Funzione dei personaggi femminili nell’Ariosto di Mario Santoro.
“Esperienze Letterarie”, n. 2-3, 1991

Più volte è stato segnalato come gli studiosi di letteratura italiana, oltre a trascurare generalmente le scrittrici, nella lettura dei personaggi femminili spesso ribadiscano una serie di stereotipi, senza troppo approfondire la funzione loro assegnata dall’artista preso in esame, o di fatto svolta grazie al prodigio della scrittura poetica. E il punto è che in questo modo ne soffre non solo la storia “femminile” ma anche la nozione di storia letteraria, la comprensione di epoche, la conoscenza delle opere.
Mario Santoro, nel suo lungo e attento esercizio critico più volte ha affrontato la lettura di personaggi femminili, sempre dando prova di sensibilità e certe volte raggiungendo risultati di grande interesse.
E’ probabilmente nel suo bel volume Ariosto e il Rinascimento (1) che lo studioso ha affrontato la lettura dei personaggi femminili con maggiore compiutezza e con coscienza più matura, interrogandosi sulla “funzione” da essi svolta nel poema, e dunque sia sulla coscienza dell’Ariosto nei riguardi della condizione femminile del suo tempo sia su una eventuale nuova lettura, per questa via, del poema stesso.
Per questo, tralasciando di soffermarci su altri personaggi femminili trattati da Mario Santoro (ad esempio la Velia di Cicognani, o le protagoniste di Fogazzaro) fermeremo la nostra attenzione su questa materia e in particolare su Angelica.
“Anche il personaggio di Angelica, che, a differenza di altri personaggi del poema, non ha beneficiato di specifici e rilevanti scandagli nell’ambito dei più recenti studi ariosteschi, risulta una spia preziosa per la identificazione della profonda trasformazione della materia cavalleresca nella mitografia del Furioso, e, quindi, per una rilettura più attenta e qualificante del poema” (2).
Iniziando con queste parole il saggio L’Angelica del Furioso: fuga dalla storia, Mario Santoro dunque dichiara l’importanza della funzione di questo personaggio, e, sebbene in nota faccia delle precisazioni (3), la sensibilità e la precisione con cui analizza il personaggio Angelica, finiscono per fornire un’inedita chiave di lettura di tutto l’episodio e più in generale del poema ariostesco. Perché la lettura che qui viene fatta di Angelica, il capovolgimento dello stereotipo di lei, tradizionale simbolo della donna-oggetto, in donna reale (dunque con le sue ambiguità), autonoma e cosciente delle scelte, non solo testimonia attenzione nei confronti del personaggio femminile e della sua psicologia, non solo si pone come cifra della profonda conoscenza che Mario Santoro ebbe dell’Ariosto e del suo tempo, ma rappresenta con grande felicità ancora una volta la disposizione dello studioso a porsi di fronte all’opera come di fronte ad un mondo da esplorare senza pregiudizi.
Già nel saggio Il “Proemio“ del Furioso, Mario Santoro, dopo aver sottolineato come l’apertura del poema (con la scelta della sola ”proposizione”, con l’abbandono dell’ “invito all’uditorio”, e soprattutto con la trasformazione del primo verso nelle tre edizioni) configuri nel poeta l’esigenza di precise scelte stilistiche, ricche di significato, precisa, a proposito dell’evoluzione del primo verso che “l’abolizione del genitivo iniziale non eliminava solo una pedanteria, bensì allineava subito in primo piano i protagonisti della narrazione: le donne, i cavalier…”(4). In più, nella precisazione riguardo la completa fusione della tradizione del ciclo bretone con quella del ciclo carolingio, fusione che tenderebbe “più che all’intenzione di sottolineare la coabitazione delle due tradizioni alla intrinseca esigenza di suggerire la varietà e la straordinaria molteplicità della materia”(5), c’è in nuce una considerazione di grande interesse. Che cioè la materia poetica costituisce il luogo dove le donne sono protagoniste alla pari degli uomini, dove all’amore e alle armi sono attribuite da parte del poeta una pari funzione portante e dove la differenza tra maschile e femminile non sta nell’attribuzione stereotipa dell’amore alle donne e delle armi agli uomini, ma, eventualmente, al modo con cui ciascun sesso ama e combatte.
In realtà Ariosto, ce lo ricorda Mario Santoro ne L’officina del narrante: gli esordi, ha una posizione ambigua “tra la difesa delle donne (con l’insito riconoscimento della parità dei sessi) e la maliziosa indulgente ammissione delle loro debolezze”(6). Eppure certa è l’attenzione per il pubblico femminile e “l’importanza che la problematica femminile, attuale nella cultura e nella società rinascimentale, aveva nella coscienza morale e sociale del poeta” (7).
Su questa coscienza dell’Ariosto riguardo la centralità della figura femminile nella società rinascimentale, e riguardo la funzione di stimolo e di promozione, di appassionato intento “organizzativo” di tante donne, Mario Santoro torna più volte. Per esempio, in Non è lontano a discoprirsi il porto, sottolinea come la folla, composta di dame e di cavalieri, accorsa ad accogliere il poeta al suo ritorno, rappresenti per il poeta, a parte l’intento distaccatamente adulatorio, l’orizzonte di attesa del poema, e cioè tanto il “pubblico destinatario” tanto l’ambiente sociale e culturale protagonista del poema stesso. In questa folla le donne occupano un posto importante. E lo studioso annota come sia qualificante l’incremento dei personaggi dall’edizione del 1521 a quella del ’32, e come sia indispensabile comprendere in via preliminare l’indicazione che ci viene da questo incremento dal punto di vista qualitativo più che da quello quantitativo. Ora, l’insistenza dello studioso nel sottolineare che una giusta lettura “non può non tener conto in via preliminare di due fondamentali, e complementari, linee di ricerca: la identificazione della qualità e dello spessore culturale dei singoli gruppi (e dei singoli personaggi all’interno di ogni gruppo), la identificazione del processo diacronico del campo intellettuale, dall’orizzonte del primo a quello del terzo Furioso: un processo in cui contano le nuove presenze, ma non contano meno le esclusioni e le assenze, né contano meno, come si accennava prima, le modifiche e gli spostamenti” (8), serve molto al nostro discorso.
Perché nella folla il numero e la qualità delle donne rappresentate è molto significativo. Si tratta non solo di un generico “pubblico privilegiato”, ma di un pubblico che trova il suo luogo proprio grazie alla presenza, all’azione catalizzatrice di alcune dame presentate. Vale a dire: è un riconoscimento, da parte dell’Ariosto (e dunque anche da parte di Mario Santoro che lo ha colto) del fatto che le donne, certo le nobili, le intellettuali, a quell’epoca svolsero una funzione culturale di grande rilievo perché cooperarono consistentemente a creare il tessuto culturale del loro tempo e curarono di preservarlo, amarono la poesia e la promossero.
A riprova di queste affermazioni che contraddicono l’accusa di misoginia tradizionalmente attribuita al poeta, lo studioso elenca una serie di “esordi”, testimoni della coscienza di Ariosto non solo della possibilità delle donne di eccellere nelle arti e in ogni altra attività, ma della già avvenuta mutazione culturale del suo secolo(9). E Mario Santoro sottolinea il riconoscimento da parte di Ariosto che questa mutazione culturale era dovuta in parte alla modificazione della mentalità maschile e in parte all’attività delle donne stesse che in quel secolo produssero cultura più di quanto comunemente non si accetti (10).
Naturalmente molte sono le “puntatine”, ora acute ora sorridenti dell’Ariosto nei confronti delle donne in generale, ma, va sottolineato, Mario Santoro non accoglie gli ammiccamenti del poeta, anzi è interessante, ai fini del discorso che ora stiamo portando avanti, la disposizione dello studioso a leggere criticamente eventuali accenni misogini di Ariosto e a riportarli comunque alla sua complessiva visione del reale. Nel saggio Nell’officina del narratore: gli esordi, si legge: “Ebbene, anche in questo caso, per una corretta lettura occorre, a nostro avviso, riportare il problema alla cognizione ariostesca del reale. Riconoscere la parità dei sessi o difendere i diritti della donna, o ammettere ed esaltare le più belle e nobili attitudini morali e intellettuali delle donne non significava proporre astratti modelli di virtù, bensì sottrarre la donna ad una discriminazione pregiudiziale e ad un ingiustificato ruolo subalterno riportandola, come gli uomini, e accanto ad essi, nel complesso e vario labirinto della vita sociale e della umana esperienza, nel comune circolo della realtà della condizione umana, dimidiata in un assiduo, problematico confronto, tra la “ragione” e gli incontrollabili impulsi delle passioni e degli istinti” (11).
In qualche modo a questo discorso si collega anche il divario tra l'”essere” e il “parere” sottolineato dallo studioso nel saggio Ecco il giudizio uman come spesso erra (12). E non è un caso che i primi esempi riportati a questo proposito riguardino il campo dell’amore e dunque lo svelamento della mitologia riguardo frati e cavalieri. Le aggressioni più o meno velate subite dalle donne (Angelica da parte del frate, Olimpia da Bireno, ancora Angelica da Sacripante), l’accento posto sul maniacale desiderio da parte dei cavalieri nei confronti della verginità, l’eccessiva autorassicurazione dei nostri eroi riguardo il piacere che l’atto sessuale, quandanche apparentemente subito, provocherebbe nelle prescelte, eccetera, sono tutti elementi che hanno una funzione fondamentale nel poema che, non colta, mortifica ampiamente la sua lettura.
Mario Santoro coglie questi elementi, così la bramosia riguardo le vergini, l’inevitabilità che ”l’incontro tra un cavaliere e una vergine si concluda con la violenza, la sicurezza degli uomini del valore della propria virilità, il valore seduttivo attribuito al danaro, e molti altri esempi, vengono citati (13) fino a comporre un campionario di “maschilismo” tanto sfrontato e violento che realmente finiamo per chiederci da dove mai sia venuta la favola della “cavalleria” (nell’accezione di “difesa delle donne”, di gentilezza, galanteria misurata, eccetera) se proprio nei romanzi “cavallereschi” essa è del tutto demistificata.
Esemplare dunque il caso del personaggio Angelica. Tradizionalmente letta come l’esemplificazione della donna-oggetto, donna cioè, annota Mario Santoro, “la cui forza di attrazione risiede nella sola bellezza (senza alcuna intenzione della donna e senza neppure l’impiego di arti di seduzione)…(14), “mercede” promessa da Carlo Magno al cavaliere che si comporti con maggiore valore, Angelica possiede, come un oggetto, la seduzione per eccellenza: la verginità. Di lei ora Mario Santoro scrive: “Perché nella rappresentazione di lei e della sua “storia” possiamo ravvisare la disposizione del narrante non solo a sperimentare la condizione della donna veduta dall’esterno con un’ottica “maschilista” (e, possiamo dire, con l’ottica ufficiale della società contemporanea), ma anche, attraverso un costante ambiguo confronto, esplicito o segreto, di vari “punti di vista”, a scandagliare la vita interiore del personaggio, a saggiare nel suo comportamento una crescente ribellione al codice convenzionale della donna-oggetto, una intrinseca brama di indipendenza, la ricerca, sia pure emozionale e avventurosa, di una propria identità. Specchio di questa intrinseca misura del personaggio è la “fuga” che contrassegna sistematicamente la sua condotta fino alla svolta (l’incontro con Medoro): una “fuga” che è il modo di sottrarsi ai vari pretendenti e, più largamente, alla egemonia maschile, ma che, nello stesso tempo, rappresenta anche metaforicamente il ripudio di una realtà segnata dalla violenza e dalla “pazzia”(15). E più sotto, a meglio precisare cosa intenda per “fuga”, lo studioso puntualizza: “Ma c’è di più: alla “fuga” è connessa la condizione di “straniamento” di cui la donna acquista progressivamente coscienza, “straniamento” da un mondo, in cui ella non ha più alcun ruolo, e, più profondamente, straniamento dalla storia. La “fuga” riflette emblematicamente lo scarto incolmabile fra la realtà sottesa alla mitografia del Furioso e la realtà del mondo cavalleresco restaurata e filtrata attraverso l’ottica boiardesca dell’ultimo Quattrocento. Fra Boiardo e l’Ariosto c’è il 1494, c’è la crescente cognizione, nella coscienza dei contemporanei, di una realtà segnata da irrazionalità e da violenza, di fronte agli incalzanti e sconvolgenti eventi della realtà politica e sociale. La fuga di Angelica è anche fuga metaforica dalla realtà”. (16).
Portando avanti le sollecitazioni fornite dallo studioso, potremmo aggiungere che la fuga è chiusura e ricerca di un altrove, è rifiuto totale di mediazione e di cointeressamento alla cultura e alla mentalità corrente (maschile). E’ anche simbolo della chiusura a cui può pervenire una donna, stanca di essere considerata preda, oggetto di conquista, eccetera.
E’ anche grazie a queste considerazioni dello studioso che la poesia dell’Ariosto appare svelatrice e demistificante – come è la vera poesia – più ancora, forse, della coscienza “razionale” dell’Ariosto, sicuramente progressista nei confronti della condizione della donna, ma comunque appartenente ad una cultura che più di una volta gli conferisce quel carattere di ambiguità da molti (e anche qui) sottolineato. Rispetto al quale, tuttavia, sorge il dubbio che sia proprio quell’ambiguità una concessione alla mentalità dei tempi, visto il gran numero di volte che Ariosto nomina e attacca i pregiudizi contro le donne. E ricordiamo ad esempio, seguendo Mario Santoro, nel III Furioso, l’episodio della rocca di Tristano e quella del tiranno Margasse, o l’episodio del nappo o quello della legge iniqua della Scozia.
Riguardo quest’ultimo val la pena sottolineare che Mario Santoro dedica un apposito capitolo, Rinaldo: la difesa della donna, a questo eroe, la cui “funzione” viene esplorata attentamente grazie all’acuta analisi dell’antefatto dell’episodio della difesa di Ginevra. Rinaldo è un eroe “degradato”, scrive Mario Santoro, dai connotati antieroici e realistici. A differenza di Orlando, irruente e spesso irriflessivo, Rinaldo pondera bene le decisioni da prendere. Tanto più dunque significativo il suo impegno a battersi per la difesa di Ginevra, e, si badi, “non col negare la sua colpa, ma col negare la validità della legge” (17). E poco dopo il discorso si allarga: Mario Santoro ben coglie che la funzione di Rinaldo è quella di “rivendicare alla donna la parità con l’uomo”: per esempio attaccando il pesante pregiudizio della morale tradizionale, usa a giudicare con diverse misure i comportamenti dell’uomo e della donna.
Così lo studioso può concludere (18) che “nel discorso di Rinaldo il poeta traduceva e sperimentava un motivo fondamentale della sua cognizione del reale: il riconoscimento dei diritti della donna e della sua parità con l’uomo nella vita sociale” (19).
Non si può omettere di segnalare, ancora in questo saggio, altre acute notazioni, tutte frutto di una lettura attenta e finissima dell’opera dell’Ariosto, ma anche di una personale coscienza da parte dello studioso nei confronti del tema trattato. Per esempio Mario Santoro rintraccia nel poema la concezione della funzione eternatrice della poesia, ma si badi: se la letteratura è creatrice di memoria, di mentalità, e dunque se svela o mistifica, la storia delle donne, la cultura da loro prodotta ha beneficiato di ridotta risonanza perché le stesse donne nel passato avevano lasciato “agli uomini il monopolio della pubblica opinione”; in più gli scrittori avevano artatamente denunciato i vizi delle donne per un profondo antagonismo nei loro confronti e la loro scrittura aveva “fissato” nella memoria collettiva un immaginario, diremmo oggi, fittizio; ma finalmente le letterate contemporanee si conquistano il plauso meritato; infine, ed è notevole, rinveniamo tanto nel poeta tanto nello studioso il riconoscimento di una differenza tra i sessi, connotata dalla differenza dei comportamenti sul piano morale e sociale.
E torniamo ad Angelica. Il finale della sua storia è ancora esemplare di quanto si è affermato sino ad ora e la lettura che se ne dà è ancora una volta convincente e di grande modernità. Angelica si innamora di Medoro e diviene lei protagonista: non più “oggetto di desiderio”, è lei a dichiarare il suo amore al giovane che, non a caso, rappresenta, a sua volta, la smentita delle tradizionali qualità maschili. Mario Santoro sottolinea bene questo elemento, anche esso funzionale per una lettura più calzante e per una migliore comprensione della coscienza dell’Ariosto.
L’innamoramento di Angelica per Medoro è stato spesso letto come una sorta di “punizione” per questa donna colpevole di essere stata troppo difficile conquista: Mario Santoro invece sottolinea come l’amore per Medoro nasca “gradualmente (e liberamente) nel cuore della donna”, come Medoro sia bello, dolce, e possegga “nobiltà morale” e “fede”, dunque come sia degno della fanciulla. Così, alle qualità maschili tradizionali (potere, nobiltà di nascita, ricchezza, virtù guerriere, esuberanza sessuale…) ne subentrano altre in verità molto più convincenti. Muta il codice e “Angelica con le sue scelte non tradisce irrazionalmente il codice etico, ma contrappone un altro codice, in cui si privilegiano le qualità individuali, a quello tradizionale<...>. Angelica con la sua scelta si pone contro il “codice”: con la sua infrazione suggella il suo “straniamento”, la sua “fuga” dalla storia”(20).
Si rileggano i versi: “O conte Orlando, o re di Circassia, / vostra inclita virtù, dite, che giova? / Vostro alto onor dite in che prezzo sia,/ o che mercé vostro servir ritruova. / Mostratemi una sola cortesia / che mai costei v’usasse, o vecchia o nuova, / per ricompensa o guiderdone e merto / di quanto avete già per lei sofferto. // Oh se potessi ritornar mai vivo, / quanto ti parria duro, o re Agricane! / che già mostrò costei sì averti a schivo / con repulse crudeli ed inumane. / O Ferraù, o mille altri ch’io non scrivo, / ch’avete fatte mille pruove vane / per questa ingrata, quanto aspro vi fora, / s’a costui in braccio voi la vedesse ora!” (21), e il commento che ne dà lo studioso: “L’ironia che trascorre nell’apostrofe non nasce solo dal sorprendente divario tra l’alto livello dei pretendenti delusi e l’umile condizione dell’amante fortunato, ma soprattutto dalla maliziosa assunzione da parte del narrante dell’ottica dei grandi personaggi (un’ottica in cui si proietta il codice di valori della società aristocratica del tempo) confrontata con la sottintesa ottica di un diverso modello anticonformista (in cui ci pare di riconoscere la coscienza anticonformista del poeta)” (22).
E anche a proposito della famosa invettiva contro le donne recitata dall’Ariosto dopo l’incontro tra Orlando pazzo e Angelica, appaiono persuasive le considerazioni di Mario Santoro: l’invettiva, sotto l’apparenza dello sfogo autobiografico, costituirebbe “una nuova sorridente squalificazione <… > della morale convenzionale”(23).

Anna Santoro

Note

1) M. Santoro, Ariosto e il Rinascimento, Napoli, Liguori, 1989.
2) Ivi, p. 111
3) Ibidem, nota1: “E’ chiaro che ogni tentativo di “rilettura” di un personaggio non può non sottintendere le strette e molteplici relazioni con gli altri personaggi nella struttura narrativa del poema<...>. D’altra parte non è nostra intenzione verificare in questa sede, attraverso il riesame del personaggio di Angelica, il processo di trasformazione della materia cavalleresca (processo che con l’Ariosto giunge ad un punto nodale) in 
relazione alle strutture della società e in particolare della nobiltà all’interno delle strutture politiche e sociali del tempo. Ma tale prospettiva costituisce in certo senso uno dei presupposti del nostro discorso <...>“.
4) Ivi, p. 32.
5) Ibidem, p. 32.
6) Ivi, p. 67.
7) Ibidem.
8) Ivi, p. 83.
9) Ivi, p. 67-79.
10) A questo proposito mi si consenta di rinviare almeno al mio Catalogo della scrittura femminile presente nei fondi librari della Biblioteca nazionale di Napoli e alla Guida che lo accompagna, Napoli,CPE,1990.
11) M. Santoro,Ariosto e il Rinascimento,cit., p. 73.
12) Ivi, specie p. 97 e seg.
13) Ivi, specie p. 113-116, e p. 281 e seg.
14) Ivi, p. 112.
15) Ivi, p. 117.
16) Ivi, p. 118.
17) Ivi, p. 141.
18) Dopo aver dedicato alcune pagine ad una rapida ed acuta disamina della letteratura del ‘400 in vario modo riguardante la condizione della donna.
19) Ivi, p. 144.
20) Ivi, p. 129.
21) Ivi, p. 125.
22) Ivi, p. 127.