Maria Natale Orsini

 Ho conosciuto Maria Natale Orsini anni fa, quando lavoravo a Scrittrici, un saggio per La Campania del 900, a cura dell’Istituto Croce. In quell’occasione, lessi Francesca e Nunziata e ne rimasi folgorata. Chiamai l’autrice e lei m’invitò a Torre Annunziata. Dalla sua casa mi portò a pranzo in un rinomato ristorante sul mare a Torre del Greco, dove gustammo piatti a base di pesce, comprese le deliziose pastelle ai gamberi di cui ci scoprimmo entrambe golose, e poi ai magnifici scavi archeologici di Oplonti, di cui mi fece notare in particolare quel cardellino meraviglioso. Era una donna mite e gentile, consapevole di sé, del suo lavoro, ma anche commossa per l’attenzione, quasi stupita. A chi successivamente mi chiedeva: ma com’è Maria Orsini da vicino?, rispondevo: ha occhi di bambina. Dopo il secondo libro, Il terrazzo di Villa Rosa, dopo che oramai eravamo amiche, quando uscì La bambina dietro la porta, il titolo mi fece sorridere. Ero certa che sarebbe arrivata una storia della bambina Maria e fui quindi felice di presentarlo al pubblico, come presentai anche Cieli di carta, del 2003.

Tutte le opere di Maria Natale Orsini sono affascinanti e hanno avuto fortuna, ma Francesca e Nunziata, l’ho ripetuto più volte, è un capolavoro assoluto, un romanzo che rappresenta ciò che cerco nelle scritture delle donne.

Tradotto in moltissime lingue, ha venduto non so quante copie in tutto il mondo, ha vinto importanti premi, ma: anche Maria Natale Orsini è una scrittrice cancellata dalla memoria.

 Nel 1995, Maria Orsini Natale, pubblica Francesca e Nunziata (Anabasi, Milano, poi riedito e accompagnato nel suo grande successo da un editore intelligente e sensibile, Avagliano, Cava de’ Tirreni, 1998) che, finalista al Premio Strega, vince nello stesso anno il Premio Oplonti e il Premio Domenico Rea e, nel 1996, il Premio Chianti Ruffino. Nel 1998 esce il secondo romanzo, Il terrazzo di Villa Rosa (sempre con l’editore Avagliano), che conferma l’altissima qualità della scrittura di Maria, il felice connubio tra intelligenza, cultura e fisicità, tra doti affabulative, recupero/conservazione della memoria e utilizzo del ritmo orale, tra conoscenza raggiunta grazie alla ricerca e sapienza accolta dalla vita vissuta. Nel 2000, è pubblicato La bambina dietro la porta, nel 2003 Cieli di carta. Per ora mi fermo su queste opere.

 Francesca e Nunziata rilegge la Storia attraverso la vita di due donne, Francesca e Nunziata, e racconta, lungo l’arco di un secolo, dal 1848 al 1940, le vicende di una famiglia, l’avvicendarsi di generazioni, gli eventi storici che colpiscono e segnano il Sud. Così diviene rappresentazione di un popolo, della operosità meridionale, della capacità della impresa familiare, della creatività e della passione dell’attività artigianale. La produzione della pasta trova in queste pagine la sua epopea: produrre la pasta è saper leggere i segni della natura, prevedere la pioggia, la siccità, il calore, l’umidità. E’ sapienza, cultura. Che entra in crisi con l’avvento delle macchine, con la competizione con un Nord industriale, con la inevitabile lenta sottrazione dell’antica arte artigianale che in parte saprà trasformarsi e “reggere il mercato”, conservando una sorta di nostalgia per lo stile, le relazioni, i saperi di un tempo. Del rapporto tra cibo e cultura, sottolineo, Maria non ripete il luogo comune (la cultura del cibo), dice di più: il nostro cibo è cibo di cultura, è cibo == uguale == cultura. Da qui, per esempio, la descrizione minuziosa di come si fa la pasta (le regole che bisogna conoscere e seguire, gli strumenti da usare), di come si cucinano i cibi (istruzioni che troviamo anche in altre scrittrici, dalla Serao alla Ramondino). 

Francesca e Nunziata, una dopo l’altra, diventano imprenditrici, e, insieme, rappresentano, ciascuna di esse, il fulcro della famiglia e dell’impresa, il centro di calore e amore. Il loro rapporto è proprio della genealogia femminile (altro punto centrale della scrittura di Maria, profondamente segnata dal genere, oltre che dalla meridionalità) che, neanche sfiorato dai litigi dei parenti, crea un profondo e pudico legame tra le due donne e tra esse, la terra, il lavoro. Ne viene fuori in tutti i libri una lettura eccentrica (di cui, in occasione di discorsi generali sulle scritture delle donne, ho scritto spesso), che sposta lo sguardo su più tematiche (intrecciate). E’ eccentrica la lettura della storia della nostra terra, nuova e appassionata, è eccentrica (ma ripeto: connessa all’altra) la lettura di genere. Maria è fuori dai canoni. Dice il valore di una civiltà intelligente, produttiva e generosa, dice la funzione centrale delle donne nella nostra cultura e nel mondo, legge in modo eccentrico il senso (e i non sensi) del processo unitario, le modalità del formarsi della camorra e del malaffare, le ragioni di mentalità e di atteggiamenti che diventano autodistruttivi se (e proprio perché) non sono liberi di dispiegarsi. E racconta (ancora in modo eccentrico) la forza e la centralità delle donne. Che non vediamo mai, anche attraversando vicende dolorose, malinconicamente ripiegate su sé stesse, mai perdenti, risentite o, peggio, lamentose. Lo sguardo di Maria (e quelli di Francesca e Nunziata) che si posa sul mondo, sulle sue trasformazioni, è sguardo tutto femminile, forte, resistente, duro, è sguardo del femminile meridionale che, lontano dall’essere sguardo di schiava, come tanta letteratura (maschile e di qualche gregaria) ha voluto raccontare (ma, per esempio, Matilde Serao già ridisegnò ruoli e sostanza del maschile e del femminile), è sguardo di padrona, di colei che genera, ha le chiavi della dispensa, mette le cose a posto e soffre direttamente gli strazi del vivere senza la decantata mediazione protettiva e rassicurante degli uomini che in realtà sono fragili. Soggetti forti dunque sia le scrittrici sia le protagoniste della nostra tradizione.

L’ampiezza della parabola, l’articolarsi delle vicende, il moltiplicarsi dei personaggi, danno dunque modo a Maria di leggere la storia della nostra terra in maniera nuova e appassionata. Le metafore nuove e illuminanti, anch’esse testimoni delle tradizioni, degli usi, dei caratteri popolari, gli omaggi alla lingua napoletana (a tratti nel discorso diretto o come citazione), la capacità di fermare e rappresentare i gesti dei personaggi, i moti dell’animo, grazie a parole-figure, a immagini più che a idee, a elementi connotativi e poetici più che intellettuali o denotativi, le permettono di compiere questa straordinaria lettura del dire, dei fare, dell’essere, della filosofia meridionale, apparentemente semplice eppure frutto di lunghe meditazioni, e di scrivere un’opera dove il recupero della cultura meridionale in senso alto e ricco avviene grazie a uno sguardo profondamente femminile che parte da sé, e, con semplicità, leggerezza, ironia (che poi è proprio una qualità della cultura meridionale che lei racconta), accoglie in sé persone e relazioni, senza mai cadere nella stucchevole rivendicazione di pregi negati, né nell’idilliaca nostalgia del passato.

Anche il secondo libro, Il terrazzo di Villa Rosa (Avagliano, Cava de’ Tirreni, 1998) conferma le qualità di questa straordinaria scrittrice. Intessuto anch’esso di memoria, di ricordi, solare nella scrittura (anche qui luminosità, colore e calore si fondono) Il terrazzo di Villa Rosa ha in più questa impronta malinconica perché qui Maria rappresenta (e si interroga su) un passaggio, una svolta dolorosa: l’ultima guerra, la resistenza, il dopoguerra, il presente (gli ultimi anni del secolo scorso). Anche qui il rapporto tra il vivere quotidiano rappresentato attraverso gesti semplici ed eventi che potrebbero apparire irrilevanti, l’arguzia e la sapienza popolare da una parte e la Storia con il suo incedere, dettano a Maria pagine di grande bellezza con in aggiunta una sorridente capacità di usare, anche nelle grandi utopie, la grazia della leggerezza. Eppure i protagonisti ricordano e giudicano la deludente realtà contemporanea, le omissioni, gli sprechi, l’ignoranza di un’epoca che avrebbe dovuto essere di fioritura, di libertà, di forza. Nicola è partito, è andato al Nord, ma non è felice, anzi è deluso e risentito. Tornato provvisoriamente nella sua terra, guarda sgomento le trasformazioni che trova, e riflette anche sulla condizione dei meridionali al Nord, sulle vicende politiche, sui sogni della gioventù, sulla perdita dell’amore, sulla propria vicenda familiare, sul divorzio. 

 Ne La Bambina rivivono personaggi (Imbò, Maiuri, Olga Elia…), sentimenti, saperi, che fanno la Storia, o meglio: la microstoria. Sono questi mille tasselli (il cibo, la moda, i riti, le abitudini, le paure ecc… di un popolo) che ricostruiscono la Storia.

In questo romanzo, Maria Natale con chiarezza spiega la sua professione di poetica: “…quella pagliuzza d’oro che ho chiusa nel pugno per tanti anni cerco di passarla ai più piccoli, perché aprano le braccia alla poesia delle piccole cose, perché domani possa essere ristoro d’acqua per la loro sete”. Quella pagliuzza è la cultura, la tradizione della sua terra. La necessità della scrittura nasce in Maria dal desiderio di passare la tradizione. Ma non la tradizione come uso, convenzionalità, ritualità. A lei interessa ridare senso e forza a ciò che c’è sotto la tradizione, le ragioni per cui certi gesti, certi sentimenti, certi riti, sono diventati tradizione, cultura. In questo modo scopre nelle piccole cose poesia e senso della vita, e afferma un’etica della vita quotidiana che possa diventare l’etica di un’epoca.

In Cieli di Carta, (Avagliano 2003), ritroviamo la stessa magnifica scrittura, le stesse premesse e gli stessi obiettivi degli altri romanzi. Maria Orsini chiarisce e ribadisce che il valore della memoria, del ricordare, non sta nella ricerca della identità individuale, ma nel tentativo (fatto con pudore, prudenza, amore) di ricomposizione della Storia della cultura del Sud (della complessiva nozione di cultura), attraverso le storie di persone, luoghi, riti… I luoghi posseggono un’anima che rimane finché c’è qualcuno che la coglie. Così Maria, nel raccontare la tradizione e la cultura, racconta il genius loci della sua terra. E, su questa strada, anche il genius cibi. Per lei, le costanti da salvaguardare nella scrittura e nell’etica quotidiana sono l’indiscussa centralità femminile (lo sguardo di genere), la cura della memoria (del passato e del presente, di cui dobbiamo essere rispettivamente custodi e propagatrici), il rapporto tra cultura, cibo, tradizione (nel senso alto).

Tutti i libri di Maria nascono dal “girasole della memoria”, come lei chiama la capacità della mente attenta ad accogliere la sollecitazione di un fruscio, di un sapore, di un calore, per mettere in moto il filo dei ricordi.

Si legga il bellissimo attacco del secondo capitolo: “Sono nata in una casa tra pini a picco sul mare”. E, da lì, Maria assume il Natale come simbolico dei suoi ragionamenti. Così, parte dall’albero-abete contrapposto alla natura violata e consumata dell’albero di Natale (del quale non parlerà, precisa, perché non le appartiene, viene da fuori: l’albero è scempiato, smarrisce se stesso, chiuso nel fasto come in un sudario…). Maria ricorda e sottolinea che il Natale non è la festa dell’albero di Natale ma della Natività. E, in contrapposizione, si ferma sul Presepe come cultura nostra, come elemento di fondo del genius loci. Il Presepe diventa uno scrigno che le detta storie. Le allegorie del presepe (la grotta, il fiume, il ponte, la fontana, il mulino, la stella cometa, i pastori del’800, hanno un posto importante nella sua memoria perché simboli di cultura, incompresi dai soldati americani che sparando su di essi sparano simbolicamente sulla nostra cultura che essi non possono capire (infatti hanno l’albero di Natale). E ancora attenzione al cibo, ai cibi della tradizione: la pasta (creatrice di pace, civetta e incantatrice), il pane raffermo che si usava per le polpette. O su altre tradizioni culturali, come la proibizione di uccidere i ragni, e così via.

 Altro grande protagonista in tutti i romanzi, anch’esso simbolo di cultura e di per sé simbolico, è il Vesuvio. Il Vesuvio maestro di vita: la sua presenza ha abituato i vesuviani a non fare progetti, il Vesuvio apre alla maturazione del “così è”. La Bambina Maria capisce il Vesuvio, anche nel suo essere portatore di spavento, perché lui è così. Cito: “Questa favola fu…un mio anello di congiunzione con la natura, con l’enigma che le appartiene, gli abissi d’orrore e la bellezza delle sue cantate” (p. 23). E poco dopo: “E allora? Allora tutto era quello che doveva essere, tutto nell’ordine delle cose, nel prezzo delle cose. La legge di necessità, quella che non chiede i perché, nella rassegnazione di entrambi (della bambina e del Vesuvio, imprigionato dalla madre) strinse in un vincolo noi due, lui vulcano, io nata in terra di vulcano” (p. 23).

Infine, aggiungo alcune considerazioni generali sulle linee guida della scrittura di Maria Natale Orsini.

 Memoria, scrivere di sé, scrivere per sé.

Scrivere la memoria è scrivere di sé, e cioè scrivere con i propri occhi (scrivere è leggere), in questo caso scrivere con occhi di donna, di appassionata amante della propria terra, di orgogliosa sostenitrice di cultura ed etica, cioè della poesia che è, appunto, poietica.

Maria fa affiorare emozione profonde, non mediandole dalla letteratura (perché in questo caso la scrittura sarebbe convenzionale) ma riuscendo a “scrivere per sé”, come affermava Annamaria Ortese. Scrivere per sé è obbedire alla necessità di dare forma al proprio desiderio. E’ riuscire a fare emergere le vere passioni e a riuscire a dirle. Nel dirle si riesce a suscitare emozioni in chi legge: le emozioni di chi legge (leggere è scrivere). 

A me è capitato, leggendo, di partire per un mio viaggio, popolato da immagini: mia madre e mia zia che tinsero di nero tutti i loro vestiti alla morte di mio nonno, il ferro per fare i ricci che a casa veniva usato anche per fare il “cocco” a mio fratello più piccolo, la sequela di Mater, nelle preghiere della sera, del maggio della Madonna, quando mia madre faceva la novena e in quel mese non mangiava frutta e noi figli la prendevamo in giro perché a lei la frutta non piaceva e dicevamo: così non vale, fa’ il fioretto di non mangiare fritture, che ti piacciono e che ti fanno anche male, e lei rideva.

La narrazione e il potere evocativo: la voce e il linguaggio del corpo

La scrittura di Maria è scrittura che conserva “l’alito della voce” (come notò Asor Rosa per la scrittura femminile di qualità), perché tende a conservare la fisicità: scrivere (e leggere) è toccare, sottolineava la Pozzato. L’unità profonda tra emozione e ragione, ho scritto a proposito anche di altre scrittrici, nasce dal recupero della tradizione orale dove la voce, il suono della parola, è pienamente valorizzata dalla coscienza che essa, e il suo suono, appartengono al linguaggio del corpo, assieme al gesto, alla mimica espressiva del volto, alla capacità affabulativa. (Grande tradizione affabulatrice nelle donne e nel Sud.)

Questa scrittura bellissima di Maria è scrittura da leggere ad alta voce, col tono e il ritmo di chi racconta una favola. E della favola ha parole incantate, preziose, metafore nuove. Perché nasce dalla (e crea la) storia narrata. E’ necessaria alla storia perché essa sia significata e a sua volta restituisca potere alla storia, all’emozione che la letteratura rappresenta. Rileggiamo per esempio la favola del Vesuvio a cui prima mi riferivo (p. 219). E badiamo alla presenza delle due voci. Maria scrive il racconto e si sente nella pagina l’eco dell’altra voce, della voce orale, di quella che le ha per prima raccontato la storia, unendo gesti, modulando toni, facendo pause. Doppio soggetto dunque assorbito nella narrazione. E c’è anche la rappresentazione del racconto orale come magia. Scrive Maria di sé bambina “ed io mi tappavo il naso”: le parole della oralità sono tanto evocatrici nel rappresentare lo zolfo-sudario, da evocare l’odore di zolfo. E quella sensazione fisica fa parte del ricordo. 

 

 

 

                                                                                                                          Anna Santoro

(Napoli, 2003. Rivisto e corretto Roma, 2020)