Ancora qualche riflessione sul ’68. (in Proposte e conferme, Napoli, 1988)

Si dice : perdita di memoria storica. Suona così bene: perdita di memoria storica. A pronunciare questo bel decasillabo sono, in tanti casi, proprio quegli opinionisti, politici, scrittori, intellettuali… che dalle pagine di giornali o di libri, dalla TV o in Convegni e Congressi, fanno di tutto per appiattire quegli anni, assumendone solo alcune componenti e connotandole come l’inizio o della violenza e della durezza dello scontro degli anni successivi o anche di certi comportamenti oggi accettati. Naturalmente ognuno ha la sua memoria che, in più, si rinnova e si riaggiusta col passare degli anni, cambiando il punto di vista, la prospettiva: cambiando, cioè, chi ricorda. Questo è sicuramente successo: siamo cambiati, tutti. Intanto perché non abbiamo più venti anni, poi perché abbiamo capito che tra noi ci sono uomini e donne, diverse e diversi tra loro, e infine perché ciascuna/ciascuno ha fatto i suoi percorsi, e, grazie a questi o per colpa di questi, è cambiata/cambiato.
Anche la mia lettura di quegli anni cambia col tempo e con l’acquisizione di saperi, esperienze, riflessioni, conoscenze. Eppure questo bagaglio importante e articolato mi lascia ancora spazio per alcune semplificazioni. Così di alcune cose sono certa : la prima è che mai avrei pensato che solo poche/pochi avrebbero ricordato la gioia e l’allegria che vivemmo in quei primi anni, la felicità della scoperta che ci si poteva liberare di regole mai amate, e ancora di più la felicità di rapporti fatti di curiosità, fiducia, affidamento e accoglienza. Quando sono tra ragazzi e ragazze di oggi sento affinità che molti adulti di oggi non colgono. Io sono stata una ragazza di oggi: pur essendo tanto diversa, sì, sono stata una ragazza di oggi. Al di là delle differenze anche importanti, da ragazza avevo in comune con le ragazze di ora un uguale desiderio di essere, di vivere, di felicità, un sentimento di sicurezza misto a grandi insicurezze, fame di affetto, amore, autonomia, libertà. Solo a un certo punto scattano le differenze: a me è capitato, in un mondo che ai giovani dava poca attenzione e ancora di più alle giovani, a me è capitato di vivere quegli anni. Cioè di fare certi incontri, leggere certi libri, vivere certe esperienze. E questo mi ha fatto precisare i desideri indistinti che nutrivo, e la nozione di libertà, curiosità, amore, felicità, ha assunto contorni e ha dato vita a percorsi.
Il 68 alle donne che vi hanno partecipato (cioè che lo hanno fatto così come è stato) ha insegnato a non aver tanta paura da tacere, tanta compassione da accettare, tanta accoglienza da assolvere, tanta sapienza da lasciar correre. A me lo ha insegnato soprattutto attraverso le donne, quelle che occupavano le case, che si sentivano soggetti e protagoniste perché delle case erano le padrone; o quelle che incontravo a “far politica” e il “fare” apparteneva a loro (è vero che le “direttive” erano spesso dei compagni, ma l’esecuzione, modificata, resa concreta, fattibile, reale, era delle donne) e, con loro, parlare dei compagni era comunque parlare di cuccioli; e dalle donne, non dagli assalti dei compagni né delle loro “cameratesche toccatine” ho imparato a liberare la sessualità, il desiderio, la voce, il corpo, e di ciò sono stata da allora padrona.
La scoperta di valere, di poter usare la curiosità e i desideri non solo per costruire un bagaglio personale di cultura o di esperienze, ma perché sia spendibile assieme ad altre/altri, questo forse alle ragazze e ai ragazzi oggi è in parte sottratto.
Di un’altra certezza vorrei dire: su un punto nessuno e nessuna avrebbe dovuto cambiare. Sul punto di partenza. Che era essenzialmente quello di “lottare contro le ingiustizie”. Sì, è un po’ ingenua questa definizione tanto drastica e semplice. Che vuol dire “lottare”? e che vuol dire “ingiustizie”? Eppure, sebbene ritenga che le articolazioni e i distinguo siano spesso necessari, l’indeterminatezza in questo caso significa intuizione di un pensiero non pensato ma esistente in ciascuno e in ciascuna di noi. Allora. Credo.
Era ingiusta la prepotenza, i morti sul lavoro, gli eccidi dentro e fuori le guerre, le violenze…era ingiusto che fosse reputato tutto ciò “normale”. Era ingiusto il Potere dei Baroni nelle Università, quello Politico nella vita sociale, quello Patriarcale in quella domestica… Era ingiusta la povertà, la mancanza di case e di ospedali, le scuole fatiscenti e selettive secondo codici classisti, la speculazione edilizia, lo sfruttamento sul lavoro, perché giusto sarebbe stato il contrario di tutto ciò.
Ritenevamo noi che la normalità fosse tradita e che ciò che vedevamo attorno a noi fosse stortura, deviazione dalla sua giusta, cioè normale, condizione. Ecco, questo senso di giustizia, così profondo e così generale per molti e molte forse si è perso: nella nostra realtà, nostra del nostro paese ma anche di tutti gli altri, è sempre più normale che quella che viene chiamata “forbice” si allarghi sempre più. Da una parte quelli sempre più ricchi, dall’altra quelli sempre più poveri; da una parte quelli sempre più potenti, dall’altra quelli sempre meno, e così via. E’ triste, ed è doloroso.
Per questo, non amo quella specie di cinismo autodifensivo oggi dilagante. Ritengo che, sì, probabilmente eravamo figlie e figli di un pericoloso idealismo (ironia della sorte !), ma che sia astratto e frustrante abituarsi ad accettare che “così è” e non c’è niente da fare. Che sia troppo comodo per alcuni e troppo distruttivo per altri. Che sia avvilente non sentirsi più parte della realtà, frammento di una diversità (da sostenere e mostrare) con cui le altre debbano fare i conti.
Non è forse tremendo che oggi si racconti tanto ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze, di quanta cattiveria, violenza, ipocrisia ci sia, in un modo che, spesso, al di là delle buone intenzioni, li si abitua ad accettare senza speranza questa visione del mondo, perché senza più spazio di significazione di sé? Questo è autodistruttivo, e le prove le abbiamo attorno a noi. Mi viene voglia di citare, accanto all’ambiguo e a volte necessario “principio di realtà” anche il pericolo della “glorificazione della meschinità”, insito in certi tipi di denunce consolatorie.
Negli anni che oggi chiamiamo ’68, non solo si pensava di poter “trasformare il mondo” (che è sentimento di onnipotenza -come dicono oggi- e che solo anni dopo capimmo che noi lo facevamo il mondo), ma si insisteva sul “come” farlo. Alla visione delle cose che non andavano, alla necessità della denuncia, era profondamente saldato il senso di felicità, di entusiasmo, di sicurezza, della forza collettiva. La felicità e l’allegria che si raccoglieva nello stare insieme e, come si dice oggi, nel confrontarsi, la visione di una vita dolce e giusta che si nutriva dentro, dava a ciascuna/ciascuno di noi il coraggio di intervenire nelle assemblee, di fare comizi, di dare voce insomma, e corpo, ai desideri che nutrivamo.
Lo stravolgimento operato negli anni successivi nei riguardi di due questioni forti, “il personale è politico” e “partire da sé” è stato l’attacco più ingeneroso non solo contro coloro che a quelle intuizioni avevano dato forma (le donne), ma anche contro la coscienza collettiva e dunque contro le nuove generazioni. .
Di una terza cosa sono certa: trasformare il mondo sembrava cosa non facile, ma possibile: ritenevamo che ad ogni generazione, ad ogni persona, fosse offerto, in certo senso, un percorso, cosparso di limiti e trabocchetti, difficoltà e occasioni, e che fosse possibile, per chi si impegnasse, percorrerlo tutto, dall’inizio alla fine. Le tappe erano: gioia di vivere, desiderio di usarsi, scoperta dei limiti e dei pericoli, lotta ai pericoli e ai limiti, soluzione e vittoria, consegna del testimonio alla nuova generazione e così via.
Sì, credo proprio che pensassimo che la vita fosse un gioco. In questo senso un gioco. E naturalmente detto così, a chi di giochi se ne intenda poco, sembra una ammissione imbarazzata, ma non lo è.

Anna Santoro