Di fronte al ripetersi continuo di azioni “politiche”, stupide, autoreferenti, prepotenti, mi viene in mente, e vi propongo, questo delizioso racconto di Clelia Pellicano che mostra, ancora una volta la consapevolezza femminile di quanto siano buffoni e pericolosi gli uomini al Potere.

 

Da: A. Santoro, Il Novecento, Antologia di scrittrici italiane del Primo Ventennio,  Bulzoni, 1997

 

“….Nel racconto che qui presento, Potere giudiziario, potere amministrativo (Novelle calabresi, Torino STEN, 1908), Clelia ricorre, come altre volte, ad una struttura quasi teatrale, dividendo il racconto in più scene, elencando i personaggi, proprio a sottolineare la estraneità della narratrice. In realtà la estraneità più che essere di tipo verista, o di tipo pirandelliano, appartiene alla diversità di genere. Si tratta infatti della rappresentazione di un mondo, quello politico, che è mondo di uomini, i quali continuano, pur essendo in posti di responsabilità, a giocare. Questi ometti che si bisticciano, suggerisce Clelia, svelano il mondo della politica, dove più che grandi passioni per grandi questioni, di carattere ideologico, politico, sociale, valgono piccole e private rivalità. L’importanza del quotidiano, del privato, scoperto e valorizzato ai nostri tempi, era già ampiamente conosciuto da donne come Clelia, che, in questo caso, più che con riprovazione o finalità di denuncia, guarda con malcelato senso di indulgenza e di superiorità, alle beghe maschili e di politica maschile. Il fatto che il racconto sia dedicato al marito conferisce alla storia una maliziosa dimostrazione da parte di Clelia, della coscienza delle diversità di genere riguardo lo sguardo, i comportamenti, i valori assegnati alle cose. I protagonisti sono “testardi”, mancano di senso della misura. A loro va applicato quanto abbiamo letto nella Prefazione di Clelia all’altra raccolta circa il protagonismo maschile che non può non portare a guerre, a lacerazioni, a violenza. Le donne, rappresentate dalla servetta Marianella, unico personaggio femminile, fresca, ventenne, bella, pochissimo interessata a ciò che succede, non fanno parte di questo mondo, hanno un atteggiamento di totale indifferenza. Così la freschezza fisica di Marianella viene a ribadire e a sottolineare lo sguardo distaccato di Clelia….”

 

Da: Potere giudiziario Potere amministrativo di Clelia Romano Pellicano

da Novelle Calabresi (Torino, STEN, 1908) ora in Anna Santoro, Il Novecento, Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, Roma, Bulzoni, 1997

 

Il teatro della farsa è un paesello della Provincia di Reggio, posto sull’altura; protagonisti ed antagonisti, il pretore Aspasia, giunto di fresco con poca dottrina e molta albagia, e il barone Gullì, pezzo grosso del paese, capo dell’opposizione, ricco di censo e di autorità; entrambi testardi, partigiani, tenaci negli odii come negli amori: due ossi duri da rodere.

Il Pretore è un ometto sulla cinquantina, calvo, tarchiato, con gli occhiali: nell’ira il cranio pelato gli si accende come un lampione, il collo taurino diventa paonazzo, le corte braccia si agitano come ali di mulino a vento. Il Barone è giovane, slanciato, militarmente disinvolto, parco nei gesti: ha la collera fredda.

La guerra è scoppiata per ragioni politiche. L’opposizione, con a capo il barone Gullì, sta per rovesciare il partito governante, alla cui testa è l’onorevole Colantoni, un Depretis in ventiquattresimo, volpone di tre cotte, che per un ventennio ha retto senza controllo le sorti del Comune. L’elemento giovane del paese pensa ch’egli abbia ormai fatto il suo tempo. Esso aspira, nella persona del barone Gullì, ad un governo più modernamente inteso, più ricco di energie, per cui la lotta ferve in grembo al Consiglio. Il Pretore potrebbe e dovrebbe restarvi estraneo, ma si prevede che nell’imminente bufera non uno dei vecchi santi rimarrà sul piedistallo; il pretore Aspasia s’interessa appunto ad uno di questi, certo Bettinelli, membro del partito condannato, e la protezione è come quella dell’Inghilterra: Gare à qui touche!… Comunicazioni…sottomarine vengono stabilite fra Municipio e Pretura, allo scopo di trattare il salvataggio di Bettinelli. Il barone Gullì consente a risparmiare la testa di costui per avere il piacere di offrirla al Pretore in pegno di futura amistà: le trattative pendono tuttavia allorché la crisi scoppia, il Consiglio entra in convulsioni, Colantoni cade con tutti i filistei, Bettinelli compreso, e il barone Gullì sale agli onori del sindacato tra il tripudio dei suoi. Apriti cielo! Il Pretore grida al tradimento, giura che <quei ragazzi> glie la pagheranno, e ai primi verbali di contravvenzione che gli capiteranno tra le grinfie per il <lascia passare> si faranno <i conti>. Il Sindaco ribatte che la nuova amministrazione non si lascerà imporre nè ostacolare da lui: gl’insulti s’incrociano, la guerra è dichiarata: potere giudiziario e potere amministrativo stanno di fronte <l’un contro l’altro armato> nelle persone del Pretore e del Sindaco, entrambi risoluti a non ceder di un palmo.

I personaggi, oltre i due protagonisti, sono: Mariannella, fantesca del Pretore, bella ragazza sui vent’anni; Pizzone, un tempo membro della Guardia Nazionale, ora capo della Guardia pretoriana del Sindaco; un altro vigile; il segretario comunale Gelardi; Don Peppe, l’usciere; Cancelliere della Pretura; Tenente dei carabinieri; due carabinieri; Sottoprefetto; Procuratore del Re; il Giudice istruttore; Mastro Sabato Grio, capo dei dimostranti; Dimostranti; Consiglieri comunali; Popolo.

 

ATTO  I

Scena unica

E’ il crepuscolo. La piazzetta sonnecchia in una semi oscurità piena di mistero, i salci che l’ornano si cullano dolcemente alla brezza vespertina. Nella fontana di mezzo l’acqua fluisce e canta con ritmo eguale, la sua voce di liquido cristallo sembra velata di melanconia. Una forosetta lava, china sulla vasca, con la saja infaddata (1), ed il plaf, plaf, violento come uno schiaffo, della biancheria, tuffata e rituffata nel bacino, interrompe a tratti quella musica lene.

Due vigili spuntano all’angolo di una via.

“Che cosa fate qui?” grida una burbera voce uscendo da due baffi grigiastri, mentre il più prestante fra i due militi si ferma alle spalle della donna accarezzandosi con perfida compiacenza il napoleonico pizzo per cui in paese lo hanno soprannominato Pizzone.

“Qui?” fa eco l’altro milite che si tiene in disparte pieno di rispetto pel compagno.

La forosetta si raddrizza, scoppiando in una risata più fresca di quel filo d’acqua corrente.

“Non vedete? Lavo”.

Nel volgersi la collaretta di pizzo le si rialza dietro, incorniciandole il capo come un collo Maria Stuarda: nel viso bruno occhi e denti son tutto un luccicore di madreperla e di smalto.

“E chi siete?” chiede, ancor più burberamente, Pizzone, il quale la conosce benissimo.

“Chi?” fa eco il compagno.

“Oh bella! Sono la serva del Pretore”.

“Ah! Ah!  -Quell’ ah ah, modulato in due toni, uno maggiore, uno minore, va dalla finta meraviglia al trionfo.-  Benissimo! Non avete dunque letto il manifesto ch’è lassù?” e Pizzone addita solennemente la facciata di una casa immersa nell’ombra.

Risata più impertinente della prima: “Eo nun saccio ‘u lejo” (2).

“Be’, ve lo dirò io: quel manifesto avverte che a causa del colera, la Giunta esige una scrupolosa osservanza del regolamento di pulizia urbana, il quale proibisce, tra l’altro, di lavar panni alla fontana pubblica. Chiunque vi contravviene sarà punito a norma del detto regolamento… Avete capito?”

Eo nun saccio ‘u lejo! Il padrone mi manda, ed eo vegno!” (3)

“Ma non è la prima volta che vi ci colgo!”

“E non sarà l’ultima. Il padrone mi manda, ed io vengo!”

“A dispetto del regolamento?”

“A dispetto…del diavolo che vi porti!”. E, con un ultimo plaf schernitore, Mariannella attorce e strizza un pannolino, lo aggiunge agli altri nella cesta, s’alza questa in capo e se ne va, col suo passo ritmico e svelto, dondolando i fianchi procaci.

Alle guardie non resta che stendere il loro bravo verbale.

 

ATTO  II

Sono le nove. La Pretura ha un aspetto insolito d’importanza e di lindura. Il Pretore siede sulla ruota, col tocco di traverso, un’aria canzonatrice d’anticipato trionfo; Don Peppe l’usciere, che ha finito or ora di spazzar l’aula di giustizia, gli si pianta fieramente allato, come a dire: “Vedremo chi di noi aveva torto o ragione!”. Con quel noi intende il Potere giudiziario del quale, naturalmente, fa parte. Mariannella, la serva, siede sullo scanno dei rei e ride e cinguetta e splende come un mattino di primavera.

E’ lei che bisogna giudicare per le ripetute infrazioni all’art. 9 del regolamento di pulizia, per ribellione alle guardie e resistenza alla forza pubblica. Dopo aver più volte invitato Mariannella a recarsi in Municipio, dopo uno scambio di lettere vivaci col pretore Aspasia,  il Sindaco ha inviato il verbale delle guardie in Pretura per gli ulteriori provvedimenti. Sperava, l’ingenuo!, che il Pretore, trattandosi di faccenda in cui è così direttamente implicato, si sarebbe astenuto; ma il Pretore, il quale si sente superiore ad ogni sospetto, ha calzato il suo bravo tocco ed è venuto in udienza risoluto a giudicare la serva con quell’imparzialità ch’è da prevedersi.

La Pretura si popola. Primi a giungere il Cancelliere ed il Segretario comunale (quest’ultimo fungente da Pubblico Ministero, lancia spezzata del Sindaco) i quali, prima di sedere, uno alla destra, l’altro alla sinistra del Giudice, si scambiano un’occhiata da cane e gatto.  Entra l’avvocato difensore, Bettinelli in persona, che si sprofonda in inchini dinanzi al Pretore, e sorride, con aria protettrice a Mariannella. Pretorianti e Sindacanti -questi in assai maggior numero- gremiscono il pretorio. Un mormorio ironico corre nel pubblico alla vista del giudice, dell’avvocato e della serva.

“Taglierini in famiglia!”

Acquaiuò, l’acqua è fresca?”

“L’Arciprete della Motta! Chiamava la mamma per testimone!”.

Un frizzo, più pungente degli altri, giunge all’orecchio del Pretore; ma il Pretore, ch’è uomo di spirito, senza scomporsi, dichiara aperta l’udienza. Mariannella viene interrogata. La ragazza risponde baldanzosa, confermando i fatti. Ad ogni sua ardita risposta il Pretore china il capo indulgente e il pubblico Ministero mastica tra i denti: “Sfacciata!…”. Pretorianti e Sindacanti sono d’accordo in una cosa sola: nell’ammirazione per Mariannella; e non v’è chi non lodi il gusto del Pretore, il quale, in fatto di donne, ha fama di conoscitore finissimo.

Dopo l’interrogatorio dell’imputata, Don Peppe introduce i testi, Pizzone e il compagno, li scorta fino alla ruota con un sorrisetto di compassione. Par dire: “O che cosa credono d’esser quei due? Forse perchè stanno intorno al Sindaco? Faremo loro vedere in che conto teniamo i verbali di contravvenzione!”. E Pizzone darebbe Dio sa che cosa per rintuzzar quel sorriso. Si sente sicura di sè l’ex guardia nazionale: quale più bella occasione di far valere la voce baritonale e il pizzo napoleonico?

“Deve sapere, signor Pretore, come qualmente questa Vostra domestica…”

“Dite l’imputata”

“Questa Vostra imputata è stata sorpresa in fragrante delitto di lavare alla fontana prubbeca. Come vostra signoria conosce, il regolamento dice…”

“Attenetevi al verbale!”

“Obbedisco, signor Pretore. Nel verbale è scritto come qualmente noi l’abbiamo pregata, con tutta l’educazione, a volere sfrattare… Ma lei, signor Pretore, ha risposta che la Vostra Signoria… che il padrone ce la mandava alla fontana, e che lei ci veniva, a dispetto del regolamento…”

“…a dispetto del diavolo che vi porti” corregge onestamente Mariannella.

Si ride; il Pretore minaccia di far sgombrare l’auletta.

“Signor Pretore! Noi abbiamo fatto il nostro dovere.  -riprende solennemente Pizzone– Abbiamo disteso il verbale, come di ragione, e ci siamo querelati per ingiurie alla forza prubbeca. Allora il Sindaco S.E. il barone Gullì (Pizzone s’inchina rispettosamente) ha invitato la con…contravven… trice, a comparire dinanzi al Municipio per gli esprimenti di conciliazione.  Lui voleva conciliarsi, capite, con Vossignoria, che a lui gli dispiace…”

“Non divagate!”

“Dunque dicevo come qualmente noi stessi siamo andati a chiamare la vostra… imputata, ma lei sul Municipio non ci è voluto salire, e questo perchè si sa spalleggiata da Vossignoria, che se non si saprebbe spalleggiata…”

“Si tratta del vostro verbale, non delle spalle dell’imputata…”

“Vostra Signoria, scusate. Dicevo dunque che alle nostre ripetute giunzioni, ha risposto che sul Municipio lei non ci veniva neanche tirata per capelli…”

“Ho detto: neanche legata alle corna vostre!…”

A questa seconda rettifica di Mariannella, l’ilarità del pubblico diviene irrefrenabile. Il Pretore scampanella. Ottenutosi un relativo silenzio, Pizzone riprende con voce tonante:

“Ma questa donna, signor Pretore, s’infischia (il vocabolo usato da Pizzone è più energico) del Sindaco, come di Vossignoria, come del mondo intero…”

“Non dimenticate il rispetto dovuto all’imputata”

“Io non dimentico nulla, signor Pretore, ma una este la verità, e quando…”

“Bene, bene, potete andare”.

I testi si allontanano malcontenti, Mariannella ride, approva e si dimena sul banco come a confermare: Vero! Vero! Verissimo!

Dietro richiesta del Segretario comunale, fungente da Pubblico Ministero, viene letta una lettera del Sindaco che invita il Pretore a mandargli in uffizio la serva.

“Sarebbe utile leggere anche la risposta del Pretore -insinua il Pubblico Ministero-. Se non m’inganno la risposta fu che, essendo la domestica al proprio servizio, non a quello del Sindaco, egli la mandava dove meglio gli pareva e piacesse…”

“Siamo qui per fare il processo alla serva, non al padrone -osserva argutamente il Pretore-. Ma se ci tenete, leggiamo pure”.

Il Cancelliere legge con voce nasale la lettera incriminata, sorvolando coscienziosamente i passi che il Segretario comunale vorrebbe maggiormente accennati, saltando a pie’ pari i vocaboli più vivaci. Il Pretore ascolta gravemente, qua e là sorridendo di compiacenza. A lettura finita, chiede:

“Il Pubblico Ministero è contento?”.

E il Pubblico Ministero, chiesta la parola, si leva a fulminar Mariannella che ride, a descriverla come un mostro di spudoratezza femminea e di femminile protervia. Conclude chiedendo il massimo della pena, pur accordando all’imputata le attenuanti <per essere stata istigata a contravvenire da chi pel primo avrebbe dovuto inculcarle il rispetto alle autorità amministrative ed alle deliberazioni della Giunta>. L’allusione è trasparente, il pubblico la commenta con approvazioni e risatine significative, il Pretore resta impassibile.

Si alza Bettinelli. Convinto che la causa ha un’importanza considerevole per la sua carriera politica, comincia col fare una carica a fondo contro l’attuale amministrazione <corrotta e corruttrice> e prosegue esaltando la passata <onesta e saggia>. Una parte del pubblico si associa, approvando; l’altra zittisce; un Bravo! parte da destra, un urlo da sinistra: pretorianti e sindacanti stanno per venire alle mani.

Come Dio vuole si ristabilisce la calma: fra il silenzio generale, il Pretore legge la sentenza:

<Dappoiché il fatto ascritto all’imputata non costituisce reato, e non essendovi altre testimonianze fuor di quelle, poco attendibili, delle guardie, tanto la pretesa ribellione alla forza pubblica quanto le ingiurie alle autorità restando improvate, l’imputata Marianna Gemini è prosciolta da ogni accusa>.

“Mariannè, vattene a casa -aggiunge paternamente il Pretore-. E bada che l’arrosto non bruci, al solito!”.

Mariannella esce, ridendo, tra i fischi, gli applausi e i commenti maliziosi del pubblico.

 

INTERMEZZO

Settimana tempestosa. Il Consiglio comunale in massa si ritiene offeso, schernito dalla beffarda sentenza del Pretore Aspasia. Il Sindaco convoca la Giunta, affinché stigmatizzi la condotta di quel magistrato partigiano e pettegolo <il quale ostacola il funzionamento della nuova amministrazione, menomandone l’autorità> e ne chiede, urgentemente, il trasloco. La Giunta, fremente di legittima indignazione, delibera; il Consiglio si riunisce anch’esso, e delibera: le deliberazioni vengono inviate a chi di dovere per essere prontamente eseguite. Ma il Pretore ricorre, vince: un decreto reale annulla le deliberazioni del Consiglio e della Giunta perché vertenti su <questioni non di loro competenza>. Gli edili, mortificati, furenti, si trovan di fronte un avversario più temerario e baldanzoso che mai.

Il Pretore Aspasia e il Barone Gullì -cui l’assoluzione della serva e le deliberazioni annullate sono rimaste in gola con un nodo più duro del pomo di babbo Adamo- vengono ai ferri corti. Non c’è settimana in cui il Pretore non sospenda l’udienza perchè il Sindaco non gli ha mandato in Pretura un Assessore, come non v’è settimana in cui il Sindaco non ribatta che l’Assessore è impedito, obbligando il Pretore a contentarsi del Segretario Comunale. Non v’è giorno in cui il Pretore non mandi al Municipio i cartellini penali, perchè il Sindaco certifichi della buona o cattiva condotta di un imputato la mattina stessa dell’udienza; ne v’è giorno in cui il Sindaco non li respinga protestando che non gli si lascia, ad arte, il tempo per le necessarie informazioni. Non un verbale di contravvenzione entra in Pretura senza uscirne col danno e le beffe. E’ una guerricciola fatta di puntigli, di agguati. Da una parte e dall’altra si mira a crearsi vicendevolmente grattacapi, a cogliersi in fallo; da una parte e dall’altra si ordiscon le fila e si stringon le maglie della tagliola in cui l’uno o l’altro volpone dovrà lasciare la coda.

L’intero paese si appassiona alla lotta. In farmacia, in piazza, in caffè, non si parla d’altro. Ogni mossa dei due avversari viene commentata, discussa col sangue agli occhi. Le fila del Sindaco ingrossano dì per dì: al Pretore non resta che la vecchia amministrazione municipale, gli interessati a vincer le cause, qualche avvocatino bramoso di una magra difesa, Bettinelli, il Cancelliere e l’usciere. Perfino Mariannella pencola. I suoi plaf  plaf si fanno meno impertinenti di giorno in giorno, e, pur strizzando la biancheria alla fontana, tien d’occhio gli sbocchi della piazza per tema che la ragazzaglia sbuchi fuori a cantarle sotto il naso <Mariannella ardita e bella>,  canzone composta dopo il processino, in suo onore. Quando incontra il Sindaco, di una così maschia bellezza coi baffoni marziali, l’andatura militarmente disinvolta, gli dardeggia un’occhiata assassina; poi gli passa innanzi dondolando i fianchi procaci.

E mentre il Barone Gullì, impettito e sorridente s’indugia per le vie tra le scappellate e gli inchini, il Pretore Aspasia passa ratto e insultato, col tocco di traverso, gli occhiali sulla punta del naso, un’aria da <Orazio sol contro l’Etruria tutta>.

 

ATTO  III

Il Barone Gullì è solo in ufficio; sbriga la corrispondenza. Di tanto in tanto posa la penna, si arriccia un baffo, poi si frega le mani, contento di sé.  Un timido picchio all’uscio gli fa alzare il capo: è Gelardi, il Segretario comunale, che viene a chiedere se Pizzone può entrare.

“Entri pure”.

Pizzone si avanza rapido, si pianta, salutando militarmente, davanti al Sindaco come, tanti anni or sono, dinanzi al Capitano della sua vecchia guardia; poi accenna, misteriosamente, che vi son <cose grosse>. Il Barone depone la penna, drizza gli orecchi come un segugio sulla pista.

“Eccellenza, il Custode non c’entra affatto!”

“Come, non c’entra? Le detenute escono a ore incompatte, rientrano alla chetichella, fanno il comodo loro…Il Custode apre, chiude, sta zitto… e non c’entra affatto?”

“Volevo dire che obbedisce ad ordini impartiti dall’alto!”

“Come dall’alto?”.

Pur fingendo meraviglia, il Sindaco fiuta l’aria, quasi senta farsi più acuto l’odore della selvaggina.

“Sicuro: a scopo…innominabile!”.

Qui Pizzone gonfia le narici soffiando, coi baffi irti ad esprimere un sovrano disgusto. Gelardi, rimasto in piedi presso il tavolo, in apparenza distratto, ma con tutti i sensi raccolti nell’udito, fa notare al Sindaco come tutte le detenute che finora han goduto di questa libertà… ad ore fisse, siano giovani, bellocce e di facili costumi. Il Sindaco lo ha notato benissimo. E’ appunto per ciò che, alle prime voci d’irregolarità carcerarie, ha fatto, per suo conto, una piccola inchiesta. I risultati ne sono stati così incoraggianti da fargli chiedere a Roma il permesso di una inchiesta regolare, alla luce del sole, che, partendo dal custode, mira a colpire più in alto: indovina chi.

“Ci vogliono delle testimonianze, delle prove” mormora il Barone, pensoso.

“Le avremo. Iersera ho fatto cantare il custode. M’ha giurato che se gli tocca un mal di testa per quello ‘mpiso… Vostra Signoria mi capisce!… lui le spiattella chiare e tonde anche davanti al Re! E ce n’ha da contarne! Filomena la Strana, quella ch’è uscita a libertà il mese scorso e che anche Vossignoria onorò, una volta…”

“Avanti, avanti…”

“Mi ha detto che per Vossignoria si butta nel fuoco, che è pronta a testimoniare. Quel… le faceva chiamar fuori, con qualche scusa, in certe ore che non escon nemmeno i lupi e poi… Vossignoria mi capisce; qualcuna perfino a forza”

“Oh! Oh!” fa il Sindaco grave.

“Cose da Medioevo!” rinforza Gelardi.

“Andate, Pizzone; e anche voi, Gelardi. Al bisogno, vi farò chiamare”

“Oh Eccellenza! -prorompe Pizzone– Questo scandalo deve cessare! Il paese non ne può più! Sarà un trionfo, Eccellenza! Un trionfo pel partito, per l’autorità municipale, ed una lezione per quella carogna …”

“Ssst…Andate, andate. Faremo il nostro dovere fino in fondo. Nasca quel che può nascerne!”.

Il Segretario e Pizzone escono entusiasmati; il Sindaco si frega le mani. Ma che naso, che naso! Se ne libereranno dunque una buona volta di quel botoletto ringhioso! E sarà lui che dovrà chieder mercè! Il soliloquio sindacale viene interrotto sul più bello da una maschia voce iraconda: “E’ permesso? E’ permesso?” . E, quasi contemporaneamente, un giovanottone dal cappello alla cacciatora, con gli stivali a mezza gamba, il fucile ad armacollo, irrompe in ufficio. Ha due occhi bovini che paiono schizzargli dall’orbita, la faccia congestionata di un apoplettico.

“Signor Barone! Signor Barone! Sono stato minacciato! Insultato! Ormai non si è più padroni di salutare o di non salutare per strada chi ci piace! Guardate un po’ cosa mi capita! Passando per la Piazzetta incontro quell’arlecchino in tocco e toga, quel Pretore dei miei stivali, che mi piglia pel collo, che mi fa volar via il cappello con un manrovescio, che pretende io gli abbia riso in faccia, e minaccia d’ammonirmi, di togliermi il permesso d’armi, perché, dice, non l’ho salutato, perché, dice, non rispetto l’autorità! Ma questa non è libertà, non è vita! Ma questa è tirannia bella e buona!”

“Calmatevi Don Michele, calmatevi. -E il Sindaco fa sedere l’agente delle imposte sul divano, mentre egli stesso prende posto alla scrivania. – Lasciate fare a me. Pel momento, vi dichiaro in arresto…”

“?!…”

“…per misura d’ordine pubblico. E intanto preparo un rapporto alla Sottoprefettura: <Egregio Signor Sottoprefetto -dice forte man mano che scrive- il latore della presente le dirà quali ingiurie abbia avuto a subire per non aver voluto rendere “al primo magistrato del paese” l’omaggio di un saluto. Per misura d’ordine pubblico l’ho dichiarato in arresto, ma in paese il fermento cresce, e mi ci vuole non poca fatica ad evitare dimostrazioni ostili al Pretore Aspasia. L’inchiesta, di cui vado informandola giorno per giorno, mette in luce fatti di gravità eccezionale, che hanno portato al colmo l’indignazione polare. Temo una sommossa le cui conseguenze sarebbero imprevedibili. Sento quindi il dovere di prevenirla che, ove il signor Aspasia non moderi il contegno insolente e provocatore, io non rispondo più né della sua vita, né della sicurezza pubblica, né della dignità del potere giudiziario. Accolga, egregio signore, i sensi della mia perfetta stima.   Firmato: Barone Gullì>“.

Con una gamba sull’altra, il cappellaccio e il fucile buttati sul divano, Don Michele ascolta e approva con sordi grugniti. Quasi egli abbia sudato a comporla, si passa, di tratto in tratto, un fazzoletto sulla fronte accesa, e la gamba ch’è in aria, stretta nello stivalone, freme per tutti i muscoli, per tutti i nervi tesi come corde. Il Sindaco, soddisfatto, sta per gettare la polverina sul foglio, quando Gelardi si precipita dentro, bianco come un cencio:

“Eccellenza?! Eccellenza!… Il signor Pretore è qui…negli uffici dello Stato Civile…Ha messo due carabinieri alla porta, e pretende che l’impiegato gli lasci perquisire i registri”

“Ah bene! delle prepotenze adesso! Si sa, il volpone ha odorato che stiamo per rivedergli le bucce e prende l’offensiva e spera, ficcando il naso nei nostri registri, di scovare qualche irregolarità che gli dia buon gioco. Ma la vedremo! la vedremo! -E il Sindaco, al colmo dell’irritazione, cinge rapidamente la sciarpa. – Gelardi! Pregate i carabinieri di venir qui. Ordine del Sindaco”.

Gelardi scompare, mentre Don Michele giura e tempesta che soverchierie simili non si sono vedute mai. I carabinieri appaiono sulla soglia: due colossi pressochè della medesima statura, che contemporaneamente s’inchinano innanzi al Sindaco. Con la sciarpa a tracolla, le sopracciglia aggrottate, il barone Gullì è addirittura imponente:

“Saprebbero dirmi a quali scopi si trovano nei miei uffici? Con l’autorizzazione di chi?… Se in forza di un ordine superiore, abbiano la cortesia di mostrarmelo; se arbitrariamente, possono andarsene per tornare quando ne saranno muniti”.

I carabinieri, perplessi, si guardano in faccia:

“Ma veramente… -balbetta il più ardito, mentre l’altro si limita a sorridere arrossendo- Ordine scritto non c’è…il signor Pretore…Per conto nostro siamo pronti ad andarcene anche adesso…”.

Le ultime parole sono, più che dette, cacciate in furia. I due giovanotti, impacciati e sorridenti, fanno per salutare e volger le spalle, ma il Sindaco li ferma per stringer loro la mano:

“Grazie! Ero sicuro della Loro correttezza. E… poiché sono tanto cortesi, mi facciano un favore. C’è qui il signore ch’è agli arresti: me lo scortino fino a Gerace, e consegnino questa lettera al Sottoprefetto”.

I carabinieri, felici tanto di far cosa grata al Sindaco quanto d’uscir d’impaccio, mostrano il loro consenso a sorrisi. Il Barone appone il bollo municipale alla lettera, la consegna ai carabinieri, i quali, preso in mezzo Don Michele, che non sa se arrabbiarsi o ridere di quella impreveduta scorta d’onore, si avviano.

“Di qui, di qui -avverte il Sindaco, avvedendosi che stanno per uscire dallo stesso uscio per cui sono entrati e volendo evitare che il Pretore li veda- Scendano per questa scala interna che dà nel vicolo: giungeranno più presto”.

Usciti i carabinieri, il Sindaco scende nelle stanze a terreno da Gelardi pomposamente battezzate per “gli uffici dello Stato Civile”, ridendosela sotto i baffi del tiro birbone giocato al Pretore. Questi, comodamente seduto, con le gambe a cavalcioni, va sfogliando il grosso registro che ha sulle ginocchia. All’entrare del Sindaco si alza appena, saluta seccamente, riprende a sfogliare, con ostentata indifferenza. Ritto innanzi a lui, l’impiegato volge al Barone uno sguardo che par dire: Ho fatto il possibile, ma è cocciuto!”.

Il Sindaco freme:

“Avrebbe la cortesia di dirmi che cosa la conduce qui, ad insaputa del potere amministrativo?”

“Come capo del potere giudiziario eseguo un atto del mio ministero pel quale non ho bisogno del permesso di alcuno”

“Prego, prego. Gli atti del potere giudiziario sono determinati dalla legge, o da ordini speciali del Procuratore del Re. La legge stabilisce date epoche per le visite allo Stato Civile, il Procuratore del Re emette l’ordine che vi autorizza il rappresentante locale; costui, a sua volta, ne avverte di ufficio il capo dell’amministrazione…Senza detto ordine -qui la voce del Barone, tremante d’ira rattenuta, squilla e si eleva di due toni, scandendo ogni parola, ogni sillaba- il Sindaco è obbligato a scacciarla per tutelare la dignità dell’amministrazione”

“Scacciare me, il Pretore Aspasia! Oh, è troppo! -E scattando in piedi, col cranio in fiamme, il Pretore cerca farsi più alto per tener testa al Sindaco che, in atteggiamento risoluto, gli addita la porta.- Lei non ha il diritto di scacciarmi, capisce? La sfido a farlo, sia pure con la forza. Carabinieri! Carabinieri! Impiegato! Mi si insulta! Qui! A me!”.

Ma i carabinieri corrono sulla via di Gerace al trotto di due buone bestie avendo a mezzo Don Michele, e l’impiegato si è “liquefatto” al primo tuono.

“Ah! Non c’è nessuno?!…Mi si lascia solo?…Bene, vado, perchè voglio andarmene, ma si ricordi, signor Barone, ch’Ella pagherà a caro prezzo l’ingiuria fatta al Potere giudiziario, alla magistratura tutta! Io la farò arrestare! Io la farò ammanettare! Farò processare il Consiglio municipale in massa! Io…io…io…”

“Intanto esca”.

E il Sindaco gli apre l’uscio, s’inchina correttamente, lo richiude dietro il Pretore furibondo; poi risale in ufficio a schiccherare un altro rapporto.

 

(Espresso)                            Ore 12,50

Procuratore del Re                     Gerace Marina

Prego venire immantinenti insieme Giudice istruttore, Cavaliere, inquisire grave offesa arrecatami.

Pretore: Aspasia

 

(Espresso)                             Ore 21,15

Nuove provocazioni pretore Aspasia spinto al colmo eccitazione popolare. Dimostrazioni ostili, serva fischiata, vetri rotti. Prego intervenire, provvedere. Declino responsabilità.

Sindaco: Gullì

 

ATTO  IV

Grande animazione per le vie del paese. Due sgangherate carrozze han portato da Gerace il Procuratore del Re, il Giudice Istruttore e il Cancelliere del Tribunale da un lato, il Sottoprefetto col suo segretario particolare e il tenente dei carabinieri dall’altro. Il Potere giudiziario è sceso dinanzi alla Pretura, il Potere amministrativo nel cortile del Municipio: gli autorevoli personaggi sono in conciliabolo, parte col Pretore Aspasia, parte col Sindaco Gullì.

“Ma, caro Pretore mio -esclama il Procuratore del Re, un omone dal fare bonario che si crede infallibile e non tollera contraddizioni, entrando, seguito dal Giudice istruttore e dal Cancelliere, nell’ufficio del Pretore Aspasia.- Ma, caro Pretore mio! Lei mi tempesta di ricorsi! Lei mi mette la Procura sossopra! Lei pretende che si facciano delle leggi espressamente per lei!”

“Io non pretendo nulla. Ma vengo insultato, minacciato, scacciato; nella mia persona s’insulta la magistratura intera, e la dignità esige…”

“Calma, calma! Noi siamo qui appunto per tutelare la dignità della magistratura. Io credo che con un po’ più di garbo in principio…un po’ più …di tolleranza, con…minore parzialità, si poteva evitare questo conflitto…”

“Ella mi dà dunque torto!”

“Io non le dò torto…né ragione. Dico che con un po’ di prudenza le cose non sarebbero giunte a questo punto. Ora è in ballo la dignità della magistratura e, piaccia o non piaccia a cotesti signori, Ella deve restare al suo posto…”

“Ma io…”

“Ella deve restare al suo posto -riprende, più energicamente, il Procuratore. Poi, mutando tono- Non si potrebbe tentare una conciliazione? -E l’omone si lascia cadere pesantemente sul divano di crine nero, mentre Giudice Istruttore e Cancelliere siedono ai lati della scrivania. – Pensi, Pretore, quanto sia funesto un simile stato di cose! Perché la giustizia funzioni liberamente occorre che Potere giudiziario e Potere amministrativo procedano uniti, pel bene comune…”

“Conciliarmi col Barone Gullì?! Con quel ragazzaccio insolente e cocciuto che, sol perché ha quattro soldi e un titolo preso a prestito, sol perché un pugno di mascalzoni è pronto a leccargli le zampe, mette superbia e detta legge, a me: e osa scacciarmi, me, me, me! dagli uffici dello Stato Civile? Vorrei piuttosto morire”

“Troppa, troppa, troppa intransigenza!” brontola il Procuratore, il quale non vede l’ora di tornare a Gerace dove ha un mondo di faccende importanti; ma, nella bontà del suo cuore, vorrebbe lasciare tutti pacificati e contenti.

“Io non gli dò torto -osserva il Giudice Istruttore, uomo segaligno e bilioso, che par sempre malato d’itterizia. – Noi siamo qui per inquisire, assodare i fatti; tocca poi al Ministero punire i colpevoli, tutelare il decoro della magistratura….”

“Ma no, ma no! -protesta vivacemente l’altro- Vorrei sapere che bene si farebbe a mischiare il Ministero in questi pettegolezzi. Quale figura farebbe il pretore Aspasia che si è tirato addosso l’ostilità d’un paese intero? Quale figura faremmo noi, che abbiamo lasciato le cose giungere a tal punto? Conciliarsi bisogna, e tirare innanzi alla meglio, finchè non si troverà al Pretore una destinazione più adatta”.

Procuratore del Re e Giudice istruttore sono raramente d’accordo. Quest’ultimo ama contraddire sovente il collega, e l’amor proprio del buon procuratore ne soffre; il Giudice è propenso a veder in ogni individuo sospetto di qualche misfatto un reo, e il Procuratore in ogni reo un innocente: ragione per cui il Procuratore è sempre pronto ad abbandonare una istruttoria per liberare un povero diavolo, il Giudice Istruttore ad imbastire processi per lasciare un disgraziato in gattabuia il più a lungo possibile.

“In ogni caso tocca a loro fare il primo passo!” insiste il Giudice Istruttore.

Il Procuratore è in fondo dello stesso parere, ma tal parere è stato espresso anche dal Giudice Istruttore: ciò basta a fargli mutare il proprio: “Ma che primo e secondo! L’importante è di conciliarsi. Infine il Pretore ha offeso…”

“Se l’ho detto che mi dà torto!”

“Ma io non le dò torto!”

“Ma sì!!”

“Ma no!!!”

“Ma sì!!!”.

Il Giudice si schiera dalla parte del Pretore, il Cancelliere da quella del Procuratore: dopo breve disputa si decide di mandare pel Sindaco, e di venire a patti. Della delicata missione viene incaricato Don Peppe l’usciere.

 

AL  MUNICIPIO

“Ma, caro Sindaco mio! -esclama il Sottoprefetto, un omettino magro e svelto che nuota in una casacca color caffè, entrando in Ufficio col Segretario e il tenente- Ma, caro Sindaco mio! Lei mi tempesta di ricorsi! Lei mi mette sossopra la Sottoprefettura, lei mi manda in ufficio quel suo agente delle imposte che non è un agente ma un energumeno! Francamente il suo dispaccio di iersera mi ha spaventato. Sono venuto a vedere di che si tratta”

“Ecco qui. Ma seggano, prego, prendano il caffè”.

E mentre i visitatori sorbiscono la grata bevanda al cui calore lo stomaco si disgela e lo spirito si predispone favorevolmente, il Sindaco, compìto e sorridente, riepiloga i fatti, narra gli ultimi eventi: la battaglia di Mariannella che ha perseguitato i monelli a colpi d’anfora fino alle porte del borgo; il pauroso agglomerarsi della folla sotto alle finestre del Pretore; le grida di “Abbasso!” e di “Via!”; la feroce sassaiola contro i vetri; gli sforzi fatti da lui, il Sindaco, per ricondurre la calma: “Caro Sottoprefetto, così non si va avanti! -conclude il Barone risolutamente- O si provvede, o dò le dimissioni oggi stesso”.

Proprio in quel punto, Don Peppe l’usciere, allampanato e misterioso, giunge latore di un’ambasciata di premura pel Sindaco, e Pizzone, il quale lo introduce, gli ricambia di gran cuore l’occhiata compassionevole che n’ebbe qualche mese avanti in Pretura.

“Signori Lustrissimi!… -balbetta l’usciere con un sorriso untuoso- Lo Gnore Procuratore mi manda a pregar Vossignoria di venire alla Pretura senza ritardazione. C’è anche lo Gnore Giudice Istruttore e tutti aspettano l’Eccellenza vostra per gli esprimenti di conciliazione…Vogliono fare la pace, ecco!”

“Ah! Ah! -Esclama il Sottoprefetto fregandosi le mani- Vengono dunque a più miti consigli!”.

Il Sindaco aggrotta le sopracciglia: “Quali esperimenti? Di quale conciliazione intendono parlare? -Poi, rivolto bruscamente all’usciere- Rispondete al Procuratore del Re che, come individuo, non intendo avere rapporti di sorta col Pretore Aspasia; come funzionario sono sempre a sua disposizione qui in ufficio, dalle 8 alle 12”

“Troppa, troppa, troppa…intransigenza”. Il Sottoprefetto, malcontento, si gratta il mento mal coperto dalla barbetta biondiccia; il Sindaco si richiude in un superbo silenzio; Don Peppe, immobile nel mezzo della stanza, gira e rigira il cappello fra le dita con comica espressione di attesa. Par dire: “Dunque? E’ questa l’ultima parola?…”. Finalmente ardisce alzar gli occhi in faccia al Sindaco che tiene i suoi a terra, si risolve bruscamente: “Bè, come comanda Vossignoria!…” ed esce riaccompagnato da Pizzone, pieno di legittimo orgoglio pel fiero contegno del suo Capo.

“Troppa, troppa, troppa intransigenza!” ripete il Sottoprefetto.

“Non è intransigenza, è dignità” ribatte il Sindaco, serio.

Il tenente dei carabinieri è del suo parere, il Segretario divide quello del Sottoprefetto; s’impegna una discussione vivace, interrotta in buon punto dall’arrivo del Cancelliere:

“Signor Barone, il Procuratore del Re e il Giudice Istruttore, persuasi che Don Peppe non si è spiegato bene, mi mandano a pregarla…”

“Ho risposto che non vengo”.

Il Cancelliere si arresta interdetto, fa un gesto, si inchina ed esce accompagnato da Gelardi, il Segretario comunale. I due non si guatano più in cagnesco, come durante il processo di Mariannella, ma si scambiano un sorriso consapevole di auguri furbacchioni.

“Troppa, troppa, troppa intransigenza!”

Il Sindaco si alza di scatto: “Convoco la Giunta perchè deliberi sui fatti che si vanno svolgendo!”.

E la Giunta viene convocata d’urgenza.

 

ATTO  V  ED  ULTIMO

La giunta è riunita in seduta plenaria. Grande animazione. Il Sottoprefetto è al posto d’onore, fra il tenente dei carabinieri e il Sindaco. I consiglieri siedono frettolosamente. Il Sindaco s’alza, espone brevemente i fatti, chiede il parere della Giunta: deve o non deve recarsi in Pretura? Un coro di unanime protesta si leva:

“No, no! Non bisogna andare!”

“Non c’è decoro! Non c’è dignità!”

“Vengano loro!”

“Gli offesi siamo noi!”

“Bisogna tutelare la dignità del Corpo Municipale! La morale!… l’ordine!…”.

I paroloni s’incrociano. Si vocifera, si gesticola, s’urla: par di stare in una scuola dalla quale si sia per poco assentato il maestro, o al Parlamento nazionale, in tempi d’ostruzionismo. Il Sottoprefetto tenta di persuadere quegli energumeni che, in fondo, non vi sarebbe gran male: cedens arma toga! – ma le parole dell’omino si perdono nel vocìo generale come grida di naufraghi nel fragore della tempesta. Il Sottoprefetto risiede, scorato; il Sindaco sorride ed aspetta, le braccia al sen conserte, finché la Giunta delibera che il Sindaco non andrà, invitando invece il Potere giudiziario a comparire nell’adunanza per chiarire ogni equivoco, venire ad una pacifica soluzione. Alcuni messi volano a portare la deliberazione della Giunta alla Pretura, dove è accolta con ira dal Pretore, con dispetto dal Giudice Istruttore e quasi con sollievo dal Procuratore del Re: “Infine, come Dio vuole, si viene ad un accomodamento!” e i tre magistrati, seguiti dal Cancelliere, si avviano lentamente al Municipio, fanno il loro ingresso nella sala di riunione tra i consiglieri eccitati, animatissimi.

Il Sindaco va loro incontro a mani tese, stringe quelle del Procuratore del Re e del Giudice Istruttore, mentre il Pretore tiene le proprie dietro il dorso: “Lor signori debbono convenire che anche il Potere giudiziario ha dei torti…dei gravi torti verso il Potere amministrativo!… -dice sorridendo (i consiglieri approvano, il Giudice istruttore e il Procuratore del Re annuiscono col capo). – Gli deve dunque una riparazione”.

Il Pretore scatta: “Ma che riparazione! Non ci mancherebbe altro! Signor Procuratore, me ne appello a Lei. Sono stato insultato! In me è stata oltraggiata la dignità della toga. Si è perfino simulata un’inchiesta per meglio calunniarmi…si è tentato processar me…me, un pubblico funzionario, un magistrato del Re! E adesso mi si chiede una riparazione. Ma sono io che ho diritto ad una riparazione! Sono essi che debbono darmela, domandarmi scusa. E’ il meno che possono fare dopo avermi tolto ogni prestigio, aizzata contro la popolazione, dopo avermi lasciato insultare, beffeggiare, fischiare!”

“E’ il Pretore col suo contegno che s’è resa ostile la cittadinanza! -ribatte il Sindaco- Noi tutti non domandavamo di meglio che rendergli omaggio. Se fosse stato meno partigiano e puntiglioso e pettegolo e caparbio…”

“Partigiano, puntiglioso, pettegolo e caparbio è Lei!”

“No, Lei!”

“Calma! Calma!”.

Tutti s’interpongono, temendo che di nuovo le cose s’inaspriscano e gli avversari vengano alle mani. Ma il Sindaco continua senza scomporsi: “Quanto all’inchiesta, non è nostra colpa se, per fatti venuti casualmente a conoscenza del pubblico, il temperamento…dongiovannesco del cavaliere Aspasia è rifulso in tutto il suo…vigore. -Tutti ridono, il Pretore eccettuato-. Ma ciò non ci riguarda più. Se il Pretore si dichiara pronto a ritrattare le ingiurie che da più mesi va lanciando contro il Corpo municipale, e promette formalmente di non più ostacolare l’azione, noi non domandiamo di meglio che di assicurargli un lungo e pacifico regno”

“Ma che regno! Io voglio andar via, ora, subito!” strilla il Pretore, cui i sassi della vigilia han messo in corpo una paura maledetta. Dalla strada, quasi a fargli eco, sale un rombo come di tuono.

“Che c’è?” si chiede d’ogni parte accorrendo alle finestre, sotto le quali una moltitudine rumoreggiante si accalca. Le grida di “Abbasso il Pretore Aspasia!”, “Evviva il barone Gullì!” fan tremare i vetri.

Il Pretore illividisce; Sottoprefetto e Procuratore del Re si scambiano gesti, come a dire. “E’ impossibile che costui resti qui”. I consiglieri non nascondono il loro allarme, per la grave dimostrazione improvvisata, e lo stesso Sindaco, che di quella improvvisazione sa qualcosa, mal dissimula l’intima preoccupazione.

“Ma se non domando di meglio che di andarmene!” piagnucola il Pretore.

“Che mandino su qualcuno a parlamentare. Sentiremo che cosa vogliono!” comanda il Sottoprefetto.

E Pizzone vola in piazza, dove il baccano di poc’anzi assume il carattere di una discussione, risale accompagnato da una ventina di giovanotti, capitanati da Mastro Sabato Grio, fedelone del partito sindacale. I venti giovanotti entrano, spingendosi l’un l’altro, si aggruppano dietro il loro capo, con uno scalpiccìo d’armento sospinto dalla pertica del pastore.

“Che c’è, brava gente?” chiede il Sottoprefetto, paterno e mingherlino nella casacca color caffè.

Eccellenzia… Signori Lustrissimi…-incomincia Mastro Sabato con parola adorna- Le Vostre Signorie debbano assapere che noi a quello lì -accenna il Pretore, accigliato e livido tra i due santi protettori- non lo vogliamo neanche pittato. La cittadinanza non lo vuole.! Lui ha offenduto il Corpo municipale e la Cittadinanza che ci doveva portare rispetto essendo che amministrava la giustizia, perché, come Lei m’insegna, chi non porta rispetto non debbe nemmeno essere rispettato… –Il Pretore fa per andargli addosso coi pugni alzati; Procuratore del re e Giudice Istruttore lo trattengono per le falde del soprabito- E anche la moralità ha offenduto: sicuramente, che ha commiso certe sporcherie, con rispetto delle Vostre Eccellenzie…”

“Abbiamo capito, abbiamo capito. Andate pure, lasciate fare a noi! -e il Sottoprefetto porta solennemente una mano al petto, accenna con l’altra che possono uscire. Ma nessuno si muove. Mastro Sabato tiene a metter fuori tutto il suo discorso: “Eccellenze, Signor Sottoprefetto…”. – Andate, andate, e mantenetevi calmi”.

Interviene il Sindaco con l’autorevole parola: “Avrete ogni soddisfazione! Il signor Sottoprefetto, qui presente, ve ne ha dato parola”. E alla magica voce il duce saluta rispettosamente, l’armento volge le groppe ed esce; il Sindaco gira intorno lo sguardo trionfante e modesto di un conduttore di popoli.

Procuratore del Re, Giudice Istruttore, Sottoprefetto, Tenente, Cancelliere, son tutti intorno al Pretore, per vincerne le ultime riluttanze. E il Pretore, più scosso dalla prosa inelegante ma efficace di Mastro Sabato che non dalla eloquenza dei colleghi, si decide finalmente a parlare:

“Signori…io non ho inteso offendere nessuno…Ho sempre rispettato il Consiglio e i membri che lo compongono”

“Bene! Bravo!”

“Dei malintesi…deplorevoli e deplorati…”

“Li deploriamo anche noi!”

“…han prodotto uno stato di cose che rende la mia residenza qui incompatibile con gli umori della cittadinanza e con la dignità del mio ufficio. Ringrazio quindi il Consiglio delle buone disposizioni mostrate a mio riguardo e spero portare con me nella nuova dimora la stima di tutti, come a tutti offro i sentimenti di una leale amicizia”

“E noi l’accettiamo lealmente come è lealmente offerta” risponde il Sindaco con magnanimo gesto. E stringe energicamente la mano al Pretore, mentre un fragoroso applauso suggella la pace.

“Che cosa conta di fare adesso?” -chiede a mezza voce il Procuratore del Re al Pretore Aspasia.

“Partire col treno delle due e aspettare a Napoli il mio trasloco”.

Dinanzi a quella partenza che ha tutta l’aria di una fuga, il Sindaco non può trattenere un sorriso di fine ironia: “Non v’è dunque tempo da perdere -e volgendosi cavallerescamente alle autorità giudiziarie- Permettono che li accompagni alla stazione?”.

Le autorità non solo permettono, ma non domandano di meglio; e chi più se ne compiace è il Pretore, al quale il pensiero di riattraversare il paese, senza difesa, sotto la minaccia di una seconda gragnuola, agghiaccia il sangue nelle vene. Egli comprende bene che l’offerta va a lui, a lui solo, volendo il Sindaco, con la sua presenza, proteggerlo da ogni nuova ingiuria della folla: lo ringrazia con un tremito nella voce.

Poco dopo, le due carrozze sgangherate e polverose escono dal cortile municipale. Quella in cui siede il Potere amministrativo è scortata dal tenente dei carabinieri; l’altra col Potere giudiziario dal Sindaco Gullì: entrambi a cavallo. E la folla raccolta in piazza fa una dimostrazione entusiastica ai due poteri rappacificati, li accompagna per un tratto fuor del paese al grido di: Viva il Pretore Aspasia! Viva il Sindaco Gullì!.