Su Leggere donna, gennaio-febbraio – 2008

Elena Gianini Belotti, Pane amaro, Rizzoli 2006, E. 18,50

La letteratura è politica[1] quando dà voce a chi è senza voce (a cominciare dalla stessa autrice prima dell’evento poetico), crea “aggiunta e mutamento” rappresentando il mondo (la seconda realtà) per la necessità di dare forma allo sguardo[2]. E’ la percezione della vita a imporre, per chi ne abbia desiderio e forza, il poiein, che è indifferente a canoni prefissati, se non addirittura discordante e ostile ad essi. Il primo stadio del poiein è esattamente questa necessità di scrittura che nasce quando la visione, la percezione del mondo, è così imperativa che l’autrice/l’autore deve darle forma. Deve trovare “le parole per dirlo”.  Se le trova, se riesce a dare forma alla sua visione, se riesce a cogliere e rappresentare con libertà e autenticità ciò che è nelle cose e nello sguardo, siamo in presenza di una scrittrice (di una poeta,  regista, pittrice…). Ciò non avviene se chi scrive (o recita, suona, canta…) tradisce questo percorso[3]. Scrittrici di tutti i tempi e di tutte le nazionalità (dunque anche le italiane per lo meno dall’800 in poi, ma ci sono scritti interessanti anche precedenti) hanno dato forma, raccontato, rappresentato, le violenze, le prevaricazioni, le ingiustizie del mondo, soffermandosi su quelle subite dalle donne, spesso svelando di queste anche la forza, la presenza operativa, l’amore per il vivere. La nostra è dunque una tradizione di letteratura politica, e ciascuna autrice ha usato, usa, diverse modalità e diverse strutture narrative. In ogni caso, le  caratteristiche, le qualità della scrittura sono l’onestà e l’autenticità.

Onestà, autenticità, necessità di forma, passione, attitudine a dare voce a chi ne sia privo, o ad ascoltare voci ignote e ignorate (bambine, donne anziane, maestre, fino agli uccelli) sono tratti distintivi dello scrivere, saggistico e narrativo, di Elena Gianini Belotti. Da sempre.

Delle sue numerose opere ricordo Dalle parte delle bambine (1973), Prima le donne e i bambini (1980), Non di sola madre (1983), Il fiore dell’ibisco (1985) Premio Napoli, Amore e pregiudizio (1988) Premio Donna Città di Roma, Adagio un poco mosso (1993), Pimpì Oselì (1996),  Apri le porte all’alba (1999), Voli (2001) Premio Rapallo Carige, Prima della quiete (2003) Premio Grinzane Cavour, Premio Viadana, Premio Maiori, e ora questo suo ultimo, bellissimo romanzo sociale[4], o meglio politico nell’accezione prima precisata, Pane amaro, dove la voce che la scrittrice recupera e valorizza è, in primo luogo, quella del giovane Gildo[5], emigrato in America ai primi del 900, e, assieme, la voce di tutti coloro che una storia disgraziata costringe a cercare l’amaro pane, quello degli stranieri, lontano dalla propria casa, partendo alla ventura.

Elena Gianini Belotti è riuscita, come del resto è sua abitudine, a raccogliere tanto materiale da rileggere e ripresentare un pezzo della Storia del nostro Paese, dell’America, delle trasformazioni di quegli anni. Attraverso uno sguardo fermo, privo di sentimentalismi, colmo però di tenerezza e di passione, seguiamo le terribili vicissitudini di Gildo e dei suoi compagni, brianzoli, veneti, bresciani, padovani, veronesi, vicentini, bellunesi, appartenenti a territori cioè la cui povertà la letteratura ha raramente narrato, angariati e truffati dagli stessi connazionali, traffichini e imbroglioni, in un’America dura, razzista, sfruttatrice e violenta.  Il romanzo, grazie a notazioni attente, citazioni di leggi riguardo l’emigrazione, sia italiane sia americane, la messa in evidenza dello stretto rapporto tra economia e politica, e grazie alla ricostruzione di  scenari (la campagna bergamasca, la guerra del 1917, la conquista d’Africa, il processo Sacco e Vanzetti, le condizioni in America delle prigioni e degli ospedali psichiatrici), si allarga fino a ricostruire, ricordare e raccontare, la storia dell’emigrazione italiana degli inizi del 900. E’ dunque un libro su una memoria perduta, dimenticata, nascosta, ma appunto per questo, necessaria, un libro sulla miseria di tanta parte della popolazione italiana del Nord, e, sebbene non sia un libro antiamericano, sugli aspetti ripugnanti della cultura americana.

L’America, scrive l’autrice, accoglie gli stranieri, certo, ma alle sue regole. Li chiama, li cerca, il loro lavoro è utile. Ma unicamente per disboscare, coltivare, costruire, fare manovalanza. A loro è riservato lavoro “generico” e non protetto, l’America non desidera operai specializzati, ha i propri. Perfino le truffe che gli immigrati subiscono sono funzionali a quel sistema, perché è anche grazie allo sfruttamento illegale che i costi della crescita nazionale sono contenuti e inoltre attorno alle pratiche disoneste legate all’emigrazione si sviluppa un giro di danaro e di interessi inimmaginabili. Ma da parte degli americani non c’è riconoscimento e gratitudine verso chi porta avanti il lavoro, anzi. L’accettazione di quelle regole durissime da parte degli immigrati,  si convincono ipocriti nella loro mentalità pragmatistica, di lavori faticosi e mal pagati, di vite da bestie, è segno di inferiorità e stupidità, e i numerosissimi casi di malattie mentali, sono segni di una tara dei paesi poveri, in particolare degli italiani.

Al centro,  in uno scenario di aventi epocali che trasformeranno il mondo (la costruzione della ferrovia in America, per esempio, o il Proibizionismo) c’è questo piccolo Gildo, con le sue riflessioni elementari eppure profonde su piccole e grandi cose: il furto della fisarmonica, il trattamento disumano sul lavoro, il cibo, l’amore, la nostalgia, l’America, il mondo. Gildo è esemplare degli “ultimi”, dei “senza voce”, in un mondo di furbi o di persone talmente abituate a vite miserabili che i sentimenti non trovano più posto nel profondo del cuore. Gildo invece sin dalle primissime pagine rivela un temperamento timido, schivo, sensibile, uso a tenere per sé riflessioni, turbamenti, dolori, con un fondo di autolesionismo nato dalla sfiducia in se stesso e dal timore di ribellarsi a chi è troppo più aggressivo, duro, violento, il padre soprattutto, i fratelli, i numerosi malfattori, italiani e no, che incontrerà nella lunga avventura dell’emigrazione. Dentro di lui c’è desiderio di apprezzamento, di riconoscimento del suo lavoro, della sua onestà. C’è, maturando le esperienze, la volontà di non essere trattato da bestia, di attuare una resistenza passiva che gli permetta di preservare la dignità di essere umano, la “irriducibilità al compromesso”. Filo conduttore sottile e tenerissimo di tutta la storia, è l’amore di Gildo per la musica. E’ lei a salvarlo nei momenti più disperati, a dargli gioia, segnali di complicità con altri uomini, senso della bellezza, speranza di vita diversa, ma anche i dolori più cocenti.

Pane amaro non è però solo libro sulla memoria di ieri, ma anche chiave di lettura per fenomeni del mondo presente. Racconta sì minuziosamente eventi di quel tempo e di quella storia, e proprio grazie alle descrizioni così particolareggiate, quegli eventi e quelle immagini non si fermano al tempo e allo spazio raccontato, ma evocano immagini e avvenimenti assolutamente attuali: la povertà del paese d’origine, i racconti fantastici del paese lontano che i disgraziati ascoltano con occhi sognanti, il viaggio in condizioni totalmente abbrutenti, con morti gettati in mare di notte, la forzata condizione di bestie a cui si abituano un poco alla volta, la malinconica constatazione di non avere alternative, l’umiliazione di lavaggi e disinfestazioni, la ribellione profonda di alcuni a vivere quella vita fatta solo di sfruttamento e fatica, le angherie e il disprezzo che subiscono quotidianamente, il razzismo e la crudeltà, la distruzione delle identità personali con conseguente depressione e senso di inadeguatezza, i suicidi (quelli portati a fine e quelli tentati), i morti sul lavoro, le razzie della polizia nei ghetti degli omless (come li chiama Gildo), i cittadini benestanti disgustati dal sudiciume, l’enorme divario insomma tra vite agiate e protette e la sopravvivenza disperata dei poveri, la descrizione impietosa di cosa significhi essere straniero e misero, sono tutti fenomeni oggi in espansione. La critica durissima all’America, a ben leggere, è critica di un sistema di sfruttamento e di avidità che non appartiene unicamente a quel luogo e a quel tempo, ma segna la realtà del nostro mondo. Queste pagine potrebbero riferirsi, cambiando date e luoghi,  ai tragici destini di milioni di persone che oggi si spostano dai paesi del Sud del mondo verso non solo l’America, ma l’Europa, e l’Italia. Così, la storia di una famiglia, la storia di Gildo, diviene storia di una condizione umana. E  Pane amaro diviene un canto corale in difesa degli oppressi e di denuncia delle profonde ingiustizie del nostro vivere, che mi piacerebbe vedere nelle scuole, letto, discusso, commentato.

Strumento di riflessione e di conoscenza sulla Storia di ieri e di oggi e sulle responsabilità dei governi, nel romanzo vengono affrontate, con notazioni rapide e incisive, anche altri temi importanti. Per esempio la guerra. La descrizione dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1911 contro la Turchia (anche quella doveva essere una “guerra veloce”) e più tardi dello scontro con la Tripolitana, presenta disastri, atrocità commesse e subite, carneficine, rappresaglie, bombardamenti che uccidono civili, e così via, eventi anche questi attuali. L’ingenuità con cui i giovani “vanno alla guerra” con la testa piena di favole, convinti di essere accolti da liberatori da un popolo che invece vuole decidere da sé del proprio destino, mi ricorda quella di tanti giovani americani mandati in Vietnam, convinti di fare cosa meritoria, di essere accolti come liberatori, e, ancora oggi, giovani di tanti paesi che vanno in guerre decise dal loro governo, ancora con la testa piena di favole. Giacomo, fratello maggiore di Gildo, che scoprirà a sue spese l’orrore della guerra (e Lorenzo, un altro fratello, nella guerra morirà), perché esemplare della “perdita dell’innocenza”, della corruzione dell’anima che i giovani subiscono nei conflitti: diventano come bestie, uniformandosi ai sistemi bellici (l’ordine è “non fare prigionieri”), prendono gusto un poco alla volta, e loro malgrado, a sparare e uccidere. Altri elementi di attualità: la guerra comporta arricchimento per gli sciacalli e povertà maggiore per gli umili, come avviene alla famiglia di Gildo. In Tripolitana gli effetti della guerra saranno: carestia, fame, siccità, vaiolo, e un odio profondo da parte de popolo locale, anche a causa degli errori imperdonabili fatti dagli occupanti riguardo alla cultura e alla religione di quel paese.

E’ la scrittura, bellissima, ad affascinare chi legge. Questa scrittura dal tono affabulativo, con uno spessore e una cadenza presa dall’oralità, pone in primo piano le immagini. La scansione narrativa, le sospensioni e le digressioni, le descrizioni, gli stacchi, le diverse storie che si intrecciano, ciascuna importante, dove il generico “povera gente” diviene quel viso, quella vita, quella sofferenza, compongono in certi momenti, una sorta di sceneggiatura. Gildo, Gioanì, la cognata Ninetta (splendido personaggio femminile di grande forza e sensibilità, rappresentativo della strenua volontà di “farcela”), sono raccontati attraverso gesti, toni di voce, movenze del corpo. Leggendo, seguiamo come attraverso una macchina da presa: primi piani, sequenze lunghe senza stacco, dialoghi perfetti. Nella scena dello sbarco, per esempio, vediamo, come in un film, la folla nel suo disordine, nell’andirivieni smarrito degli immigrati che non sanno dove andare e cosa fare, poi la “macchina da presa” zumma ora su un viso, ora su un corpo, ora su singoli episodi (uno perde i bagagli, un altro i bambini, altri bisticciano), secondo una tecnica che mi ricorda scene magistrali della Serao, soprattutto nel Ventre di Napoli.

 

 

Anna Santoro

[1] Su DWF (2006, 2-70, Aprile-Giugno) ci siamo interrogate su questo tema.

[2] La letteratura è politica anche quando si sofferma con insulsaggine sul nostro vivere quotidiano, come dimostrano tanti libri “di successo”. Ma credo si dovrebbe convenire che in questo caso non è letteratura.

[3] Anche Raymond Carver ( Il mestiere di scrivere, Einaudi, 1997) scrive che “se le parole, i sentimenti, sono disonesti, se l’autore bara e scrive di cose che non gli stanno a cuore, di cui non è convinto, allora non può aspettarsi che qualcuno altro mostri interesse per il racconto”. Ma, va sottolineato, l’attenzione del grande scrittore americano è sulla riuscita del racconto, sì che esso incontri il favore del pubblico. Si conferma cioè che, non solo il Canone letterario, ma anche la funzione della Letteratura, le motivazioni dalle quali nasce, sono percepite (e realizzate) in modo del tutto differente dalla cultura tradizionale (maschile).

[4]  “La grande, ovvia ragione del declino del romanzo sociale è che le moderne tecnologie sono un mezzo di istruzione sociale molto più efficace. Televisione, radio e fotografia sono media vividi e immediati. Anche il giornalismo (…..) le TV e le riviste possono permetterci di raccogliere una vasta quantità di informazioni in poco tempo”, scrive giustamente Jonathan Franzen (Come stare soli, Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2002, p. 65), dimenticando però quanto i mezzi di comunicazione siano in tanti casi colpevoli di  disattenzione o deformazione. Certo è che oggi sono inchieste televisive o fiction televisive che, spesso più male che bene, ricostruiscono pezzi della nostra storia, e sono film che affrontano tematiche forti, di ieri e di oggi. Nella narrativa, nella percezione del grande pubblico, incombe e dilaga il nuovo rosa, maschile.

[5] Gildo è, nella realtà, il padre dell’autrice e le vicissitudini della famiglia qui narrate sono autentiche. La “tela di ragno” di cui scriveva Virginia Woolf, cioè la letteratura, nell’esperienza narrativa di Elena Gianini Belotti, è saldamente attaccata alla vita.