Capitolo Terzo

Oggi a prendere Giorgio a scuola va la nonna per portarlo a cinema: posso scrivere in pace. Questa Franca, la mia protagonista, è un problema! Rileggo un po’ a caso:
“Meccanicamente spostava la bilancia, raddrizzava il piatto, faceva scivolare la mano sul ripiano del tavolo a ripulirlo di eventuali briciole, si toccava i capelli e intanto nella mente si accavallavano le immagini: cumuli di panni da stirare, cucine da rigovernare, stanze in disordine da riportare quotidianamente ad un assetto decente per poi vederle subito dopo, vivendo solo, ridotte di nuovo ad un cumulo di doveri. E poi le bollette, le serate tutte uguali. Che cosa era la sua vita? Anche i figli le apparivano parte di quel carico che, in quel momento, le riusciva insopportabile. Li adorava certo ma si sentiva sola e stanca “.
Uffa! Faccio scorrere i fogli:
“Franca rigida nel letto al buio fissava i sottili spiragli della tapparella. Si ripeteva: ho trentotto anni, sono sposata da sedici, ho due figli sani e un marito onesto, una casa di cui abbiamo quasi finito di pagare il mutuo, l’estate andiamo al mare. Tutte le mattine mi alzo alle sei stiro lavo sveglio i gemelli e Paolo, metto in ordine alla meglio vado al lavoro torno alle sei con la spesa fatta cucino mangiamo faccio i piatti, Paolo qualche volta mi aiuta, guardiamo la televisione vado a letto mi alzo alle sei rammendo preparo il pranzo per la sera (per la mattina chi in un modo chi in un altro pranza fuori, certo: i bambini ad una scuola privata, e questo perché dove sono le scuole a tempo pieno?), sveglio i gemelli, e poi lavoro traffico musi tensioni, il sabato facciamo l’amore e la domenica andiamo a cinema, a volte con una coppia di amici, oppure facciamo una gita che è sempre terribile. Impazzisco!
Paolo si mosse vicino gonfiò le gote e cacciò rumorosamente l’aria dal naso. La cercò dormendo, una mano le premette il fianco e lei stette ferma per paura di svegliarlo e pregò che quella mano anche rimanesse ferma.
Avevano ragione quelle donne? Erano violenza pura e semplice i rapporti che aveva con suo marito? Lei in fondo gli voleva bene, si era abituata a lui. Certo, l’inizio era stato difficile. Forse non era amore. Ma cosa è amore? Quelle donne, quelle ragazze, ne parlavano continuamente ma loro erano un’altra cosa, erano diverse. Anche dall’immagine che prima aveva di loro: quando la televisione le riprendeva scalmanate e urlanti che mostravano a sfida quel simbolo che lei, all’inizio, non aveva capito e che quando Paolo gliel’aveva spiegato l’aveva lasciata perplessa e un poco contrariata, quando aveva letto sui giornali interviste a qualcuna di loro quando ne parlavano gli amici, lei non le capiva proprio, non se ne interessava non la riguardavano. Solo, provava fastidio se suo marito, davanti ad altri, battendole la mano sul ginocchio esclamava: oh no! la mia Franca femminista non è: E rideva.
Un poco alla volta aveva cominciato a osservarle passare per strada spigliate e sorridenti avvolte negli scialli, con catenelle e orecchini, o la sera in pizzeria, in gruppo, a ridere toccarsi le mani bisbigliare tra di loro. Così aveva risposto al saluto di Claudia, la ragazza del piano di sopra che viveva con altre due ma lei era la più simpatica. Una sera, l’ascensore era fermo, Claudia l’aveva aiutata a portare la spesa fino a casa. E poi l’aveva invitata a prendere un tè e lei aveva risposto che no grazie, doveva preparare. Poi, due giorni dopo, si era fatta coraggio ed era salita.
Le aveva aperto un’altra, gentile, aveva chiamato l’amica ed era scomparsa nella stanza di lato. Franca un attimo era rimasta indecisa ma subito la voce di Claudia: vieni, chi è?, le aveva dato coraggio ed era entrata. C’erano altre giovani donne, sedute chi sul letto chi a terra chi fumava chi finiva il caffè.
– Che sorpresa! Entra. Accidenti non so come ti chiami.
– Franca.
– Franca? Franca, vuoi un caffè?
– Lo preparo io. Poi devo scappare. Una biondina si chinò a baciare le altre, ammiccò a Franca. Dopo pochi minuti si riaffacciò alla porta: Tutto occhei. Attente a quando sale. Ci vediamo.
– Ciao bella.
– Ciao.
Intanto avevano ripreso a parlare: di uno che non aveva telefonato più finalmente di una che era preoccupata come quasi ogni mese e le altre a dirle che era una stupida. Franca ascoltava: ciò che l’affascinava e la stupiva era il linguaggio e scoprire che la ragazzina dagli occhi stanchi e dall’aria preoccupata aveva la sua età che era stata sposata aveva una bambina e ora conviveva con un certo Luigi che però da un po’ le rompeva i coglioni perché, in un modo o in un altro, tendeva a riproporre i tradizionali ruoli della coppia, che l’altra, insegnante, era incerta riguardo il rapporto con le alunne perché l’imbarazzava la fiducia indiscussa la delega che le ragazze avevano nei suoi confronti e la terza aveva un caposezione che era una palla, e insomma che quelle ragazze, quelle donne, avevano problemi”.

Smetto di leggere: come l’altro era pieno di ideologia sessantottina questo lo è di ideologia femminista eppure so guardarmene nella vita (o no? e poi fino a che punto è giusto? che cosa è l’ideologia?). Comunque questa Franca la sto facendo un po’ come Elvira che conosco davvero: ex casalinga frustrata ora felice perché emancipata, dice lei, col marito che fa turni di spesa di cucina di bambini e addirittura di esperienze sessuali. Il mio problema, invece, quello che mi preme e che avrei voluto studiare in Franca, è quello della liberazione (ma che brava!).
L’altra sera Laura dice:
– Emancipazione sbarra liberazione, io quella sbarretta la toglierei. Emancipazione è liberazione, non totale ma è già tanto.
Io mugugno:
– Per me l’emancipazione è stata importante. Anche grazie a lei sono arrivata al femminismo (o no? o mi hanno guidata i sentimenti? Il desiderio di libertà? e poi: io sono emancipata?) però non mi è facile scacciare l’immagine convenzionale delle emancipate: americane veloci efficienti autosufficienti distaccate, maschi in gonnella, tutte all’interno della logica di potere maschile, piccola schiera a cui si danno briciole di potere come all’aristocrazia operaia, fiori all’occhiello di giacche stazzonatissime. Insomma, non la vittoria del sesso femminile ma sul sesso femminile. E lei, così accettandosi, ha pagato la sua condizione.
– Dai dai: l’emancipazione è presa di coscienza autonomia economica potere sulle cose conoscenza.
– Ma può essere conoscenza falsata.
Continuo a parlare ma sono incerta. Alla fine concludo che come al solito bisogna intendersi sulle parole (oh bene-dette/male-dette parole!) sul significato bla bla.
Da dove mi è venuta voglia di essere diversa dalle mie vecchie compagne di classe?
È una questione di scelte.
Ma le scelte che questione sono?
Mi guardo le unghie mi guardo le mani la pelle sottile e le vene blu leggere muovo le dita come se suonassi: e in tutto questo Franca non c’entra. In tutto questo chiedersi come perché in che modo resta il fatto che queste pagine sono brutte.
Continuiamo a parlare delle casalinghe per portare loro la coscienza come ieri parlavamo degli operai per portare anche a loro la coscienza. Che madonna! Perché non parlare di noi? così piene di casini di dubbi di contraddizioni di voglia di vivere di capire di andare avanti. Ancora abbiamo paura? evidentemente sì.
E poi resta il problema di come esprimersi: vorrei trovare parole nuove. Oddio! è il verso di una vecchia canzone. Ma allora IO come Modugno? io come Modugno!
– Il punto, dice Paola qualche sera dopo, è che noi pensiamo attraverso le parole. Cioè l’attività del pensiero è molteplice ma siamo stati convinti -convinte, precisa Laura- che pensare consista nell’usare parole dentro di noi: ragiono penso avverto di pensare perché ho delle parole, uso le stesse parole lo stesso linguaggio lo stesso codice degli altri. Sono normale NORMALE NORMA.
– Già, interviene Laura, viene permesso di pensare solo nel senso di formulare idee attraverso parole accuratamente selezionate e censurate esse stesse assieme ai loro significati. Certo! Per controllare i contenuti si controlla la forma!
– E allora, fa Luisa, non si tratta di tensione all’identità tra contenuto (prima) e forma (poi) ma il contenuto non ce la fa a cambiare, ferme restando le vecchie forme.
– Allora, ripeto, dobbiamo trovare un modo nuovo (e dalli!) di esprimerci, di tirar fuori le cose che abbiamo e che non pensiamo ancora perché le parole bla bla.
Siamo in pizzeria. Non c’è quasi nessuno. Laura si accende una sigaretta chiede: caffè?, e chiama il ragazzino. Poi riprende:
– Il punto è che la ragione è sempre stata anteposta ampiamente alla sensazione all’intuito alla fantasia, qualità pericolose perché poco controllabili.
– Un momento, anch’io sigaretta caffè occhio beato, fino ad un certo momento ne hanno sminuito il valore facendole ritenere sottoprodotti mentali, oggi che si comincia a parlarne ESSI (?) cercano e, accidenti!, riescono a controllare e a dirigere anche la fantasia l’intuito. Un sorso un tiro. E pensare che noi donne queste qualità le abbiamo vissute (ce le hanno fatte vivere) con senso di inferiorità: di fronte all’intelligenza e alla razionalità del pensiero maschile ci dicevano: tu comunque hai intuito.
E Luisa:
– Se giochi bene a scopone dicono: è mazzo, oppure: giochi come un uomo.
Mi chino a spegnere la sigaretta:
– Oggi alcuni proclamano di essere per l’intuizione la fantasia la spontaneità eccetera, ma attenzione: per LORO (?) l’importante è che tra ragione e il resto rimanga una frattura, così rappresentano la ragione come un computer e sostengono che l’unica alternativa è quella di fare a meno della ragione. E invece la ragione è anche ricerca e ci serve, no? E c’è bisogno di unità tra
– tra ragione e sentimento, mi interrompe Laura, ma prima vanno rivisti e ripuliti i sentimenti, vanno liberati i desideri e.
– Basta!, borbotto, quante volte ci siamo dette queste cose? Facciamo piuttosto una gara di boccacce tra di noi.
– Insomma il reale che è pericoloso sovversivo, riprende Paola lanciandomi un’occhiata perplessa, non deve essere conosciuto se non attraverso le parole e cioè attraverso le categorie fissate e cioè attraverso ciò che ci viene permesso. E allora il reale, il vero, è solo quello che vogliono LORO (?).
Ci scambiamo sguardi indignati.
– E dunque, io faccia compunta, la nuova razionalità la nuova maniera di affrontare la vita (ma c’è?) è anche scoprire il mondo infinitamente più vasto e vario di quanto il linguaggio della censura della repressione del Potere ci abbia fatto credere.
– Per LORO (???), annuisce Laura, il mondo è il maschile che proiettano e.
– E invece il femminile dilata tutto, Paola scuote la testa, anzi è altra cosa.
– Ma il reale e il vero sono due cose diverse: Horkeimer afferma che.
E’ Stefano: che palle!
– Uffa so benissimo cosa ha detto Hork: l’ho letto dieci anni fa, rispondo e dentro rido (l’ho letto lo scorso inverno lui e Adorno: bravi certo non c’è che dire chiarificatori ma), e tu conosci Musil e il regno della possibilità, continuo guardandolo da sotto in su, e ricordi il dubbio di Breckt, senza dire del sogno rivoluzionario di Lenin e bla bla bla? E guarda che ti sto citando solo maschi!!!
Ridiamo tutte ma l’interruzione ci infastidisce. Stefano si dondola ora su una gamba ora su un’altra e guarda verso Luisa. Lei quasi lo ignora. Dice solo: ciao. È una storia iniziata da poco: lui non è molto simpatico ma a volte mi sembra eccessiva l’aria di distacco che lei ostenta e del resto mi stupiscono anche i suoi sorrisi civettuoli di altri momenti. Laura dice che è ancora una questione di verifica di poteri.
Rimaniamo incerte anche noi tre: ci piaceva starcene a parlare tra noi. Alla fine Laura sta per fare un cenno di invito a Stefano ma Luisa la ferma alzandosi. E vanno via. Noi riprendiamo da Horkeimer: siamo d’accordo che il punto è il rapporto tra razionalità e vita e al primo posto mettiamo la vita, perché sul filo della ragione non si può che deporre le armi.
– La nostra utopia è fondata sulla volontà vitale che sussiste in un numero sempre minore di persone, mormora Laura.
So che sta per piangere eppure a me d’improvviso viene una felicità dentro che sale e corre lungo il corpo, quasi me la sento in bocca vorrei che fosse solida per mangiarla spezzarla ed offrirla anche alle altre. Mi colpisce questa immagine: ricorda il rito originario dell’eucarestia (!). Cerco di esprimere queste sensazioni, queste immagini, alle altre, le guardo in fondo agli occhi mentre parlo, e loro fanno sì sì, che capiscono ma non mi sembrano colpite e non so se sono riuscita a comunicare!!! Ancora un flash e vedo quelle immaginette sacre con le quali si riempiva il libricino delle preghiere: di nascosto delle monache cercavo di scambiarle ma le bambine si scandalizzavano e i bambini pure. Del resto loro avevano già i calciatori.
– Capite?, mormoro incurante di interrompere ciò che nel frattempo stanno dicendo, Capite? Cristo che spezza il pane e comunica i discepoli?
– Che stai dicendo?, Paola mi guarda divertita poi ammicca a Laura, sei impazzita?
– Ma no fammi dire: il senso originario della comunione potrebbe essere splendido e laico. Lui prende la sua verità la rende oggettiva e la consegna agli altri, la comunica, in forma solida materiale senza equivoci. È un’immagine splendida!
– Piantala dai!
Come si fa a comunicare porcoddio? oh già! Lascio perdere e per un pezzo ascolto in silenzio le mie amiche e finalmente rientro nella discussione sul rapporto linguaggio-potere con citazioni di Foucault da una parte e Castaneda dall’altra. Mah!