Dal sito della rivista Leggere Donna

Anna Santoro, Il Novecento.
Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio
, Bulzoni, Roma, 1977, pp. 275, L. 40.000.
recensione a cura di Paola Azzolini

Dopo il suo Narratrici italiane dell’Ottocento (Federico e Ardia, Napoli, 1987), Anna Santoro riprende il suo cammino di esploratrice nella selva sconosciuta delle scrittrici italiane, ma questa volta lascia l’Ottocento per i primi vent’anni del Novecento.
Ancora di un’esplorazione di territori intricati e di fatto sconosciuti si tratta, perché il tessuto culturale in cui si radica la produzione delle scrittrici italiane soggetto da tempo, e per motivi tra i più vari, a un periodico fenomeno di oscuramento: autrici famose in vita, che hanno venduto migliaia di copie, sono poi dimenticate dalle storie letterarie e dalla critica. Perché?
La risposta è complessa quanto il problema e Anna Santoro tenta di delineare una prospettiva generale e metodologica che consenta di affrontare questo e altri argomenti connessi alla produzione creativa delle donne, nella importante introduzione all’Antologia.
Riscattare tutto ciò che le donne hanno dato alla vita intellettuale, malgrado la bellicosa opposizione delle istituzioni dominanti, e salvare dal passato ciò che ci occorre per tracciare percorsi di mutamento della nostra vita qui e ora dice Rosi Braidotti.
Ma il salvataggio è possibile solo entrando nei territori della scrittura, dei manufatti concreti, immagini, musiche, per creare una tradizione e una continuità di valori con le donne che hanno vissuto prima di noi. Solo così diventa possibile sradicare lo stereotipo della donna-vittima, eternamente perdente, che tanta letteratura maschile ci ha presentato. Di fatto le pagine scelte da Anna Santoro sono orientate secondo un’ottica femminile che scopre anche quello che è rimasto occulto ad altri lettori, perché il punto di vista della lettrice diventa in molti casi fondamentale per orientarsi fra pagine che devono persistentemente abitare un “campo di ambiguità”, divise tra il “desiderio di omologazione al territorio del potere e dell’istituzione e la necessità di rimanere fedeli a se stesse e alla propria “differenza” di genere”.
Ma il punto non è “affermare l’esistenza o meno di un sistema letterario femminile”, scrive Anna Santoro, tale da poter essere contrapposto a quello maschile, ma far emergere i soggetti femminili così come essi si sono mossi e mostrati di fatto . Qui si innesca anche il problema del linguaggio, che nasce come linguaggio dell’altro, degli uomini, e tuttavia, come dice Teresa De Lauretis, da qui deriva la necessità di parlare al tempo stesso il linguaggio degli uomini e il silenzio delle donne, o per meglio dire, di perseguire strategie di discorso che diano voce al silenzio delle donne dentro, attraverso e contro, al di sopra, al di sotto e al di là del linguaggio degli uomini .
Dentro queste premesse metodologiche, che Santoro giustamente riesamina, la situazione italiana si prospetta con caratteristiche proprie, il che forse potrà almeno in parte spiegare la scarsa popolarità oggi della nostra letteratura femminile anche fra le donne.
Il contributo di queste scrittrici, erroneamente ritenute solo scrittrici di consumo, alla costruzione di un italiano medio, corrente e comprensibile, ma anche corretto e letterariamente efficace, è stato di fatto determinante. Provenienti dal giornalismo, dai supplementi, dagli Almanacchi per le famiglie, queste donne si muovono con disinvoltura e creatività in una dimensione linguistica che elabora, ma fuori dalle scuole più o meno dannunziane o vociane, una lingua di massima comunicazione e di notevole efficacia stilistica. In un paese che dal Boccaccio a Manzoni ha sempre avuto l’orrore dello “scriver male”, e quindi il culto della bella pagina, esse dimostrano che la letteratura aperta al vasto pubblico può effettivamente restare letteratura, qualcosa che la critica ufficiale in Italia non ha ancora ben imparato, così si arriccia il naso di fronte a qualsiasi best-seller, perché la bella pagina é per antonomasia per i pochi, maschile o femminile che sia, ma se di una donna sarà ancora più facile relegarla nel ghetto della trivialliterature. E i manuali scolastici seguono questa pista, limitando assai la presenza delle scrittrici nella ricostruzione della nostra storia letteraria.
I nomi scelti da Anna Santoro sono esclusivamente quelli ignorati dalla storia letteraria, anche da quella più avvertita e moderna. Un partito preso che permette proprio qui, fra queste presenze resuscitate, delle scoperte sorprendenti e se un campione può essere significativo di tutto il resto, vuol dire che questa ricerca guidata dal gusto, l’intuito e la cultura, funziona.
Le dieci autrici hanno in comune solo l’arco cronologico in cui si collocano. Infatti Eugenia Codronchi, Anna Franchi, Paola Drigo, Clelia Romano, Carola Prosperi, Maria Messina, Lina Pietravalle, Antonietta Barocco Marchini, Paola Lombroso, Anita De Donato svolgono la loro attività letteraria in varie zone della penisola e sono assolutamente sciolte da scuole o influenze, se si eccettua un vago verismo all’insegna delle pagine verghiane. Sono personalità diversissime per gusti, estrazione sociale, cultura.
Santoro ne antologizza i racconti, a preferenza delle pagine di romanzi, e non sbaglia, perché la misura breve del racconto spesso più completa e felice nella strutturazione della vicenda e nella efficacia dello stile. Non per nulla la nostra narrativa ha come capostipite un autore di novelle, il Boccaccio.
Sarebbe troppo lungo parlare per esteso di ciascuna di queste autrici e poi vogliamo lasciare a chi leggerà il piacere, che abbiamo provato anche noi, della scoperta. Va detto piuttosto che le introduzioni a ciascuna delle novelle costituiscono spesso una premessa, spesso unica, di informazione sui dati bio-bibliografici di chi scrive, un tassello per ricostruire il mosaico che l’incuria, la disattenzione, il pregiudizio hanno disfatto, ma non cancellato.