Il gelo

C’è un momento in cui il mondo si modifica.

Accade che, mentre ti ripeti di avere pazienza (si tratta di un periodo, lo supereremo), lentamente, giorno dopo giorno, disastro dopo disastro, tradimento dopo tradimento, dolore dopo dolore, la realtà, se ha qualche senso questo termine e il suo consueto significato, muta.

Te ne accorgi all’improvviso: un momento prima tutto appariva normale. Difficile, certo, con problemi storture violenze dubbi e domande a sondare la tua pochezza, o con quel vezzo di drammatizzazione autodistruttiva che poi tu stessa svelavi come una forzatura e arrivavi perfino a qualche nervosa risatina (ma va’, esageri!). Anche perché c’erano momenti di gioia, allegria, soddisfazioni, tenerezze, incontri.

Ed ecco che ti ritrovi nell’istante in cui, dopo la liquefazione, la solidificazione, la sublimazione, il brinamento (termini usati in chimica a indicare il passaggio da uno stato all’altro, quello in cui l’acqua, dopo aver bollito a lungo, diventa vapore, o, nel freddo, si fa ghiaccio), si compie il mutamento irreversibile. Tutto qui: un istante.

Era già in atto il mutamento, ripeto, da tempo, ma non ne percepivi l’irreversibilità. Non tanto. Giusto per borbottare, scandalizzarti, denunciare. Urlare anche. Di dolore, di rabbia, di paura. Ma ti affidavi alla tua onnipotenza, alla tua unicità in questo film che è la tua vita e che non ci pensi proprio possa finire in modo deprimente, banale.

Invece, dopo un così lungo puzzo di bruciato, ecco che trovi verdure, pentola e coperchio, tutto, carbonizzato.

E non c’è giustificazione, o time out, che tenga: aspetta, non vale, non sono pronta.

 

Il penultimo giorno di maggio del 2017, quando iniziò a nevicare, si compì la metamorfosi. Ma nessuno si preoccupò per l’eccezionalità della circostanza che anzi fu accolta con entusiasmo e una sorta di sollievo perché rompeva la greve routine quotidiana: auto in fila, smog, escrementi di cani, attesa dei mezzi di trasporto, consuete liti allo sportello di qualche ufficio, litigiosità per ogni sciocchezza, preoccupazioni economiche, insoddisfazioni sentimentali e politiche, senza contare che da anni le condizioni atmosferiche si andavano modificando e fenomeni come sbalzi di temperatura, scioglimento di ghiacciai, temporali alternati da caldo afoso, erano frequenti. E frequente era la scomparsa di specie animali, di tipologie di vegetali, di terre addirittura, erose dal mare o dalla desertificazione progressiva. Ora quella trina luccicante attutiva gli scontenti invitando all’allegria, c’è poco da dire.

Quell’anno l’inverno era stato mite e a molti erano mancate settimane bianche e vacanze in montagna, per cui la nevicata fuori stagione sembrò una bella occasione per tirar fuori, chi li aveva, sci e slittini, giacconi, maglioni, scarponcini, pantaloni e tute. Le strade si riempirono di corse, gare, battaglie, sfide, i bambini si divertirono ad andare su e giù per vie in salita e in discesa che si rivelavano piste perfette, senza sassi, sterpi, curve pericolose, e le ragazze e i ragazzi, sciarpe al vento, giocarono a innamorarsi sulla neve. In quanto a coloro che non avevano mai potuto permettersele, le vacanze invernali, furono entusiasti dell’occasione, perché non sembrò vero di godere senza spesa quel bianco magico manto. E insomma tutti furono contenti. Tranne i poveri cristi senza dimora che alzarono gli occhi e li abbassarono insaccando le spalle e smoccolando, e tranne i randagi, cani, gatti, già perseguitati tante volte da stupidi umani, e ora completamente indifesi., e gli uccelli, che non ritrovavano i nidi e le vie di rotta e finivano per dubitare della sapienza tramandata.

Nelle settimane a seguire, la neve continuò a cadere senza sosta e i ritmi delle giornate ne furono stravolti: nelle città il freddo attanagliò i condomini dove il riscaldamento già era un lusso, molte scuole e negozi chiusero, molte strade divennero intransitabili, uomini e soprattutto donne furono allontanati/e dai posti di lavoro (provvisoriamente dicevano i padroni), o costretti/e a lasciarli per badare ai figli, salari e stipendi vennero tagliati, i prezzi dei generi alimentari salirono alle stelle (degli altri si persero le tracce), i paesini furono sommersi, le casette di montagna scomparvero sepolte, e  si verificarono i primi assalti ai supermercati con conseguenti accaparramenti di provviste, richieste di soccorso e le prime vittime.

Ovviamente quelli che avevano abbondanza di mezzi riuscirono a cavarsela alla grande (almeno all’inizio). Gli imprenditori, verificato il calo dei profitti, escogitarono nuovi progetti per incamerare danaro (per esempio: la ricostruzione. Di là da venire ma certa, ridacchiavano tra loro con soddisfazione), e,  micragnosi (e stupidi) come solo i ricchi sanno essere, licenziarono collaboratori/trici domestici/che, operai e operaie, colletti bianchi e blu, di cui da tempo avrebbero voluto disfarsi, e, valutato il risparmio delle spese, si trasferirono allegramente in alberghi a dieci stelle, senza omettere, giusto per scena e per procurarsi alibi per futuri risarcimenti, di strillare per le ingenti perdite economiche e soprattutto per il disagio dovuto alla privazione di abitudini irrinunciabili: shopping, viaggi, auto nuove, crociere.

Le famiglie del ceto medio s’impoverivano velocemente e presto odiarono la neve, non più magico manto, bellezza tenera e delicata, ma sciagura: le brioches di Maria Antonietta erano decisamente fuori luogo, serviva il pane.

Chi ne soffrì fino a morirne furono i poveri, italiani e no, che, già scandalosamente abituati ad arrangiarsi sotto i portici delle stazioni, in baracche di fortuna messe insieme con laminati e vecchi compensati di legno, ora stentavano a sopravvivere, e infatti. Pertanto la famigerata forbice economica e sociale, tanto citata a proposito o a sproposito da decenni, si allargò fino a estinguere quasi del tutto una delle sue componenti e a ingrassare oltre misura l’altra.

In quanto ai canali televisivi, questi, chi più chi meno, chi meglio chi peggio, pur essendo poco convinti, per un po’ tentarono la solita carta della distrazione, e così proliferarono quiz e talk, scene di dolore, tragedie, omicidi, maratone di ospitate con vip e tuttologhi, giochi a premi, serial, telenovele, sfilate di comici e tanta altra paccottiglia, il tutto ambientato artificialmente in periodi primaverili, senza mai, mai, accennare alla calamità presente. Le poche emittenti che s’intestardirono a fare reportage e inchieste, incontravano difficoltà nei consueti collegamenti esterni, e, quando ci riuscivano, mostravano volti irrigiditi di inviati e inviate senza audio. A richiesta di qualche volenteroso giornalista, gli scienziati si espressero, dividendosi tra quelli sgomenti, sorpresi da “un evento inimmaginabile”, e quelli che saltarono su sbraitando: ve lo dicevamo da decenni. I politici, infine, rifiutavano interviste farfugliando parole incomprensibili, e, difesi (ma ancora per poco) da robusti guardia-spalle, trotterellavano qua e là, mani nei capelli (quelli che ancora li avevano), non sapendo che pesci pigliare. Del resto nessuno si aspettava che lo sapessero. I soliti mascalzoni strepitarono che la colpa era degli immigrati e, trovato il capro espiatorio, immaginarono di fare ancora breccia nel futuro (???) elettorato.

Passarono le settimane, i mesi, si era ormai in autunno, e la situazione non dava segni di miglioramento, anzi. La neve non cadeva più, come se il cielo si fosse svuotato, ora pesava sulla terra come un masso livido e grigio. I mari presentavano vaste superfici gelate cosicché la navigazione divenne impraticabile tranne che in pochissimi tratti, la maggior parte dei treni era ferma, i voli cessarono quasi del tutto, i generi alimentari si ridussero ulteriormente e i prezzi salirono oltre le stelle, si persero migliaia di posti di lavoro, aumentò la povertà e la disperazione, si moltiplicò il numero di occupazioni di edifici, di decessi e di suicidi per fame e disperazione, di assassini, rapine, aggressioni e violenze. E intanto i soliti stupidi e miopi accaparravano di tutto, perfino la carta moneta che oramai non valeva più una cicca. Ci furono anche cortei, raduni, incontri in qualche spazio occupato per l’occasione, e purtroppo anche litigi e zuffe tra coloro che protestavano e non riuscivano a mettersi d’accordo sull’antico nobile interrogativo “che fare?”. Intanto si susseguivano catastrofi, scioccamente e ipocritamente ancora definite naturali, guerre disastrose (come tutte), carestie, esodi in massa. E ciò che rese il tutto ancora più tremendo, furono i muri, il filo spinato, la distanza crescente tra stati, poi tra regioni, tra città, tra rioni, tra palazzi, tra individui. E questo stranamente (ma chissà?) comportò che scomparissero i nomi: prima delle persone, poi delle città, poi degli stati. Erano ormai solo numeri.

Poi il gelo copri strade, palazzi, spazi aperti, e anche corpi. Entrò dentro, si accampò tra vene arterie fegati cuori polmoni e cervelli. Non portava necessariamente alla morte. Rigide e fredde molte persone, voci sottili e gracchianti, si muovevano a scatti, ottusamente risolute ad accaparrare tutto il possibile. Anche se inutile. E trasportavano, ciascuna nel proprio buco, monete e banconote congelate, cellulari, computer, iPhone, climatizzatori, bombolette spray, e plastica plastica plastica. Altre si presero la testa tra le mani e ripresero, o continuarono, a pensare.

In poche ebbero sentore di trovarsi al cospetto di una sorta di diluvio universale che, a differenza di quello biblico, non era stato mandato da alcun dio. Ma poi, chissà?

 

Roma, 2015