Di solitudine, letture e due grandi giovani scrittrici

In questi lunghi mesi, ho vissuto e vivo in solitudine (anche scelta da me). Ho visto (di tanto in tanto, ma è sempre una buona cosa) Francesco, Dadà, Ema, che cresce di giorno in giorno e ogni volta lo trovo più bello, più alto, più magro, più simpatico, più intelligente, più grande (è stupefacente e anche un pochino pochino malinconico che quel piccolino, che mi abbracciava le gambe quando cucinavo per lui, che ascoltava le storie pazzesche che gli raccontavo, che aveva quegli sguardi furbetti e ammaliatori, abbia ceduto il posto a questo ragazzino, dinoccolato, ironico, con una nuova voce, che ancora cambierà, e un accenno leggerissimo di peluria sul labbro superiore). Gabri con Lavinia e Michele, insomma la famiglia. Più la simpaticissima ragazza che viene un paio di volte la settimana a darmi una mano, più l’operaio che ha ristrutturato la mia casa che viene, di passaggio, ad appendere mobiletti, librerie, uno specchio…, più il fioraio che porta fiori al mio giardino, più la vicina di casa, la fruttivendola e il marito, la tabaccaia, le due donne che fanno gelati stupendi, eccetera eccetera.

In questo periodo non mi sono sentita reclusa o impedita a andare in giro per il virus, sono stata attenta certo, e mi è mancato non poter andare qualche volta a cinema, a teatro, a un concerto, a una manifestazione. Ma mi sono sentita progressivamente più sola perché muoiono tante mie amiche (le più care) e anche i miei amici (uomini dolci e intelligenti), con le/i mi vedevo, mi sentivo, a loro pensavo. Nessuna/o vittima del Covid, sebbene in certi casi le restrizioni per frequentare ospedali o centri di analisi cliniche, ha influito sulla lentezza di diagnosi e di cure. Ma la causa maggiore dell’abbandono va all’età, che, assieme a qualche disturbo di salute, mina la mia generazione. E’ ovvio.

A settembre compio 75 anni e non mi sembra vero. Davvero. E’ il tempo e l’energia che abbiamo, il punto. Se e cosa abbiamo da fare, da dire, da pensare. Le relazioni che viviamo. (Su questo sorvolo: certi tradimenti, certe cancellazioni, mi hanno spaccato il cuore, ne scriverò forse un’altra volta). In fondo faccio più o meno le stesse cose di prima (forse non dovrei perché ora è più frequente che mi senta stanca). Ma nuotare, correre, ballare non è come una volta. Chiacchierare e ridere con amiche, discutere con loro, sono pratiche sempre più rare.

In questi mesi ho scritto molto (forse finirò il mio nuovo romanzo per l’autunno -e poi inizierà il calvario per la pubblicazione-, sto creando una nuova piccola delicata raccolta di poesie e continuo a studiare le mie amate scrittrici).

Ho letto molti libri di autrici e autori già amati o che ho imparato ad amare. Ho tentato di leggere alcuni libri di cui si parla. Questo perché certe volte mi redarguisco: sei prevenuta, cerca di mettere in discussione i tuoi giudizi, il tuo stesso piacere, eccetera. Così mi sono imposta di leggere il vincitore del Premio Strega. Il vuoto, il nulla, l’artificiale, il noioso.

Ma ecco, a sorprendermi, a tenermi attenta e curiosa della nostra letteratura contemporanea, ho letto “La città sommersa” (Bompiani, 2020) di Marta Barone, e “La grande A“ (Giunti, 2016) e “Un giorno verrà” (Bompiani, 2019) di Giulia Caminito.  Due giovani autrici, diversissime, ma che hanno in comune qualcosa che me ne fa innamorare: scrivono di politica, raccontano la vita difficile di persone che devono cavarsela contando sulle proprie forze, partono dal proprio paese, dalla propria storia, dal passato, dalle radici, sfatano luoghi comuni su una serie di ismi nazionali, si dichiarano di parte (da quella dei poveri per dirla  in breve) senza temere di cadere in discorsi a tesi, intellettualistici, entrambe hanno lavorato e lavorano sulla scrittura (cosa oggi rara, ottenendo ottimi risultati). Su di loro certamente tornerò presto e con maggiore riflessione, ma sin d’ora ho bisogno di segnalarle, limitandomi a queste veloci impressioni.

Marta Barone insegue una storia dura, indaga organizzazioni politiche complesse e contraddittorie, va alla ricostruzione di una vita e di un’epoca), si documenta, cerca testimoni “informati sui fatti” (nomina persone e avvenimenti che ho conosciuto e che ben ricordo), ferma nella descrizione distaccata di pagliacci e di significative figure femminili. Nel frattempo offre intensi flash della tenerissima e contraddittoria figura del padre, generoso e sognatore (il sogno è rivoluzionario, si diceva): ne scopre aspetti inediti per lei, ne indovina (o magari azzarda) pensieri e riflessioni, ne riscopre l’intelligenza e la passione, l’autenticità e la consapevolezza politica, ne rimane affascinata, suo malgrado credo, e conclude, sia per quel che riguarda l’epoca e gli ambienti affrontati (difficili, poco studiati, etichettati spesso con superficialità e opportunismo), sia per quella persona singola, il padre, che è difficile se non impossibile “sapere tutto”. E poi da quale punto di vista? E perché, a quale fine…?

“Citta sommerse” è un’opera che turba: osa trattare temi tabù e trattarli in un modo puntiglioso, delicato e intrigante. Non si danno giudizi, né letture di parte, ma Marta Barone si interroga e interroga chi legge. Il risultato è un esempio perfetto del mio (e di altre/i): leggere è essere lette/i. La storia rappresentata ti interroga, ti fa riflettere su te stessa (nel mio caso), sulla tua storia. Non ripete e non segue canoni codificati. Indaga, con un’insistenza che da brusca si fa via via pudica e commossa, interrogativi politico/esistenziali di un’epoca, scoprendo e sottolineando il “fattore umano” presente in tanti personaggi, a cominciare dal protagonista, e dalla stessa autrice. “Città sommersa” è il genitore (i genitori, gli adulti), ed è la storia, anzi l’indagine sulla Storia. E’ un’opera nuova, ragionata e appassionata. E capisco bene perché non potesse entrare nella rosa finale dello Strega. (Ma perché le scrittrici ci tengono a partecipare e magari a vincerlo? Lo Strega non dovrebbe interessare. Ha una visione e una predilezione netta (e come può essere altrimenti?) per la scrittura maschile stereotipata (a parte qualche caso), e dunque, non solo generalmente premia uomini, ma premia, come quest’anno, prove imbarazzanti. Facendo, in questo modo, un pessimo servizio anche agli scrittori interessanti, esclusi.)

Ultima notazione: protagonista principale di questo libro, a me pare si riveli proprio Marta, giovane, intelligente, abile ricercatrice, caparbia, e attenta a schivare sentimentalismi, che, a tratti, appare figuretta sensibile e commovente. Mi piace molto la sua accuratezza e puntigliosità nel cercare, il suo desiderio di verità umana, intellettuale e storica, la sua stessa fragilità. E la forza di scrittrice che certamente possiede.

Con i suoi due romanzi, Giulia Caminito mi ha restituito il piacere e lo stupore (che è sempre rivoluzionario) della lettura. Questa sua scrittura bellissima, ricca di metafore e di “parlato” mai artificiale, sempre strettamente legato all’esperienza del corpo, del vivere. Una volta si sarebbe qualificata come “scrittura materica” e non perché si tralascino i sentimenti ma perché i sentimenti rappresentati nascono dalla percezione, dalla pelle che brucia, dalle risate, dal dolore fisico, dalla perdita. C’è una tale libertà nell’uso di parole, allocuzioni e figure retoriche, neologismi e termini ripresi da antico linguaggio popolare, che a un lettore ingenuo potrebbe apparire scrittura di getto e invece, all’occhio di una esperta lettrice, è chiaramente frutto di un lungo lavoro di selezione e collocazione, che la fa scrittura poetica, e colta.

Grazie a questa scrittura, tutte le figure e figurine, donne uomini, bambine bambini, animali, si animano sulla pagina, mostrando una disponibilità piena al vivere con le sue conseguenze. Non ci sono buoni e cattivi (buone e cattive) o definizioni sia pure lontanamente ideologiche o di principio.  Ci sono vite raccontate con simpatia e distacco, arguzia, ironia (quella tenera, che non ha a che fare col cinismo o col disprezzo), tenerezza e com-passione.

In “La grande A” la figura della madre, (la vera Grande A, scoprirà Giadina) è fantastica. Donna forte e piena di vita, priva di pre-giudizi anche se ne ha tanti (quelli che ha elaborato nella sua vita extra-ordinaria), negli anni appena antecedenti alla guerra, da sola parte per l’Africa a costruire, per sé e per le figlie, una nuova vita. E anche Giadina, la figlia minore che più tardi la raggiungerà, rappresentata per tutta la prima parte del romanzo come uno scricciolo, una piccolina che nessuno avrebbe pensato potesse diventare donna, lo diventa invece, e quale donna. Forte, decisa, pratica e sentimentale a un tempo. Insicura e cocciuta. Attaccata alla madre eppure libera di volare per altre strade, altre scelte.

Giulia Caminito ci racconta la povertà e la miseria (materiale e umana) dell’ultima guerra, gli aspetti più quotidiani del fascismo, e anche la felicità, la gioia della vita di italiane e italiani in Africa, affascinati da quella terra, inventori di quella cultura in bilico tra la memoria del paese di origine, la realtà indigena e le susseguenti infiltrazioni americane, tedesche, inglesi, francesi.

Il secondo libro, “Un giorno verrà”, (iniziato da me con l’inconfessato timore di una eventuale delusione) è bellissimo. Attraverso la storia, complessa e intricata, dei due fratelli (che non lo sono in realtà) Lupo e Nicola, della intera famiglia Ceresa, e la suora, il prete, l’anarchia, il socialismo, l’impegno politico, la condizione della povera gente, Giulia Caminito ci svela e ci rappresenta condizioni umane, sentimenti, passioni, debolezze che tali non sono, forze che si rivelano di carta.  E tutto ciò sempre grazie a questa sua bellissima scrittura che continua, come nell’altro romanzo, a creare metafore, anzi: a riprendere le metafore insite nel linguaggio popolare, che, come sempre, si rivela la grande ricchezza culturale del nostro paese.