Bellissimo racconto di Maria Savi Lopez  da Leggende del Mare, 1894

Il Re del Mare e le donne cigni.

Gli dei che, secondo le mi­tologie diverse, hanno impero sul mare, sono in grandissimo numero, e molti di essi hanno aspetto spaventevole e forza meravi­gliosa. Gelosi della loro potenza si mostrano spesso nemici degli uomi­ni, che sfidano la furia del vento e delle onde; e quando accesi d’ira sconvolgono i mari e gli oceani, do­mandano ai marinai atterriti nuove vittime umane per celarle negli abis­si dei loro regni misteriosi. Moltissi­me pagine basterebbero appena per la descrizione delle loro mitiche fi­gure, e per contenere le notizie intorno al culto che venne reso loro da popoli antichi, o che ricevono anco­ra in tante regioni della terra, dirò solo di alcuni spiriti marini che sono creduti re del mare.

Fra essi deve essere ricordato il re di Gibilterra, del quale parlasi lungamente in una leggenda popolare di Corigliano calabro. Questo re posse­deva palazzi incantati nel mare, era molto potente, e la sua superbia non aveva limiti; egli era anche bellissi­mo e prode, e nell’udire quanto di­cevasi di lui si accese d’amore la bel­lissima figlia del re di Sicilia. Il padre le voleva dare uno sposo, ma essa ri­cusò tutti quelli che domandavano la sua mano, e disse che desiderava solo per suo signore il re di Gibilter­ra, e che non si sarebbe piegata mai ad accettare altro sposo.

Il re fu molto dolente nell’udire quanto diceva la fanciulla, poiché sembravagli impossibile che il caso potesse farle conoscere da vicino il re di Gibilterra; ma poi vedendo che ella era tanto invaghita di colui, che solo nel suo affetto potrebbe trovare ogni gioia, e stimando che doveva adoprarsi con tutta l’anima per ren­derla felice, credette ottimo consi­glio andare a visitare il re superbo, e vedere se gli riusciva di combinare le nozze.

Partì con molto seguito, lasciando la figlia in Sicilia, e navigò verso il re­gno del re superbo di Gibilterra.

Quando entrò nel porto della sua città si sdegnò forte, non essendovi nessuno pronto a rendergli quelle onoranze che si convenivano all’alto suo grado. Egual cosa avvenne quan­do discese nella città, e giunse innan­zi al principe, il quale lo accolse su­perbamente, non come sovrano a lui eguale nel grado, ma come un oscuro forestiere; eppure pensando all’ama­ta figliuola il re sopportò con pazien­za tanta scortesia ed acconsentì vo­lentieri a seguire il re superbo, che volle fargli vedere le meraviglie del suo palazzo costruito sotto il mare.

In quella dimora incantata erano raccolte tali ricchezze che nessuno avrebbe potuto descriverle degna­mente. Il corallo, la madreperla, la vegetazione stupenda del mare, le conchiglie bizzarre si vedevano da ogni parte, ed il re di Sicilia ammira­va tutto, pur cercando il mezzo di parlare della propria figlia, finché riuscì nel suo intento. A poco a poco, come se discorresse senza fini asco­si, ne vantò la grazia e la bontà; poi, come forse usavasi nei tempi lontani in cui avvennero i casi meravigliosi narrati dalla leggenda calabrese, il re finì col dire al Signore di Gibilterra che sarebbe altero di averlo per ge­nero. Allora il re sdegnosamente lo condusse in una sala immensa dove erano moltissime statue di sale dalle forme bellissime; e additandole ad una ad una al re di Sicilia chiese se sua figlia avesse pari bellezza, e finì col dirgli che tutte quelle donne aveano sperato di poterlo sposare.

Ora pareva al re di Sicilia che una di quelle statue rassomigliasse alla figlia, ora ne vedeva altre da lei asso­lutamente diverse; ma quando il re di Gibilterra gli fece intendere che non si sarebbe piegato a sposare la fanciulla, il povero padre, che tanto amava quella diletta sua, non seppe nascondere il proprio dolore, e disse al re che se respingeva l’affetto della fanciulla essa si ucciderebbe. Nell’udir queste parole il re superbo prese freddamente un pugnale e lo porse al misero padre dicendo:

«Se vorrà uccidersi datele quest’arme».

Sempre più dolente il padre sog­giunse:

«Se dovrà rinunziare al vo­stro affetto si strangolerà».

Il bel re di Gibilterra gli diede una sciarpa di se­ta rispondendo:

«Se vorrà strango­larsi datele questa sciarpa».

Il re di Sicilia si provò ancora una volta a commuovere il re superbo dicendo:

«Se dovrà rinunziare a voi piangerà di continuo».

Il bel re gli offri un faz­zoletto di stoffa d’oro dicendo:

«Se piangerà datele questo fazzoletto per asciugarsi le lagrime».

Il re di Sicilia tornò tristamente nel proprio regno, e narrò alla figlia quanto era avvenuto, poi, nella spe­ranza di toglierle dal cuore l’amore, provandole tutta la crudeltà del re di Gibilterra, le mostrò il pugnale, la sciarpa, il fazzoletto.

La fanciulla sentì acerbo dolore, ma non si sgomentò; prese quegli oggetti, poi chiese al padre in grazia che la lasciasse partire per un lungo viaggio, con un alto dignitario della corte. Il re versò: molte lagrime nell’udire quella preghiera, ma non sapeva negare cosa alcuna all’unica figliuola, e le concesse quanto chie­deva. La fanciulla partì per Gibilter­ra, ove conobbe la sorella del re su­perbo; costei compiacevasi nel rac­cogliere molte belle fanciulle nei suoi palazzi fatati, che erano ascosi nel mare, e fra esse volle anche la giovane viaggiatrice, che non fece conoscere l’alto suo grado, ma seppe dare prova di tanta valentia nel so­nare o nell’eseguire lavori diversi colle candide mani, che la sorella del re superbo parlò con frequenza a co­stui dell’ammirazione che provava per la giovanetta.

Il re volle vederla e andò nelle splendide sale del palazzo ove ella dimorava; le belle fanciulle, in attesa di quella visita, avean fatto sfoggio di vesti ricchissime, ed eransi con mol­ta arte adornate; la sola figlia del re di Sicilia, vestita dimessamente, ac­colse con orgoglio il re, continuando a lavorare e mostrando di non curar­si di lui. Forse a cagione di quell’in­differenza egli si accese d’amore nel vederla, e dopo quel giorno furono frequenti le sue visite alla bella sde­gnosa, che non curavasi dell’amore che gli ardeva nel petto.

Finalmente l’orgoglio del re su­perbo fu vinto, ed egli disse alla bella fanciulla che se non voleva accettar­lo come sposo si sarebbe piantato un pugnale nel cuore. La fanciulla sorrise e gli presentò subito un pu­gnale. Il re parve di riconoscere quell’arme, ma nel dolore e nello sgomento di quell’ora badò appena a questo, e disse alla fanciulla che si sarebbe strangolato per amore. Ella sorrise ancora e gli presentò una sciarpa, che egli prese con somma meraviglia, riconoscendo in essa quella che aveva data al re di Sicilia. Sentì allora nel cuore una commo­zione profonda, e per togliersi dalla mente ogni dubbio disse con voce malferma alla fanciulla, che avrebbe pianto sempre, sempre. Ella sorride­va e gli porse un fazzoletto che egli ben conosceva; allora il re superbo seppe chi era colei che sdegnava l’amor suo; con molte lagrime le chiese perdono della crudeltà passa­ta, e la pace fu conchiusa in mezzo al mare fra lui e la bella fanciulla.

Ella volle vedere il palazzo del suo promesso sposo, passò nelle sale di corallo e di madreperla e giunse innanzi alle statue di sale, pregando il re di far cessare l’incantesimo che teneva prigioniere tante belle giova­ni. Egli ubbidì; per un caso meravi­glioso le statue ebbero moto e vita, le fanciulle liberate si elevarono verso la superficie del mare per tornare nelle case lontane, e nel gaudio inenarrabile di quell’ora la terra di Sici­lia fu congiunta dall’affetto al regno del re superbo.

(ho pubblicato questo racconto in Leggendaria 1993, Pagine di Biblioteca, assieme a racconti di altri autrici che, come Maria, erano state cancellate e fortunatamente ritrovate grazie al mio lavoro per il “Catalogo delle scrittrici italiane…” 1987)

 

Maria Savi Lopez nasce a Napoli nel 1846. Musicista, poeta, narratrice, studiosa di letteratura italiana, é ricercatrice a livello internazionale di tradizioni popolari e di leggende. Insegnante, si occupa dei problemi della scuola e dell’educazione. Muore nel 1940[i].

Della sua vastissima produzione, cito: Casa Leardi (Speirani, Torino,1886), Versi (Torino 1886), Battaglie nell’ombra (Torino 1887), Leggende delle Alpi (Loescher, Torino, 1889), Le donne italiane nel ‘300[ii] (Civelli, Firenze,1890),  Fra le Ginestre (Pierro, Napoli, 1892), Nei paesi del Nord (Torino 1893), Leggende del mare (Loescher, Torino, 1894), Miti e leggende degli indigeni americani (Milano 1894), La dama bianca (Giannotta, Catania, 1899), Il  poema di Gudrun (Roma 1913), Santa Caterina da Siena (Milano, 1924), Nei regni del sole- Antiche civiltà americane (Treves, Roma, 1926), Città morte -dal Messico all’Honduras (Rinascimento del Libro, Firenze, 1931).  Nel 1890 anche Maria, come altre scrittrici dell’epoca, partecipa al Convegno di Firenze “La donna italiana” con la relazione: La donna italiana del Trecento.

In Leggende del Mare, da dove è tratto il brano che segue, Maria Savi Lopez raccoglie leggende, fiorite in tutti i tempi e in tutti i luoghi, sul mare, e le racconta con un linguaggio coinvolgente, narrandoci anche di streghe, di sirene, di fate. E’ un’opera di alta sensibilità poetica e di acuta indagine analitica, ricca bibliograficamente e sparsa di puntuali citazioni, riferimenti e rimandi a studi utili per eventuali approfondimenti della ricerca.

[i] Cfr: Anna Santoro, Narratrici dell’Ottocento, cit., biobibliografia e stralci del romanzo Casa Leardi.

[ii] Intervento incluso in : La Donna italiana descritta ... cit..