Ancora su “la differenza secondo Virginia”: spunti di riflessione per l’oggi. (III)

Virginia Woolf mette in relazione, e non solo nei saggi, la nozione di liberazione (la differenza), intesa come libertà di essere, con quella di emancipazione, di visibilità “ora e qui”, richiamata dalle condizioni reali delle donne. Tesse una tela tra la rivendicazione di diritti (e memoria e denuncia di quelli calpestati) e la piena coscienza dell’esercizio della differenza, che implica la liberazione dal risentimento e l’assunzione della forza straordinaria, da sempre operativa, che è la cultura delle donne. Così, nelle “Tre ghinee”, corrono due discorsi che si intersecano, pur svolgendosi autonomamente: il primo sottolinea l’esclusione delle donne dalla cultura, dalla economia, dalle scelte politiche (la guerra è un fatto di uomini), l’altro sottolinea e valorizza la differenza della loro cultura, che comporta una “capacità” dello sguardo, idoneo a leggere il mondo da un punto di vista altro dal consueto (maschile), con differenti modalità, differenti obiettivi e differenti motivazioni. E a operarvi in maniera differente.

E’ lo sguardo “da fuori” (fuori del College), che permette a Virginia di cogliere ciò che gli uomini, “da dentro”, non possono vedere: per esempio, l’orrore, la miseria, il ridicolo della cultura di guerra. Gli abiti dei militari di grado superiore, pieni di lustrini, pennacchi e medaglie, sono brutti, ridicoli; i nastrini e le onorificenze attribuite agli uomini di cultura sono volgari.

E cosa è l’istruzione universitaria (impartita nei College), negata alle donne e alla quale le donne vogliono accedere? Deve essere un gran bene, visto che gli uomini di potere e cultura se la sono tenuta stretta, eppure quell’istruzione ha avuto pessimi effetti. Non è un valore assoluto. E il rischio è che le donne, scrive, acculturandosi all’interno di quella cultura portatrice di guerra, di quella quotidiana nutrice della guerra guerreggiata, possano diventare come gli uomini. Presuntuose, avide di Potere, gelose dei propri privilegio, violente: “I fatti riportati non dimostrano forse a sufficienza che l’istruzione, la migliore del mondo, non insegna a odiare la violenza, bensì a farne uso? Che, ben lungi dall’insegnare la generosità e la magnanimità, essa rende la gente così ansiosa di tenersi stretti i propri privilegi, la grandezza e il potere, da essere disposta a usare sistemi ben più subdoli della violenza quando le si chiede di farne partecipi altri? E non sono forse la violenza e il senso del possesso due sentimenti connessi molto da vicino con la guerra? (…) Come può l’istruzione educare a non amare la guerra se si usano sistemi di violenza, se si tiene stretto il possesso dei propri privilegi eccetera che sono alla base della guerra?”. E ancora: “Cosa ci fa credere che l’istruzione (…) faccia odiare la guerra?(…)”.

Invece le donne, prive di danaro, di riconoscimento, di potere, hanno accudito i parenti, fatto battaglie grandiose, sono state “esseri umani civili”. Dunque, “l’educazione gratuita”, al di là delle imposizioni e delle discriminazioni, ha di buono che le donne sono migliori degli uomini, e sarebbe sciocco “buttare via i risultati di quell’educazione… o rinunciare… al sapere che in tal modo abbiamo accumulato”. “(Questa educazione gratuita) deve avere grandi virtù, oltre che gravi difetti, perché non si può negare che quelle donne, se pure non erano istruite, erano tuttavia donne civili. Non possiamo, quando prendiamo in esame la vita delle nostre incolte madri e nonne, giudicare la loro educazione semplicemente in base alla capacità di ottenere un impiego, di conseguire onori, o di fare quattrini”.

Il punto è che chiunque acquista privilegi diventa possessivo, geloso degli altri, aggressivo eccetera. “Non abbiamo dunque ragione di pensare che se anche noi eserciteremo le stesse professioni acquisteremo le stesse qualità? E non sono proprio queste qualità a provocare le guerre? Tra un paio di secoli, se eserciteremo le professioni allo stesso modo, non saremo anche noi possessive, gelose, aggressive (…) come sono oggi questi signori?”.

Insomma: se le donne entrano nel mondo degli uomini non diventano come loro? Vogliamo forse educare le figlie degli uomini colti a diventare come i loro fratelli, cioè a farsi la guerra e a preparare la guerra? Se la posizione di potere degli uomini, la cultura degli uomini, la civiltà degli uomini, dalla quale le donne sono state escluse, inevitabilmente è portatrice di guerra (e di altre ingiustizie e violenze), non bisogna rimpiangerle, desiderarle, e non bisogna essere risentite perché private di quelle, anzi bisogna rafforzare quella “cultura altra” che portiamo dentro e che non è portatrice di guerra. Vale a dire che le donne hanno la possibilità di “leggere” la mostruosità della cultura imperante, proprio perché non le appartengono. Così, è importante che manifestino il proprio rifiuto, la distanza, la differenza. L’estraneità (di cui ha parlato prima) non è essere assenti. E’ essere estranee in quella cultura. Le donne devono cercare un proprio spazio, una propria visibilità e autorevolezza. (Per esempio scrivendo, ma ci torneremo). 

Riflettendo sul corteo dei figli degli uomini colti, dei fratelli privilegiati: “Abbiamo voglia di unirci a quel corteo, oppure no? A quale condizione ci uniremo a esso? E dove ci conduce il corteo degli uomini colti? C’è poco tempo; cinque anni, dieci o forse può essere questione di pochi mesi ancora. Ma bisogna trovare risposta a quelle domande…”.

E’ a questo che le donne devono pensare, insiste. E se le si obietta che non hanno tempo tra le tante incombenze, lei risponde che le “figlie degli uomini colti hanno sempre pensato i loro pensieri così alla buona; non a tavolino, nel proprio studio, nella solitudine tranquilla di un chiostro di università. Hanno pensato mentre rimestavano la minestra, mentre dondolavano la culla (…) E’ nostro dovere ora continuare a pensare; come la spenderemo quella moneta? Pensare, pensare, dobbiamo. In ufficio, sull’autobus, mentre (…), mentre (…), mentre (…). Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?“