IL PROBLEMA DELL’IDENTITÀ

 

Da parte del movimento femminista, la ricerca dell’identità è stata sempre posta in termini estremamente diversi dal “problema d’identità” tradizionalmente inteso.

L’immagine dell’individuo sradicato che erra pensoso alla ricerca di una identità smarrita, cara a tanta cultura maschile, dalla letteratura alla pittura, alla musica, al cinema, non ha niente a che vedere col problema della donna, che non è posto in modo astratto, esistenzialista, di “linea di principio”, in poche parole individualistico.

Voglio dire che il problema dell’identità per la donna coincide con quello della liberazione, che, lo sappiamo bene, pur essendo avvertito a livello individuale, non può essere affrontato e risolto che in modo col­lettivo.

Inoltre mentre l’uomo, schematizzando, può ad un certo punto “smarrire” un’identità sua, frutto di una cultura, di una storia secolare (tralascio di affrontare in questa sede i livelli e i modi di oppres­sione e di ruolizzazione subiti anche da lui), la donna ad un certo punto può avvertire la sua non appartenenza alla cultura, alla storia, al linguaggio dominante e quindi non “smarrire” l’identità, ma prendere coscienza che essa è qualcosa di cui finalmente può impossessarsi.

Per questo, prima del bisogno dell’identità, siamo passate attraverso la presa di coscienza che la nostra immagine “esterna”, diciamo, era appunto dall’esterno determinata. Questo ha comportato una presa di coscienza della mancanza di autonomia, per cui siamo ricorse alla “separatezza”, allo “stare tra don­ne” e quindi al collettivo e all’autocoscienza, per analizzare la nostra condizione e osservare il reale attorno partendo dalla contraddizione donna-uomo.

Da cui sono emerse, schematizzo ancora, due strade (che a volte sono andate parallele, a volte l’una ha preso il sopravvento sull’altra) il cui rapporto reciproco resta problematico: la via dell’emancipazione e quella della liberazione.

La ricerca dell’identità si oppone senza ombra di dubbio alla via del­l’emancipazione, a meno che quest’ultima non sia vista, e per quello che è vista, all’interno del discorso sulla liberazione.

A questo punto il problema dell’identità diviene il nodo centrale della ricerca delia donna, è infatti collegato a tutti gli altri temi trattati dal femminismo: potere, autonomia, professionalità, linguaggio, cultura . . ., ed è un tema difficile, è un tema su cui ci muoviamo con estrema cautela, ancora piene di dubbi, di domande, di perplessità.

Certo è che aver compreso che per affrontare la vita, per affrontare l’oppressione, lo sfruttamento, la violenza, per saperci porre in modo “nostro” in rapporto col potere, con le istituzioni, con la professionalità . . ., ci serve l’identità, e che questa, se non ha alle spalle un nostro lin­guaggio, una nostra autonomia, non è possibile raggiungerla, in qualche modo ha fatto sì che capovolgessimo il problema: abbiamo, nella pratica e grazie alla pratica, cercato di rintracciare o di inventarci la nostra auto­nomia, il nostro linguaggio, la nostra creatività, la nostra cultura, per creare ì presupposti dell’identità.

Ed è  su  questo nesso cultura-identità che svolgerò l’intervento.

Una delle questioni centrali poste dal movimento femminista a Na­poli (e non solo) è stata e continua ad essere quella riguardante la “cultura femminile”: l’aver posto l’accento su tale questione è stato, come dicevo, il risultato di una serie di “presa di coscienza” come quella di essersi chia­rite fino in fondo che parte del sentirsi indifese e sprovvedute nel rico­struire la propria individuale identità dipende proprio dall’essere prive di memoria collettiva e quindi di Storia. Come ben sappiamo infatti una delle più pesanti discriminazioni compiute nei confronti delle donne è proprio quella della privazione della memoria.

Non è un caso che ho legato il concetto di “cultura” con quello di “memoria” e di Storia: per noi donne, come per tutte le classi, le caste, i gruppi sociali oppressi, il termine “cultura” ha un significato tutto da scoprire, estremamente ricco e vario. A volte è stato accostato il concetto di cultura femminile a quello di cultura dei pellerossa o dei neri. A mio avviso ci sono innumerevoli punti in comune, ma attenzione: a parte il fatto che anche in quelle culture esiste la questione del rapporto donna-uomo, quelle culture, in qualche momento della loro storia si sono espresse in pieno e dunque costituiscono un patrimonio, mentre noi dobbiamo creare una nostra cultura che intera e libera non è mai stata.

Ma cosa deve intendersi per “cultura”? E’ cultura solo quella domi­nante? perché di fatto tutte le altre non essendo libere di cre­scere, di affermarsi, sono state o schiacciate e impedite fin dalla nascita o comunque oppresse e condizionate e quindi non sono riuscite, nella co­mune accezione, ad assumere “dignità” culturale?

E’ cultura, dunque, anche quando non dia una produzione e anche quando questa non sia “cosciente” e attiva? Ma cosa è questa “produzio­ne”? è solo quella ufficializzata? o anche quella che rimane segreta? Ecc.

Evidentemente si intrecciano qui due linee, due concezioni, entram­be legate al termine “cultura”: è innegabile che noi dobbiamo fare i conti col concetto di cultura come comunemente viene inteso e dunque, par­lando di cultura femminile, con ciò che le donne hanno prodotto (libri, quadri, ricami, musiche . . . ) ma è anche innegabile che prima dobbiamo fare i conti col concetto di cultura in senso più propriamente “antropologico”.

Cioè cultura per molte di noi non è solamente l’elaborazione intel­lettuale cosciente (e per di più solo se approvata dal sociale) delle espe­rienze, ma è anche la vita. Ricordiamo che uno dei primi punti di fonda­mentale importanza per noi è stato affermare “il personale è politico”, che significava in qualche modo anche: “la vita quotidiana, il modo di condurla e analizzarla è cultura”.

Ad esempio: gli interventi che mi hanno preceduto non solo sono essi stessi atti di natura culturale ma si sforzano di raccontare in modo parziale o no, con una visione da condividere o no, la cultura che in questi anni il movimento a Napoli ha prodotto, della quale cultura non si vuole perdere la memoria.

Il punto è che aver scoperto in questi anni che in un bosco oltre le querce (alcune maestose la maggior parte no), esistono anche altri alberi che non ha senso misurare con le querce perché diversi, non chiude il problema che invece a maggior ragione va posto a questo punto, ma in altri termini: bisogna “classificare” comunque la “specie” così come essa si manifesta e secondo i modelli noti (costruiti da e per le querce) e affermare: “questo è l’altro dalle querce”? o, fermo restando l’assunzione del dato, fare anche uno sforzo per intravvedere come tale specie era, come sarebbe divenuta, come può essere, prima che le querce tirassero tutto per sé il nutrimento della terra e con le loro radici opprimessero e devastassero quelle altre?

Io credo sia necessario far correre parallelamente queste due indagini al fine di verificare in qual modo oggi si debba porre la questione della ricerca di uno specifico femminile.

(Evidentemente questo modo di procedere, di analizzare e di porsi domande non appare strettamente materialistico e mette in crisi il “prin­cipio di realtà”, ma l’utopia, pur essendo a volte arma pericolosa per chi la usa, è certamente necessaria e indispensabile per chi non ha potere e in più al Potere non aspira).

In breve, si è arrivate alla conclusione che una “cultura femminile” da sempre si è espressa, pur se con grosse contraddizioni, ed ha costruito una pratica nel quotidiano-sociale: la manifestazione nel quotidiano da parte della donna è stata la base su cui in questi ultimi anni si è la­vorato.

Fare autocoscienza ha significato scegliere di partire non da un’immagine astratta della donna, ma da come eravamo di fatto, e capire il perché, e porci il problema di come potevamo essere. In questo modo, l’autocoscienza ha prodotto cultura, è stata cultura essa stessa: affrontando in certo senso il tema del rapporto tra l’essere e il dover-voler-poter essere, ne ha prodotto un reale, ovviamente parziale, nuovo modo di essere.

E questo perché tale rapporto (tra l’essere e il dover essere) è stato affrontato e svolto in modo del tutto diverso da quello tradizionale (maschile): il problema non era, non è, il rapporto tra un “essere” spontaneo e però manchevole, e un “dover poter voler” essere come futuro razionalizzato, ma tra un “essere” indotto e con al suo interno pezzi di verità (che si vogliono afferrare) misti a pezzi di estraneità da cui venivano (vengono) alle donne contraddizioni e autorepressione, e un “dover essere” come recupero di una identità e di una interezza pro­fonda ma totalmente sconosciuta, quindi da costruire senza pregiudizi.

Voglio dire: il movimento femminista ha colto fino in fondo la pro­fonda differenza tra “morale” ed “etica” tra ideologia e . . . non ho un termine adatto, dirò “naturalità”.

In questo senso l’autocoscienza ha prodotto cultura. Analizzarsi rispetto alla sessualità, ad esempio, ha comportato un “essere” diverse, un porsi in modo diverso nei confronti dell’al­tro, dell’esterno, del sociale, dunque ha prodotto una profonda trasforma­zione culturale in noi.

Certo tutto ciò è entrato nella coscienza del movimento e non sem­pre in ogni singola donna, anche quando di tale movimento è stata parte attiva (e anche questo è da tener presente).

Contemporaneamente, in questi anni, siamo andate attuando una continua storicizzazione della condizione femminile, per capire l’oppres­sione, lo sfruttamento, la ruolizzazione della donna nella società capita­listica, cioè siamo andate identificando (parzialmente) “l’indotto storicizzato”; oggi, senza più grossi timori ma con estrema cautela, ci avviamo a rintracciare la “femminilità” nel senso della “naturalità” (che non è il banale, fuorviante e per di più misti­ficatorio, mito della “spontaneità”, né, in termini femminili, del “transelvaggio”) per capire le radici profonde grazie a cui, volta per volta, varie forme di potere hanno colpito la donna, grazie all’indotto storico, in modo che finalmente il nostro corpo, la nostra sensibilità, i nostri sentimenti, la nostra ragione possano emergere da strati e strati di silenzio e di sofferenza. (Naturalmente non dico che a un certo punto emergerà la donna vergine e simbolica: essa certamente, ed è giusto, porterà su di sé tutti i segni della sua storia).

Non si vuole infatti discutere su La Donna e poi vedere come ciascuna di noi possa accostarsi a questa ipotetica e astratta immagine, ma affermare “donna è io”, dove “io” è certo il risultato di oppressioni, di condizionamenti, di una educazione, e anche di meccanismi di difesa, di desideri inespressi, ma anche di altro, cioè anche di come a tutto ciò ha risposto il “femminile”.

Ma “donna è io” è qualcosa che ogni donna può affermare? Se sì, c’è per noi la questione di cogliere, di accettare e di capire le differenze, dopo le uguaglianze che si sono trovate tra noi.

E l’accettazione è sempre adesione? è sempre solidarietà? Mi ven­gono molti problemi. Come la mettiamo con le donne tranquille e ada­giate (magari con sofferenze “dentro”) che di fatto accettano e perpetua­no ruoli e comportamenti che noi abbiamo rifiutato e che viviamo come “controliberatori”, e che sembrano compromettere la nostra ricerca perché, ripeto, la liberazione non può essere che il frutto di una lotta col­lettiva se non addirittura generale?

Come la mettiamo con le “poterecce”? Con quelle che sbandierano l’emancipazione, e cioè l’assunzione nel maschile di uno spazio che ma­schile resta? Con quelle per le quali il “personale” non è “politico”? Nel chiuso di riunioni o di chiacchiere tra compagne noi siamo severe con queste donne anche se, forse per moralismo, forse per ideologia, forse perché è giusto, nei loro confronti ab­biamo un senso di “comune appartenenza”.

Dicevo all’inizio che non basta “classificare la specie”, e dirò meglio: non è possibile “classificare” nulla in senso astratto o in base a categorie non proprie e in più non serve assolutamente o addirittura può servire “contro”.

Se ci servono tutte le nostre storie, se ci serve la conoscenza e il confronto sincronico, ci serve anche quello diacronico, cioè conoscere, recuperare a tutti i livelli e in tutte le manifestazioni il segno della donna nel passato.

Se oggi, grazie al lavoro su noi stesse, siamo riuscite a costruire in qualche modo pezzi della nostra identità, allora serve, oltre alla conoscenza di ciò che stiamo facendo, anche la conoscenza di ciò che di fatto hanno prodotto le donne, anche se tale produzione risultasse quadro ri­stretto della ricchezza e della varietà del “sentire” femminile, e anche se spesso essa comprende temi e posizioni, strutture e schemi mediati dal ma­schile, da esso indotte e accettate come unico possibile metro di giu­dizio con cui misurarsi.

Sempre con l’obiettivo del recupero della memoria, della Storia della donna, sempre al fine di conoscere da più punti di vista la presenza della donna nella Storia, e di rintracciare il suo “vissuto”, da tempo mi interesso del rapporto donna-letteratura. E su questo ci sarebbe molto da dire e mi piacerebbe in altra sede confrontarmi con altre che pure a questo si interessano.

Dico solo che la produzione femminile letteraria in Italia è pressoché sconosciuta, anzi tranne pochi nomi, è totalmente sconosciuta; eppure, a quelle di noi che ne hanno iniziato una sistematica ricognizione, essa è apparsa estrema­mente interessante: innumerevoli sono le opere che andrebbero recupe­rate e studiate, innumerevoli le figure di donne che in epoche parti­colarmente difficili hanno avuto coscienza di problemi che ancora sono attuali. Ma attenzione: non voglio affermare che esi­stano tutti capolavori dimenticati o malvagiamente sottratti a noi e al mondo dalla pervicacia maschile. Il gioco è più complicato, più sottile e più nascosto, e ci portereb­be ad affrontare ora il discorso donna-letteratura, donna-scrittura, donna-linguaggio, donna-produzione, donna-editoria.

Una cosa è certa: la ricerca della produzione femminile oggi ci serve perché si pone anche per noi il problema della produ­zione con maggior urgenza che negli anni passati; anche perché, nella evoluzione/involuzione del sistema capitalistico, il quotidiano è conti­nuamente “consumato” e di fatto svuotato di cultura, anche di quella “cultura femminile del quotidiano” di cui sopra, così che il “silenzio” delle donne, che era comunque in qualche modo in passato anche “pre­senza”, oggi si trova a possedere una valenza opposta e sempre meno ha il senso di una cultura latente ma di fatto operante,

Allora se oggi abbiamo maggiore coscienza e maggiore volontà di “essere presente”, per di più ci troviamo nella necessità di operare in modo più cosciente e razionale proprio perché il nostro tradizio­nale spazio, il quotidiano (si pensi, esempio limite, alla cultura femminile contadina) dall’esterno ci viene progressivamente sottratto.

Ciò vuol dire anche che oggi ci chiediamo sempre più spesso se gli spazi (per la produzione) tradizionalmente maschili rimangano tali (per­ché propri di uno specifico maschile) e quindi da scartare, o se bisogna invadere con la volontà e la coscienza di competere anche su uno spazio sistematicamente sottratto alla nostra creatività e fatto consu­mare anch’esso, oppure ancora se questi spazi siano stati tradizionalmente rite­nuti maschili perché da essi usati e quindi connotati, ma oggi, con o contro il consenso delle strutture, sono di fatto anche di competenza femminile a tutto diritto, e quindi, fermo restante una loro ripro­posizione, su misura femminile, se siano da usare fino in fondo come nostri.

Anna Santoro

 

 

Da: I modi e le tematiche del femminismo a Napoli. Atti del Convegno di Napoli (8-15-22-maggio 1980)

 

Comune di Napoli, Assessorato ai servizi sociali – Centro studi Condizione della Donna 1982