Capitolo Secondo

Stamattina Lucio ha l’espressione stravolta di quando ha passato una notte insonne. Quando sono tornata lui dormiva. Poi ho dormito io e lui non so. Si aggira silenzioso beve il caffè in piedi appoggiato al frigorifero non mi guarda. Io mi dispero guardando l’orologio (è tardi: mi sono data un orario di lavoro che prevede me al tavolino dalle otto e mezza) e considerando la mia testa pesante e il sonno.
– Che stai pensando?, chiede Lucio e capisco che la mia aria cogitabonda lui crede sia dovuta a pensieri su di noi. Su di lui cioè. Come fargli capire che il problema oggi nei suoi riguardi è proprio che a lui non penso mai?
– Niente.
– Ma come? Hai una faccia! C’è qualcosa che non va?
Lo butterei dalla finestra così tutti saprebbero che quando dorme se non è nudo usa una camiciona da notte di foggia cardinalizia. Fa sempre così: o non si accorge di niente e tenta disperatamente di negare che ci siano problemi o mi chiede, ogni volta come fosse la prima, se c’è qualcosa che non va, sottintendendo: tra noi. Non pensa minimamente che una possa stare tesa o triste o disperata (o anche allegra ridanciana buffoncella) per tutte le cose che succedono intorno o per altri fatti suoi. Ed io, che non pensavo a noi e alle nostre insicurezze, vengo trascinata immediatamente su quel terreno e con la voglia di ferirlo.
– Te ne vai?, chiedo tranquilla.
– Io no, risponde subito, te l’ho detto che mi sembra una cazzata. Ma se tu vuoi.
“Se vuoi andare va” è una canzone e me la canticchio meccanicamente per un secondo. Lo guardo così teso e guardingo.
– Senti tesoro, mi mordo la lingua per quel “tesoro”, senti, mi arrabbio, non si può continuare così.
– Ma insomma che vuoi?, urla, che cazzo vuoi? vieni vai non cucini non cuci un bottone sei autonoma sei libera.
Io smetto di ascoltarlo e vedo che via via si fa rosso. Mi fa rabbia e tenerezza insieme e poi mi faccio rabbia e paura io: che voglio?
– Voglio star sola, rispondo a voce bassa, voglio alzarmi la mattina e vivere la mia giornata liberamente.
– Ma non puoi! nessuno lo può in questa società di merda. Possibile che solo ora voi donne ve ne accorgiate? (!!) Voglio essere mia voglio essere libera! Brave stronze! e noi no? cosa credi? chi credi che non ci faccia essere liberi? il fatto che uno fa l’amore di sotto e uno di sopra?
– Lo stronzo sei tu. Non capisci niente.
– Voi invece.
Continua ad urlare ed io mi pento di averlo ascoltato.
Ma questo è il ragazzo con cui ho passato dieci anni di vita? con cui ho fatto decine e decine di manifestazioni? con cui ho attraversato crisi e crisi? con cui ho fatto l’amore con fiducia con gioia? con cui ho parlato di tante cose? questo è il padre di mio figlio? questo è quello che? Sì è questo ed ora non mi va bene
1) perché sono cambiata
2) perché è cambiato lui
3) perché è cambiato il mondo attorno
4) e perché non ho certezze ma nuove curiosità
5) perché lui non ha curiosità e nega di non aver certezze
6) perché non si batte per una complicità che potremmo vivere assieme e
insiste a tenere tutto fermo e mi vuole coinvolgere nelle sue scelte di vita.
Il bivio è arrivato e mi piacerebbe affrontare tutto questo con l’amore che, diverso, ho per lui (e per Giorgio) ma Lucio si sente tagliato fuori, escluso. E in fondo è vero. Perché, caro stupido ex compagno di strada, il fatto è che il bene che ho per te comincia ad essere minore di quello che ho per me, della passione che ho per la vita, della consapevolezza che così muoio e devo cambiare.
Questo vorrei dirgli ma c’è anche la rabbia la delusione il pudore la coscienza che le parole non spiegano nulla a chi non vuole capire. O non può.
Per un attimo mi tornano le immagini di quando Lucio ed io ci alzavamo alle quattro di mattina e in fretta ci salutavamo e ognuno andava alla sua fabbrica a far propaganda, a megafonare comizi, a volantinare, a vendere giornali, e poi ci ritrovavamo per caso, ciao amore, e così fino a tarda notte quando, dopo un attacchinaggio, eravamo troppo stanchi per parlare e facevamo l’amore con dolcezza e a volte con disperazione.
Il mondo attorno a noi ci comunicava un sentimento di emergenza continua, di ansia, di necessità di far presto, che coinvolgeva tutto il nostro essere, la nostra vita. Non avevamo problemi tra noi perché noi, noi due, non esisteva e dunque non poteva costituire un problema: lo era il partito la lotta la riunione l’assemblea la fabbrica il quartiere Mao Fanfani Berlinguer Stalin. TUTTO tranne noi.
Questo per anni. Ora noi è tornato ad essere noi e cioè io più tu in un mondo dove il resto è estraneità. Qualcuno ha deciso tutto anche per me. Non mi piace questo mondo. Neanche questi compagni che parlano di continuo di rivoluzione. Ma quale? Qual è il mio posto? Che voglio? Non posso che partire da me. Ma da me chi?
Cosa c’è che non va nel modo in cui mi sono mossa fino ad ora? E che cosa mi fa dubitare di ogni tentativo? Ci sono prima i giudizi i gusti i desideri la voglia di vivere la disperazione di non saperlo fare la sensazione di essere fuori da tutto il bisogno di scegliere di nuovo e che questa volta sia chiaro autonomo la paura di scegliere il rifiuto a scegliere ancora il bisogno di prendere tempo di non sentirsi obbligati.

– Tu insomma vuoi dire una cosa semplice, mi fa Lia alla quale mi ritrovo a raccontare queste cose e mi stupisco che la mia confusione le mie contraddizioni siano una cosa semplice, vuoi dire che prima non c’era motivo non c’era tempo di chiedersi “perché Lucio” e comunque non lo facevi
– mi ero innamorata e
– e ora diventa essenziale, perché scopri che la tua vita è imperniata su di lui, è determinata da lui, più di prima.
– Hai ragione. Prima mi sembrava di averlo scelto io. Per un fine comune: la libertà da vecchie consuetudini, il desiderio di cambiare, l’insofferenza verso le ingiustizie.
– E ora?
– Devo capire “perché Lucio”, all’interno di “perché la famiglia perché la coppia” e questo all’interno di “quale vita quali lotte quale tutto”.
Lucio ci interrompe. Arriva tutto allegro (mi chiedo perché) e vorrebbe raccontarmi qualcosa ma appena vede che, lui entrato, noi ammutoliamo e ci guardiamo le unghie lascia perdere e va nello studio. Io esco a comprare qualcosa.
Fuori fa freddo e il cielo è coperto. Lia si avvolge nello scialle e si cala il cappello sulle orecchie.
– Che mangi stamattina?, mi chiede.
Io non ho idea: Giorgio è a scuola e per me e Lucio andrebbe benissimo il formaggio a mio parere ma è una settimana che ce lo sorbiamo in piedi a sottolineare l’atmosfera che c’è. Ne sono stanca: del formaggio e dell’atmosfera. Decido così di comprare carne macinata per fare degli hamburger per noi e polpette per Giorgio la sera e poi pane fagioli in scatola latte prezzemolo (per i fagioli).
All’angolo Lia va via: ciao bella. In salumeria c’è gente e mi tocca aspettare. Rispondo al sorriso di Tonino, il figlio del salumiere, e lo guardo servire le altre donne. So che gli sono simpatica ma non c’è verso che mi faccia sconti: anche le dieci lire segna. Ma almeno non cerca di vendermi sottilette e sofficini. Arrotondo il conto con un pacchetto di pasta visto che mancano gli spiccioli.
Quando esco dal negozio piove. Forte. Sono pochi isolati fino a casa ma arriverei zuppa così mi addosso alla vetrina e aspetto. Guardo la strada la gente: chi si affretta sotto l’ombrello chi corre a ripararsi. Visi quasi inespressivi o meglio: che esprimono le solite cose, stanchi tirati annoiati abituati. Che la vita sia questa: la loro. Per un attimo mi calo in uno di quei volti e non mi ci trovo bene: ho un moto di repulsione.
Poi ragazze e ragazzi che scherzano tra loro: questa improvvisa annacquata per loro è occasione di speciale intimità. Sono molto giovani: i maschi impacciati, le femmine trionfanti nei capelli lunghi nei visi freschi che si giovano dell’aria scarmigliata e dell’acqua. Cerco tra quelle facce quale potrei essere io se avessi oggi sedici anni e immediatamente mi percepisco in questa posa infreddolita, con questo volto che già teme tante cose, e mi scruto dentro e trovo dolori e angosce che allora non avevo. Però anche consapevolezze, rifletto, allegrie e forza tenerezza curiosità, e mi pare che tutto ciò ci sia sul mio viso come su quello di questi ragazzi e ragazze, e sul mio di un tempo, c’era noncurante splendida sicurezza.
Mi scuoto. Decido di provare a strisciare lungo il muro saltando di negozio in portone. Per un po’ mi va bene e riesco anche a comprare i giornali, ma presto mi accorgo che è un’impresa disperata sotto l’acqua che viene giù pesante e fitta. Cerco riparo e in quel momento una macchina si accosta al marciapiede e qualcuno fa segni. Riconosco Antonio e salto dentro con soddisfazione.
– Come va?, chiede e sorride avviando il motore.
Lo guardo: è sempre bello come lo ricordo quando lo penso. Cioè quasi mai.
Mi getta uno sguardo affettuoso:
– So che non va molto bene con Lucio. Ma che gli fai?, dice, ed io non ho più voglia di andare a casa. Cerco di immaginarlo mentre fa l’amore e arrossisco.
– Uhm.
– Che pensi?, continua lui che deve avere un terzo occhio sulla tempia.
Rispondo: niente, e dentro di me: altro che emancipazione!
Mi chiede dove vado, rispondo: a casa, e mi mordo la lingua.
Mi domanda se ho letto non so chi ed io, uhm fammi pensare, e lascio in sospeso perché mi vergogno un po’: sembra sicuro che l’abbia letto e abbia opinioni precise sul libro in questione, oppure che non sappia di che parli. Mi lancia uno sguardo ironico-maligno ed allora sbotto: non-l’ho-letto-sto-facendo-altre-cose.
– Cosa?, incalza e mi trovo a buttar lì con aria falsamente disinvolta:
– Un romanzo.
– Splendido!, ride.
Ha i denti gialli di nicotina. Siamo fermi al semaforo e lui ha il tempo di girarsi verso di me e di guardarmi con tenerezza (!!) fin dentro. Credo non esista nessuno con questa capacità di sembrare uno che capisce tutto al solo guardarti. E magari è un coglione anche lui.
Mi lascia sotto casa e all’ultimo momento quando sto per schizzare nel portone mi grida: ti chiamo, ci vediamo. E io faccio di sì con la testa e tra me: stai fresco!
Lucio non c’è. Butto tutto in frigo metto un po’ di pane vecchio a spugnare e vado a mangiare il formaggio quotidiano sulla poltrona.
La pagina delle lettere sul giornale è più tragica del solito: tutti stanno male e non sanno perché e chiedono non si sa cosa. Butto via il foglio e resto lì raggomitolata. Ho voglia di stendere le gambe di stare al caldo di fumare e invece resto lì immobile. Scemaaaa sceeemaaaa sceeemaaaaaaa tra noi dovremmo dircelo, altroché!
Il corpo decide e mi trovo a correre in camera togliermi pantaloni e pullover smuovere le coperte per ficcarmi sotto ma esito e vado a fare pipì e poi brrr al calduccio. La borsa è a portata di mano e con lei sigarette e accendino. Cerco un posacenere con lo sguardo e ne trovo uno pieno ma non troppo sulla testata piatta del letto.
Lucio non verrà a mangiare. Chissà dov’è andato chissà perché era allegro chissà perché non riusciamo a parlare. Forse lo so: non sopporta che altro si muova se non è lui che controlla il movimento. Questa compagna-moglie che è sempre meno moglie e sempre meno compagna (secondo lui ma poi chi sa? bisogna intendersi sulle parole) lo sconvolge. In pratica non capisce più niente e non sa che fare. Mi dico che anche io mi sento così ma almeno mi sforzo di capire. Mi rispondo che però lo faccio tra me e me o con le “compagne” e non con lui. Mi obietto che è lui a starsene per i fatti suoi.