Romani arrivarono, trovarono donne e uomini, un po’ greci, un po’ no, che lavoravano quieti e pigri. I Romani bevvero quel vino bianco, si inebriarono al profumo dei gelsomini e ammirarono alberi meravigliosi: il leccio, il lentisco, il gine­pro, e l’asfodelo, l’erica, la ginestra, e in inverno si incantarono al fiorire del li­to­sferma.

Scoprirono anche la dolcezza deii gabbiani che scen­devano fino a prendere dalle mani il cibo che loro increduli offri­vano, imitando gli isolani, e scoprirono le melodie delle foche e il guizzare delle lucertole azzurre. Allora decisero di fermarsi, crearono piccoli approdi e co­struirono ville e luoghi di divertimento, cisterne d’acqua e opere di difesa.

Augusto, quando avvertì di essere in procinto di morire, tornò a salu­tare la sua isola, si stese nell’erba del grande prato fio­rito, chiamato An­teomessa da Omero, e pensò che forse la vita poteva essere dolce.

Anche Maria, quando sale sul Solaro per mostrare alla sua amica straniera Napoli, Ischia, Sorren­to e insomma tutto quello che c’è da vedere, pensa per un momento che la vita può essere dolce. Perché guarda il mare e pensa che così dall’alto sembra ancora pulito.

Allora ricorda i rac­con­ti del nonno, di quando si tuffava dai Faraglio­ni, di quando si addormentava nelle grotte e di quando, sorpreso dall’alta marea, aveva rischiato di rimanerci prigioniero.

E ricorda le storie della nonna, quando, sedute sullo scalino del portonci­no, anco­ra abitavano nella caset­ta bianca dai soffitti a volta: che un tempo c’erano i cor­sari, e il più famoso era Dragut, e contro di essi avevano combattuto tutti, non solo norman­ni, svevi, fran­cesi, napoleta­ni, ma la gente dell’isola, perché quando ar­rivavano quei predoni arrivava la morte.

Certe volte la nonna ripeteva i racconti di sua nonna: di quando c’era stata la peste e la gente moriva come mo­sche, di quando arrivava Ferdinando IV, per la caccia alle quaglie, di quando Murat fece una festa grandissima perché aveva ripreso l’isola agli Inglesi, e di quando era stata scoperta la Grotta azzurra, nel 1826, e la pace era finita, aggiungeva la nonna della nonna, perché cominciarono ad ar­rivare tanti stranieri.

“Se la nonna vedesse ora” pensa Maria, e si gira a guardare la sua amica. Ed è quella che le raccon­ta la storia di Lucilla, sorella di Commodo, e di Crispina, la moglie, per­ché l’ha letta su un libro. Il crudele imperatore aveva tenuto prigio­niere le due donne nel­l’iso­la, fin­ché lì erano mor­te, nel 182. E dunque sarebbe di Crispina o di Lucilla il dolcis­simo profilo steso con lo sguardo verso il cielo.

E poi Maria porta in giro la sua amica a vedere i luoghi del suo amore. Il Palazzo a mare, dove forse si rifugiava Augusto nei momenti di affanno, i Bagni di Tiberio, e la Cer­tosa di S. Giacomo, Villa Jovis, l’Arco Naturale e la Grotta di Matromania.

Andando in giro, Maria spiega che le case, una volta, erano di tufo vulcanico, quello di Sorrento, usato assieme alla pietra calcarea di Capri, ed erano tutte piccoline, quelle case, ma con grandi terrazze al posto del tetto. E spiega anche che prima Capri era unita alla Penisola Sorrentina ed era abitata già nel paleolitico. Questo si sa da certi scavi dell’ini­zio del 1905-1906, precisa Maria. Del resto, ag­giunge, anche in altri luoghi dell’isola ci sono documentazioni riguardo l’età neolitica.

Un giorno salgono alla Villa San Michele, un altro arriva­no al Belvedere di Tragara scendendo poi fino al Porto, un altro alla Grotta azzurra e così via. Ma i posti da ammirare in verità sono dovunque, e infatti dovunque l’amica si ferma e vuole saper tante cose.

Per esempio, perché gli abitanti dell’isola, così dolci e ospitali, hanno sempre qualcosa di ansioso nello sguardo e nelle mani. E Maria risponde che forse l’antica mancanza di acqua mantiene la gente sempre un po’ tesa anche se ormai se n‘è persa la ragione, o forse è il ricordo dei tanti dominato­ri che l’hanno colonizzata. Alcuni per amarla, altri per depre­dar­la.

Dopo i Greci e i Romani, infatti, si erano susseguiti i Van­dali, i Napoletani, la giurisdizione ecclesiastica, il ducato di Amalfi, i Normanni, gli Aragonesi, gli An­giò, gli Spagnuoli, i Borboni di Napoli, i Francesi e gli Inglesi e di nuovo i Napoletani di Murat. E sempre i capresi avevano dovuto combattere contro le scor­rerie di corsari e musulmani.

L’amica vuol sapere anche perché si chiama così, l’isola. E Maria risponde che non sa con certezza come l’i­sola si chiamasse all’o­rigine, forse Caprea, o Ca­preae, o chissà come. E comunque oggi si chiama Capri, sorride Maria, e ancora tutti cor­rono a vederla, certi che sia la più bella isola del mondo. Come lo pensa­vano Gorki, Ada Negri, Axel Munthe, e tantissimi altri artisti. E allora la ragazza le chiede perché un amore così grande, quel­lo di tutta la gente del mondo per l’isola, possa essere così rapace, così distruttivo. E Maria questa volta non sa che cosa ri­spondere e tace mentre l’altra continua a chiedere.

Maria non l’ascolta più. Ha chinato la testa e si sente triste perché tante volte pensa di andare via. Lei sa che l’iso­la è grigio-azzurra perché è formata da un grande masso calcareo di quel magico colore, sa che sirene non ce ne sono mai state, sa che le lucertoline azzurre se ne stanno rinta­nate zitte zitte sotto i massi mentre i gabbiani levano gridi di dolo­re al cielo e a che le foche sono scom­parse, e che nel fondo del mare quasi non si trovano più quei cri­stalli di augite che facevano impazzire le romane, e certe volte le sembra che i putipù nelle feste non hanno più quel suono vivace e ritmato di tanto tempo fa, ma sembrano battere una danza di addio.

 

 (scritto tanti anni fa per una raccolta su luoghi della Campania rivolta a ragazzi della scuola)