Mi è arrivato due giorni fa questo libricino, volume secondo di SUD, Viaggio nella poesia delle donne, curato da Bonifacio Vincenzi, ed. Macabor. Di seguito pubblico la mia auto presentazione presente nell’Antologia.

Anna Santoro
Campania
Anna Santoro (Napoli, 1945), poeta, scrittrice e studiosa di letteratura, vive a Roma. Tra le pubblicazioni: Sestessenze, Tam Tam 1985; In altro modo?, Altri Termini 1986; Per corsi, Forum/ Q.G.,1990; La ballata delle sette streghe e altri versi, Colonnese 1998; Le amiche di Carla, Filema 1999; Pausa per rincorsa, Avagliano 2003; cer-tincantamenti, Marsilio 2005; La nave delle cicale operose, Robin 2012; La Quinta Stagione, Kairòs 2017; Cercando Bambina, ali&no 2018; In altro modo? (ried.2019). Dagli anni Ottanta si è occupata delle scrit-ture delle donne in Italia (Catalogo della produzione femminile italiana a stampa (dalle origini al 1860), 1984; ried. fino al 1900, 1990; Antologie di scrittrici dell’800, del 900, Riedizioni testi del 500, dell’800, del 900. Presidente dell’Araba Felice, ora chiusa, ha organizzato (e par-tecipato a) Progetti, Spettacoli, Manifestazioni e Seminari. È da sempre impegnata in battaglie civili e politiche, in particolare nel movimento femminista.

Da bambina scrivevo parole e le chiamavo poesie. Mi piaceva il suono delle parole: quelle che ascoltavo da mia madre (ninna nan-ne e favole), da mio padre (La Gerusalemme Liberata o L’Orlando Furioso), da mio nonno (leggende meravigliose). Scrivevo poesie brevi, filastrocche. Ho ancora i quadernetti con le prime prove che partono dal 1952 (!!!!). A scuola mi innamorai dei poeti che studia-vamo, e specialmente di Leopardi, Pascoli e Pavese, e mi chiedevo (già da allora!) perché non studiassimo anche poete. Più avanti le scoprii: Achmàtova, Dickinson, Cvetaeva, Plath, Sexton, e natu-ralmente Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, e tante altre. Conobbi e amai anche Baudelaire, Rilke, Rimbaud, Celan, Majakovskij, e Zanzotto, Montale….via via fino alla Szymborska. Anche lo sperimentalismo degli anni ’30 (il futuri-smo), e il suo riproporsi negli anni ’70 – ’80, in Italia, è stato impor-tante per me: la rottura dei canoni, la poesia sonora, la poesia vi-suale… Cosicché ho amato stili e percorsi di ricerca differenti, e, non esistendo un modello di poesia, tutti mi hanno insegnato a la-vorare sul linguaggio. Anzi: che la poesia è linguaggio.
Così la mia ricerca è stata sempre (in diversi modi) sovversiva sul piano linguistico e strutturale, tesa a frantumare le ovvietà e i sentimentalismi, i canoni tradizionali, a giocare con le parole e il loro suono. Ho lavorato molto sul suono della voce e della parola. Non sopportavo i tradizionali modi di leggere-dire poesie (anche magnifiche) in pubblico (magari con “il sottofondo” della musica per lo più classica!). Convinta che in quei casi la poesia fosse evento di quel momento, realizzato tramite la voce, i gesti, il corpo dell’artista e le parole, curai l’oralità e, oltre a pubblicare (la raccolta con Tam Tam è esemplare, ma anche raccolte successive), realizzai perfor-mances, spettacoli. Rompevo gli schemi, destrutturavo suoni e sensi, sperimentavo poesia sonora, visuale, giocavo con le parole. E non si trattava solo di un gioco intellettuale. Sempre ho avvertito la necessità (Rilke) di riuscire a dire (a rappresentare).
La poesia è forma dello sguardo ed è, per sua natura, rivoluzionaria, perché nasce dal desiderio (che, appunto, desidera altro) di fermare l’incanto che si crea grazie alla maraviglia e all’incontro degli sguardi (di chi guarda e quello della cosa guardata: Benjamin, Benn, Borges, Cixus…). Inoltre sancisce la corresponsabilità tra lo sguardo di chi scrive, quello di chi legge o ascolta, e la cosa guardata. Lo sguardo di chi scrive (e di chi legge) ha l’obbligo di contrastare lo sguardo (e dunque il linguaggio) banale, sentimentale, convenzio-nale, superficiale, cinico e distruttivo, e di essere tanto forte da consegnare la propria lettura e farla vera, cioè: tanto forte da ri/creare il mondo. Superare, o dare forma a, (che è la forma di) quello smarrimento che prende chi davvero vede: vede il dolore, il cinismo, la bellezza e la fragilità dell’amore, la condizione dei sem-plici, la ripetitività di meccanismi che si ritenevano legati a un Pote-re, a un periodo storico, a una momentanea condizione umana e che invece si rivelano propri della così detta civiltà.
Oggi, più di ieri (ma è una vecchia storia), a contendere alla poesia questo fare il mondo, ci sono i linguaggi cinici e prepotenti del Potere. Lo sguardo devastante della banalità al Potere, grazie ai lin-guaggi della comunicazione e di certa “cultura”, ha catturato le no-stre vite: il cinismo cita la propria natura a supporto di se stesso e così facendo viola la vita, la ri/produce a suo piacimento, le dà la sua forma. Il mio spazio, il mio territorio, il mio orizzonte è stato occupato, il mio corpo preso prigioniero. La mia voce soffocata. La mia ultima raccolta, La Quinta stagione, allude appunto al tempo imprevisto, all’esserci lasciate/i sorprendere da un’epoca che non sospettavamo. Continuo a fare poesia perché (come tante e alcuni) sono libera. Semplicemente scrivo (V.W.), pur essendo, anzi pro-prio perché, sono segnata profondamente da tutto ciò che ho vis-suto e imparato (e continuo a). Ora è assorbito. E’ me. Il lavoro di ricerca e di scrittura è lungo, si trasforma negli anni, alla fine sem-plicemente fai poesia. Come, nello Zen, il tiro dell’arco: dimentichi tecnica, sacrifici, esercizi (che però hai ben presenti).

Devo sottolineare una considerazione elementare (per me): nascendo da uno sguardo, da un corpo, dal desiderio di quel corpo, la poesia ha a che fare con quel corpo, rappresenta il suo desiderio, lo sguardo di quel corpo e non di un altro: il vivere e le passioni di quel corpo e non di un altro. Gran parte delle riflessioni e del lavoro sull’oralità, sui suoni delle parole, sulla centralità del corpo, e delle stesse visioni che cerco di fermare nello scrivere, oltre alla voca-zione al rifiuto delle regole, e al dire altro e in altro modo, è dovuta al mio essere donna. Una poeta. È il mio corpo di donna, i suoi desideri, la sua immaginazione, la sua capacità di vedere e leggere il mondo da altra prospettiva, a costituire la mia necessità di poiein. Che parte da un posizionamento, uno sguardo, un punto di vista di ge-nere fondato sulla relazione con gli sguardi e i desideri delle altre donne.
Ma tutta la passione, la sensibilità, la necessità di dire, l’impegno politico e sociale, la coscienza e la consapevolezza della “differen-za” non bastano a “fare poesia”. Tutto ciò determina la necessità di poiein, la capacità di visione, la sensibilità alla percezione, MA non è poesia se non si elabora il proprio linguaggio, perché la poesia è ricerca in evoluzione continua, e dà forma proprio a ciò che ha imposto la necessità del poiein. È libertà di sé.
In conclusione. So che la poesia è gioia, allegria, dolore, è forma dello sguardo che legge il mondo e lo rappresenta sulla pagina, nel-le note, nelle immagini. E’ la voce di chi non ha voce nella struttu-ra sociale. So che la poesia è processo, non consacrazione ma sfida. E’ ricerca continua, aggiunta e mutamento, rottura di canoni, rivisi-tazione lessicale, necessità di inventare modi e linguaggi nuovi se è nuovo ciò che hai da rappresentare. So che per questa via ho impa-rato perfino a fidarmi di me, del mio gusto, delle sensazioni e dell’intuito, delle mie scelte, dei miei obiettivi, e della mia scrittura. E anche a mantenermi “innocente”, che non vuol dire ingenua. Chi fa poesia perde le difese che generalmente si costruiscono ne-gli anni contro gli “spaventi”, non si para dagli scioc (Beniamin), conserva e coltiva lo stupore, e per questo può essere vulnerabile. E’ questa la fragilità dell’artista, e la sua forza. So che cerco di dare forma a ciò che non so, e che la scrittura mi aiuta a comprendere il mondo e me stessa. So che amo scrivere perché quando riesco a vedere, accogliere, fermare, il mondo, nelle sue manifestazioni mi-nime o epocali, la cosa è così emozionante che il desiderio di dare forza e visibilità all’incontro che ho colto diviene lancinante. So che la poesia è attorno a noi e in noi, e so, come spiegò Anna Ma-ria Ortese, che scrivere (o suonare, cantare…) è scrivere per sé.
Se infatti mi si chiede se l’essere nata nel Sud Italia abbia pena-lizzato in qualche modo il mio percorso poetico rispetto a colleghe nate al centro e al nord della penisola, rispondo: per niente. Anzi. La cultura che ho vissuto e che mi ha fatta così come sono, è cul-tura del Sud, per fortuna. Dunque il mio percorso poetico e letterario non ne ha sofferto ma goduto. Se invece ci si riferisce alla valorizzazione, all’ascolto, all’accoglienza, del mio lavoro, come di quello di altre e altri, allora il discorso sarebbe lungo. Mi limito qui ad annotare che in tanti “generi” creativi, oggi l’omologazione è massima. (Si sono ri/creati assurdi canoni, assurde cittadelle poeti-che che preservano miseri poteri di gestione della “produzione”), e invece a me piace essere fuori da quello che la magnifica Anna Ma-ria Ortese chiamava il “teatrino della letteratura”.
Anna Maria Ortese si chiede: letteratura è menzogna? E non so-lo nel senso ovvio a cui rispondiamo che sì, certo che la letteratura è finzione, ma nel senso di chiedersi se la letteratura serva, se pon-ga domande credibili, se ne valga la pena, se abbia senso. Inoltre, nella nozione di “letteratura”, Ortese include il mondo letterario, “questo teatrino che è la letteratura”, e cioè premi, scelte editoriali, giornalisti, “conoscenze importanti”, così si chiede: ma allora, scri-vendo…dove va il mio desiderio di mondo pulito e buono? La mia visione di “bontà”? (da dove le nasceva la necessità della poesia). In-somma: “perché leggo, perché scrivo”, diventa e rimanda a “per-ché vivo”. È così che un quesito letterario diventa quesito etico e in esso riconosce la sua origine. Sono del tutto d’accordo.
La poesia è in tutto ciò che faccio: non solo nei testi poetici, ma nella narrativa, nella ricerca, nelle relazioni. Dunque: prima la vita.
Anna Santoro