Antonietta Barocco Marchini (Marchino)
(Da: Il Novecento, Antologia di scrittrici italiane del Primo ventennio, Bulzoni 1997.)

Di Antonietta Barocco Marchini (o Marchino) non so niente, però le cose che ho letto mi hanno convinta a preferirla ad altre, non perché più brava o più interessante, ma perché esemplare di un modo di essere intellettuale che alcune donne praticarono in quegli anni.
Colchici è un libricino che raccoglie brevi racconti, impressioni, scene di vita. La scrittura è piana, semplice, pulita. La mentalità è quella di una aristocratica colta che ha, tutto sommato, accettato convenzioni e regole del suo tempo, ma possiede capacità critica. Nella scala di valori di Antonietta, la bontà occupa un posto importante, una bontà di cui non vengono chiariti i termini o le modalità con cui si attuerebbe. E un altro valore, per noi interessante, viene al primo posto e cioè la convinzione che una profonda autonomia appartiene alle donne che abbiano saputo conquistarsela. Questo sentimento lo troviamo soprattutto nelle sezioni del libricino che accolgono veloci appunti, pensieri che sfuggono ai canoni letterari prestabiliti e che si avvicinano a pagine di diario, a riflessioni. Antonietta scrive dell’amore, della gioia, della solitudine, del concetto di libertà, del terrore, dell’inquietudine, delle zone scure della mente e delle certezze che ha acquisito. Il tono in queste pagine è spesso amaro, disincantato, fiero. C’è, dovuto a delusioni e a sofferenze, un senso amaro della vita (non solo di quella delle donne) che porta spesso ad una orgogliosa rivendicazione di solitudine autosufficiente: la rappresentazione di questi sentimenti fa riflettere su come, in quegli anni, tanti che non conquisteranno un senso compiuto di autonomia e di presa di responsabilità, potranno approdare a posizioni reazionarie. Di questa raccolta citiamo una breve pagina, una specie di esortazione rivolte alle donne che mi è parsa attuale 1), e un breve racconto, L’anarchico, che squarcia il taglio spesso convenzionale dei racconti di Antonietta Barocco e attacca, sia pure con quel tanto di populismo e di bucolica nostalgia frequente in quegli anni, miti che allora nascevano e che oggi hanno pienamente trionfato, come la produttività e la velocità.
Con la raccolta La strada in ombra, siamo in presenza di una elaborazione più matura sul piano della scrittura e però anche di una radicalizzazione di questa propensione alla accettazione di mentalità e visioni tradizionali e anzi alla loro diffusione. Sono racconti (segnalo tra questi I tre candidati, o In silenzio) nei quali troviamo una scrittura sempre piacevole e piana, indirizzata con evidenza a lettrici (e forse a lettori) delle quali si conoscono sentimenti e turbamenti e alle quali si vuole dare in qualche modo una risposta che sia, in più, educativa. Spesso, proprio per stabilire immediatamente un rapporto con chi legge, vengono citate canzoni in voga a quei tempi, come “No, cara piccina no”, e il linguaggio usato è quello di un italiano medio corretto e sobrio. Con questa tecnica di valorizzazione della comunanza é facile per Antonietta Barocco toccare problemi come la famiglia, il ruolo femminile, l’amore coniugale, il potere della maldicenza, e le risposte che da sono spesso di tipo conservativo: le donne che lavorano e lasciano soli i figli li mettono in pericolo, le coppie che bisticciano mettono a rischio la stabilità emotiva dei figli, bisogna guardarsi dagli inganni della vita con atteggiamenti quanto mai irreprensibili, eccetera. Ma pur essendo convenzionale, specie nei finali dei racconti, di fatto la scrittrice tratta tematiche pochissimo presenti nella letteratura italiana del tempo, come il suicidio dei bambini o la solitudine degli emarginati, oltre quelle già messe in campo da scrittrici dell’800 che sottolineano la insensibilità e la banalità di tanti uomini. E, anche in tanta apparente convenzionalità, emergono queste figurine di donne, cameriere, operaie, donne colte che spesso vivono in solitudine avendo rifiutato compromessi o matrimoni poco appaganti. In certo senso in Antonietta è rappresentata la potenzialità eversiva assieme alla capacità di scarto della scrittura femminile, ancora trattenuta dalle convenzioni, ma non cancellata. Per cui sta ad una lettura attenta riuscire a cogliere il non detto, l’allusione velata, la sfumatura che si nascondono nelle pieghe del discorso.
Il racconto che qui presento, La strada in ombra, che dà il titolo alla raccolta, è il ritratto di un prete per caso e per convenienza familiare, schiacciato in un mondo sempre più stretto, verso il quale non nutre curiosità. Forse, come afferma il fratello è un “idiota” a causa di un tifo preso da bambino, forse è solo un’anima semplice, che è andata chiudendosi sempre più in se stessa, spenta dall’indifferenza e dalla commiserazione degli altri. La scoperta della bellezza, della dolcezza, di una specie di amore avviene proprio quando ha subito un’offesa profonda ai suoi sentimenti, ed é perciò ancora più preziosa e fragile. Deve questa scoperta allo sguardo gentile di una signora bionda, amica del fratello che, unico caso tra le persone che lo circondano, non lo disprezza. Ma presto tutto inevitabilmente si rinchiuderà su di lui. E questa volta per sempre. Luigi, il prete, é il protagonista sconfitto. E Maurizio, il fratello, (che è in realtà “l’idiota” vista la rozzezza e l’insensibilità dei suoi comportamenti) è l’antagonista, attorniato da tanti aiutanti che finiscono assieme per costituire tutto il mondo che circonda Luigi: la servetta Rosina, i bambini, la stessa madre e tutte le figure che si muovono sullo sfondo della vicenda. Lilly è la bionda signora che per un momento pare mutare l’equilibrio così ingiusto che si è stabilito e che di fatto per un poco muta non solo le abitudini di Luigi, sì anche la sua capacità di guardare il mondo. Ma Antonietta Barocco Marchino non ne fa il “deus ex machina”: Antonietta sa che il problema di Luigi sta nella sua sensibilità, nella sua totale mancanza di autostima e sa che a questo non può rimediare uno sguardo. E neanche un’attenzione benevola. I deboli sono sconfitti, perché essi stessi non riescono a trovare forza, e “fuori” tutto é presunzione, invidia per quel poco che loro egualmente riescono ad avere e che a loro basterebbe pure ma che sembra offensivo a quegli “altri” che vogliono tutto e che a loro non intendono lasciare neanche piccoli squarci: Maurizio è geloso di quella amicizia, di quella simpatia da parte della bionda signora per il fratello e lo inchioda nell’immagine impietosa della sua presunta minorazione. Così questa diventa vera.
Vorrei infine attirare l’attenzione sulla tecnica quasi cinematografica della narrazione: I scena = i colombi uccisi e offerti in pasto per uno scherzo profondamente maligno e consapevole di essere tale. II scena = playback e analisi del protagonista e dei suoi rapporti con gli altri (antagonisti). III scena = la ripresa e l’avvio alla soluzione (forse consolatoria?). IV scena = il “colpo di scena” e cioè la negazione di una qualsivoglia possibilità di scioglimento. Sintesi = la fissazione di un destino. E sta anche qui, in questa mancanza di lieto fine, lo scarto malinconico della scrittura di Antonietta Barocco.

Note: 1) Penso al libro di Germaine Greer, La seconda metà della vita, (cit.), e anche a recenti dibattiti.

Opere:

– Colchici, Ist. Ed. It., Milano, s.d.
– id , S.E.I , 1920
– id, Milano, Mondadori, 1925
– La strada in ombra, Novelle, Milano, Treves, 1921
– Donna parlo al tuo cuore, Torino, S.E.I, 1955

Bibliografia: CUBI.

Anna Santoro