LO SGUARDO DELLA SCRITTURA: «… CIÒ CHE MI AFFASCINA È CHE, SCRIVENDO, SCOPRO (TROVO) DI ME E DEL MONDO COSE SCONOSCIUTE». Atti del Convegno di Trento “Fare Letteratura”, (Trento 2003).

 

«Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche -, è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero e rende la vita più po­vera». Così, Annamaria Ortese,1 in Corpo Celeste risponde alla domanda se «scrivere abbia ancora una funzione», e, alla do­manda seguente, se ci sia qualcosa di più importante della pace dello scrivere, precisa: «Certo, la pace stessa».

Scrivere dunque è «cercare la calma», sottolineo: cercare. E «qualche volta trovarla». Le volte cioè che il rapporto col sé (e col sé-mondo) riesca a dare forma, grazie al linguaggio, a quella ne­cessità, autentica, di rappresentazione del proprio desiderio. «Solo per sé» allude al fatto che il desiderio di rispondere a tale necessità è quello di «cercare la calma», partire, nella rappresen­tazione, da ciò che ha ferito gli occhi, da ciò che è apparso oscuro, inquietante, e sta poi a chi scrive usare il proprio regi­stro, la propria modalità (drammatica, ironica, comica, leggera, tagliente, eccetera).

Questo scrivere non è monetizzabile, non ha scopi pratici, né dunque legato a mode, a premi, ad avventure editoriali. È, per alcune/alcuni, l’unica strada per ricomporre una identità smarrita, travolta dagli sguardi degli altri, catturata in schemi di non appartenenza, e dunque in certo senso ‘fissata’. Un’identità che invece dipende dall’autenticità (dalla profondità, dalla assoluta in­nocenza) del rapporto tra il sé e il mondo, fino a ‘naufragare’ nell’infinito (Leopardi), cioè fino a (e potrebbe apparire con­traddittorio) negarsi come piccola assoluta rotondità.

Se si riesce a dare forma allo sguardo, alla memoria, alle sen­sazioni, al pensiero, si ‘trova la calma’, cioè si fa poesia. Potrei anche dire: se si riesce a leggere la poesia che c’è già fuori di noi, se si ha uno sguardo, attento ma anche lieve, capace di incon­trarsi con lo sguardo della cosa guardata (Benjamin), quella me­raviglia che ne viene è il primo passo verso la poesia. E io penso, lo dico per inciso, che, se dovessimo trovare fuori di noi la compiutezza perfetta della pace (più importante dello scrivere), essa annegherebbe del tutto i nostri sguardi e forse non si avver­tirebbe alcuna necessità di ‘dare forma’ perché essa stessa – la pace – sarebbe la forma per eccellenza.

Parto con queste brevi riflessioni, perché la Ortese, scrittrice straordinaria, in poche parole dice tutto ciò che c’è da dire ri­guardo il ‘fare letteratura’. Usa il termine ‘scrittura’ e cioè lin­guaggio che, in quanto tale, ha origine nei sentimenti necessari e quotidiani del vivere e delle tensioni del vivere, ma è poi neces­saria elaborazione.

Anche io preferisco usare il termine ‘scrittura’, essendo quello di ‘letteratura’ troppo carico di equivoci. Naturalmente non mi sogno di paragonare al suo il mio scrivere, ma al suo, come a quello di altre, rendo onore per aver creato la storia necessaria per noi scrittrici di oggi e, sulla strada tracciata, cerco di avanzare con tutti i ghirigori che quella stessa strada mi insegna a ricono­scere e a sperimentare, accogliendo sollecitazioni altre, dettate dal mio tempo e dalla mia sensibilità, che non sempre riesco a significare, per mia imperizia. Ma anche per me scrivere è vi­vere, semplicemente perché il primato rimane alla vita ed è nella vita che c’è la necessità della scrittura. Perché è nella vita che guardiamo le cose, che viviamo, che soffriamo… Alla vita appar­tiene l’incanto e la necessità di trovare il modo di dare forma a questo incanto.

All’origine del fare creativo, non credo ci sia una scelta intel­lettuale, ma esistenziale e fisica direi, c’è la necessità di dare forma alle proprie visioni, al proprio desiderio, al proprio sguardo. E la letteratura va avanti proprio perché le visioni sono tante, e gli strumenti per dare loro forma sono tanti, e si molti­plicano quando si ha qualcosa di nuovo da dire. La ricerca di modi nuovi è strettamente legata alla necessità di dire altro da ciò che è già stato detto: il proprio altro. Che è indicibile, se autentico, e, quando viene detto, fa poesia la quale, a sua volta, crea altro indi­cibile. Per questo affondare nella realtà della relazione tra il sé e il mondo, per questo cercare di dare forma alla relazione, per que­sta accoglienza e lettura del mondo, per questa libertà infinita del segno, la poesia possiede una valenza etica, propria del poiein, del poietico.

Nel mio scrivere (in poesia, in narrativa e nella ricerca lettera­ria) cerco di rappresentare la molteplicità delle identità e della identità. E questo perché le così dette identità sono sempre mediazioni occasionali in coscienze di frontiera. L’interrogarsi, i dubbi, le contraddizioni, sono ricchezze, rappresentano la vita in svolgimento. In certo senso, danno speranza. Essere tante è essere una, mentre essere solo una mi appare riduttivo. Cercare l’identità, nella scrittura, è cercare di afferrare, di far parlare tutti i pezzetti di me (intesi come: tutte le avventure dello sguardo (Derrida) che in me si celano (Sarraute: io chi?). Questo è anche il miglior modo per relazionarsi con chi legge. Perché la poesia (il romanzo, la musica, la rappresentazione) è tanto ricca che, non solo comunica le emozioni di chi l’ha scritta, ma fa sì che altri si interroghino sulle proprie, rapportandosi al mondo rappresentato, specchiandosi ciascuno/a a suo modo.

Questo è un tema centrale, per me. Nella ricerca delle scrit­trici italiane del passato, amo ricostruire scenari, ricchi di ele­menti e di figure in relazione, offrire Antologie di presenze, di percorsi, di esempi di identità femminili. Nei romanzi, è sempre centrale il viaggio, la ricerca, l’incontro, la memoria e l’immagi­nario che mi aiutano a tracciare, anche qui, scenari. Ne Le amiche di Carla ho avuto bisogno di più voci per raccontare (creare/accogliere) la memoria che ho scelto e che mi ha scelta. Sono interessata alla molteplicità, alla ricchezza delle possibilità, alla variegatezza della realtà che è inconoscibile, se intesa come ‘cosa’ liscia e senza contraddizioni, sempre uguale a se stessa. Come le persone, i sentimenti, la Storia. Nei testi poetici, la ten­sione è riuscire, quando ci riesco, ad assaporare la gioia della co­noscenza, partendo dalle parole che, in certo senso, si intrec­ciano e si dispongono secondo misteriose assonanze e riescono a comunicare a me stessa l’ineffabile. La poesia è, per me, anche giocare con tutte le sfaccettature di quell’interezza che nasce dalla molteplicità.

Non uso ‘chiavi di lettura’ per ‘penetrare’ né la realtà che mi sta attorno, né il testo: preferisco scegliere di volta in volta posi­zionamenti e accogliere ed elaborare a mio modo quella neces­sità, inspiegabile davvero per chi scriva non per ‘mestiere’, che mi viene dal vivere stesso e, credo, da un sentimento di onnipo­tenza frustrata. Dall’idea di ‘trasformare il mondo’, propria dei giovani, ho preso lentamente e faticosamente atto che sempli­cemente lo si fa, il mondo. Lo si fa non solo con le azioni, con le scelte etiche di vita, ma lo si fa con lo sguardo e con i linguaggi che lo sguardo è capace di usare per dare forma a se stesso. Alla fine ciò che è il mondo, sta tutto nella forza degli sguardi e dei linguaggi che danno forma alle differenti visioni. Ai nostri tempi è evidente quali sguardi e quali linguaggi siano vincenti.

Aver finalmente capito e accettato che la poesia (la narrativa, la musica, il teatro, la pittura…) quanto più è tale, cioè quanto meno usa trucchi di persuasione, è davvero gratuita e non serve a modificare nulla che non voglia già di per sé essere modificato (mentre l’altra, la letteratura di serie, forma e deforma le menta­lità) è un motivo in più, per me, per cercare di darle vita. Perché facendo poesia, riuscendo a rappresentare il proprio sguardo, come hanno fatto e fanno i grandi scrittori e le grandi scrittrici, si crea un mondo che prima non c’era e poi c’è (ma che è già in quello che chiameremo «mondo reale»), ed è il mondo che a me ha dato (e dà) gioia nella lettura, che mi cambia e mi fa vivere.

Quando scrivo, che sia saggio, poesia o narrativa, ciò che mi affascina è che, grazie alla stessa scrittura, scopro (trovo) di me e del mondo cose sconosciute. E’ la pausa, l’oscurità, il non (ancora) pensato che viene alla luce, se è riuscito a trovare la forma necessaria, quella cioè che svela e che nello stesso tempo ricrea domande. Spesso parto da un Progetto (che si tratti di ricerca letteraria o di racconto o di poesia), ma, come sappiamo (Benn), quando si trovano le parole per realizzarlo, quel Progetto è morto ed è nata la poesia il racconto o il romanzo, perfino il saggio. Il miracolo della poesia, della scrittura, della musica, perfino del saggio critico, non sta nel trovare le parole per dire, per rappresentare, un progetto, ma avviene quando la rappresenta­zione che ne viene ha in certo senso poco a che fare con il progetto stesso. Fare poesia è anche affidarsi alle parole, ai segni, perché essi, al di là del progetto iniziale, del desiderio formulato, della necessità del fare poietico, di fatto, vanno al di là di ogni progettualità. Perché essi segni, esse parole, sono il fare poietico, il poiein.

Per questo la scrittura è, esattamente e nello stesso tempo, massima libertà e massima tensione, cioè in certo senso massima costrizione. La poesia sta nel come e non nel cosa, ma questo come è al servizio, pur essendo il creatore, del cosa. Cioè la ri­cerca è indispensabile ed ha ragione di esistere come sperimen­tazione, come gioco, ma anche come necessità per dire ciò che in altro modo non può essere detto. Ecco che il come crea il cosa. Perché il cosa è importante. È il poietico.

Il mio lavoro è cercare un linguaggio (ma anche essere ricettiva a ciò che accade sulla pagina) che rappresenti la meravigliosa molteplicità che nasce dall’essere corpo, in un mondo che è parte del mio stesso corpo – io sono nelle cose e le cose sono in me -, dall’essere ragione e intelligenza e esperienza e saperi, gio­cando col chiedermi (e col rappresentare) continuamente: io chi? E dunque moltiplicando i soggetti (in senso verticale e oriz­zontale), come unico modo per rappresentare un soggetto-og­getto nomade che trova ragione a volersi rappresentare negli stessi motivi che sono alla base del respirare. Nella rappresenta­zione, così intesa, del sé, è possibile rappresentare e conoscere anche le altre, gli altri da sé. E l’altro di sé. Insomma, ciò che mi affascina è questo concentrarsi fino in fondo sul proprio sguardo e cercare di rappresentarlo nel modo più autentico possibile.

Mi rendo subito conto che vanno fatte delle precisazioni: “concentrarsi” non è chiudersi in sé, è cercare la radice del no­stro guardare, elaborare, agire, soffrire…; «proprio sguardo» è certamente qualcosa che allude alla soggettività, alla coscienza di essere soggetto, con naturalezza, ma rimanda soprattutto alla ormai chiara cognizione che il soggetto non è altro da ciò che egli stesso vede nell’oggetto che guarda. Il soggetto è il contesto dell’oggetto, potremmo dire. Infine «autentico» non significa spontaneo, incolto, immediato, o simili, ma significa che il sog­getto, certo di essere tale perché ne ha avuto conferma e rassicu­razione dai segni (con cui ha espresso e dai quali ha imparato i suoi saperi) che questo gli hanno rivelato, può anche sciogliersi, può permettersi il lusso straordinario della verginità, della me­moria non rivendicata ma parte di sé, cioè dell’autentico. È in questo senso che nello scrivere si è scritte, nel leggere si è lette, e anche che scrivere è leggere e leggere è scrivere.

Vorrei aggiungere che nella mia scrittura, soprattutto quella poetica, è molto importante il suono delle parole e la voce. La poesia, per me, è gioco, ritmo, voce che si fa senso, fusione di linguaggi, messa in campo del corpo, erotismo della parola. Nei miei testi, e non solo in quelli poetici, c’è sempre stata ricerca e attenzione al suono, alla voce, al linguaggio del corpo. Il che vuole anche dire tensione a liberarmi quanto più sia possibile dalla ‘maschilità’ insita nelle regole della grammatica italiana.

Cerco di spiegarmi velocemente: se diamo, giustamente, peso, al suono della pagina, è necessario che la pagina, col suo suono, non avvalori la pretesa ‘neutralità’ della lingua. E dunque, non solo cerco un lessico di segno femminile, ma invento pa­role, violo alcune regole, uso puntigliosamente il maschile come maschile e non come ‘generale’, ricorro a scenari che mi per­mettano, quanto più sia possibile, una pagina in a e in e. E questo non solo nei testi poetici o narrativi, ma, sia pure in maniera di­versa, in quelli saggistici.

Per questo amore per i suoni, mi piace leggere ad alta voce i miei testi e, per anni, ho realizzato performances, partecipando a Festival internazionali di poesia, e organizzando spettacoli di poesia. Nella lettura, nella performance il o la poeta fa in quel momento poesia, si riappropria di uno spazio e di un suono, di un corpo fisico, da cui è nata la poesia stessa. Anche questo la­voro, di performer e di organizzatrice di eventi, per me è atto creativo, letteratura. Nasce la letteratura, a mio avviso, quando riusciamo a dare corpo alle emozioni che proviamo nel nostro incontro col mondo circostante (che è anche il nostro sé, o anche il linguag­gio, il suono…). Si scrive, o per lo meno è questa la modalità che mi interessa, per dare forma a emozioni.

Poesia, narrativa, ricerca, lavoro sul senso del suono, della voce e del gesto sono, nel mio lavoro, profondamente legate l’una all’altra e ciascuna debitrice dell’altra. Questo essere tante è nei miei testi poetici, in racconti, nel romanzo Le amiche di Carla, nella ricerca dei segni. L’unità sta nel fatto che tanto nella narrativa, nella poesia e nella saggistica c’è il mio sguardo e il mio corpo presente.

Prima di chiudere, vorrei aggiungere qualche notazione a margine.

Riflettendo sulle parole (sopra riportate) messe a ‘tema’ del Convegno, mi è venuto di chiedermi, per l’ennesima volta, cosa si intenda per ‘letteratura’. Ho pensato alle cose scritte su questo non solo da filosofi, studiosi e studiose, ma a quelle scritte da arti­sti come Dostoevski in Lettere sulla creatività, come Mansfield in La passione della scrittura, come la Cvetaeva nelle Lettere, come Virginia nei Diari, nei Saggi, nelle Lettere, come Ortese in tante sue prose, e così via. Mi sono chiesta se ci sia rapporto tra le nozioni di letteratura da loro espresse, le quali, pur differendo, hanno in comune il senso etico e la compiutezza estetica, e ciò che oggi si intende per letteratura. E soprattutto mi sono chiesta per l’ennesima volta cosa sia, nelle loro opere, quella magia così difficile a stringere in un Canone, a definire in canoni, magia che ci fa sapere, dopo la lettura, con assoluta certezza che ne ab­biamo ricevuto squarci di luce e che quell’opera fa parte del mondo, della realtà come fosse un albero o un fiore o un pae­saggio o un pezzo di Storia. Qual è la differenza tra, poniamo, Gita al faro e uno qualunque dei best-sellers di oggi? Mi limito a rispondere che la lettura di Gita al faro ci cambia, e quella del fresco di stampa no. La relazione che si crea tra lettore/lettrice e testo è una relazione importante, necessaria e fruttuosa. Altrimenti è di-vertimento.

 

  • Ortese, Corpo celeste, Adelphi, Milano 1997, pp. 104-105

Anna Santoro