Il saggio Le tre ghinee (1938),  seguito di Una stanza tutta per sé (1929), offre molteplici spunti di approfondimento su: cultura, differenza, guerra.

Virginia, ne Le tre ghinee, parte col porsi una domanda più che mai attuale: “Cosa si potrebbe fare per fermare la guerra?” e risponde che bisognerebbe sapere tante cose che lei non sa, perché la scarsa educazione ricevuta non l’ha preparata a questo. In verità Virginia gioca: per lei il problema sta nel fatto che, secondo il senso comune, la Guerra è intesa come “risultato di forze impersonali”, mentre, sottolinea, c’è qualcuno che la pensa, la prepara, la immagina come possibilità, la dà per scontata, ne calcola freddamente i costi (in danaro e vite umane) e i guadagni (soprattutto), infine la dichiara. Qualcuno che sa di essere ascoltato e ubbidito. Qualcuno che ha il potere di formare la cultura della guerra. Questo Potere non appartiene a lei né a nessuna altra donna: Lo Stato che  dichiara Guerra è uno Stato che non dà peso alle donne e , per questo, Virginia non lo riconosce come suo: “Combattere è sempre stata un’abitudine dell’uomo!”.  (Ricordo che siamo in Inghilterra, patria dell’imperialismo. Tantissimi film e romanzi hanno svelato la mentalità grottesca di quel periodo, senza però inquadrarla come propria della cultura maschile. Ricordo anche, tra parentesi, come tanti scrittori italiani, e non solo Marinetti e D’Annunzio ma anche alcuni insospettabili, perfino Gadda, abbiano nutrito un fascino particolare per la guerra in sé. E sottolineo infine che i mercanti che promuovono oggi le guerre non ricorrono più a affascinanti -per loro- espressioni come “onore”, “virilità”, ma crudamente la valutano in termini di danaro e potere).

Prende così il via questo saggio interessantissimo che, come l’altro, dovrebbe essere obbligatoriamente studiato a scuola.  Virginia dimostra che la Guerra nasce dalla cultura, e precisamente dalla cultura maschile, e che gli uomini la vivono come momento di “verità”, di “gloria”, di “realizzazione virile”:  nella loro tradizione hanno sempre dato un posto importante alla guerra, al valore in campo, alle medaglie, a un malinteso senso dell’onore, eccetera, e hanno oppresso popoli (in più, aggiungo, escluso e privato le donne dei diritti elementari, conducendo contro di esse una vera e propria guerra ). Virginia si chiede come possano gli uomini, qualora si proclamino pacifisti, non approfondire essi stessi una critica alla propria cultura, prima di rivolgersi alle donne per chiedere appoggio. (E’ quanto da tempo chiedo agli uomini che si dichiarano contro la vilenza sulle donne: esplorino la propria cultura, trovino la radice e i modi di tanta vigliaccheria).

Virginia sa quanto sia difficile per gli uomini, anche per quelli che singolarmente e sinceramente vogliono opporsi alla guerra, riuscire a criticare la propria cultura, perché sono cresciuti in quella cultura che, assieme all’educazione alla pratica bellica, offre loro una serie di privilegi.

Alla Guerra, come alla politica, alla cultura, alla mentalità maschile, le donne sono estranee (la “società delle estranee”). E questa “estraneità” è segnalata più volte: “cosa vi spinge a farvi fare la guerra…”, oppure: “come aiutarvi a prevenire la guerra…”.

Eppure non basta dichiarare l’estraneità: V. ha davanti fotografie di guerra, bambini straziati. La guerra la invade, sebbene non sia “in suo nome”. Dunque deve schierarsi, fare politica. Lo vedremo nel prossimo post.