Anna Maria Ortese: Inimitabile e inimitata – Scrittrice unica, da leggere fuori da ogni canone ma cui riconoscere un posto di eccellenza nel panorama internazionale del romanzo del Novecento (Leggendaria – Aprile 2003)
Il lavoro di lettura o di rilettura delle scrittrici italiane da parte delle studiose femministe, attraverso percorsi e strumenti critici differenti, sta ridisegnando e rendendo evidente uno scenario ricco di soggetti forti, di scrittrici inimitabili e inimitate, ciascuna unica e, proprio per questo, ciascuna simbolo della pluralità delle scritture femminili le quali, finalmente, non hanno più alcun bisogno di autorizzazioni o di riconoscimento da parte del “Sistema Letterario” (macrotesto mostruoso che dovrebbe misurare su se stesso, centrale punto di riferimento, ogni altra opera di libertà creativa) ma, anzi, sono in grado di ignorarlo, di vanificarlo con la loro sola esistenza.
Anna Maria Ortese è un esempio di ciò, tra i massimi della nostra letteratura che è fatta, appunto, di esempi e non di modelli (da imitare). Al Convegno di Trento “Fare letteratura Oggi” (10-12 maggio 2001, Atti in corso in stampa), il mio intervento iniziava citando le parole di Ortese come esemplari della nozione del “fare letteratura”: «Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla, è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene» (da Corpo Celeste, Adelphi, 1997, p. 104-105). Anni prima, in Scrittrici (saggio ora incluso in Napoli e la Campania nel Novecento -Diario di un secolo, a cura di Elena Croce, Fulvio Tessitore e Domenico Conte, Edizioni II Millennio, in stampa) mi auguravo che presto nascessero letture approfondite e articolate sull’opera di Anna Maria Ortese (e su Elsa Morante alla quale la accostavo) scrittrice che a pieni titoli dovrebbe rientrare (rientra) nel panorama internazionale del romanzo del Novecento.
Il volume Anna Maria Ortese – I Romanzi (voi. I – 2002), curato per Adelphi da Monica Farnetti (con una Nota Bibliografica di Giuseppe Iannaccone), avvia quella ricognizione attenta che auspicavo: nel volume, infatti, assieme ai testi (Poveri e semplici, Il Cappello Piumato, Il Porto di Toledo), Farnetti fornisce un apparato corposo (Introduzione, Cronologia, Nota ai testi, e la citata Bibliografia di lannaccone), in grado di aprire quelle ricerche di approfondimento dovute a ogni grande, e stabilisce una volta per tutte il «pieno diritto (di Ortese) di misurarsi coi protagonisti della storia del romanzo del suo secolo».
Monica Farnetti non è nuova al rapporto con Anna Maria Ortese, avendo già curato, nel 2000, L’infanta sepolta (anche questa volta con Notizie Bibliografiche di Giuseppe lannaccone), sempre per Adelphi. E la stessa Adelphi ha da tempo a cuore gli scritti di Anna Maria Ortese che pubblica dal 1986. Dunque questo primo volume de I Romanzi testimonia l’intenzione di dare conto dell’intera attività letteraria della grande scrittrice.
E’ impossibile, in questa sede, riprendere e segnalare tutte le questioni poste dalla curatrice, le emozioni e le riflessioni che desta la (ri)lettura dei romanzi. Certo è che la sapienza e la sensibilità di sguardo di Monica Farnetti conferma a pieno come Anna Maria Ortese sia la riprova della inutilità del presunto “canone”. E non solo di quello, tutto maschile, che nella rosa degli scrittori canonici non annovera (o lo fa con grande impaccio e malcelata magnanimità) nomi di scrittrici, ma anche di un eventuale, e da qualcuna auspicato, canone femminile, perché è la nozione stessa di poesia (in senso ampio) che pretende la libertà assoluta, la unicità, la sfida alle regole, la ignoranza delle norme, lo scarto dalle norme.
Se, afferma Farnetti, per tanto tempo Anna Maria Ortese è stata ignorata o guardata con sospetto, certe sue caratteristiche, compresa quella della nozione di “seconda realtà”, l’hanno fatta accogliere, da qualche tempo, all’interno di una precisa categoria del romanzo del secolo scorso, quella, per intenderci, degli Svevo e dei Tozzi. Ma il candore, la malinconia, l’audacia immaginativa, il pensiero sognante, prosegue la studiosa, la fanno unica, inimitata e inimitabile, degna di stare ai primi posti nel romanzo europeo. Articolando il suo discorso, Farnetti sottrae la scrittura di Anna Maria Ortese, per quel che riguarda la collocazione in un genere (letterario), dal falso dilemma tra scrittura etica e scrittura poetica, tra realismo e mondo fantastico, tra auto-biografismo e finzione, tra lirica e narrativa, eccetera. In questo modo mi pare mostri chiaramente come linguaggi tradizionalmente legati a questi “generi” siano strumenti formali e creativi strettamente intrecciati dei modi che la Ortese cerca, dei mondi che la Ortese vede, dei mondi che crea. Farnetti compie una lucida analisi di Il Porto di Toledo, definendolo “romanzo di formazione” che però rompe i canoni già solo col dire “io”, aprendo in questo modo ulteriori riflessioni su autobiografia, autografia, dire (di) sé; annota l’invenzione simbolica ne L’iguana della “governante”, rappresentativa, per Ortese, del più basso scalino dei poveri e semplici (serva, bestia e soprattutto donna) e che pure ci rimanda Jane Eyre, “testo della collera”; sottolinea l’attacco al mito della giovinezza svelata come abbaglio; sposta l’attenzione, dai tanti possibili precursori chiamati in campo dalla critica, sull’importanza che ebbe per Anna Maria Ortese la relazione con Paola Masino, la “vicinanza” con Elsa Morante, l’amore per Katherine Mansfield e certe comunanze di percorso con Virginia Woolf, alludendo così a una “genealogia femminile” che ancora una volta conferma come proprio i fili di relazione tra grandi scrittrici possano insegnarci a leggere la qualità della ricerca, l’unicità dello scarto, la necessità di scrittura insomma che, pur diverse, possiedono le scrittrici, e come, per questa via, la Ortese possa essere assunta come simbolica della pluralità delle scritture delle donne. Proprio essendo unica. Unica anche nel raccordo perfetto tra potenza visionaria e istanza etica che, ben lontane da essere elementi alternativi l’una per l’altra (il “falso dilemma tra scrittura poetica e istanza etica” cui accenna Farnetti) si compongono in una delle più alte e significative esperienze poietiche realizzate nella nostra narrativa.
È con la morte del fratello Rassa che Farnetti segna la nascita della scrittrice Ortese, sottolineando come, per tante (cita per Virginia Woolf la morte di Toby-Jacob), eventi fortemente drammatici e coinvolgenti dettino la necessità della scrittura. Nel caso di Anna Maria (e di Virginia), ben lontana dall’essere diario emotivo, la scrittura è “cercare la calma”, è impegno a dare forma a quel dolore, a elaborarlo, cioè a creare una lingua. Ma già nelle pagine del Diario di Anna Maria tredicenne, posto in Appendice, mi colpisce la freschezza assoluta del linguaggio, la vivezza delle descrizioni di piccoli gesti, i felici tempi dei dialoghi, la percezione della mitezza degli animali, l’attenzione allo stato di deboli, perdenti, sconfitti, quella sorta di spirito di sacrificio, di sdegno per le cattiverie, di ribellione alle ingiustizie, l’insofferenza prima nei confronti della scuola e più avanti della chiesa, della politica, delle norme, quel sogno di libertà che si incarna nel desiderio di scappare in America, l’America dei Pellerossa, che «uccisi in massa…ubriacali col fuoco…vivono sempre nelle tende…guardano intorno come uccelli nel cassetto».
I tre romanzi “autobiografici” presentati nel volume, Poveri e semplici, Il cappello piumato, Il Porlo di Toledo, apparentemente raccontano la stessa storia che si fa, nel tempo, più dolorosa e più sfuggente: le illusioni della giovinezza, lo smarrimento delle relazioni sentimentali e amicali, le aspettative riposte nel mitico Avvenire, la fiducia in se stessa e nel genere umano, l’amore, e così via. In realtà, vedere “dietro le cose” necessita di nuova scrittura che dia forma a (che è la forma di) quello smarrimento che prende chi davvero vede: vede il dolore, il cinismo, la bellezza e la fragilità dell’amore, la condizione dei semplici, la ripetitività di meccanismi clic si ritenevano legati a un Potere, a un periodo storico, a una momentanea condizione umana e che invece si rivelano propri della così detta civiltà. Il dolore è presenza costante nella scrittura di Anna Maria Ortese, assieme all’amore: entrambi vissuti inizialmente come esperienza soggettiva, come casualità biografica, assumeranno via via una dimensione allagante, espropriativa direi. L’amore per uno diverrà amore universale e il dolore della propria condizione, o di quella vicina, diverrà dolore del mondo. Dalla “espressione soggettiva” nata dal dolore privato (l’inizio della scrittura) si passa (ed è d’obbligo pensare a Leopardi) a una più ampia e simbolica della sofferenza del mondo e nel mondo con L’iguana. Ma non è un itinerario scandito da passaggi temporali: le forme degli sguardi coesistono, la scrittura ritorna a esperienze avviate (il Diario, le Espressività) per portarle a maturazione nel momento giusto, quando lo spostamento di sguardo e di lettura del mondo e delle relazioni, non può darsi forma se, appunto, la forma non cambia. Visto che la scrittura, a mio avviso, è sguardo che si dà forma, che trova la sua forma e, nella sua forma, grazie ad essa, si esplica, vive, è.
(E qui apro e chiudo una piccola notazione che parte da El Greco, passa per la presenza ispanico-napoletana del Barocco che scoprì l’inesauribilità del reale, al Caravaggio, a quegli studi sul nero nel nero: non è il cercare l’altro dietro le cose? Non è il “secondo sguardo”, la “seconda realtà”?).
Visione tanto netta e pericolosa non può che far tacere o trovare nella scrittura stessa modalità e motivo di superamento, di calma appunto, ricorrendo a un linguaggio quanto più libero sognante e artefatto (fallo ad arte) sia possibile. Fino all’assunzione del “non umano”, come annota Monica Farnetti a proposito di «uno dei bestiari più enigmatici del 900» (L’Iguana, Il Cardillo…). Queste strane figure rappresentano la parte di noi che non è stata storicizzata dall’esperienza culturale, civile, intellettuale dell’essere umano. Cioè, mi pare, si giunge al paradosso che proprio nelle “bestie” Ortese rappresenti l’autentica forma dell’umano, perché esse sono la rappresentazione della realtà universale, non di quella storica, visibile: di quella che è alle spalle e dietro le cose.
Lo sguardo di Anna Maria Ortese è così di necessità antagonista alle “norme”, al “razionale”, ai canoni letterari e ai comportamentali e anzi arriva a mettere in crisi la stessa nozione di realtà, come oggetto-visione a tutto tondo. La realtà in fondo non esiste: essa è doppia e forse tripla. Dipende dallo sguardo che la guarda, dalle motivazioni di quello stesso sguardo.
Ma dove finisce lo sguardo creatore e dove inizia la realtà (il testo) che comunque c’è? Nessuno dei due, nella relazione, è autosufficiente nel suo esistere. Leggere è accogliere il testo, pienamente consapevoli della parzialità del proprio punto di vista (e dunque della scrittura che è il nostro leggere) e consapevoli anche della influenza del perché della stessa lettura: perché come complemento di causa e come complemento di fine.
Chi scrive, afferma Ortese, ha per prima regola «avere delle cose da dire». Questa necessità del dire nasce dal proprio rapporto con la vita e col mondo, e allora il punto è che «perché leggo, perché scrivo», in scrittrici come Anna Maria Ortese, diventa e rimanda a «perché vivo». È così che un quesito letterario diventa quesito etico e in esso riconosce la sua origine. In Corpo celeste, alla domanda se ci sia qualcosa di più importante della pace dello scrivere, Ortese precisa: «Certo, la pace stessa». E ciò allude a una nozione etica e articolata, e vorrei aggiungere seria e leggera addirittura a volte titubante e problematica, della “funzione” letteraria.
Anna Maria Ortese si chiede spesso: letteratura è menzogna? E non solo nel senso ovvio a cui rispondiamo che sì, certo che la letteratura è finzione, ma nel senso di chiedersi se la letteratura serve, se pone domande credibili, se ne vale la pena, se ha senso. E non solo: nella nozione di “letteratura” Ortese include il mondo letterario – «questo teatrino che è la letteratura» – e cioè i premi, le scelte editoriali, i giornalisti, così si chiede: ma scrivendo…dove va il mio desiderio di mondo pulito e buono? La mia visione di “bontà”?
L’etica della scrittrice, di una come Anna Maria Ortese, sta nella “sincerità”. Accettare fino alle estreme conseguenze di consegnare alla scrittura la propria lettura del mondo vuol dire morire in essa scrittura (Cixous): perché la verità che si svela (che si vede) è troppo forte, insostenibile. Da qui la consapevolezza, in Ortese, di quanto sia per lei irrinunciabile l’esercizio della scrittura e di quanto, insieme, sia cosa “inutile”, sia uno “scrivere per sé”. E da qui la ricerca necessaria di un linguaggio, di una scrittura “visionaria” (e necessariamente inafferrabile perché, scrive, è la stessa realtà a essere inafferrabile) in questo senso allo stesso tempo finzione, massimo controllo e massima libertà. Alla potenza visionaria, sottolinea Monica Farnetti, si affianca l’istanza etica: in Anna Maria Ortese, in Virginia Woolf, in Elsa Morante – e, aggiungo, in Marina Cvetaeva, in Clarice Lispector, in tante altre – è il rapporto col mondo a far scattare la necessità della scrittura, la necessità di dare forma a «ciò che è dietro le cose». La cosa sta nelle parole per dirla. Le parole danno forma alla cosa e sono la cosa.
Monica Farnetti definisce “scrittura di confine”, questa di Anna Maria Ortese, e aggiungerei che per tutte le scrittrici importanti si può parlare di scrittura di confine, propria di quel “doppio” femminile, di quella pluralità (il “soggetto plurale” di Hannah Arendt) alternativa alla “singolarità” maschile, di quel “campo d’ambiguità”, a cui tante volte ho accennato, di quel complesso rapporto tra la necessità di normalizzazione e cioè di stare, di esserci e il desiderio di altrove, che è anche desiderio di sé. Anche l’estraneità della lingua, che in Ortese è evidente per la sua condizione di persona dall’origine “non colta”, è un fatto che tutte le scrittrici hanno dovuto, devono, affrontare (scrivere con la lingua di altri) certe volte impegnandosi a distruggere un poco alla volta norme inculcate dalla tradizione e dall’ambiente: dalla “cultura”.
È che le scrittrici, le grandi scrittrici come la Ortese, non sfuggono al logos ma ne reinterpretano la funzione, così procedono nella ricerca della propria scrittura fidando nei linguaggi del corpo (il proprio, quello delle altre, degli altri), cioè percepiscono, sentono, accolgono il mondo, tramite le emozioni che dal corpo appunto nascono. Si tratta di restituire nella scrittura la prima relazione col mondo, quella che ci determina per tutta la vita e che ci è stata passata simbolicamente dalla madre, dal linguaggio della madre, quello che lei ha creato con noi e per noi e che ci ha messo in comunicazione col mondo, un mondo a cui quel linguaggio ha dato forma e che noi vediamo in e tramite quella forma. È questa la “trasmissione”, che può e deve essere accolta, violata, superata, articolata per essere riconsegnata ad altre grazie a relazioni di scambio e cioè a ulteriori trasformazioni.