Paradiso 2006, incontri letterari. Una scia di silenzio.

Le parole di Antonia Pozzi, Trento, Biblioteca Comunale, 6-9-2006

Conferenza di Anna Santoro su Antonia Pozzi.  

 

Appunti di lettura: Che cosa è scrivere? Che cosa è scrivere il mondo?

 

Ringraziamenti per avermi invitato a questa iniziativa così importante e così vicina ai miei interessi. E’ infatti da circa trent’anni che lavoro per recuperare nomi e opere della nostra tradizione letteraria femminile, convinta che rileggere le autrici, di ieri e di oggi, significa ri-scoprire, ri-conoscere e far proprio lo sguardo femminile nelle sue articolazioni e individualità, e comprendere i modi e i motivi delle varie forme di cancellazione subita, e perfino delle letture banalizzanti e fuorvianti nei confronti di tante presenze importanti della nostra Storia letteraria, e dunque essere più forti.

A proposito di cancellazione, termine e concetto da me introdotto a sostituire quello di assenza, vorrei subito sottolineare che, a mio avviso, essa non consista tanto nella mancata citazione all’interno del corpus letterario, del sistema letterario, del Canone dominante, di opere scritte da donne, perché quel corpus, quel sistema, quel Canone, spacciati per generali e neutri, sono di parte, ma nella incapacità (e/o nella scelta cosciente in certi casi) della cultura dominante (maschile, e di classe) di leggere l’altro sguardo, di arricchirsi, grazie a esso. Tale cancellazione ha comportato per le donne la non conoscenza di una tradizione, di una forza, di una capacità etica ed estetica delle loro madri, e delle loro sorelle. Addirittura della propria, e dei suoi possibili sviluppi e potenzialità. Per tanto tempo si è ignorata la sapienza di quelle che riuscirono a creare e usare un linguaggio che desse forma al proprio sguardo, ai desideri, alle passioni, alle letture del mondo che erano capaci di fare. Si è ignorata, anche da parte di alcune autrici, la magnificenza della poesia femminile e il suo essere “altra”.

Conoscere la nostra cultura serve a noi tutte per ricollocarci in una storia necessaria, per superarla e magari dimenticarla (nell’accezione usata da Virginia Woolf), tenendo però stretti, e portando avanti, i tratti irrinunciabili.

E soprattutto desidero ringraziare per avermi offerto l’occasione di rileggere con voi la poeta magnifica che è Antonia Pozzi.

 

Il tragitto poetico di ogni poeta è sempre complesso: le epoche “parlano” la lingua e il linguaggio di chi scrive, ma la tensione a dare forma al desiderio è l’elemento essenziale. La/il poeta usa tecniche diverse per creare questa forma che però deve possedere una sostanza, una necessità del dire e delle cose da dire che, una volta dette saranno poesia.

La poesia di Antonia Pozzi è esemplare dello “scrivere (di) sé”, che ci appassiona da anni.

Scrivere (di) sé non è chiudersi nella contemplazione del sé, ma è dare forma alla relazione tra sé e il mondo, seguendo il proprio sguardo che parte da un corpo in ascolto e in attenzione.

Antonia è un corpo desiderante, ed è grazie al suo desiderio (d’amore, di bellezza, di ricerca) che è necessitata a dare forma all’incanto che nasce dall’incontro tra il suo sguardo e lo sguardo del mondo. La poesia dà forma e voce ad Antonia, costituendosi come forma del suo sguardo.

E’ questa una poetica cara a tante scrittrici, dalla Ortese alla Morante alla Lispector a tante altre, e che ci rimanda alla domanda più ampia e complessa: che cosa è scrivere? Che rapporto c’è tra scrivere una pagina e scrivere il mondo? Ciascuna delle opere delle scrittrici che amiamo è un esempio di risposta, un tassello utile a ri-creare lo scenario complesso delle scritture femminili e della essenza della cultura femminile.

In una lettera a Tullio Gadenz (p.127), Antonia sostiene che “compito della poesia” è “prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte…”, è saper dire “quello che a noi grida, imprigionato, nei cuore”. Anna Maria Ortese, nell’intervista pubblicata…….., a chi le chiede cosa sia scrivere, risponde che “scrivere è cercare la calma”, cioè dare forma al dolore prodotto dalla visione del mondo e elaborarlo. Scrivere cioè è creare una lingua capace di rappresentare il rapporto tra quel mondo visibile e la “seconda realtà”, che non è semplice immaginazione, cosa astratta e intellettuale, ma disegno di vita, visione perduta da altri. E non si tratta della funzione rasserenatrice dell’arte come nella grande tradizione classicista, ma è trovare il modo (le modalità, i percorsi, le forme) di fare vero lo sguardo, le percezioni, che dunque dicano con chiarezza ciò che prima era confuso e incombente, spaventoso, e farlo reale, come è di ogni poiein. Dire l’indicibile, e questa forma creerà altro indicibile. E’ questo il poiein, inteso come rappresentazione, formalizzazione, creazione e percorso di crescita che altrove ho chiamato: il cammino dei desideri. Si pensi di nuovo alla Ortese e alla citazione fatta, alla quale segue: “se ci fosse la pace nel mondo forse non avremmo bisogno di scrivere”. In altra lettera a Tullio Gadenz, Antonia (p. 132) scrive: ” …non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un’adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo, Tullio, alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue…” (dovremmo leggerla tutta: è la sacralità della poesia, il suo essere momento di Dio, nel senso di svolgere la sua funzione creatrice. La stessa relazione d’affinità con altri è momento di poesia: ricordo il rapporto tra innamoramento e incanto).

Anche all’amica Lucia, alla quale, come è solita fare, manda i suoi testi, scrive (p. 153): “Povere parole, asciutte e dure come i sassi e come gli ulivi; oppure vestite di bianchi veli strappati. Do a loro l’incarico di dirti quali siano la mia vita e il mio cuore di ora…”. (Leggere testo p. 191, Preghiera alla Poesia, e p. 224).

A Antonia Pozzi o a Anna Maria Ortese, a sconvolgere l’anima la testa il pensiero, a dettare la necessità della scrittura e di quei modi di scrittura, non sono temi intellettuali, convinzioni ideologiche, ma il corpo, il vissuto della vita, le necessità esistenziali, il sentire la felicità e il dolore. (E ricordiamo Virginia e le fotografie di guerra, o la sua nozione di letteratura come “tela di ragno”). L’etica di una scrittrice come Antonia (o Ortese, o Morante) sta nella sincerità nel leggere e dare forma al proprio sguardo, accettando fino alle estreme conseguenze di consegnare alla scrittura la propria lettura del mondo. E’ questa funzione poetica e fare politica. Anche la rappresentazione del rapporto tra realtà vera e realtà sognata ci ricorda altre grandi, o la realtà percepita come ricordo, o come riflesso, finzione. Nei Diari più volte Antonia rivendica la sua realtà contrapposta a quella convenzionale. E’ il rapporto col mondo, la priorità data alla vita, al mondo degli affetti, alla passione per persone e luoghi e cose, alle relazioni, alle percezioni, che fa scattare la necessità di dare forma a “ciò che è dietro le cose”. La poesia dà forma alla passione per il mondo, alla sofferenza, grazie alla ricchezza della scrittura che fa sì che lo stesso sguardo della poeta divenga la cosa guardata. La cosa sta nelle parole per dirla. Le parole danno forma alla cosa e sono la cosa. Così Antonia diviene la montagna, l’erba, il lago, il mare, la bellezza. (riportare:  p. 8, 16, 24 +28 o 159).  Questo significa il “morire nella scrittura” (Cixus): la verità che si svela (che si vede) è insostenibile. Da qui la contraddizione (la consapevolezza) insita in Antonia, in Ortese, in altre, di quanto sia irrinunciabile l’esercizio della scrittura e allo stesso tempo di quanto sia cosa “inutile”, sia uno “scrivere per sé” (che è l’unico autentico). E tanto maggiore è questa coscienza tanto maggiore è la ricerca e la creazione di una scrittura “visionaria”. La scrittura delle poete è in questo senso massimo controllo, massima libertà, massima finzione.

Per realizzare questo svelamento della realtà, Antonia, come altre (Fausta Cialente o Elsa Morante), usa spesso le descrizioni, parte da e accoglie ciò che vede: attorno e dentro di sé.

Le descrizioni sono la rappresentazione dello sguardo che, partendo da un corpo collocato in uno spazio, questo spazio esplora. Le descrizioni contengono il corpo che le nomina e le ritrae. Lo spazio è lo spazio del corpo che si autonomina e crea relazione col mondo. Se penso ad Antonia (e ad altre) nell’atto della scrittura, la vedo guardarsi attorno e toccare con lo sguardo e con la parola ciò che, appunto, è attorno. Potrei anche dire: la vedo tesa ad accogliere le cose, le persone, gli eventi, che si svelano grazie alla poesia.

Il tempo fermato è momento di attenzione, incanto. Lo spazio e il tempo narrativo e narrato si intrecciano nella pausa dello sguardo che in questo modo crea il mondo, racconta le luci e le ombre, il poco chiaro, il buco nero, la sottigliezza, il doppio, accogliendo e svelando la relazione tra sé e il mondo. Racconta il “qui ed ora” del desiderio. L’estasi del presente della Zambrano, è, come annota Annarosa Buttarelli, “stato di continua e necessaria relazione con ciò che è qui e ora così da rendere il tempo incessantemente presente […] e questo permette di portare alla luce l’invisibile del presente, invisibile che spesso si offre come una possibilità non percepita dal senso comune”.

Questa modalità comporta, in Antonia come altre poete e intellettuali, inquiete e non dogmatiche, una profondità dura e sofferta, che potrebbe apparire (ad alcuni) rinunciataria, e invece è poesia. La consapevolezza a volte amara di vedere (e sapere) troppo si scioglie nel poien, e l’artista, creatrice, disegna, immagina, vede, la vita possibile. La “vita sognata” non è un’astrazione, e neanche una pura utopia, ma è la raffigurazione di ciò che potrebbe essere, che è nella coscienza della poeta. Di questo scrive Antonia (p. 68),  e questo rivendica nella lettera a Cantoni (col quale ebbe una breve relazione finita nel nulla nel 1935, p. 190 e seguenti). Scrive del suo essere borderline, ai ‘margini della vita reale’, e aggiunge che se la vita reale l’avrà, ‘sarà la fine di tutto quello che c’è di meno banale in me’. Antonia comprende presto che la relazione col mondo, con ciò che del mondo si sa, è complessa, e tutta la sua vita, il suo dolore, la sua ricerca d’amore e di corrispondenza e accettazione, è la ricerca di altri sguardi che confermino (e diano forza alla) sua visione del mondo e delle cose.

Dunque, la realtà disegnata e intuita (e svelata contro l’immagine che di essa altri danno) grazie all’immaginazione, alla propria dimensione etica, alla capacità di com-prensione e alla creazione di un nuovo linguaggio,  è la realtà che sarebbe possibile se…, ed è necessitata, resa necessaria dal desiderio e dall’attenzione e, spesso, alternativa al mondo “normale”.

E’ chiaro perché Antonia, come altre grandi e l’elenco è lungo, è di necessità antagonista alle “norme”, al “principio di realtà”, ai canoni letterari e comportamentali, fino a mettere in crisi la stessa nozione di realtà, come oggetto-visione a tutto tondo. Dipende dallo sguardo che la guarda, dalla forza dello sguardo, dalle motivazioni di quello stesso sguardo (Borges e la mela).

Le sue poesie, elaborate lungo almeno un decennio, lontane dall’essere ‘spontanee’ o ‘naive’, sono colte, articolate. Qualche critico ha notato che richiamano poeti e poetiche importanti (ermetismo, Ungaretti, Carducci, Montale, perfino D’Annunzio), ma c’è molto di più: ad Antonia, come ad altre, è stata imputata da alcuni una scrittura emotiva, fragile, sentimentale, femminile nel senso che un tempo si attribuiva al femminile. In realtà, è una scrittrice scomoda, inquietante, pericolosa, come tutte le grandi, in primo luogo per la fisicità e sensualità della scrittura e delle immagini, e, assieme a ciò, per la capacità di raccontare lo sguardo, il suo, e di rappresentare, assieme al pensiero, colori, sensazioni, percezioni, inventandosi un linguaggio poetico, una forma poetica. Trovo fuorviante e sciocco, come hanno fatto a lungo certi critici, qualificare, quasi fosse una diminuzione, le opere delle donne come scritture che nascono dal quotidiano: la vita viene prima della scrittura e la scrittura nasce da desideri che partono dalla vita.

Antonia riesce a dare forma alle sue ferite, ai suoi ardori, a quelle vertigini di fronte alla natura, all’amore e alla passione, alla dolcezza delle vite semplici, allo strazio di fronte agli orrori della politica del fascismo, mai in modo intellettuale o ideologico, ma sempre partendo dalla relazione che intesse, o vorrebbe intessere, col mondo, dal benessere o dalla sofferenza che avverte.

Temi costanti sono il contatto fisico col mondo, i desideri semplici e però urgenti di questo io, soggetto tenuto ben presente, che è prioritario di fronte a tutto; la concezione dell’amore (nelle poesie scritte per Cervi), che sta nel “camminare insieme”, nello scambiarsi doni per essere sostegno, valorizzazione reciproca, superamento della individuale solitudine (es. p. 22), e, quando è vissuto con sicurezza, è come un lago, calmo, accogliente (es. p. 30); lo spazio e la descrizione (come annotavo prima), cioè la rappresentazione di un mondo grazie alla percezione del corpo curioso e sensualmente attratto  dai segni del mondo stesso; il desiderio di purezza, di bontà, pace, verginità (Non so p. 154, p. 168), il rimpianto per la vita sognata, la decisione di aprirsi al mondo, il grande sacrificio di negarsi la maternità. (es. p. 109, 326 e 327); i testi dedicati alla Poesia (Preghiera alla Poesia, p.191, 224. E le lettere soprattutto a Tullio Gadenz sopra citate) e a cosa sia scrivere, a cosa sia la Poesia per lei.

Grazie a metafore straordinarie e d’invenzione che riescono a offrire con immediatezza la forza delle sue passioni (es. p. 15, le lacrime…), Antonia dà vita alla voce che è linguaggio dei corpo, dà vita a se stessa che, prima della poesia fatta, è anch’essa senza voce, dà vita a cose che appaiono mute e insignificanti a sguardi non colmi di meraviglia e di passione, non veicoli di percezione e di relazione profonda, resi ciechi dalla banalità, dall’assuefazione, dalle norme.

Quella grazia, quella bellezza, quell’innamoramento della bellezza, della natura, della montagna, e dunque di se stessa, che è parte di ciò che vede, e dei fiori, degli animali, dei bambini, e di uomini, donne, della nonna Nena, come leggiamo nel Diario, nelle Lettere e nelle Poesie, vengono catturate e restituite grazie a un lessico semplice, pulito, che nomina colori, gesti, emozioni, vertigini di passione, di pietà, di dolore, e che si dispone in ritmi nuovi e sapienti. Il verso libero, ricco di enjambement, risulta da spezzature in varie misure di endecasillabi, ora in versi lunghi e narrativi ora in brevi e ritmati, con assonanze interne, con rime da filastrocca o con un ampio aprirsi della musica che non è melodica ma fatta di pause, del largo fluire del suono, interrotto inaspettatamente dalla secchezza di chiuse dure.

Dunque, è vero: Antonia, nel suo poetare e nel suo vivere, è scandalosamente femminile, nel senso che la sua percezione del mondo guida ogni suo passo, ogni suo silenzio, ogni sua parola, ma ancora ignora, dati i tempi e la giovane età e gli ambienti di riferimento, di appartenere ad un‘altra cultura, a un altro genere.

E, a un certo punto, avviene una frattura (troppo profonda per essere ancora superata) tra il proprio sguardo, il proprio desiderio, la propria visione, e il mondo nudo, distruttivo, che non offre salvezza. Pur essendo una donna colta, coraggiosa, propositiva, e anche cocciutamente sicura di sé, non ebbe modo di accogliere davvero la propria grandezza (pur avendone coscienza, come si legge in tanti suoi testi) e non ottenne, non cercò, riconoscimenti, rassicurazioni, sostegni, anzi. Troppo giovane, troppo oppressa da una famiglia borghese e chiusa e ancora di più da una società patriarcale e convenzionale, troppo turbata e disorientata dalle convinzioni del gruppo di intellettuali di riferimento, moderno e rivoluzionario ma rigorosamente maschilista e dunque selettivo verso chi era fuori dalla sua comprensione, troppo distrutta dall’orrore del fascismo.

 

Come tante grandissime poete e scrittrici (Virginia Woolf, Silva Plath, Marina Cvetaeva, Anne Sexton) e tante protagoniste di opere di donne (anche in quelle di uomini, ma la rappresentazione delle motivazioni sono profondamente differenti), Antonia muore suicida. A 26 anni, una ragazzina.

E questo è un motivo in più per accostarsi alla biografia con pudore, cautela, accogliendo con prudenza e rispetto dai suoi scritti (Lettere, Diari, oltre che le Poesie) quelle vertigini d’amore, quelle professioni di umiltà eccessive, e prendendo insieme quel suo essere figlia desiderosa di tenerezza e di rassicurazione (ma non disposta a pagare una sudditanza non richiesta e distruttiva), quell’essere un’amante umile e appassionata (ma non fino al punto di abiurare le proprie idee, il proprio sentire, le modalità di un’intelligenza aperta, sensibile, curiosa). Antonia è

Antonia è la testimonianza della impossibilità (e del rifiuto) di essere normale, per chi dentro di sé non ha norme e sente invece l’urgere della vita, l’esistenza di una realtà viva, vera solo per i propri occhi. Creatura ardita, tenera, proprio per il suo essere grande poeta, cioè per quella stessa capacità di leggere e di scrivere il mondo, è fragile, solitaria. L’avventura dello sguardo è sempre questione affascinante e pericolosa. Per sé e per gli altri. Per il padre, la madre, l’oggetto del suo amore, il prof. Cervi, gli altri amori, gli amici intellettuali (e anche tanta parte del mondo culturale oggi), che invano cercarono di normalizzare la sua scrittura e la sua passione di vita esercitando delle vere e proprie violenze e rifiutandosi di valorizzare a pieno una poeta della sua statura. E per se stessa, che non ebbe modo (per la sua età e per la sua epoca) di riflettere a pieno su ciò che invece andava magnificamente prendendo la giusta forma in poesia. In tutta la sua ricerca esistenziale, Antonia cerca la realizzazione del sé, l’uso pieno delle fantasie, della sensualità, dell’intelletto, lo svelamento di una identità che, potrebbe apparire strano, comporta una sorta di annullamento del sé individuale (ricordiamo Leopardi e l’Infinito e in altro modo ancora il “morire nella scrittura” della Cixus). E ci riesce nella scrittura, non nella vita.

Si tratta del mistero del rapporto tra scrittura e vita di una poeta vissuta in anni complessi. Milano del primo 900 conta presenze e movimenti importanti, ma anche un’aristocrazia e una ricca borghesia convenzionale, reazionaria, ipocrita, classista e sessista, che permette e poi appoggia, o non contrasta, l’affermazione del fascismo incluso le leggi razziali e le prime avvisaglie di guerra. E’ un’epoca in cui troviamo presenze femminili di grandissima levatura che ebbero il coraggio, la forza e la sapienza, di vivere il proprio sguardo, di cercare un linguaggio consono a dargli forma e che però, proprio per questo, furono contrastate, non valorizzate, perfidamente dissuase a testimoniare la propria capacità, o addirittura, come nel caso di Antonia Pozzi, violate e costrette ad abbandonare. Antonia, nella sua solitudine, in una società così perfida, intuisce la verità, e le dà forma in poesia, ma, nel suo vivere, non riesce a liberarsi dello sguardo dell’altro. Cioè nella vita quotidiana non riesce sempre a partire da sé con orgoglio e sicurezza. Il miracolo sta nell’essere poeta, nell’essere capace di dare forma e dunque svelare la sua condizione: quella di una giovane donna dell’inizio del secolo scorso.

 

Antonia Pozzi nasce nel 1912 a Milano dalla contessa Lina Cavagna Sangiuliani, discendente da Tommaso Grossi, e da Roberto Pozzi, ricco avvocato milanese. I genitori sono presumibilmente belli, certo ricchi, moderni nell’accezione di quei tempi (viaggiano, hanno vite indipendenti, vanno in vacanza anche separatamente, hanno amici, frequentano feste…), e offrono alla figlia l’educazione consona alla sua posizione sociale (ottime scuole, lezioni di pianoforte e disegno, studio di lingue straniere, pratica di vari sport). Antonia ragazzina tenta, lo vediamo con chiarezza nelle lettere, di adeguarsi all’immagine di gaiezza da interpretare a beneficio dei genitori (e continuerà a usare questo tono nelle lettere ai genitori, non parla mai di problemi o di malinconie), ma in realtà è inquieta, curiosa, ardente, impaziente di usare la propria passione per la vita, la propria sensibilità, la propria autenticità, attirata dalla fisicità della natura, desiderosa di una spiritualità non staccata dal mondo, dalle cose, ma che le accolga, le sveli, le veda nella loro profonda essenza. E’ innamorata dell’infinito, della natura, della passione che c’è nella bellezza, della ricerca (di sé, del mondo, della realtà, dell’amore, della poesia).

Leggiamo: contatto fisico col mondo (p. 8, 16, 24). In questi testi, e anche in altri, troviamo i desideri semplici e però urgenti, di questo io soggetto tenuto ben presente, prioritario di fronte alla conoscenza. Anche in altri testi, lei, così innamorata della filosofia e della ricerca intellettuale, rappresenterà la priorità della esperienza affettiva, della realtà dei comportamenti, della forza della natura, di fronte alla razionalità della filosofia, alla freddezza del sapere intellettuale.

Di fronte a questo “sentire” i genitori si rivelano subito distanti, inadeguati. La madre, fredda, stretta in comportamenti convenzionali, non comprende la qualità dell’anima di Antonia e non le è vicina, complice; il padre, vanesio, severo, è a suo modo orgoglioso della figlia, a patto che sia come lui la vuole, che faccia ciò che lui reputa giusto. Altrimenti non esiterà a violare i suoi sentimenti, i suoi desideri, i suoi scritti. (Scrive Alessandra Cenni, che più di ogni altra ha studiato Antonia Pozzi curando anche le edizioni dei suoi testi (poesie, lettere, diari): “…i quaderni su cui scriveva con calligrafia netta ed elegante furono trovati dopo la morte, corretti, manipolati, cancellati in intere parti, per costringerla entro schemi convenzionali e soprattutto censurare i punti dove esprimeva la sua sconveniente passionalità”. dove?) Questa anima appassionata, idealista e romantica, s’innamora del professore di lettere al Liceo Manzoni di Milano, Antonio Maria Cervi, amore proibito dai genitori, soprattutto dal padre, e debolmente difeso dallo stesso oggetto del suo amore, che dalle lettere di Antonia appare uomo complesso, studioso solitario, profondamente religioso, e anche moralista, chiuso, orgoglioso, debole.

Le caratteristiche della figura paterna, un Potere che non l’accetta così come essa è, si reitera nella figura di Cervi, che anche avrebbe voluto altro da lei (quella assenza di passione, impossibile per Antonia), e nelle figure dei suoi amici intellettuali che non compresero mai la sensibilità e la capacità effettiva di Antonia, oltre che il suo valore poetico.

Nelle lettere, bellissime, ma che non sono poesia, Antonia mostra la sua fragilità di donna cui accennavo prima. Nel 1929 ancora si rivolge a Cervi con il “lei”. Il tono è umile, Antonia promette di pensare a Dio, concorda con lui che le donne non valgono nulla, e che, quando valgono qualcosa è perché possiedono qualcosa di virile, ma scrive anche: “è terribile essere una donna ed avere 17 anni… Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi” p. 62. Un anno dopo, lo chiama “piccolo mio”: si sono baciati ed è la prima volta per lei. Il suo amore è fatto anche di desiderio, ma, ammonita da lui, cioè repressa, Antonia professa la volontà di renderlo “puro”: da ragazzina sognava baci, confessa, ma era cattiva; ora, quando lo bacia, la sua anima è limpida come l’acqua. Insiste sulla necessità di difendere il loro amore, perché nessuno, nemmeno il padre o la madre, hanno diritto di troncare un tale sentimento. p.66- 68. Ma già nel 1930 emerge il problema religioso. Lei si tormenta finché non capisce, gli scrive, che può essere buona anche se non crede in Cristo-Dio, ma in Cristo-uomo (p.70), e, nella lettera successiva (1931) professa la strada del “dover essere” (!!!), cioè di porre fine a quella giovinezza desiderosa di “ebbrezza egoistica” e consacrare la sua vita al bene e a lui, Cervi. La lettera si chiude con un elogio del padre, del quale, scrive, ha sempre avuto paura ma che invece è tanto buono. (p. 72) Nel 1931 scrive lettere gaie alla madre, al padre e piene di riflessioni a Cervi da Repton, dove è per imparare l’inglese, in realtà mandata dai genitori per allontanarla da lui (che invece incontrerà a Londra). Antonia racconta all’amica Lucia che non lui non risponde alle sue lettere, e aggiunge: “Egli è terribilmente malato, e io dispero delle mie forze… Eppure, quando saremo vicini, il mio amore lo salverà” (!!!). p. 86. Questa mistica del sacrificio è segno di ingenuità ma anche esemplare di tanti innamoramenti adolescenziali di quella epoca e anche di quelle successive (perfino oggi capita ancora di sentirla (!!). Più avanti, nel 1932, varie lettere a Cervi (p. 112-122), tutte tristissime e tenere. Il padre deve aver minacciato e lui si è ritratto. Antonia scrive: “bisognerà che tutti e due (la sottolineatura è sua) siamo forti e costanti, che nessuno di noi vacilli, che entrambi cerchiamo di deporre fino all’ultima stilla il nostro orgoglio…”. Eppure comprende che, oltre il padre, c’è qualcosa dentro di lui a farlo vacillare. Cervi avrà addotto come scusa il fatto che lei non è religiosa, che gli ha mentito. E qui c’è uno scatto di Antonia che rivendica “bontà” e “moralità” sua propria e non perché Dio lo vuole. Ancora: l’uomo l’accusa di essere “verbosa”, brutta quando piange, fastidiosa, falsa. E lei risponde che invece è impulsiva e sincera, e che la verità è che non si sono mai toccati nell’anima, e che se lui pensa questo vuoi dire che non l’ha mai capita, ascoltata. Antonia è intelligente, sa usare le parole, i pensieri, la psicologia. Capisce la differenza tra loro, ma insiste nel sogno. Nel 1933 (p. 137) è lei, timorosa delle minacce fatte dal padre nei riguardi di Cervi, a chinare la testa. In realtà razionalmente sente inevitabile la rottura. Ma si ripete che se lui avesse osato… E comunque (p. 140) spiega che anche la rottura può essere sacrificio fatto sapendo che, al di là della realtà apparente, loro sono in comunione, dunque non c’è la fine di un amore ma l’impedimento alla sua realizzazione. Nella sua esaltazione, nel desiderio di non urtare il padre ma contemporaneamente di immolarsi a questo sublime amore, a lei andrebbe anche fare la vedova bianca!!!! Nel 1934 (p.159), racconta di averlo chiamato “solo per sentire la sua voce” e lui al solito l’ha accusata!! La lettera è bella. Antonia anche qui scrive del bambino mai nato, presente anche in poesie che alludono al suo grande sacrificio di negarsi la maternità (es. p. 109, 326 e 327), e non è chiaro se si sia trattato di un aborto o di un aborto del desiderio, un sogno mai vissuto ma così concreto da parlarne di continuo. Questo bambino forse mai concepito (non lo sappiamo con certezza assoluta) è un’immagine bellissima. Leggiamo: 173, 201, e ne La vita sognata, p. 319, 326.

E infine, essendo stata respinta da Cervi come tentatrice carnale, a causa dei suoi “baci impuri”, fustiga ora la propria sensualità. (Ma nei Diari, p. 37, scrive che negare il desiderio è abdicare alla propria personalità).

Altre storie d’amore ci saranno (Cantoni, il giovane operaio) e alcune affettuose e importanti amicizie con donne, soprattutto con Lucia Bozzi (alla quale manda copia delle sue poesie), Elvira Gandini, e con la nonna Nena, nipote di Grossi, ma nessuna relazione è in grado di appagare la fame di amore e di tenerezza della poeta. Che trova invece una dimensione autentica nei periodi che passa a Pasturo, dove gode della campagna, della montagna, delle passeggiate in bicicletta, della frequentazione della gente del posto, e dove ha il suo studio amato, con le fotografie di viaggi alle pareti e i libri della sua ricca biblioteca (da Flaubert a Dostoevskij, da Joyce a Rilke e Mann, da Pirandello a D’Annunzio, e poi Valery, Eliot, Pound, Ungaretti, Montale). (A proposito di Pasturo: nella lettera a p. 188-189, del 1935, a Remo Cantoni, parla del senso di appartenenza, di memoria, di autenticità che è per lei quel posto. E il contatto con la bellezza delle sue montagne risponde perfettamente a quella ricerca di assoluto, di purezza e di ardore, di appassionato amore per la vita, di urgenza di contatto fisico con il mondo, tutti elementi che già in quegli anni prendono forma nelle sue poesie come abbiamo constatato dalla lettura dei testi.)

Nel 1930 Antonia s’iscrive alla facoltà di filologia dell’Università di Milano per seguire quegli interessi filosofico-letterari nutriti da consigli di lettura di Cervi e successivamente stimolati dalla frequentazione di intellettuali quali Anceschi, Manzi, Bonfanti, Cantoni, (che sono gli amici di quegli anni, assieme a Sereni, l’unico con cui, scrive A. in una sua lettera, lei senta di camminare alla pari), e dalle lezioni del professore di Estetica Antonio Banfi con il quale Antonia si laureerà. Anche costoro però, come anticipavo prima, non comprendono le capacità di Antonia, le rimproverano un animo e una scrittura troppo femminile, sentimentale, e perfino Banfi (annota Alessandra Cenni), che pure la stima, nel pubblicare, dopo la morte di Antonia, la sua tesi su Flaubert, accosta Antonia a Madame Bovary, fraintendendo le inquietudini della poeta con quelle di una donna frustrata, innamorata del sogno e dell’evasione. E a me sembra, ripeto, che anche in questo caso, non si tratti solo di incomprensione riguardo la sua forza e riguardo le innovazione delle sue notazioni, sì invece di incapacità di riconoscere e rispettare la diversità, di esserne incuriositi, di sforzarsi di comprenderla.

Da tutto questo Antonia è ferita, delusa, e, non sapendo (non può saperlo dati i tempi e il suo stesso quotidiano) che questa incomprensione è propria degli uomini nei confronti delle donne, come annota Alessandra Cenni, non riesce a scostarsi dall’immaginario maschile che in quegli anni nutrono i suoi amici. (Ma  nel Diario, p. 39 (1935) si rimprovera per aver mostrato i suoi versi a Banfi e fa riflessioni importanti sulla sua insicurezza). L’identificazione con Tonio Kruger, che fa Antonia di se stessa, è indicativa (Diari, p. 44). Il contrasto tra vita borghese e arte e la connessione tra questa e la malattia che in quegli anni affascina tanti e in particolare il gruppo dei suoi amici di Corrente influì su Antonia. (Che però gioca con loro a qualcosa che non è: cfr. Diari, p. 41. E cfr. P. 43 sul relativismo, e p. 47 sul suicidio e quindi “il dolore nasce sempre da uno sbaglio”, p. 48).

Dopo la laurea, Antonia viaggia in Europa: Parigi, Berlino, Vienna, Londra, perfeziona la conoscenza di lingue straniere (inglese, francese, tedesco soprattutto: traduce Rilke), sperimenta l’arte della fotografia (merito del volume dei Diari è anche quello di farci conoscere quest’altro linguaggio poetico di Antonia che, lontana dall’essere una difettante, anche con la fotografia riesce a leggere lo spazio, fermando il tempo) e continua a scrivere poesie. Nel 1938 comincia ad ideare un romanzo storico sulla Lombardia, ne scrive alla nonna chiedendole notizie, racconti. Altre esperienze importanti in questo periodo sono l’insegnamento e la relazione con i suoi ragazzini (lettera p. 240) e l’inizio di una militanza politica, o per lo meno di un impegno sociale in favore della gente del popolo: operaie, contadini. E’ invitata da Banfi a tenere due conferenze presso l’Università su Huxsley. Insomma, apparentemente, è piena di entusiasmo e di progetti. Scrive a Alba Binda (p. 251), raccontandole la felicità di quel momento così ricco, accennando anche ad una storia sentimentale (con Dino Formaggio), accettata da lei con prudenza e che comunque le fa piacere.

Ma arrivano le leggi razziali contro gli ebrei, i proclami di guerra, e il regime mostra il suo volto più spietato e repressivo. In una lettera a Paolo Treves, uno degli amici costretto a lasciare l’Italia, Antonia confida il suo dolore e il suo sgomento (p. 266-8) per gli eventi pubblici. Ma, nella stessa lettera, racconta del suo nuovo amore, parlandone con calma e sicurezza: lui è diverso dagli altri (insegna ma è figlio di operai), la storia è diversa, fanno cose insieme, hanno interessi comuni, anche politici, girano per i paesi in bici. Sa che ci saranno problemi per la differenza di classe, ma si dichiara pronta, serenamente, a lottare quando sarà il momento.

E invece qualcosa accade a rompere l’equilibrio. Antonia si rifugia a Pasturo, dalle sue “mamme montagne” (Diari, p. 50), dove, il 4 dicembre del 1938, si uccide.

 

Antonia Pozzi in vita non pubblicò nessuna delle sue opere; la raccolta di poesie Parole fu data alle stampe nel 1939 (con Mondadori, ma è un’edizione privata). Dopo verranno le edizioni Mondadori (1945, 48, l’ultima è del 1964 con l’introduzione di Montale che la considerava la nostra più grande poeta) e nel 1985, Alessandra Cenni inizia con Vanni Scheiwiller la pubblicazione sistematica delle opere, poesie, diari, lettere, che coinvolsero altri editori come Garzanti e Archinto e che culminarono nel Cinquantenario dalla morte con la pubblicazione dell’intera opera poetica oltre alle Lettere e ai Diari.