Su Leggere donna, Novembre 2001-

Cara Luciana, come te e come tante mi chiedo che senso abbia scrivere sulla guerra. Ho firmato petizioni, pronunciamenti, prese di posizione, ho partecipato a manifestazioni, cortei e letture di poesie contro la guerra, eccetera eccetera, ma la sensazione di inutilità è troppo forte. Certe volte vorrei scrivere ai giornali e alle tv: basta, non raccontate più niente, non accetto questa farsa di partecipazione che attribuite a chi vi segue, sostenendo di raccontarci i fatti per (nostro) diritto di informazione, dando ad intendere che, volendo, noi contiamo. Non contiamo nulla. Nessuno conta qualcosa e soprattutto nessuna. Se qualcuna di noi, in questi anni, ha pensato che le donne avessero acquistato una svrenzola di potere (lasciami usare questo termine -della mia lingua napoletana- che indica con assoluta precisione il niente) in queste occasioni dovrebbe ricredersi. Sì, per quello che riguarda gli studi e le ricerche, le donne non hanno bisogno di legittimazioni esterne, ma in questi momenti credo che avremmo dovuto (dovremmo) fare un passo successivo. Certo è che il pensiero della differenza, le relazioni tra donne, la forza di combattere (non dico di imporsi) per testimoniare un modo altro di guardare e leggere il mondo, e la capacità di occupare un spazio nostro, ma parte di questo mondo, in momenti come questo, mostrano la sconfitta subita. Perché siamo nell’ambiguità di una situazione che da una parte disprezza i canali ufficiali e dall’altro non può non prendere atto che sono quelli a fare informazione, a creare (in)coscienza e mentalità, a decidere anche per noi tutte. Così, non usando spazi effettivamente altri (ma perché?), non contiamo niente, non solo perché donne “importanti”, quelle che potrebbero e saprebbero spostare lo sguardo e offrire una lettura diversa delle cose che accadono, forti di una autorevolezza conquistata e che dovrebbe essere ormai scontata (le poche eccezioni confermano la regola dell’esclusione), non sono mai chiamate a parlare e a contare in situazioni “pubbliche” (anche perché esse stesse si sentono troppo fuori dalle combriccole dei salotti televisivi e dai forum dei giornali, o, al contrario, perché (vedi tante politiche) sono totalmente in linea con la visione “maschile”), ma soprattutto perché, in realtà, non abbiamo insegnato niente. Non abbiamo inciso nella mentalità corrente di una briciola. E non abbiamo (avuto) voglia, capacità, forza di contare. Insomma, avremmo potuto (potremmo?) creare una catena incredibile e visibilissima, tra giornali, associazioni, università, avremmo potuto (potremmo?), interrogarci con attenzione, pensare, pensare ai problemi e ai modi di trattarli, avremmo potuto (potremmo?) inventarci un modo forte per la rappresentazione e la comunicazione di essere “altre”. E invece… Certo, le donne che ho letto o che ho visto in tv (tranne qualcuna) sono state “diverse”, ma non all’altezza di se stesse, del lavoro svolto da tutte in questi anni, della situazione. Hanno detto ciò che qualsiasi donna con un poco di buon senso avrebbe detto, ciò che hanno già sostenuto nei secoli passati scrittrici e intellettuali, ma è troppo poco. Eppure in questi anni il lavoro delle donne su tematiche vaste e di fondo, come la guerra, il rapporto tra culture diverse, la fame, lo sfruttamento delle donne e dei bambini, le violenze, gli interessi economici di un sistema sempre più miope ed egoista, il terrorismo, eccetera, è stato importante. Noi abbiamo pensato e prodotto pensiero. Ci siamo interrogate sull’etica, ci siamo unite, scontrate, divise, accordate e poi…E poi continuiamo a sentirci “fuori”, a essere “fuori”. Ognuna, ciascuna, ha fatto la sua strada, e nella solitudine (di gruppetti o individuale) non possiamo non avvertire la passione del silenzio, il dolore dell’assenza. La delusione che noi stesse ci procuriamo.
Scusa, cara Luciana, forse mi chiedevi altro e altro dovrei riuscire a dire. Altro penso certe volte, ma questo che sto scrivendo lo avvertivo già da prima delle emergenze di oggi e oggi si è concretizzato, fatto chiaro, benché renda problematico riuscire a trovare parole, a fare un ragionamento breve e coerente. Però mi serviva come preliminare, perché è la riflessione che mi viene da fare, anche se cerco di fermarmi sulla situazione attuale.
Il primo pensiero che ho avuto quando, quel pomeriggio dell’11 settembre, ho visto per caso in tv, la tragedia delle Torri, dopo l’emozione, la paura, le lacrime, lo stordimento, è stato: dove siamo arrivati? Lo diceva mia madre, e anche mia nonna, quando accadevano eventi terribili, dalle minacce di guerra a fatti di cronaca nera: dove siamo arrivati! Nelle loro parole, in queste parole, c’è la coscienza di essere sempre parte di ciò che accade. Era saggia mia madre: sapeva che il mondo non è fuori di noi, altro da noi: noi siamo nel mondo. Quella sera, sono andata a guardare dalla mia finestra il Castello di S. Martino, e ho immaginato che un aereo vi si andasse a schiantare, magari in occasione di una festa, una manifestazione, un concerto. Ho pensato se ci fosse stato mio figlio, amici, amiche. Ho immaginato la mia angoscia, il mio terrore, la mia disperazione. E ho capito che avrei avuto il senso della fine del mondo, non solo della mia vita: del mondo. Ho capito il dolore delle americane e degli americani. E poi, dopo lo sgomento a pensare le persone, i corpi che soffrivano, l’atrocità della perdita di parenti e amici, mi sono sfilate avanti agli occhi le immagini di un mio viaggio in America, anni fa, e poi libri, nomi di scrittrici e di poete, di studiose, di scrittori e di poeti, film, musiche, che mi hanno insegnato tantissime cose, che amo. E mi è venuto da pensare che, accanto a tutti i motivi di profondo antagonismo nei confronti della politica americana, dei miti americani, della incultura americana, che ho sempre avvertito, ci sono motivi di profondo amore e di debito di crescita intellettuale e creativa.
E nei giorni seguenti, benché sia ormai una quasi vecchia signora e dunque dovrei essere un po’ smaliziata, mi sarei aspettata, da parte di tutte di tutti, una sosta, un silenzio, un bisogno di approfondimento, un’analisi accorata, una rilettura di tutto ciò che si dà per scontato anche nel proprio quotidiano, un cercare di andare al centro della questione, al centro del punto di dolore e di angoscia, e poi un mettere in comune esperienze, pensieri, saperi: me lo aspettavo da politici e da politiche, da studiosi e da studiose, da artiste e da artisti, da intellettuali, da amiche e da amici e invece è uscita fuori la guerra. Fino a qualche anno fa, nei nostri manuali scolastici di storia, nell’ultimo capitolo, si leggevano le risoluzioni dell’ONU, la ferma decisione di non arrivare più a guerre, perché le guerre sono inutili e distruttive. Ma da dieci anni le cose sono cambiate anche da noi. Le guerre non sono più lontane o appartenenti al passato, ma presenti, vicine, possibili. La guerra è diventata un’opzione possibile. La guerra è necessaria quando è un male minore, dicono. Ma davvero? La mia risposta a chi dice: o sei con me o sei contro di me, è che non accetto da parte di nessuno di porre i termini di una questione. Sappiamo bene che, nella lettura (di un testo o di un testo-mondo), non è indifferente il punto di vista, e soprattutto non è indifferente il perché (per quale fine e per quale causa) si guarda qualcosa. Di più: abbiamo imparato che questo “qualcosa” (un testo, il mondo) non solo può essere guardato in modo diverso a seconda dei punti di vista, o a seconda dei “criteri”, della “scala di valori”, ma risulta esso stesso altro, a seconda di chi e perché guarda .
Questa guerra, per me, è più assurda delle altre. E man mano che cresce, cresce l’altra faccia non solo della politika, ma della cultura americana-occidentale che io non amo e che mi fa ripensare questa banalità di fissare le appartenenze. Nei film, nei romanzi, nella musica americana, accanto e intrecciata alle cose che amo e che, lo ripeto, mi hanno insegnato molto, c’è l’altra faccia che mi è lontana mille miglia: c’è la pena di morte, c’è l’ottusa nozione di supremazia e di centralità, c’è l’incapacità a non reputarsi sempre i migliori, c’è la tracotanza, c’è la scala di valori che mette in ogni caso al primo posto il Potere, il danaro. Nei film, nelle telenovele, è ossessiva la ripetizione: avrò tutto ciò che desidero. La violenza e la stupidità di questa guerra fa così spostare sempre più la mia attenzione dal punto di partenza (quell’eccidio disumano e gravissimo) su ciò che ora si sta facendo. E sulla lettura così servile (perché non dubitativa e dunque informativa) dei politici e dei mezzi di comunicazione, che acquistano un potere eccessivo, irresponsabile.
Non so cosa intenda Bush quando dice (e Berlusconi, il governo, l’opposizione, gli intellettuali, eccetera, ripetono): vinceremo. Vinceremo chi? Quando? Bin Laden? I Talebani? Gli Stati attorno? E se, a parte la questione del terrorismo, fosse davvero l’altra metà del mondo a odiare il mondo occidentale? Vinceremo quando saranno distrutti tutti quelli che non amano l’America e l’Occidente? E nel frattempo anche “noi” saremo distrutti da questo conflitto che va allargandosi e incrudelendosi. Colpisce la stupidità di chi parla così e di chi non chiede risposte chiare. La vedo, assieme all’ipocrisia, per esempio, sui visi e nelle parole dei politici nei salotti tv: pur sottolineando tutti la svolta epocale avvenuta con l’11 settembre e le catastrofi prevedibili, che crescono di giorno in giorno, stanno lì a bisticciarsi su sciocchezze, a fare le “facce” serie e coraggiose, responsabili. Insomma, siamo di fronte ad una svolta epocale eppure questi signori non cambiano metodo di ragionamento e di comportamento.
Ma forse “vinceremo” significa: quando si saranno chiariti e spartiti gli interessi di tutti i partecipanti? Questo spiegherebbe il cinismo e la calma dei politici. Significa che è nei conti, che era nei conti una “sistematina” in quei paesi (e nei nostri) dopo che governi messi lì e foraggiati dall’Occidente, all’Occidente non vanno più bene. In questo caso l’11 settembre è stata l’occasione di qualcosa che al solo immaginarla viene davvero la pelle d’oca. Io non ho la capacità, non ho i saperi per mettere insieme considerazioni e notizie: dagli affari che, grazie alla guerra, fanno le industrie d’armi e quelle che provvederanno alla ricostruzione, a ciò che nel frattempo sta avvenendo nei vari paesi, grazie alla guerra: nel nostro, per esempio, ma anche in America, stanno passando leggi che in tempi “normali” forse non sarebbero passate. Allora questa guerra è un gioco, come tutte le altre guerre, fatto in nome di qualcosa per qualcosa a cui non si dà nome, perché è più cinico e immorale del termine “guerra”? Insomma: sarà catastrofe o accordi strappati con il sistema più disumano. In entrambi i casi, noi, cara Luciana, che facciamo?
Niente, perciò tacciamo. Ma la cosa sarà lunga e non si gioca solo (!!!!) in un ristretto territorio lontano, su bambini e donne lontane: si gioca sul futuro del mondo che non riuscirà mai più a chiudere questa ferita. Ne uscirà trasformato in ogni caso. O perché a pezzi, ovunque, o perché in un nuovo discutibilissimo ordine, che non si potrà più discutere perché nella mentalità corrente saranno passate concezioni molto gravi. Per esempio che si può buttare la bomba atomica “se ci si è costretti”, per esempio che in fondo civili e militari corrono gli stessi rischi, per esempio che l’Italia deve smettere di essere poco seria e poco presente e deve “assumere le sue responsabilità fino in fondo”, eccetera eccetera. Tacciamo perché ci è tolto anche il dolore per le vittime delle Torri. Tacciamo perché ci rendiamo conto che in tanti anni non siamo riuscite a scalfire la cultura maschile, il potere maschile, l’immagine che di sé ha il maschile come centro assoluto, soggetto indiscutibile. La cultura femminile insegna, grazie alla lunga esperienza, a essere soggetto e oggetto, centrali e laterali, ad accogliere e relazionarsi. E’ spostando di qualche grado il mio sguardo, che capisco come sia vero ma anche relativo il pensiero di donne occidentali (e di sicura condizione economica): ora non ho più sicurezze, prima mi sentivo sicura, eccetera…Le donne afgane, ma anche tante di tanti altri paesi, inclusa l’America o l’Italia, non si sono mai sentite sicure, sicure per i propri figli, per il futuro né per il presente. Ci sono donne e uomini e bambine e bambini che non hanno mai conosciuto la vita “normale”.
Nella ridda di parole televisive, ci è toccato anche ascoltare che in fondo la guerra che si fa è per le donne, che, poverine, sotto i talebani hanno una vita misera. Ci è toccato ascoltare come personaggi che non voglio nemmeno nominare siano preoccupati per questo (al contrario di altri che pensano che ben gli sta, alle donne: basta ribellarsi. Come se non la sapessimo lunga su dittature, fondamentalismi, violenze su donne e bambini -e anche su uomini-, su organizzazioni criminali, poteri accentratori, ingiustizie, abissi di differenza tra ricchi e poveri, sull’ambiguità del termine “cultura”, eccetera eccetera). Ascoltare questi compunti gaglioffi raccontare di quelle “povere donne”, zitte ad aspettare il liberatore, o anche, ignare, contente della propria condizione. Ma dove erano, dove guardavano, cosa vedevano, questi signori, quando con fatica, attraverso carceri, condanne, ma anche vittorie sono state portate avanti le battaglie delle donne contro governi sostenuti per motivi politici ed economici da quegli stessi signori?
Sostegno quelle donne l’hanno ricevuto da altre donne, dei paesi occidentali, che con pudore e attenzione, mettendo in discussione il proprio modo “occidentale”, hanno cercato di avvicinarsi a problematiche difficili. Associazioni di donne, o singole persone, si sono messe in relazione con donne di altre culture, hanno ascoltato e posto domande, hanno cercato di capire, si sono interrogate, hanno immaginato insieme possibilità di sviluppo altre dalle dominanti. E hanno capito che ciò che tentavano scrittrici, professioniste, intellettuali, associazioni di donne, nei paesi che le opprimeva, era l’unica rivoluzione (culturale, economica, politica) in grado di trasformare dall’interno una cultura, così come avevano fatto (come pensavano di aver fatto) loro (noi) con la nostra. Quelle lotte erano e sono la risposta a chi si chiede come coniugare il desiderio di estendere i criteri di “libertà e di democrazia” con il rispetto per una cultura altra. Le donne di questa cultura altra hanno, in certi paesi, esattamente sfidato il difficile compito di portare avanti la trasformazione della propria (ma maschile) cultura, e l’occidente, i politici e gli intellettuali, avrebbero dovuto capire che era quello l’attacco più forte al fondamentalismo e che bisognava sostenerlo. Ma non l’hanno fatto. L’azione di queste donne, da parte di quei poteri occidentali che ancora stentano ad evolvere se stessi, non è stata assunta come possibilità di cambiamento. Perché non la vedevano? Non la conoscevano? Non la capivano? Già: non la vedevano, non la conoscevano, non la capivano. E la temevano. Ma tacciamo anche per altri motivi che sono appunto quelli che vorrei discutere qui.
A rischio di sembrare ingenua dico che la strada che ha preso la nostra cultura non mi piace, e non mi piace l’idea che possiamo farci poco o niente. Dico che, al di là delle semplificazioni, i problemi ci sono e gravi e le donne devono e possono essere all’altezza di riesaminare e riproporre un’etica complessiva e anche battaglie concrete. Dico che dovremmo riattraversare i nostri comportamenti, accogliere la forza ma anche il disagio di tante di noi. Il dolore e l’accoglienza dello stesso disagio può essere, se elaborato opportunamente, strumento di crescita, e le tragedie che stiamo vivendo, se fermate prima che portino al disastro totale, potrebbero essere occasione, per ciascuna di noi per ripensare non solo il cammino delle nazioni e gli assetti politici, ma anche se stessa. Dico che di tante donne che frequento, con le quali ho molto in comune, mi spaventa la fuga nella propria piccola fissa identità (con l’illusione che non sia in relazione con il resto: ma non ci hanno insegnato che persino il battere delle ali di una farfalla può causare un terremoto?), che corre il rischio di diventare chiusura, impedimento alla crescita di tutte, e mi spaventa, anche, l’abitudine radicata di tagliare corto, di ripetere concetti o semplici parole d’ordine che in realtà non danno forma al proprio profondo desiderio.

Anna Santoro