Due brevi stralci da: La nave delle cicale operose (Robin, 2012)

La ribellione delle ragazze arrivò prima del 68, racconterà Mita a Giò. E’ vero che il movimento delle donne in Italia prese forma compiuta agli inizi degli anni 70, ma, appunto, in quel periodo le donne presero coscienza, coscienza, collettivamente, di ciò che era già nel proprio agire e nell’agire di molte delle loro madri, nonne, bisnonne, e ne svilupparono il significato e le implicazioni. Quel consueto cicaleccio tra femmine, quell’andarsene a braccetto con le teste vicine, quella condivisione di lacrime e entusiasmi con l’amica del cuore, quei sogni ad occhi aperti, già da tempo avevano preso una nuova forza tra le ragazze, le quali scoprirono allora di tenerci davvero ai desideri. Che allora non consistevano in piccole o grandi narcisistiche autoaffermazioni di sé, ma erano aspirazione alla piena padronanza delle proprie azioni, e cioè a un mondo diverso.
La cosa magnifica era che ciascuna rispettava i desideri e le visioni delle altre, senza scriverci sopra un saggio o fissare quella felicità con una parola chiave. Quando si confidavano fantasie attorno alla vita futura, nessuna delle sue compagne di Liceo, proseguiva Mita accarezzando la testina di Giò, reputava il sogno dell’altra di minore importanza. Una si voleva sposare, un’altra fare l’attrice, un’altra la scrittrice, un’altra voleva viaggiare. Tutte sarebbero state felici. Ciascuna a suo modo. Però. Però, la vita meravigliosa, che aspettava dietro la siepe leopardiana, sarebbe stata preclusa a chi non fosse stata capace di pensarla. Di immaginarla. Così bastò articolare l’immaginazione, per un film senza prevaricazioni, guerre, violenze, divisione tra ricchi e poveri, prepotenze, ingiustizie, ipocrisie. Non era solo lei, Mita, ad avere la fissa di trasformare il mondo, ma tutte, o, per lo meno, moltissime. Partivano da sé, certo, ma coinvolgendo tutto l’orizzonte di sguardo. Per questo capivano che solo in un mondo rivoltato come un guanto si sarebbero avverati i desideri. Per questa via, le donne nutrirono una nozione di politica, altra da quella tradizionale. Per Virginia Woolf, scoprirà anni dopo Mita, le donne fanno politica semplicemente scrivendo, semplicemente perseguendo i propri desideri. Era questo che aveva mosso le donne nel cammino di liberazione.
Genitori, professori, giornali, ben prima dell’affermarsi del femminismo, furono scandalizzati dall’atteggiamento delle ragazze. Che i maschi fossero irresponsabili, era cosa antica, dicevano, segno di virilità. Del resto era fuor di dubbio che i giovanotti, una volta adulti, presi dalle responsabilità, dalla carriera, sarebbero rientrati nel ruolo. Da sempre era così. Ma le femmine. Cosa volevano le femmine? A scuola si andava per imparare, insistevano queruli e minacciosi, e ringraziassero il cielo che fosse permesso anche a loro, nate per fare le mamme.

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Il lavoro spesso portava Mena a Roma, e fu lì che, spinta da Mita, iniziò a frequentare le prime assemblee del Movimento femminista. All’inizio, guardava e ascoltava dubbiosa, non riuscendo a capire quelle donne, borghesi occupate solo di problemi astratti, diceva, di cose secondarie, originate dalla divisione della società in classi, che rimaneva dunque la questione principale. Poi accadde qualcosa.
A una manifestazione dove l’aveva portata, Mita toccandole il braccio per incitarla a gridare, Siamo tante, siamo tutte, siamo più della metà, la vide con quell’espressione che assumeva quando i conti non le tornavano. E allora le ordinò, le ordinò, di guardare, di guardarsi attorno. Mena alzò le spalle, scosse la testa, ma guardò. E finalmente le vide.
Vide donne a braccetto, volti sicuri, pieni di vitalità e di forza, nasi per aria, labbra larghe nel sorriso, vide quell’amica grassa che danzava, quella piccola che volava, quella con i capelli corti corti e magra magra che prendeva il microfono e parlava, e poi parlava un’altra e un’altra ancora, rosse, E’ la prima volta che, scusate l’emozione, insomma vide quell’allegria di tutte, quella forza, quella convinzione, quei corpi in movimento, e ripensò agli incontri con i compagni, a quelle assemblee dove non aveva mai osato prendere la parola. Vide la sapienza di alcune, attente, capaci, la dolcezza di altre, quel cipiglio pensoso di altre ancora, insomma vide quel loro essere, nelle diversità, tutte donne che aprivano il cuore alla speranza che ci potesse essere un modo diverso di concepire la vita, le relazioni, il lavoro, la politica. Da quel momento quelle donne le diventarono simpatiche, anche se spesso bisticciava con loro, opponendo dinieghi, dubbi, domande, proteste al loro dire. Un aspetto soprattutto la lasciava contrariata. Quando qualcuna di loro affermava che le donne erano sempre state schiave. Sua madre non era stata schiava, non più di suo padre, borbottava, sua madre aveva saputo crescerli, lavorare, parlare, fare piani, occupare case. E lei, Mena, a quindici anni era emigrata in Germania senza una lira, poi era tornata, aveva lavorato, aveva fatto politica, e.
Per questo continuò a nutrire una vaga diffidenza nei loro confronti, a non comprendere la trasversalità di cui parlavano, Insomma le borghesi sono borghesi, o no?, a notare, in quelle riunioni, l’assenza di lavoratrici, di operaie, di donne senza casa e senza lavoro, o con troppo lavoro, di fare interventi che spingevano all’osservazione della realtà. E di colpo scoprì di dire la sua con serenità. Di difendere le proprie idee pubblicamente, anche in affollate riunioni. Perciò le amava. E da quel momento qualcosa dentro di lei si sistemò, trovò il suo posto, i pezzi s’incastrarono, si completò il puzzle.