Dalla parte della lettrice/spettatrice- Il lavoro della ricezione

Relazione al Convegno di Orvieto, (SIL) 1998: Spunti per una conversazione

 

Premessa

Quando diciamo “leggere” deve essere chiaro il complesso triplice rapporto che si instaura tra chi legge, ciò che viene letto e chi lo ha scritto.

Noi lettrici abbiamo interesse per ciò che è il testo, ma abbiamo interesse anche per il tramite che il testo stesso crea tra noi e la scrittrice. Il testo è tramite di conoscenza dell’altra e di sé.  Per noi il rapporto è  lettrice/ testo/ scrittrice: in ciascuno degli elementi giocano i contesti, e ciascuno di questi elementi è soggetto in fieri e in trasformazione grazie al rapporto che intreccia con il proprio contesto e con gli altri elementi (dunque anche con i contesti degli altri elementi).

Senza lettrice/lettore, non esiste testo, senza testo non esiste lettrice/lettore.  Il problema che incontriamo è quello di cogliere la soglia tra ciò che c’è nei nostri occhi di lettrici e ciò che è fuori di essi (l’oggettivo senso letterale). Noi partiamo dal testo. E sottolineo “noi” e “testo”. Nel leggere, relazioniamo ciò che leggiamo sempre con noi stesse, cioè leggiamo noi e siamo lette dal noi che guarda fuori e che, grazie al rapporto della lettura del sé, legge fuori, il testo. Nello stesso tempo è il fuori, il testo, che permette la lettura del sé. E’ il modo di rapportarci al fuori.

Così è complesso definire i contorni del testo e i contorni di chi legge. Il testo (come chi legge) non è dato una volta per tutte. Il testo è l’atto linguistico che ha formalizzato la lettura del mondo, degli stessi atti linguistici, delle metafore, della realtà sociale eccetera di chi lo ha scritto. I contesti del testo sono innumerevoli dunque e oltre ad essere già presenti nel momento in cui il testo è stato scritto, in più cambiano a seconda di chi legge, a seconda della realtà sociale in cui viene letto, a seconda delle metafore esistenti nella realtà di chi lo legge e a seconda dei saperi di riferimento di chi legge, delle citazioni che può cogliere.  (Con altri linguaggi, il discorso è nello stesso tempo più evidente e più articolato e complesso. Il libro in qualche modo mette a contatto diretto lettrice-testo-scrittrice, ma, per es. la ricezione di un film o di un quadro o di una musica cambia, oltre che per tutto ciò che qui stiamo segnalando, a seconda anche dello stretto contesto in cui ne veniamo in contatto.  La ricezione di un film, per es. dipende non solo dal cambiamento della tecnica, se appartiene al passato, dalla percezione che abbiamo di una certa cultura, se appartiene ad un altro paese, ma cambia se lo vediamo al cinema o in televisione, da sole o in compagnia, se stiamo di buon umore o siamo tese. Qual è la lettura vera ? Il vero testo ?)

La lettura è una forma di scrittura, esattamente come la scrittura (che si nutre della lettura) dà forma alla lettura. Chi riesce a dare forma alla propria lettura, cioè a rendere reale, cosa, ciò che nasce dall’incontro del proprio sguardo con lo sguardo della cosa guardata, fa poesia (in senso lato), scrittura. E questo tira in ballo e possiede in sé e nello stesso annulla ogni considerazione aprioristica di cosa sia il testo, come, appunto, macigno immutabile che va studiato e analizzato per comprendere ciò che possiede di per sé, perché quel “di per sé” in fondo è un’astrazione. Ed è per questo che tanti testi “ideologici” non riescono ad essere poesia. Perché poesia è libertà, è “essere cosa che prima non c’era e poi c’è” e possiede la stessa complessità e molteplicità di un oggetto materiale. Dal momento in cui nasce una poesia (un romanzo, un film, una musica…) essa è, e dobbiamo farci i conti come li facciamo con qualsiasi altro soggetto-oggetto dell’esistenza. (E’ per questo che tanta poesia viene cancellata dalla memoria, perché è pericolosa, in quanto pretende di essere presa in considerazione. Turba le coscienze).

Il testo dunque è sempre in fieri, pur essendoci, tanto nel momento della stesura tanto nel momento della lettura. E’ in fieri, in trasformazione, anche chi legge. Ed è in fieri, in trasformazione, chi scrive. Chi scrive, abbiamo detto, è prima lettrice/lettore, ed è a sua volta, in certo senso, letta/o dal testo che scrive. Ma chi scrive non è solo lettrice/lettore del testo che va scrivendo, è lettrice/lettore del mondo, dei segni attorno e dunque dei segni che la sua stessa scrittura crea, dei segni che danno forma alla sua scrittura. L’autrice/l’autore non è il “prima” del testo, non in senso assoluto. E’ anche il testo che fa l’autore (mi viene in mente Benn).

Se nello scrivere non c’è un “prima” (l’autrice/l’autore) e un “dopo” (il testo), non è pensabile a questo punto che ci sia, nel leggere, un prima (chi legge) e un dopo (il testo letto), né un “prima”, il testo, e un “dopo” chi legge.  Scrivere e leggere è il frutto di una relazione, di un mettersi in discussione, di aprirsi ad accogliere, è una questione di libertà che presuppone una grande ambiguità e una grande soggettività, che non è arbitrio, ma coscienza di soggetto che si apre anche ad essere oggetto.

 

La ricezione, la lettura è dunque una capacità attiva che mette in moto (in discussione) noi stesse nell’atto di leggere. Ci mette in moto se abbiamo la disponibilità a “entrare nella terra del poeta”, cioè, se cerchiamo di “metterci all’altezza” del testo. Cioè se ci procuriamo i saperi indispensabili per comprenderlo, se attiviamo la nostra curiosità, il nostro desiderio di conoscenza. Se, insomma lo trattiamo da testo, che c’è, e che va compreso: va compreso anche ciò che del testo non ci piace, o che non conosciamo. Ciò che ci mette in discussione. Questo fa sì che la lettura sia anche diponibilità all’accoglienza, alla elaborazione, al cambiamento di sé.

Ciò che va ben tenuto presente è che la parola della scrittrice e la parola della lettrice si incontrano e si scambiano doni grazie al linguaggio, che, come sappiamo, a noi donne, e soprattutto a noi donne italiane, non ci appartiene del tutto, è manchevole nei nostri riguardi. L’inadeguatezza del linguaggio nei nostri confronti è ormai chiara e la buona lettrice deve ben valutare questo elemento, pure, essa lavora sul linguaggio, parte da linguaggio, da quello della scrittrice, dal suo stesso. E’ nel linguaggio, per quanto la lingua italiana sia ingrata col genere femminile, che bisogna riuscire a formalizzare il nostro pensiero, il nostro non detto. E attenzione: anche il nostro “non detto” non è più un “prima” del “detto”. Il “non ancora pensato” è ciò che diviene nel momento in cui riusciamo a pensarlo. Così è per il non detto. Per le donne il non detto, in passato era, per esempio frutto di autocensura, di ambiguità (il campo di ambiguità) di paure, di debolezze: sapevano cosa avrebbero voluto dire ma non osavano farlo, o lo facevano tramite metafore, oscure per gli uomini i quali, comunque, di fronte ad esse erano diffidenti.  Ora non solo per le donne è diverso, ma nella coscienza dei più pensosi (Darida)la poesia (sempre in senso lato che è, a mio avviso, il suo proprio) non è “espressione” o “rappresentazione” di qualcosa, è essa stessa l’atto creativo del non detto, è la chiave e il fatto. Ciò fa comprendere bene perché ci sia certe volte la così detta contraddizione (Neera, Serao, Ramondino…) nella produzione femminile (ma non solo). Molte scrittrici non scrivevano (solo) ciò che avevano vagliato e pensato, capito, nutrito, accolto ed elaborato in atti linguistici canonizzati, ma nel farsi (nell’essere) scrittrici erano soggetto di genere.

 

Entriamo nei punti della scaletta:

  • Nell’operazione di lettura, cioè di recupero, di visibilizzazione e di svelamento della tradizione femminile italiana la prima tappa è stata quella di ri/conoscere i testi delle donne del passato. Sapere di avere tradizione alle spalle dà forza alla “buona” lettrice che, abbiamo detto, è anche scrittrice nell’atto stesso della lettura, cioè mette in gioco se stessa. Ri/conoscere i testi delle scrittrici del passato equivale a ri/conoscere noi stesse, ad appropriarci di una storia, di una tradizione, di una chiave di lettura per i testi di oggi.

 

Una volta era il verbo: una volta c’era il testo, il lettore, il soggetto maschile centrale universale.

Si riteneva che la scrittura fosse neutra, e che la lettura fosse neutra, anzi che essa dovesse essere quanto più oggettiva possibile.

Ma cosa era questa oggettività? Non solo essa dava per scontata la neutralità della scrittura (e della lettura), ma conservava il libro, il mondo, come oggetto chiuso, a tutto tondo, immobile, segreto: in questo modo poteva essere ritenuta neutra sia la scrittura sia la lettura.

Spostare da parte della critica tutta l’attenzione al testo fu un momento importante, perché prima ancora ciascun lettore, certo di muoversi in canoni ferrei e stabili, poteva anche lasciar correre la fantasia e proiettare sul testo, figlio di autore di cui si era arrivati a sapere tutto, le analisi che andava facendo ricorrendo alla psicologia, alla sociologia, alla storiografia. Il testo era ancora considerato, e a volte lo era, il “dopo” dell’autore. Conosciuto l’autore, le sue origini, il periodo storico, le sue fobie, la sua biografia, le sue idee, le scelte politiche, la cultura, eccetera, era considerata semplice conseguenza “penetrare” il testo. Spesso si sovrapponeva al testo ciò che il testo non possedeva, senza verificare che lo presupponesse. Così ad un certo punto, i critici, certi, ripeto, di aver fissato canoni forti, certi di aver ricostruito quasi sufficientemente i contesti, decisero che era tempo che il testo contasse di per sé. Questo era giusto, ma…

Ma nel frattempo cominciavamo (anche in Italia) a studiare le donne, cioè andavamo a studiare i testi partendo dal loro essere di un autore o di un’autrice. Alle prime letture di testi di donne, cercavamo in essi qualcosa che confermasse ciò che già pensavamo, che fosse pronunciamento, definizione di alterità, coscienza. Ne trovavamo pochi, di pochi la tradizione critica ce ne aveva lasciato memoria, e quei pochi non erano sempre rassicuranti per le nostre insicurezze. Ci rivolgemmo agli scenari storici, accettando, alcune di noi, una lacuna, un buco nella produzione femminile italiana, magari cercandone le ragioni.

Ma poi iniziammo a cercare puntigliosamente le scritture delle donne del passato. Per quel che mi riguarda, ricordo che tante volte ho affermato che, in passato, sono mancate in Italia le lettrici critiche che svelassero il testo e visibilizzassero la presenza di tradizione femminile, e questo perché sin dall’inizio ho dato per scontato (come ipotesi di lavoro che fruttò poi il Catalogo) che esistessero dei testi, e che dunque nella tradizione culturale femminile c’erano state, già in passato scrittrici/lettrici, che avevano prodotto testi. Cioè, benché io abbia iniziato quel lavoro sia come studiosa di letteratura, sia come femminista alla ricerca di madri, non partii dai Dizionari biografici, dalle Bibliografie, dalle Vite, dalle persone, ma dalla Biblioteca, cioè dai testi, per risalire poi alle persone.

 

  • La quantità e l’articolazione della produzione femminile italiana fa rileggere la qualità: non si tratta di fenomeni isolati, ma siamo in grado di tracciare delle traiettorie, di cogliere i nodi, di comprendere i motivi della crescita e delle fermate, di pensare una “differenza” , introiettarla e andare alla articolazione della nozione di “scrittura femminile” (le scritture) , che non è immutabile nel tempo, ma si articola nei vari contesti e nelle singole individualità

Cominciammo a parlare di punto di vista, di non neutralità della scrittura e della lettura. Scoprimmo uno spazio produttivo segnato da incerti confini. Io lo chiamai “campo di ambiguità” questo spazio ricco di produzione letteraria oscillante tra fascino dell’omologazione e necessità del dirsi.

 

  • Definizione del “campo di ambiguità”: parentesi e richiamo sulla nozione tradizionale di “sistema letterario”, “macrotesto”, “canoni”, “automodello”, “sistema di sistemi”…

Sulla posizione che la scrittrice assume rispetto al campo di ambiguità, funzione fondamentale assume il pubblico. Il peso delle lettrici “comuni” è sempre stato molto influente, nel senso che ha sostenuto o no le scelte delle scrittrici, le quali mediavano non solo tra editori, mercato, canoni e urgenza di dire, ma anche tra la lettrice ideale e la lettrice reale che avevano presente.

 

  • Valutazione del pubblico “ideale” e “reale” delle scrittici: rapporto tra industria culturale e capacità di identificazione/riconoscimento tra chi scrive e chi legge

 

  • Il primo contesto (integrato subito da altri), che segna il testo, che fa parte del testo, è il corpo di chi scrive e di chi legge.

La parola, il linguaggio della parola, nasce dal corpo. Nasce dall’incontro sempre nuovo tra corpo che percepisce, desidera, ha delle sensazioni, e necessità di dare forma in un linguaggio al proprio desiderio, alla propria storia, alla propria curiosità, alla propria immaginazione. L’autonomia del segno (ma potremmo anche dire: la verginità, la nuova accezione, la metafora inedita e non d’uso) è tanto più ampia quanto più ci riferiamo al discorso poetico.

Le parole sono corpose, nascono dalla voce, molte dalla voce di donna: è nell’ordine del discorso, nei canoni tradizionali, che ci sono state sottratte. Il lavoro di riappropriazione delle parole e del discorso è il lavoro che oggi tocca non solo alla scrittrice, ma anche alla buona lettrice, che ha grande responsabilità. E’ l’ordine del discorso (maschile) che ha sottratto il punto di vista materiale delle parole, ne ha fatto un ordine astratto, tutto intellettuale.

(Lavorando sulla lettura ad alta voce, mi è diventato chiaro come chi legge ad alta voce si fa tramite tra testo e ascoltatore: chi legge ad alta voce ha un rapporto di scambio con ciascuno dei due termini. Deve saper accogliere e rimandare il testo, valutando il contesto del testo e il contesto della platea d’ascolto, e tutto ciò possedendo in ogni caso un proprio contesto, una propria cultura che determina la sua lettura di tutti gli altri elementi.  Chi legge per sé è tramite tra testo e se stessa /se stesso. Chi legge ad alta voce è scrittrice/lettrice e opera affinché chi ascolta sia lettrice/scrittrice. Chi legge ad alta voce, diviene a sua volta “testo”).

La parola e il discorso (orale e scritto) sono dunque punto di arrivo e di partenza di un processo complesso, circolare e articolato.

 

  • Campo di ambiguità anche per le lettrici: scrittura popolare e romanzo rosa. Il riconoscimento di un femminismo popolare di oggi, abilita a leggere anche in retrospettiva una presenza e soggettività femminile, prima negata.

L’ ambiguità tra desiderio del riconoscimento e urgenza di dire altro, di seguire altri modi, è presente anche nei procedimenti di lettura, di analisi testuale. Anche qui c’è la tentazione di parlare la stessa lingua della critica maschile e la necessità di dover rompere i canoni anche della lettura, perché sempre più diventa chiaro quanto i canoni ufficiali siano di parte, senza che ciò sia apertamente dichiarato. La ricostruzione dei contesti, dal “chi scrive” a “dove”, “perché”, “in che modo”, “all’interno di quale tradizione”, “esercitando quale funzione” eccetera divenne fondamentale, tutto naturalmente alla luce della decodifica del testo. Cioè badando a non sovrapporre al testo i contesti man mano ricostruiti, ma di essi avvalendoci per essere abilitate a cogliere nel testo stesso richiami, citazioni, scenari. Io l’ho chiamato “movimento ondulato”, questo che accoglie, elabora e che si stacca, si allontana, per poi di nuovo accogliere ed elaborare.

Scoprimmo la necessità di dire, anche nel momento della lettura, il non ancora pensato.

Credo che il grande secondo salto, il “cammino nei desideri” delle lettrici, è stato quando si è state illuminate da una considerazione semplicissima : se nei testi che andavamo studiando era importante cogliere il punto di vista, cioè il punto di partenza di quella scrittura, di quella visione, di quelle citazioni, di quegli ammiccamenti, di quel non detto o detto-in-altro-modo, insomma di quella traiettoria che nasceva da uno sguardo, cioè da un corpo, se insomma a qualificare i testi femminili era il ritrovare in essi, il corpo, come oggetto di trattazione, come visibilizzazione, e anche come parte integrante del metodo narrativo, del linguaggio stesso, ecco che anche il corpo della lettrice usciva fuori, diveniva centrale.

Non dunque un punto di vista di chi legge come categoria mentale, come capacità delle donne di intellettualizzare i propri saperi, ma coinvolgimento della propria interità e unicità cioè della testa, dell’intelletto, dei saperi, dell’intelligenza, della sensibilità, del corpo, nell’atto della lettura.

 

  • Necessità di letture “globali” e “simboliche”. Meglio: riconoscimento del fatto che la lettura è atto “globale” e “simbolico”. Sia per il testo “oggetto”, sia per il testo “soggetto” (la lettrice) vale il fatto che il contesto fa parte del testo.

 

Questo intreccio di contesti ci fa capire in modo inequivocabile il concetto di globale, cioè di interrelazione tra narrazioni, scenari, territori, autrici, lettrici, testi…. La lettura é globale nel senso che mette in campo la mente, il  corpo, i saperi, il sentimento, l’affettività del soggetto con il portato di ciascuno di questi elementi correlato agli altri.  Al centro di questo processo c’è la lettrice, il suo corpo, il suo linguaggio, la sua capacità di selezionare e relazionare, soprattutto la sua capacità di accogliere la comunicazione e di comunicare a (o proiettare su) questa stessa comunicazione la sua lettura. Perché noi stesse siamo testi che dal testo vengono sollecitati a correlare, a mettere a fuoco, a richiamare memoria, eccetera. In questo senso diciamo che se è vero che senza lettrice-lettore non c’è testo, senza testo non c’è lettrice-lettore. Questa proiezione che nasce da sguardi di differente individualità va tenuta molto presente perché allude a un fatto molto semplice. E cioè che come è diversa scrittrice da scrittrice, è diversa anche lettrice da lettrice. Ciascuna ha una sua individualità.

Nel leggere un testo (il mondo), ciascuna di noi modifica se stessa perché ascolta (legge) le modalità della sua stessa ricezione. La lettura ci cambia.  La lettura dipende da un punto di vista, che è anche frutto di quella stessa lettura che ha agito in modo diverso su ciascuna di noi. La ricezione è accoglienza, apertura attiva e anche impronta. Accoglienza come elaborazione, elaborazione come trasformazione dell’oggetto elaborato e del soggetto elaborante.

La lettura è ri/conoscere  –  ri/conoscersi.

 

  • Verifica della improponibilità dei canoni tradizionali (maschili) sia nella scrittura sia nella lettura: cosa è interessante e importante per il maschile, cosa per il femminile. Ancora sulla relazione con il pubblico e con la funzione intellettuale.
  • Autonomia e soggettività: i tre livelli della scrittura/lettura corrispondono ai livelli del rapporto che ha chi legge/scrive con se stessa e con il mondo. Lettrice “ingenua” —à lettrice critica
  1. a) Lettura come piacere, soddisfazione = ri/conoscersi, identificarsi, riscontrare… Per la lettrice è importante riconoscersi nel punto di vista di chi scrive, nel personaggio femminile, nei sentimenti e nelle situazioni trattate. Incontro tra lettrice e testo scarsamente dinamico.

La lettrice riceve conferme, trova nel testo ciò che già sa, vi si rispecchia. Chiede all’opera, in modo più o meno cosciente, di contribuire alla definizione della propria identità

  1. b) Lettura come svelamento= turbamento, provocazione, dubbio, dilatazione della percezione, allusione al non detto o fatto della lettrice, rivelazione di zone oscure, poco esplorate ma con le quali si percepiscono comunanze.

La lettrice è messa in crisi e sviluppa curiosità o resistenza.

La lettrice cerca nell’opera chiavi per cercare la propria identità.

La scrittura è ancora percepita come “strumento”.

  1. c) Lettura come libero e reciproco rapporto tra testo e lettrice.

Nel leggere si è lette. La lettrice chiede alla scrittura la sua identità (della scrittura) e non più la chiave per comprendere la propria.  Ricezione come apertura attiva e anche come impronta.