La difficile vita di Bazbaz

Si rannicchia più che può e spicca il salto. Ce l’ha fatta. Si aggrappa alla parete soffice e frastagliata e tira un respiro di sollievo. Ora può fermarsi. Non sarà per molto, lo sa. Questo è un rifugio momentaneo, è una materia vecchia, debole. La madre, quando è iniziata la fuga, le ha spiegato le differenze. Cerca un riparo solido, che possa durare, che ti dia ristoro e forse una nuova casa, le ha detto. Però, ha aggiunto dopo un momento, in caso di vero pericolo, prendi ciò che trovi, l’importante è resistere.

Dunque, non sarà per molto, ma intanto, attaccata alla parete spugnosa, può riprendere fiato. Vigile e pronta ad ogni evenienza, con cautela inizia a scavare per un rifugio più stabile. Ecco. Così. Ora può rilassarsi. Non tanto, solo quel poco che le consenta di allentare la presa. Di tirare il respiro. Le si chiudono gli occhi per la stanchezza, ma non può concedersi riposo. Lo sa.

La giovane Bazbaz è rimasta sola. Le altre, tutte disperse, qualcuna avrà trovato altre vie di fuga, qualcuna sarà precipitata nel grande spazio vuoto.

Le tornano alla mente le immagini di prima. Prima. Prima dell’invasione. Le grandi foglie lucide e succose, i rampicanti, gli alberi altissimi, quelle distese verdi dove scorrazzava con i fratelli, i giochi, il richiamo degli animali, il vivere spensierato, sereno. Da sempre il suo popolo abitava lì, al sicuro, sereno.

Poi, sono arrivati loro. I mostri. Bazbaz ricorda i racconti degli anziani: Hanno saccheggiato la foresta, tagliato gli alberi, catturato gli animali, segnando ogni distruzione sull’elenco, una crocetta accanto al nome di ciascun villaggio.  E intanto spargevano pulviscoli irrespirabili, irritanti per il fragile sistema degli organismi dei nativi. Bazbaz ancora non capisce quale scopo avessero i mostri nell’attaccare esseri inermi, pacifici, disinteressati a invadere nuovi spazi. Il suo popolo era mite, con grandi tradizioni di serena convivenza.

Bazbaz è giovane, ma ricorda tutto e ha nostalgia del passato. E soprattutto, ora, ha paura di ciò che le accadrà. Sa che ora i mostri hanno individuato il suo popolo e vogliono sterminarlo. Non che fossero interessati a loro, prima. Gli serviva il territorio, per sfruttarlo, piegarlo ai propri interessi, farne mercato. Ma ora temono il popolo di Bazbaz, dicono che li danneggia. Così, bloccano le vie di fuga, inseguono i fuggiaschi per distruggerli. Ma non definitivamente. Sua madre le ha spiegato che ora i mostri su di loro fanno commercio. Nuove armi sofisticate vengono prodotte e vendute, e, soprattutto, si fa commercio con la paura. Perché non vanno via e basta, piange Bazbaz.

D’improvviso un sussulto scuote il terreno che inizia a sgretolarsi. Bazbaz perde la presa. Una forte folata di vento le preannuncia che presto ci sarà una burrasca, una pioggia, una tempesta che la staccherà dal rifugio, la sbatterà chissà dove. Forse nel grande spazio. E sarà la fine, si dice. Ma non deve perdersi d’animo. Potrebbe usare quell’energia, guardarsi attorno, trovare un approdo più sicuro, robusto. E così ci prova, e le sembra quasi di esserci riuscita. Si è catapultata su una collina morbida, verde, compatta, fresca al tatto, qui forse potrà ricostruirsi una casa, riprodurre quel vivere che le manca. Forse.                                      (maggio 2020)